{"id":2755,"date":"2022-06-01T08:59:01","date_gmt":"2022-06-01T08:59:01","guid":{"rendered":"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=2755"},"modified":"2022-06-13T11:21:00","modified_gmt":"2022-06-13T11:21:00","slug":"la-consolazione-di-dante-echi-danteschi-ne-il-sorriso-dellignoto-marinaio","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=2755","title":{"rendered":"La consolazione di Dante: Echi danteschi ne Il sorriso dell&#8217;ignoto marinaio"},"content":{"rendered":"\n<figure class=\"wp-block-image size-large is-resized\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2022\/06\/download-2.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-2756\" width=\"588\" height=\"294\" srcset=\"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2022\/06\/download-2.jpg 318w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2022\/06\/download-2-300x150.jpg 300w\" sizes=\"(max-width: 588px) 100vw, 588px\" \/><figcaption>Ritratto di ignoto marinaio &#8211; Antonello Da Messina<\/figcaption><\/figure>\n\n\n\n<p>  <strong>Daragh O\u2019Connell <\/strong><br><br><em>E Virgilio\u2026Ma che dico? Di echi parlavamo,1<\/em><br><br> 1.<strong> \u201cL\u2019isola del foco\u201d<\/strong><br><br> La raccolta di saggi di Consolo del 1999 Di qua dal faro apre con un epigrafe dantesca: \u201cE la bella Trinacria, che caliga \/ tra Pachino e Peloro, sopra \u2019l golfo \/ che riceve da Euro maggior briga \/ non per Tifeo, ma per nascente solfo\u201d (Paradiso, VIII. 67-70). Dentro questo spazio insulare Consolo espone la propria produzione narrativa per delineare nuovi ed inesplorati territori letterari e arricchire il palinsesto che \u00e8 la Sicilia, in tutte le sue manifestazioni, siano esse la \u201cbella Trinacria\u201d o l\u2019altrettanto dantesca \u201cisola del foco\u201d (Paradiso, XIX.131). La tradizione letteraria \u00e8 uno dei maggiori interessi di Consolo e, decisamente, lo \u00e8 il ruolo che egli avr\u00e0 in essa. L\u2019interesse verso antenati e tradizioni letterarie \u00e8 parte di ci\u00f2 che contraddistingue la sua 7 particolare esperienza artistica. Avere una relazione profondamente sentita con la tradizione non implica necessariamente una subordinazione servile verso precursori e modelli. Piuttosto, nel caso di Consolo, implica un uso trasformativo e creativo della letteratura, e l\u2019estensione dei suoi limiti: in pratica, l\u2019accesso e la partecipazione a quella stessa tradizione. Nonostante le sue tematiche siano decisamente siciliane e dalla ricchezza della tradizione letteraria siciliana si possano estrarre grandi livelli di influenza, Consolo non ignora il contesto pi\u00f9 ampio italiano all\u2019interno del quale scrive. Il suo indebitamento verso Dante \u00e8 altamente significativo, eppure, sorprendentemente, non \u00e8 stata ancora fonte di molta discussione.2  Parte del problema risiede nella stessa scrittura di Consolo e nella vertiginosa serie di interessi presente nelle sue opere. La sua consuetudine ad arricchire i suoi testi con dialoghi intertestuali polifonici complessi rispecchia per certi versi la relazione di Dante con la sua tradizione. Occorre precisare che, nella poetica di Consolo, n\u00e9 Dante n\u00e9 qualsiasi altro autore \u00e8 riconosciuto esplicitamente come modello autoriale: Dante \u00e8, nonostante questo, una delle tante \u201cpresenze\u201d nella narrativa di Consolo. Sono echi, motivi, reminiscenze, modelli retorici, allusioni dirette, e modelli architettonici a segnalare il dantismo di Consolo. I secoli che separano le loro esperienze artistiche garantiscono lo specifico uso dialogico, e non conflittuale, delle allusioni dantesche da parte di Consolo. Per Consolo il poeta della Commedia \u00e8 un deposito di lingua e di motivi, una presenza seducente in quello che George Steiner chiamava lo \u2018shadow-theatre of encounters\u2019, il teatro d\u2019ombre di incontri3 . Come Dante, Consolo tematizza di continuo il rapporto dei propri testi con i loro precursori con delle citazioni esplicite (e a volte meno esplicite). In questo breve studio cercher\u00f2 di localizzare i motivi danteschi e di cogliere alcune delle allusioni pi\u00f9 risonanti nella narrativa di Consolo, limitando la 2 Questo saggio \u00e8 basato sul mio Consolo\u2019s \u2018trista conca\u2019: Dantean anagnorisis and echo in Il sorriso dell\u2019ignoto marinaio, scritto in inglese e pubblicato in Echi danteschi \/ Dantean Echoes, a cura di R. Bertoni, Torino, Trauben, 2003, pp. 85-105. 3 G. Steiner, Grammars of Creation, Londra, Faber, 2001, p. 73. 4 C. Segre, Intrecci di voci: la polifonia nella letteratura del Novecento (Torino: Einaudi, 1991), p. 86. 5 S. A. Sanna, A colloquio con Vincenzo Consolo, \u201cItalienisch: Zeitschrift f\u00fcr italienische Sprache und Literatur in Wissenschaft und Unterricht\u201d, 17, 1987, p. 31. 6 G. Contini, Introduzione ai narratori della Scapigliatura piemontese, in Varianti e altra linguistica. Una raccolta di saggi (1938-1968), Torino, Einaudi, 1979, p. 540. 7 C. Segre, op.cit., pp. 83-85. mia analisi a Il sorriso dell\u2019ignoto marinaio per dimostrare che l\u2019architettura e il linguaggio infernali, un\u2019anagnorisi specificamente dantesca e l\u2019epifania purgatoriale informano la riscrittura plurilingue della storia di Consolo nella camera d\u2019eco che \u00e8 il suo \u201cromanzo-chiocciola\u201d, per dirla con Segre.4 In un\u2019intervista del 1987, in cui parlava del ruolo di Dante nelle sue opere, Consolo diceva: \u201ccredo che Dante faccia parte del nostro sangue, lo assorbiamo, in me c\u2019\u00e8 anche il gusto della citazione indiretta. Lo ripeto, l\u2019endecasillabo e certe immagini e forme dantesche le ho dentro e mi piace citarle invisibilmente ed a volte scopertamente\u201d.5 Esempi espliciti della presenza di Dante possono essere trovati ne L\u2019olivo e l\u2019olivastro (1994) e anche ne Lo Spasimo di Palermo (1998), e l\u00ec hanno la funzione della citazione diretta. Attraverso la lettura de Il sorriso dell\u2019ignoto marinaio si vedr\u00e0 come Dante \u00e8 uno degli autori su cui si fonda la poetica di Consolo. 2.