{"id":27,"date":"2003-12-04T14:52:49","date_gmt":"2003-12-04T14:52:49","guid":{"rendered":"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=27"},"modified":"2022-07-07T13:19:05","modified_gmt":"2022-07-07T13:19:05","slug":"la-nebbia-gravava-sulla-citta-cancellando-le-guglie-del-duomo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=27","title":{"rendered":"La nebbia gravava sulla citt\u00e0 cancellando le guglie del Duomo"},"content":{"rendered":"<p><a href=\"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2015\/06\/10947259_10205813487686608_4553638532405857203_n.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\" size-medium wp-image-28 alignleft\" src=\"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2015\/06\/10947259_10205813487686608_4553638532405857203_n-300x199.jpg\" alt=\"10947259_10205813487686608_4553638532405857203_n\" width=\"300\" height=\"199\" srcset=\"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2015\/06\/10947259_10205813487686608_4553638532405857203_n-300x199.jpg 300w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2015\/06\/10947259_10205813487686608_4553638532405857203_n.jpg 526w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a><\/p>\n<p>La nebbia gravava sulla citt\u00e0 cancellando le guglie del Duomo, le cime imbandierate delle impalcature della Galleria, la cella campanaria di S. Ambrogio, la cupola di S. Maria delle Grazie, la sestiga sopra l\u2019Arco della Pace; s\u2019addensava tra gli ippocastani ed i tigli del Parco, e dai Giardini, scivolava le acque dei Navigli. Era una giornata di novembre del 1872, una di quelle giornate milanesi d\u2019autunno in cui chi approda in citt\u00e0 per la prima volta, chi approda dal Sud rimane meravigliato \u2013 guardando in alto \u2013 che il sole velato e docile possa essere fissato ad occhio nudo al pari di una rossastra luna notturna.<\/p>\n<p>In quella giornata di novembre arrivava a Milano un Siciliano di nome Giovanni Verga. Aveva abbandonato da parecchio gli studi di giurisprudenza e aveva deciso, aiutato dalla madre Caterina Di Mauro, di trasferirsi in Continente per dedicarsi alla letteratura.<br \/>\nCerto, non \u00e8 che la sua esclusiva professione di letterato, di scrittore, per uno che usciva da una famiglia borghese o di piccola nobilt\u00e0 appena benestante, non fosse avventurosa; ma crediamo che la famiglia Verga avesse approvato la decisione del figlio perch\u00e9 c\u2019era stato il precedente di Domenico Castorina, loro cugino, poeta e romanziere, mandato in altitalia a spese del comune di Catania per completare e pubblicare un poema in versi. C\u2019era forse anche la suggestione del locale mito artistico per eccellenza, del \u201ccigno di Catania\u201d Vincenzo Bellini, che in Continente aveva raggiunto fama e gloria; e poi Giovanni, precoce come Bellini, aveva dato gi\u00e0 buona prova del suo talento e della sua passione letteraria: aveva scritto a 15 anni il suo primo romanzo \u201cAmore e Patria\u201d, a 20 \u201c I carbonari della montagna\u201d, a 23 \u201cSulla laguna\u201d.<br \/>\nMilano non era la prima tappa a nord di Verga; c\u2019era stato gi\u00e0 un soggiorno di sei anni a Firenze dove si era trasferito nel 1865; Firenze, nuova capitale politica del Regno e vecchia capitale letteraria e linguistica d\u2019Italia. In questa Firenze splendida e suggestiva per un giovane provinciale ambizioso e determinato, Verga abbandona i temi storici e patriottici dei primi romanzi per avventurarsi in quelli amorosi, passionali e mondani. A Firenze, sono ora infatti ambientate \u201cEva\u201d, \u201cTigre reale\u201d ed \u201cEros\u201d. Ma subito, come punto dalla nostalgia, abbandonati i salotti, i concerti, le passeggiate in carrozza alle cascine, ritorna in Sicilia, a Vizzini, alla sua viva memoria di adolescente, al ricordo di una fanciulla timida, triste, malaticcia, chiusa in un convento come una capinera in gabbia, con il romanzo che gli dar\u00e0 la notoriet\u00e0 