<br><br> <strong>\u201cLa favella di Satanasso\u201d:<\/strong><br> plurilinguismo e monolinguismo L\u2019uso variegato della lingua in Consolo inevitabilmente lo pone in quella linea di \u201cmacaronici\u201d che Contini definiva come \u201cgli adepti delle scritture composite, [.,.] degli aristocratici per definizione\u201d6 . Segre scrive che Consolo condivide con Gadda \u201cla voracit\u00e0 linguistica, la capacit\u00e0 di organizzare un\u2019orchestra di voci, il risultato espressionistico\u201d, ma anche, seguendo Bachtin, che il plurilinguismo di Consolo dimostra \u201cplurivocit\u00e0\u201d.7  Le scelte linguistiche di Consolo hanno anche un valore ideologico, non soltanto stilistico: Fin dal mio primo libro ho cominciato a non scrivere in italiano. Per me \u00e8 stato un segnale, il simbolo di una ribellione alle norme, dell\u2019uccisione del padre [.,.]. Ho volute creare una lingua che esprimesse una ribellione totale alla storia e ai suoi esiti. Ma non \u00e8 dialetto. \u00c8 l\u2019immissione nel 8 codice linguistico nazionale di un materiale che non era registrato, \u00e8 l\u2019innesto dei vocaboli che sono stati espulsi e dimenticati.8 Le predilezioni linguistiche di Consolo sono altamente significative in quanto egli si pone in confronto diretto con il linguaggio standard dell\u2019autorit\u00e0 dell\u2019Italia moderna. Per certi versi sia lui che Dante, quindi, affrontano le rispettive autorit\u00e0 con trasformazioni radicali e deviazioni dalla norma attraverso forme estremamente ibride in cui la mescolanza di registri, l\u2019uso di forme arcaiche, dialettali e scientifiche trovano facile dimora nei loro costrutti. Per\u00f2 \u00e8 con l\u2019uso metaforico del dialetto sicliano-lombardo \u2013 il sanfratellano \u2013 che possiamo intravedere l\u2019intenzione ideologica di Consolo. Questo dialetto \u00e8 proposto come \u201caltro\u201d, iscritto nel romanzo come una specie di antidoto ai codici del potere. Ma quel che mi interessa qui \u00e8 la ricerca fatta da Consolo. Quando si parla di questo dialetto uno dei nomi spesso dimenticati \u00e8 quello dell\u2019erudita e poeta ottocentesco Lionardo Vigo. Vigo fu il primo linguista a cercare di classificare il parlato di queste colonie lombarde, precursore di indagini pi\u00f9 dettagliate e professionali9 . Nel 1857 Vigo scrisse che il dialetto sanfratellano gli sembrava un \u201cgergo inintelligibile\u201d ed era, in fin dei conti, la \u201cfavella di Satanasso\u201d10. Anni dopo nel 1868 ribadisce questi punti in una lettera pubblicata nel quotidiano La Sicilia: Dissi nel 1857 e ripeto inintelligibile pi\u00f9 della favella di Satanasso il linguaggio di Piazza e vi aggiungo quello di San Fratello. [&#8230;] \u00e8 satanico tutto ci\u00f2 che non si comprende, come il Pap\u00e8 Satan di Dante. Che dire poi di un linguaggio aspro di consonanti, aspirazioni e tronchi, misto allo strascio dei suoi dittonghi e trittonghi?11 Nell\u2019arco del romanzo, Consolo conferisce dignit\u00e0 al dialetto e inoltre il romanzo stesso conclude con l\u2019ultima delle \u201cscritte\u201d proprio in sanfratellano.  Il primo incontro con questa parlata precaria \u00e8 nel quarto capitolo, Val D\u00e8mone. Mandralisca vede un prigioniero nelle segrete del castello di Maniforti e chiede informazioni su di lui. Uno dei servi gli risponde che il prigioniero \u00e8 \u201cun diavolo d\u2019inferno, scatenato\u201d (200), e pi\u00f9 avanti esclama: \u201cAh. Sanfratellano, Dio ne scansi! Gente selvaggia, diversa, curiosa. E parlano \u2019na lingua stramba, forestiera\u201d (202). Seguendo le suggestioni di Vigo nel proporre questa lingua in termini infernali, Consolo fa un\u2019allusione alla lingua incomprensibile e bestiale della non-ragione. La configurazione di quella lingua con quella dantesca \u2013 \u201cPape Sat\u00e0n, pape Sat\u00e0n aleppe!\u201d (Inferno, VII.1) \u2013 \u00e8 molto significativa. La \u201cvoce chioccia\u201d (Inferno, VII.2) di Plutone richiama il primo incontro che Dante-personaggio ha con la lingua dei dannati: \u201cDiverse lingue, orribili favelle, \/ parole di dolore, accenti d\u2019ira, \/ voci alte e fioche\u201d (Inferno, III.25-27), e anticipa anche le emissioni illogiche dalla \u201cfiera bocca\u201d di Nembrot: \u201cRaph\u00e8l ma\u00ec am\u00e8cche zab\u00ec almi\u201d (Inferno, XXXI.67). Per\u00f2 alla fine del Sorri9 so, nonostante la sua difficolt\u00e0, al sanfratellano viene accordata una posizione privilegiata nel testo. Mandralisca scrive che \u00e8 una \u201clingua bellissima, romanza o mediolatina, rimasta intatta per un millennio sano, incomprensibile a me, a tutti, comecch\u00e9 dotati d\u2019un moderno codice volgare\u201d (216). Sembra quasi una lingua adamica, un sopravvissuto fragile da una confusio linguarum italica. Consolo fornisce al lettore un esempio del parlato diabolico tramite la figura dell\u2019\u201cinsano frate liconario\u201d (222) \u2013 Frate Nunzio nel terzo capitolo Morti sacrata. La litania blasfema che declama prima di violentare e uccidere la ragazza catalettica \u00e8 un esempio non solo del plurilinguismo di Consolo ma anche dell\u2019inversione della ragione e l\u2019abuso della lingua. La lingua, specialmente le oscillazioni tra le \u201corribili favelle\u201d (Inferno, III.25), mediate tramite le \u201crime aspre e choicce\u201d (Inferno, XXXII.1) e l\u2019\u201cangelica voce, in sua favella\u201d (Inferno, II.57) \u00e8 effettivamente la cosa che conferisce alla Commedia la sua novit\u00e0 formale. Il poema di Dante pluralizza la lingua, e in quello che \u00e8 un cambiamento di posizione rispetto alla De vulgari eloquentia, nel Paradiso Adamo dice: La lingua ch\u2019io parlai fu tutta spenta [&#8230;] Opera naturale \u00e8 ch\u2019uom favella; ma cos\u00ec o cos\u00ec, natura lascia poi fare a voi secondo che v\u2019abbella (Paradiso, XXVI.124-32). Ibridismo, pluralit\u00e0 e parodia caratterizzano l\u2019uso non-totalizzante della lingua nel Sorriso. Questo romanzo storico-metaforico si confronta con un momento decisivo del nascente Stato italiano e mette in dubbio il monolinguismo opprimente dello stesso stato attraverso un richiamo alla pluralit\u00e0 delle lingue minacciate da questa fondazione. La pretesa di una lingua sola degrada e cancella le micro-storie degli emarginati e dei diseredati, quelli senza le chiavi del sistema linguistico dominante. Il desiderio, espresso da Mandralisca nel romanzo, \u00e8 che \u201ctempo verr\u00e0 in cui da soli conquisteranno que\u2019 valori, ed essi allora li chiameranno con parole nuove, vere per loro, e giocoforza anche per noi, vere perch\u00e9 i nomi saranno intieramente riempiti dalle cose\u201d (217).<br><br> 3. <strong>Dante nella \u201cchiocciola\u201d<\/strong><br> L\u2019ideale che un giorno i \u201cnomi\u201d saranno riempiti dalle cose \u00e8 un sogno da linguista, non realizzabile. L\u2019abisso fra \u201cnomi\u201d e \u201ccose\u201d era gi\u00e0 stato annunciato nel primo capitolo in cui Mandralisca riflette che i nomi, allontanati dai loro significati originali diventano \u201csommamente vaghi, suoni, sogni\u201d (129). La pochezza della lingua e l\u2019incapacit\u00e0 di rappresentare in modo efficace e fedele la realt\u00e0 sono temi centrali sia per Dante sia per Consolo. Dante tematizza quest\u2019impasse nella Commedia, specialmente nell\u2019ultima cantica in cui i limiti della lingua sono ben evidenti e la lingua stessa diventa un mezzo poco adatto per rappresentare l\u2019esperienza del viator: \u201csignificar per verba \/ non si poria\u201d (Paradiso, I.70-71); \u201cl\u2019essemplo \/ e l\u2019essemplare non vanno d\u2019un modo\u201d (Paradiso, XXVIII.55-56). Nel Sorriso il problema \u00e8 diverso. Mandralisca deve fungere da testimone della rivolta degli alcaresi e per raccontare gli eventi in modo fedele deve evitare qualsiasi forma di imposture. Scrive: 10 Oh descriver potr\u00f2 mai quel teatro, la spaventosa scena paratasi davanti su per la strade, i piani di quel borgo? Il genio mi ci vorr\u00eca dell\u2019Alighieri, dell\u2019Astigian la foga, del Foscolo o del Byron la vena, dell\u2019anglo tragediante, dell\u2019angelo britanno il foco o la fiammiante daga che scioglie d\u2019in sul becco delle penne le chine raggelate per l\u2019orrore, o del D\u2019Azeglio o Vittor Hugo o del Guerrazzi almen la prosa larga&#8230; Di me, lasso!, che natura di fame, di fralezza e di baragli ha corredato, v\u2019appagate? (223) Questa formulazione retorica contorta, al di l\u00e0 dell\u2019appello al \u201cgenio\u201d di Dante, indica e parodizza la natura offuscante della rappresentazione linguistica e l\u2019inevitabile finzione dell\u2019atto di scrittura. I limiti del linguaggio e il rischio dei suoi effetti distorsivi, sia attraverso l\u2019abuso rappresentativo che la celebrazione letteraria, sono centrali nelle preoccupazioni del poema e del romanzo. Se consideriamo la seguente concezione retorica di Dante, emerge il suono di un\u2019eco lontana. Chi poria mai pur con parole sciolte dicer del sangue e de le piaghe a pieno ch\u2019i\u2019 ora vidi, per narrar pi\u00f9 volte? Ogne lingua per certo verria meno per lo nostro sermone e per la mente c\u2019hanno a tanto comprender poco seno. (Inferno, XXVIII.1-6) Cos\u00ec come il protagonista di Consolo invoca ed elenca i nomi dei letterari del passato per evidenziare la propria incapacit\u00e0 di descrivere fedelmente le scene, cos\u00ec anche Dante invoca battaglie storiche significative per rendere l\u2019idea del vasto numero di sofferenze dei dannati insanguinati di cui \u00e8 testimone nella nona bolgia. Dante elenca queste battaglie e conclude il passo affermando: \u201ce quel forato suo membro e qual mosso \/ mostrasse, d\u2019aequar sarebbe nulla \/ il modo de la nona bolgia sozzo\u201d (Inferno, XXVIII.19-21). L\u2019invocazione al nome di Dante arriva in un momento significativo del testo. Consolo, utilizzando una forma molto stilizzata che comporta una complessa fusione tra una specie di via crucis e i prestiti ekfrastici da Los desastres de la guerra di 12 James Joyce, Finnegans Wake, Londra, Pengiun, 1992, p. 183. Goya, si accinge a descrivere le immagini e i suoni delle conseguenze della rivolta, e alcune allusioni dantesche vengono alla luce. In uno scenario prettamente infernale leggiamo: \u201cD\u2019ogni cosa, strazio: nebbia cenere terra vento e fumo\u201d (224). Ulteriori reminiscenze dantesche vengono enumerate nella visione terribile dei cadaveri per terra circondati dagli avvoltoi: \u201cLe ali aperte per tre metri e passa, stese le zampe con gli artigli curvi, grasso, enorme piomba a perpendicolo dall\u2019alto come calasse dritto dall\u2019empireo\u201d (225). In un\u2019altra particolare visione cifra dantesca diventa pi\u00f9 marcata: Ma giungea fraditanto una carretta tirata da uno scheletro di mulo come quello famelico in galoppo sopra le teste di papi e principi e madame al palazzo Scl\u00e0fani in Palermo. Un carrettiere estrano con casacca rossa, all\u2019impiedi sopra il legno, strappando redini e frustando, sguaiato vociava: \u2018Uuh, uuh, broeuta bestia, marouch\u00ec poa te! (226-227) La narrazione di Consolo riverbera di echi danteschi per sostenere la visione infernale degli eventi. Il \u201ccarettiere estrano [&#8230;] sopra il legno\u201d certamente richiama il Caronte di Dante, e, pi\u00f9 specificamente, Flegi\u00e0s dell\u2019ottavo canto. Quel nocchiero arriva su \u201cuna nave piccioletta\u201d, descritto poi come \u201clegno\u201d, per trasportare Dante e Virgilio sulla \u201cmorta gora\u201d, mentre grida \u201cOr se\u2019 giunta, anima fella!\u201d (Inferno, VIII.15-31). Poco pi\u00f9 avanti nel romanzo Consolo scrive: \u201cE in cos\u00ec dire riprese il suo fatale andare\u201d (230) L\u2019allusione \u00e8 alle parole di Virgilio a Minosse: \u201cNon impedir lo suo fatale andare\u201d (Inferno, V.22). Questa forma di intertestualit\u00e0 ricorda una definizione coniata da Joyce nel Finneganz Wake: \u201cquashed quotatoes\u201d12, una sorta di tecnica di innesto in cui elementi del testo precursore si innestano sul nuovo, in quella che \u00e8 sia una forma aperta di citazione che una forma di figurazione nascosta. Il capitolo VIII, Il carcere, fornisce al lettore il simbolo pi\u00f9 complesso ed enigmatico di Consolo, la \u201cchiocciola\u201d. I rivoltosi sono incarcerati nella prigione che ha forma di chiocciola mentre aspettano le loro sentenze. Questa prigione sotterranea ha la 11 \u201cforma precisa d\u2019una chiocciola\u201d (233) ed \u00e8 descritta come un \u201csegreto fosso\u201d (232), e un \u201cfalso labirinto, con inizio e fine, chiara la bocca e scuro il fondo chiuso\u201d (235). Tutto il castello \u00e8 conforme alla forma a spirale discendente di un guscio di lumaca: Il fatto \u00e8 che quel castello [&#8230;] non possiede scale o scaloni in verticale, linee ritte, spigoli, angoli o quadrati, tutto si svolge in cerchio, in volute, in seni e avvolgimenti, scale saloni torri terrazzini corte magazzini. E la fantasia pi\u00f9 fantastica di tutte si trova dispiegata in quel catojo profondo, ipogeo, s\u00e8nia, imbuto torto, solfara a giravolta, che fa quasi da specchio, da faccia arrovesciata del corpo principale del castello sotto cui si spiega, il carcere: immensa chiocciola con la bocca in alto e l\u2019apice in fondo, nel bujo e putridume\u201d. (235) Questa prigione piranesiana presenta molte somiglianze con la concezione architettonica e la figurazione dello spazio dell\u2019Inferno dantesco. Prima di descrivere il carcere, Consolo cita un passo dalla Ricreatione dell\u2019Occhio e della Mente nell\u2019Osservatione delle Chiocciole di Buonanni come se fosse \u201c[&#8230;] una lapide murata sull\u2019ingresso\u201d (233), nello stesso modo in cui il Dante legge l\u2019iscrizione sopra il portico dell\u2019Inferno nel terzo canto (Inferno, III.1-9). La forma dell\u2019Inferno di Dante \u00e8 variamente descritta come \u201ccarcere cieco\u201d (Purgatorio, XXII.103), \u201cdolente ripa\u201d (Inferno, VII.17), \u201ccerchio tetro\u201d (Inferno, VII. 31), e \u201ctristo buco\u201d (Inferno, XXXII.2). Un\u2019ulteriore descrizione del carcere in Consolo ci viene dal giovane sanfratellano Michele Fano: \u201csi trasi rintra ri \/ stu puzzu tortu \/ sappi comu chi fu \/ e statti mutu\u201d (250). Questo \u201cpuzzu tortu\u201d ha le sue equivalenti del poema dantesco. Infatti, \u201cpozzo\u201d \u00e8 uno dei termini preferiti di Dante per rendere la nozione dello spazio infernale: \u201ce son nel pozzo intorno da la ripa\u201d (Inferno, XXXI.32); \u201ccos\u00ec la proda che \u2018l pozzo circonda\u201d (Inferno, XXXI.42); \u201ccome noi fummo gi\u00f9 nel pozzo scuro\u201d (Inferno, XXXII.16]; \u201cvaneggia un pozzo assai largo e profondo\u201d (Inferno, XVIII.5); \u201cdel bassissimo pozzo tutta pende\u201d (Inferno, XXIV.38]. Il movimento attraverso questo spazio ristretto \u00e8 altrettanto importante, la discesa a spirale \u00e8 una delle caratteristiche pi\u00f9 marcate della prima cantica di Dante. Virgilio spiega a Dante: \u201cTu sai che \u2018l loco \u00e8 tondo; \/ e tutto che tu sie venuto molto, \/ pur a sinistra, gi\u00f9 calando a fondo\u201d (Inferno, XIV.124-126). Spessi durante il viaggio dei poeti viene annunciata la traiettoria a spirale: la rotazione e la discesa di Gerione (\u201crota e discende\u201d; Inferno, XVII.116), e \u201clo scendere e \u2018l girar per li gran mali\u201d (Inferno, VII.125) sono particolarmente espliciti a questo proposito. In termini simili, e con un\u2019esattezza di movimento, nel romanzo di Consolo leggiamo: \u201cPrendemmo a camminare in giro declinando\u201d (236). Una delle pi\u00f9 significative descrizioni metaforiche dell\u2019inferno di Dante, per\u00f2, si collega direttamente al testo di Consolo sia nella forma che nella sostanza: troviamo Virgilio e Dante davanti alla citt\u00e0 di Dite, Dante-personaggio chiede alla sua guida: \u201cIn questo fondo de la trista conca \/ discende mai alcun del primo grado, \/ che sol per pena ha la speranza cionca?\u201d (Inferno, IX.16-18). La \u201ctrista conca\u201d di Dante prefigura il \u201cpuzzu tortu\u201d e fornisce a Consolo un modello architettonico per il suo contorto spazio colloidale di sofferenza e dolore. 4. <br><br><strong>Anagnorisis\/Agnitio<\/strong> <br>Gran parte della critica consoliana si \u00e8 concentrata sui capitoli finali del Sorriso, ma poca attenzione \u00e8 stata dedicata al capitolo iniziale, nonostante la sua peculiarit\u00e0: esso \u00e8 carico di sommersi paralleli danteschi, e in particolare sembra essere una rielaborazione e rifacimento di una agnitio specificamente dantesca. \u00c8 in questo capitolo che il protagonista di Consolo, sulla falsariga dantesca, inizia un viaggio verso la conoscenza di s\u00e9: parte da una posizione di ignoranza, causata dalla sua classe sociale e dalla sua chiusura negli studi eruditi, e nel corso della narrazione arriva a una posizione di conoscenza 12 di s\u00e9 e di riconoscimento della complessit\u00e0 della verit\u00e0. Apparentemente, l\u2019alba dei passaggi iniziali indica l\u2019alba di una coscienza politica che si risveglia, l\u2019alba del cambiamento, rappresentato dal Risorgimento. Questa fragile luce, tuttavia, rispecchia anche l\u2019incertezza e l\u2019ambiguit\u00e0 della confusa identit\u00e0 e visione del mondo di Mandralisca. Le difficolt\u00e0 in questo processo verso l\u2019autocoscienza, ma anche i miglioramenti in quella direzione, sono indicate dall\u2019impiego di termini legati alla vista e alla visione. La visione \u00e8 la componente primaria della conoscenza, o meglio dell\u2019autocoscienza. Il primo verbo del romanzo \u2013 \u201csi scorgeva\u201d \u2013 d\u00e0 un\u2019idea di vista, ma la visione del protagonista \u00e8 resa instabile da verbi come \u201clanguivano\u201d e \u201criapparivano\u201d. Ci\u00f2 che vede non \u00e8 chiaro: \u201cAlla fioca luce della lanterna, il Mandralisca scorse un luccichio bianco che forse poteva essere di occhi\u201d (128). La materializzazione degli occhi (organi di senso) \u00e8 indicativa di una tendenza alla vista intesa metaforicamente come conoscenza di s\u00e9. Il \u201cchiarore grande\u201d della nuova giornata illumina pianamente la scena, e le luci distanti delle torri \u201cimpallidirono\u201d, mentre le luci fragili delle stelle \u201csvanirono\u201d. Questa trasformazione naturale, tuttavia, ha poco effetto su Mandralisca, in quanto la luce maggiore \u00e8 servita solo ad aumentare la sua cecit\u00e0 morale. La capacit\u00e0 del protagonista di vedere, di identificare chiaramente, e l\u2019inganno dei suoi sensi ricordano di per s\u00e9 il pellegrino di Dante nell\u2019Inferno: Quiv\u2019 era men che notte e men che giorno, s\u00ec che \u2018l viso m\u2019andava innanzi poco; ma io senti\u2019 sonare un alto corno, tanto ch\u2019avrebbe ogne tuon fatto fioco, che, contra s\u00e9 la sua via seguitando, drizz\u00f2 li occhi miei tutti ad un loco. [&#8230;] Poco port\u00e4i in l\u00e0 volta la testa, che me parve veder molte alte torri; ond\u2019io: \u2018Maestro, d\u00ec, che terra \u00e8 questa?\u2019. Ed elli a me: \u2018Per\u00f2 che tu trascorri per le tenebre troppo da la lungi, avvien che poi nel maginare abborri. Tu vedrai ben, se tu l\u00e0 ti congiungi, quanto \u2018l senso s\u2019inganna di lontano; per\u00f2 alquanto pi\u00f9 te stesso pungi (Inferno, XXXI. 10-27) Questo \u201c\u2019l senso s\u2019inganna di lontano\u201d \u00e8 in parte quello che succede a Mandralisca attraverso il senso dell\u2019udito. Nei paragrafi iniziali de Il sorriso, la sua aura di visione difettosa \u00e8 in parte compensata da un appello al senso \u201cnetto\u201d dell\u2019udito: \u201cfragore d\u2019acque, cigolii, vele sferzate e un rantolo che si avvicinava e allontanava a seconda del vento. E ora che il bastimento avanzava, [&#8230;] udiva netto il rantolo, lungo e uguale, sorgere dal buio, dietro le sue spalle\u201d (128). Tuttavia, scopriamo che, come la vista, anche l\u2019udito \u00e8 difettoso. I suoni sono percepiti male da lontano, sono distorti dell\u2019immaginazione, e questo diventa chiaro quando pi\u00f9 avanti nel brano Mandralisca si rende conto che \u201cil rantolo s\u2019era cangiato in tosse\u201d. Questa mutazione dall\u2019incertezza della percezione a una migliore definizione \u00e8 facilitata da una migliore percezione visiva dovuta all\u2019aumento della luce con l\u2019espandersi dell\u2019alba. \u00c8 precisamente a questo punto che il verbo \u201cvedere\u201d \u00e8 usato per la prima volta: \u201cIl Mandralisca vide allora, al chiarore livido dell\u2019alba, un uomo nudo, scuro e asciutto come un ulivo\u201d (129). Il \u201cchiarore livido\u201d rivela un uomo nudo, un cavatore di pomice venuto da Lipari per andare alla Madonna Nera a Tindari. Nonostante questo chiarimento, l\u2019inganno sensoriale sembra essere ancora l\u2019aspetto dominante di questo passaggio. Importante per il tema trattato \u00e8 la funzione di Interdonato ne Il sorriso e il confronto che si pu\u00f2 istituire con la funzione di Virgilio nella Commedia. Nell\u2019Inferno (come \u00e8 evidente dal passaggio citato sopra), la visione confusa e legata ai 13 sensi di Dante ha bisogno di essere corretta da Virgilio. Allo stesso modo, nella narrazione di Consolo, la visione difettosa di Mandralisca richiede una guida \u201ccorrettiva\u201d, Interdonato. La descrizione di Interdonato sembra alludere a questo poich\u00e9 introduce la metafora chiave del romanzo, quella del il sorriso: \u201cUn sorriso ironico, pungente e nello stesso tempo amaro, di uno che molto sa e molto ha visto, sa del presente e intuisce del futuro; di uno che si difende dal dolore della conoscenza e da un moto continuo di piet\u00e0\u201d (129). La reazione di Mandralisca al sorriso inquietante del marinaio camuffato \u00e8 di curiosit\u00e0 sconcertata, e sotto \u201clo sguardo dell\u2019uomo, acuto e scrutatore\u201d (130) la sua mente torna alla sorte del cavatore malato: cos\u00ec Interdonato svolge subito la funzione di dirigere la coscienza di Mandralisca. Tuttavia, il pensiero di Mandralisca non \u00e8 in grado, in questa fase iniziale, di scandagliare tali realt\u00e0 sociali e si ritira nei propri studi eruditi. Quello che segue \u00e8 uno dei paragrafi pi\u00f9 sorprendenti di tutto il primo capitolo sia per la sua importanza semantica che per la sua brevit\u00e0; infatti contiene una sola frase: \u201cIl marinaio lesse, e sorrise, con ironica commiserazione\u201d (131). \u201cLesse\u201d intende dire che Interdonato legge la mente di Mandralisca, e questo ricorda una capacit\u00e0 simile nel Virgilio di Dante, come dice il viator a Virgilio: \u201csai quel che si tace\u201d (Inferno, XIX.39). Prima, il pellegrino pensa tra s\u00e9 e s\u00e9: \u2018E\u2019 pur convien che novit\u00e0 risponda\u2019, dicea fra me medesmo, \u2018al novo cenno che \u2018l maestro con l\u2019occhio s\u00ec seconda\u2019. Ahi quanto cauti li uomini esser dienno presso a color che non veggion pur l\u2019ovra, ma per entro i pensier miran col senno! (Inferno, XVI.115-120). Come figura dantesca della ragione umana, la capacit\u00e0 di Virgilio di leggere e anticipare i pensieri del pellegrino fa parte della sua funzione di guida. Nonostante il riconoscimento dantesco di Interdonato a Mandralisca come suo allievo, Interdonato stesso non \u00e8 riconosciuto da Mandralisca come sua guida virgiliana. Tuttavia, \u00e8 anche in questo senso che Consolo sembra mettere in atto una forma specificamente dantesca di agnizione. L\u2019anagnorisis, o agnizione, \u00e8 il termine usato per descrivere un momento di riconoscimento quando l\u2019ignoranza lascia il posto alla conoscenza. Il mancato riconoscimento \u00e8 una delle caratteristiche principali del viaggio di Dante-personaggio verso la conoscenza di s\u00e9. Le famose parole di Ciaccio \u201criconoscimi, se sai: \/ tu fosti, prima ch\u2019io disfatto, fatto\u201d (Inferno, VI. 41-42) si incontrano con \u201cL\u2019angoscia che tu hai \/ forse ti tira fuor de la mia mente, \/ s\u00ec che non par ch\u2019i\u2019 ti vedessi mai\u201d (Inferno, VI. 43-45). Man mano che il pellegrino, sotto la tutela di Virgilio, procede nel suo viaggio, la sua capacit\u00e0 di riconoscere aumenta notevolmente, come quando incontra Venedico Caccianemico. Nel Purgatorio, al contrario, il riconoscimento \u00e8 ardentemente desiderato, e gli atti intellettivi concomitanti di guardare e sorridere abbondano all\u2019interno della cantica. Forse la scena di riconoscimento pi\u00f9 famosa della Commedia \u00e8 quella tra Virgilio, Stazio e Dante. Qui il sorriso induce l\u2019anagnorisis: Io pur sorrisi come l\u2019uom ch\u2019ammicca; per che l\u2019ombra si tacque, e riguardommi ne li occhi ove \u2019l sembiante pi\u00f9 si ficca; e \u2018Se tanto labore in bene assommi\u2019, disse, \u2018perch\u00e9 la tua faccia testeso un lampeggiar di riso dimostrommi?\u2019 (Purgatorio, XXI. 109-114) Il \u201clampeggiar di riso\u201d (anagnorisis) di Consolo \u00e8 ritardato e trattenuto. \u00c8 solo quando Mandralisca svela il ritratto ai suoi ospiti alla fine del primo capitolo che si rende conto della somiglianza tra il ritratto e il marinaio, e cos\u00ec inizia la sua rivelazione, il suo viaggio nella conoscenza. Nel secondo capitolo Mandralisca incontra ancora una volta Interdonato e il riconoscimento \u00e8 ulteriormente approfondito. Qui, \u00e8 l\u2019impiego del verbo \u201critrattare\u201d e il suo legame con \u201critratto\u201d che fa partire in Mandralisca una concatenazione di avvistamenti, ricordi e parallelismi. \u2018Ma voi, ma voi\u2026\u2019 cominci\u00f2 a fare il Mandralisca, sgranando gli occhi dietro le lunette del pince-nez, spostandoli meravigliato dal volto dell\u2019Interdonato a quello, sopra, dell\u2019ignoto d\u2019Antonello. Quelle due facce, la viva e la dipinta, erano identiche: la stessa coloritura oliva della pelle, gli stessi occhi acuti e scrutatori, lo stesso naso terminante a punta e, soprattutto, lo stesso sorriso, ironico e pungente. (160-161) 14 La vera anagnorisi nel romanzo avverr\u00e0 solo attraverso il riconoscimento del significato del ritratto, non della somiglianza di un individuo con esso. La visione cos\u00ec raggiunta coincide per Consolo con la consapevolezza esistenziale, la coscienza politica e l\u2019allerta morale. Come il suo predecessore dantesco, Mandralisca alla fine del viaggio testimonier\u00e0, racconter\u00e0, anzi addirittura superer\u00e0 la guida di Interdonato, e racconter\u00e0 la sua esperienza da un punto di vista pi\u00f9 profondo.<br><br> <strong>5. Risus \/ subrisus \u2013 verso l\u2019epifania<\/strong> <br>Il testo di Consolo offre un\u2019altra allusione interessante in questi momenti iniziali. Interdonato presenta una suggestiva somiglianza con un altro personaggio di Dante: Manfredi. Nell\u2019antipurgatorio Dante \u00e8 testimone di uno degli incontri pi\u00f9 notevoli della letteratura mondiale: E un di loro incominci\u00f2: \u2018Chiunque tu se\u2019, cos\u00ec andando, volgi \u2018l viso: pon mente se di l\u00e0 mi vedesti unque\u2019. Io mi volsi ver\u2019 lui e guardail fiso: biondo era e bello e di gentile aspetto, ma l\u2019un de\u2019 cigli un colpo avea diviso. 13 Bruno Nardi, Il canto di Manfredi (Purgatorio, III), in \u2018Lecturae\u2019 e altri studi danteschi, Firenze, Le Lettere, 1990, p. 97. Quand\u2019 io mi fui umilmente disdetto d\u2019averlo visto mai, el disse: \u2018Or vedi\u2019; e mostrommi una piaga a somma \u2018l petto. Poi sorridendo disse: \u2018Io son Manfredi, nepote di Costanza imperadrice; ond\u2019io ti priego che, quando tu riedi, vadi a mia bella figlia, genitrice de l\u2019onor di Cicilia e d\u2019Aragona, e dichi \u2018l ver a lei, s\u2019altro si dice (Purgatorio, III. 103-117). Ci\u00f2 che \u00e8 interessante qui \u00e8 la descrizione fisica di Manfredi da parte di Dante. La maggior parte dei critici si \u00e8 giustamente concentrata sui possibili significati metaforici delle \u201cpiaghe\u201d di Manfredi. Nardi afferma che ciascuna di esse \u00e8 un \u201ctragico segno di valore\u201d 13, mentre altri attribuiscono le piaghe all\u2019impium foedus di Manfredi. Il dramma particolare di questo episodio, per\u00f2, si riferisce al testo di Consolo in un certo numero di punti significativi. In primo luogo, Dante inizialmente sente e poi gli viene detto di girarsi e affrontare l\u2019ombra parlante. Viene quindi data una descrizione fisica che rivela l\u2019ideale imperiale incarnato in Manfredi, \u201cbiondo era e bello e di gentile aspetto\u201d, che viene poi minato dal \u201cma\u201d avversativo per introdurre il \u201ccolpo\u201d sconcertante. Dante-personaggio afferma che non riesce a ricono15 scere l\u2019ombra e cos\u00ec l\u2019ombra mostra l\u2019altro suo segno distintivo, la \u201cpiaga\u201d, e \u201csorridendo\u201d si rivela essere Manfredi. Manfredi non si rivela dichiarando i nomi dei suoi genitori, ma piuttosto attraverso sua nonna Costanza. Questo rifiuto di nominare suo padre, Federico II, ha portato Freccero a commentare che il corpo che Dante descrive \u00e8 chiaramente un corpo fittizio \u201cche porta ferite simboliche, segni diacritici tagliati sul volto del padre\u201d 14. Questa lettura suggerisce che le ferite sono anche gli sfregi della storia controbilanciati dal sorriso. La lettura di Freccero sostiene che le ferite, oltre ad essere un segno opaco, sono contigue alla scrittura, in quanto entrambe partecipano alla deturpazione come atto di significazione. Anche Consolo deturpa, anche lui significa attraverso lo sfregio. Nella prima descrizione di Interdonato leggiamo che due \u201cpieghe gli solcavano il viso duro\u201d (129). Queste \u201cpieghe\u201d sono legate metaforicamente alle \u201cpiaghe\u201d dantesche, non solo si dice che il volto di Interdonato assomigli in modo inquietante a quello del ritratto attraverso l\u2019atto intellettivo del sorriso, ma anche che il ritratto stesso ha le sue \u201cpiaghe\u201d, i suoi tagli diacritici parricidi che le pieghe di Interdonato suggeriscono sottilmente. Nell\u2019antefatto leggiamo che il ritratto \u201crisulta un poco stroppiato per due graffi a croce proprio sul pizzo delle labbra sorridenti del personaggio effigiato\u201d. La figura che sfregia il ritratto \u00e8 Catena Carnevale, la quale \u201cgli inferse due colpi col punteruolo d\u2019agave che teneva per i buchi sul lino teso del telaio da ricamo\u201d (127). Il termine \u201ccolpi\u201d ripete il \u201ccolpo\u201d di Dante. L\u2019atto dello sfregio di Catena \u00e8, in realt\u00e0, un atto creativo di significazione. Sfigura il ritratto perch\u00e9 il suo sorriso \u00e8 insopportabile, ma \u00e8 solo verso la conclusione del romanzo che si intravede un vero senso dell\u2019atto apparentemente distruttivo di Catena. Mandralisca non \u00e8 pi\u00f9 l\u2019allievo di Interdonato, semmai i ruoli si sono invertiti, e dopo aver assistito ai fatti di Alcara Li Fusi scrive da una posizione di conoscenza. Il ritratto di Antonello \u00e8 stato posto a significare qualcosa di quasi perfetto, irraggiungibile, delicatamente equilibrato. Il rischio che possa mutare \u00e8 segnalato nel primo capitolo: se non fosse stato per l\u2019equilibrio del sorriso \u201cquel volto sarebbe 14 . caduto nella distensione pesante della seriet\u00e0 e della cupezza, sull\u2019orlo dell\u2019astratta assenza per dolore\u201d, o diversamente \u201csi sarebbe scomposto, deformato nella risata aperta, sarcastica, impietosa o nella meccanica liberatrice risata comune a tutti gli uomini\u201d (144). Alla fine del romanzo Mandralisca capisce vero significato del sorriso, e lo fa assistendo alla mutazione del \u201csorriso\u201d in \u201criso\u201d attraverso la luce tremolante della candela. Mandralisca afferma che \u201cil riso dell\u2019Ignoto, a me davanti, al tremolio del lume, da lieve e ironico mi parve si svolgesse in greve, sardonico, maligno\u201d (221). Apprendendo improvvisamente gli aspetti negativi del sorriso, Mandralisca \u00e8 finalmente in grado di interrogare i portatori del sorriso, incluso s\u00e9 stesso, e di capire intuitivamente perch\u00e9 Catena ha sfregiato il ritratto: Ho capito perch\u00e9 la vostra fidanzata, Catena Carnevale, l\u2019ha sfregiato, proprio sul labbro appena steso in quel sorriso lieve, ma pungente, ironico, fiore d\u2019intelligenza e sapienza, di ragione, ma nel contempo fiore di distacco, lontananza, [&#8230;] d\u2019aristocrazia, dovuta a nascita, a ricchezza, a cultura o al potere che viene da una carica&#8230; Ho capito: lumaca, lumaca \u00e8 anche quel sorriso! (219) Questo momento di epifania segnala la coscienza risvegliata del protagonista di Consolo. Il sorriso, al di l\u00e0 del suo appello alla ragione e all\u2019ironia, al di l\u00e0 dell\u2019etico e dell\u2019intellettuale, \u00e8 anche il sorriso di classe che si autoalimenta e si autoperpetua. La storia documentata \u00e8 scritta dalla prospettiva dei privilegiati. In definitiva, \u00e8 il sorriso che sorride al sorriso, un subrisus purus curiosamente beckettiano, chiuso e impassibile di fronte alle proprie responsabilit\u00e0, alla propria incapacit\u00e0 di riconoscersi nei sorrisi compiaciuti degli altri.15 Consolo scrive: Ha un altro significato ancora quel ritratto, che molto bene ha colto Sciascia: \u2018Questo sfregio \u00e8 la storia di un parricidio\u2019 ha detto, referendosi allo sfregio che il ritratto ha sulle labbra. Lo sfregio \u00e8 fatto da un personaggio che muove tutto 16 il racconto, tutta l\u2019azione. La ragazza, un\u2019intellettuale, [\u2026] sfregia l\u2019uomo del ritratto al quale perfettamente somiglia il fidanzato. Il gioco delle somiglianze, circolare e chiuso, col ritratto vuol dire che dalla ragione si pu\u00f2 uscire dall\u2019alto con il disordine e il furore della fantasia creatrice.16 6. Testi e tessili Tra le metafore che sono state utilizzate per designare l\u2019attivit\u00e0 linguistica, la tessitura occupa un posto di primaria importanza. Gorni scrive che \u201cla metafora di testo, poetico o in prosa, principio istituzionale della nostra cultura scritta, [&#8230;] \u00e8 da considerare una gloriosa ex metafora\u201d.17 Sia come sia, l\u2019iscrizione di questa metafora nell\u2019attivit\u00e0 della scrittura \u00e8 molto rilevante per Consolo e ha dei paralleli danteschi. Catena Carnevale rappresenta la forza creativa femminile che agisce come antidoto alla \u201cragione\u201d maschile, simboleggiata dal ritratto. Il suo atto dello \u201csfregio\u201d \u00e8 infatti un atto di iscrizione sul palinsesto che \u00e8 la mappa letteraria siciliana. La radice della parola scripta, come in manoscritto, \u00e8 skeri, tagliare, separare, setacciare. Il verbo latino scribere significava incidere, scrivere. Lo sfregio di Catena \u00e8 in realt\u00e0 lo sfregio di Consolo. Ma Catena \u00e8 anche intimamente legata all\u2019idea di tessitura attraverso il ricamo. Il suo fidanzato Interdonato allude pi\u00f9 direttamente alla relazione tra la sua attivit\u00e0 tessile e quella della scrittura quando afferma che \u201cquanto al ricamo poi, dice che le serve per rilassare la nervosit\u00e0 e tirare al contempo il succo delle parole lette\u201d (165). La binomia Consolo\/Catena \u00e8 stata effettivamente suggerita nell\u2019antefatto. La fretta dello speziale nel vendere il ritratto a Mandralisca deriva dal suo desiderio di vedere sua figlia \u201cserena dietro il banco a ricamare, decifrare le ricette per cui aveva disposizione speciale (completava a batter d\u2019occhio iniziali, dipanava rabeschi girigogoli svolazzi, smorfiava linee puntini sospensivi&#8230;)\u201d (127). Il verbo \u201cdecifrare\u201d segnala la metafora e la descrizione delle sue capacit\u00e0 allude allo stile di scrittura unico di Consolo. Ma \u00e8 con la descrizione della \u201ctovaglia di seta ricamata\u201d raffigurante l\u2019Italia che emerge una  vera nozione di metapoetica consoliana: Aveva, s\u00ec, tutt\u2019attorno una bordura di sfilato, ma il ricamo al centro era una mescolanza dei punti pi\u00f9 disparati: il punto erba si mischiava col punto in croce, questo scivolava nel punto ombra e diradava fino al punto scritto. E i colori! Dalle tinte pi\u00f9 tenue e sfumate, si passava d\u2019improvviso ai verdi accesi e ai rossi sfacciati. Sembrava, quella tovaglia [&#8230;] ricamata da una invasa dalla furia, che con intenzione ha trascurato regole numeri misure e armonia, fino a sembrare forse che la ragione le fosse andata a spasso. (167-168) \u00c8 Consolo che si autolegge e si posiziona all\u2019interno della narrazione attraverso una metafora tessile, con Catena come suo doppio testuale, liminale 17 e riconoscibile per la sua assenza dalla narrazione vera e propria. La descrizione mette in atto le procedure specificamente consoliane dell\u2019innesto di intertesti sui propri, selezionando e affiancando lingue e dialetti diversi e spesso stridenti, e fondendo forme metriche nella sua prosa narrativa. L\u2019uso che Dante fa della metafora \u00e8 sia conservativo che radicale. Cacciaguida \u00e8 descritto come \u201ctacendo, si mostr\u00f2 spedita \/ l\u2019anima santa di metter la trama \/ in quella tela ch\u2019io le porsi ordita\u201d (Paradiso, XVII. 100-02). Tuttavia, \u00e8 con la \u201csozza imagine di froda\u201d, Gerione (Inferno, XVII. 7), il \u201cver ch\u2019ha faccia di menzogna\u201d (Inferno, XVI. 124) che l\u2019accoppiamento tessile\/testuale, attraverso le metafore nautiche, pu\u00f2 essere interpretato per diventare il testo stesso. La descrizione fisica di Gerione \u00e8 qui significativa: lo dosso e \u2018l petto e ambedue le coste dipinti avea di nodi e di rotelle. Con pi\u00f9 color, sommesse e sovraposte non fer mai drappi Tartari n\u00e9 Turchi, n\u00e9 fuor tai tele per Aragne imposte (Inferno, XVII.14-18) Ferrucci scrive che Gerione non rappresenta solo la frode quale categoria morale, ma anche come categoria estetica, ed \u00e8 anche \u201cla personificazione della menzogna poetica\u201d.18 La fusione di metafore nautiche e aeronautiche per rendere il movimento prefigura certamente l\u2019ulissiaco \u201cde\u2019 remi facemmo ali al folle volo\u201d (Inferno, XXVI, 125), e suggerisce il viaggio poetico di Dante e il testo stesso. La descrizione di Gerione \u00e8 un emblema della testualit\u00e0, intimamente legata al tema del viaggio e dei rischi concomitanti della sua stessa impresa, incarnata nel \u201cfolle volo\u201d di Ulisse. Tale auto-figurazione metapoetica nella Commedia \u00e8 messa in atto attraverso il ripetuto ricorso alla metafora nautica di Dante per il poema: \u201cPer correr miglior acque alza le vele \/ omai la navicella del mio ingegno, \/ che lascia dietro a s\u00e9 mar s\u00ec crudele\u201d (Purgatorio, I. 1-3). Il romanzo di Consolo inizia riguardando un mare altrettanto crudele, pieno di pericoli. I \u201cverdi accesi\u201d e i \u201crossi sfacciati\u201d della tela ricamata di Catena richiamano i colori dei fani nella seconda fra18 F. Ferrucci, Il poema del desiderio, Milano, Leonardo, 1990, p. 99. se del romanzo: \u201cI fani sulle torri della costa erano rossi e verdi\u201d (129), e stanno quindi per il testo. I momenti esordiali del testo di Consolo contengono altri momenti danteschi. La stessa visione difettosa del protagonista \u00e8 circoscritta dalla \u201cfioca luce\u201d della lanterna, ricordando il \u201cfioco lume\u201d (Inferno, III. 75) della visione di Dante e prefigurando l\u2019arrivo della versione di Consolo di \u201cchi per lungo silenzio parea fioco\u201d (Inferno, I. 163). Ogni dubbio su questi echi danteschi \u00e8 dissipato dal volo di Mandralisca nel regno pseudo-storico-fantastico. Qui l\u2019elencazione dei toponimi fa s\u00ec che la mente del personaggio salti indietro nei secoli dove \u201cAl castello de\u2019 Lancia, sul verone, madonna Bianca sta nauseata. Sospira e sputa, guata l\u2019orizzonte. Il vento di Soave la contorce. Federico confida al suo falcone\u201d (128). Il passaggio si riferisce enigmaticamente all\u2019imperatore Federico II e alla signora Bianca Lancia di Monserrato, i genitori di Manfredi. Il \u201cvento di soave\u201d \u00e8 la pi\u00f9 eclatante delle allusioni a Dante innestate da Consolo: \u201cQuest\u2019\u00e8 la luce de la gran Costanza \/ che del secondo vento di soave \/ gener\u00f2 \u2018l terzo e l\u2019ultima possanza\u201d (Paradiso, III.118-20). Inoltre, l\u2019uso della forma arcaica \u201cguata\u201d ricorda certamente la prima similitudine della Commedia: E come quei che con lena affannata, uscito fuor del pelago a la riva, si volge a l\u2019acqua perigliosa e guata, cos\u00ec l\u2019animo mio, ch\u2019ancor fuggiva, si volse a retro a rimirar lo passo che non lasci\u00f2 gi\u00e0 mai persona viva (Inferno, I. 22-27) Il dantismo di Consolo, quindi, mostra allusioni incorporate e citazioni aperte; Dante \u00e8 una presenza sommersa e uno strumento significativo nella figurazione della sua narrazione. Questo \u201cromanzo chiocciola\u201d riverbera echi e motivi lontani. In definitiva, la presenza di Dante nella narrazione di Consolo \u00e8 quella \u201cvoce di mare\u201d che riemerge \u201cdal profondo\u201d, e \u201ceco di eco che moltiplicandosi nel cammino tortuoso e ascendente per la bocca si sperdea sulla terra e per l\u2019aere della corte, come la voce creduta prigioniera nelle chiocciole\u201d (236). <br><br> <em>Giugno 2022 Editora Comunit\u00e0 Rio de Janeiro \u2013 Brasil<\/em> <br><br>***<br> <em>1 V. Consolo, Il sorriso dell\u2019ignoto marinaio, in V. Consolo, L\u2019opera completa, a cura di G. Turchetta, Milano, Mondadori, 2015, p. 236. Tutte le citazioni delle opere di Consolo sono tratte da quest\u2019edizione.  8 M. Sinibaldi, La lingua ritrovata: Vincenzo Consolo, \u201cLeggere\u201d, 2, 1988, pp. 12. 9 Indubbiamente, Consolo consult\u00f2 inoltre L. Vasi, Delle origini e vicende di San Fratello, in \u201cArchivio Storico Siciliano\u201d, Nuova serie, VI, 1881, pp. 239-331; B. Rubino, Folklore di San Fratello, Palermo, Libreria Inter A, Reber, 1914; F. Piazza, Le colonie e i dialetti lombardo-siculi: Saggio di studi neolatini Catania, Vincenzo Giannotta, 1921. 10 L. Vigo, Canti popolari siciliani, raccolti e illustrati, Catania, Tip. Accademia Gioenia di G. Galatola, 1857, p. 55. 11 L\u2019enfasi nell\u2019originale. L. Vigo, Sui canti Lombardi \u2013 Al Cav. Giovenale Vegezzi Ruscalla, \u201cLa Sicilia\u201d, Aprile, 1868. Ristampato in L. Vigo, Raccolta amplissima di canti popolari siciliani (Ristampa anastatica dell\u2019edizione di Catania, 1870-74), Bari, Arnaldo Formi, 1974, p. 126. <br> John Freccero, The Poetics of Conversion, p. 199. 15 Samuel Beckett, Watt, Londra, John Calder, 1963, p. 47  16 V. Consolo, Fuga dall\u2019Etna: La Sicilia e Milano, la memoria e la storia, Roma, Donzelli, 1993, p. 58. 17 G. Gorni, La metafora del testo, in \u201cStrumenti critici\u201d, 38: 1979, pp. 18-32 (p. 18). Si veda inoltre P. Zumthor, Testo e testura: l\u2019interpretazione delle poesie medievali, in \u201cStrumenti critici\u201d, 7: 1968, pp. 349-63. <\/em><br> <\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Daragh O\u2019Connell E Virgilio\u2026Ma che dico? 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