e gli far\u00e0 da biglietto da visita per il suo ingresso nel mondo e nella mondanit\u00e0 milanese. La \u201cStoria di una capinera\u201d e l\u2019esotismo del suo autore, giovane meridionale sottile ed elegante, olivastro e pallido, capelluto e baffuto, dall\u2019occhio color della lava, romantico e fatale insomma, fanno subito di Verga un personaggio di spicco nei salotti: nel salotto della contessa Maffei, della Castiglione, Cima, Ravizza, Gargano. \u201cLa prima volta che lo vidi fu a causa della Maffei, una domenica sera, e le due salette erano piene di signore, tra cui sei o sette giovani e belle, e queste lo circondavano in tal modo che io non potei appressarmi a lui\u201d; questo scrive Roberto Sacchetti. Il successo dello scrittore Siciliano con le donne scatener\u00e0 la gelosia feroce \u2013oltre che a un certo razzismo- di Carducci, il quale temeva che anche la sua amante Lidia fosse caduta vittima del fascino del \u201cbel tenebroso\u201d: un uomo che mette una brutta corona baronale sulla sua carta da visita, che si lascia dare falsamente del cavaliere, e che scrive un romanzo epistolare, e con tutto questo \u00e8 anche Siciliano, non pu\u00f2 che essere altro che un vigliacco, ridicolo, \u201cparv\u00e8nu\u201d. Ma contrariamente a quanto possa far credere quest\u2019ira schiumosa del vate d\u2019 Italia, e anche senza sposare la tesi di una misoginia verghiana sostenuta da Carlo Matrignani nell\u2019introduzione a Giovanni Verga dei \u201cDrammi intimi\u201d di Sellerio, ora Verga non \u00e8 un personaggio brancatiano, non \u00e8 un \u201cPaolo il caldo\u201d che dissipa il suo tempo e il suo talento passando ossessivamente da una aventura amorosa ad un\u2019altra, \u00e8 un metodico e intransigente lavoratore che concede ai riti mondani solo le poche ore di libert\u00e0. Dalla sua prima dimora in piazza della Scala, e di qui alle sue successive dimore in via Principe Umberto e Corso Venezia, muoveva per andare al \u201cCova\u201d, al \u201cBiffi\u201d, alla \u201cScala\u201d per passare la serata in uno dei salotti alla moda, per fare le sue passeggiate per le vie del centro. Di una eleganza un po\u2019 troppo puntigliosa nel suo \u201ctight\u201d, nella sua marsina, forse eccessivamente inamidata nella forma, non frequentava certo l\u2019osteria del \u201cPolpetta\u201d di via Vivaio, il ritrovo degli \u201cScapigliati\u201d, anche se con alcuni di questi aveva stretto rapporti di amicizia. Ma, come sempre capita agli immigrati, sono i conterranei che pi\u00f9 frequenta il Verga: quella piccola colonia di Siciliani formata da Onofrio, Farina, Auteri, Navarro della Miraglia, Scontrino, Avellone, a cui si aggiunger\u00e0 poi Capuana, che il Verga con incessanti lettere aveva convinto a trasferirsi a Milano: \u201cTu hai bisogno di vivere alla grand\u2019aria come me, e per noialtri infermi di nervi e di mente la grand\u2019aria \u00e8 la vita di una grande citt\u00e0, le continue emozioni, il movimento, la lotta con noi e con gli altri, se vuoi, pur cos\u00ec&#8230;; tutto quello che senti ribollire dentro di te irromper\u00e0 improvviso, vigoroso, fecondo, appena sarai in mezzo ai combattenti di tutte le passioni e di tutti i partiti; cost\u00e0 tu ti atrofizzi\u201d cos\u00ec scrive nel \u2019 74 Verga al suo pi\u00f9 caro amico e confratello. Scrive cos\u00ec il Verga che certo vuole strappare dalla provincia il Capuana, sottrarlo alle divagazioni e dissipazioni che gli impegni politici e privati imponevano allo scrittore di Mineo; ma crediamo che, dopo due anni di soggiorno milanese, sente come il bisogno \u2013 di fronte a quella realt\u00e0, nell\u2019affrontare quella vita che vertiginosamente cambiava sotto i suoi occhi \u2013 di un compagno di strada, di un amico fidato, con cui discutere per potere capire. \u201cSi Milano \u00e8 proprio bella, amico mio, e qualche volta c\u2019\u00e8 proprio bisogno d\u2019una tenace volont\u00e0 per resistere alle sue seduzioni e restare al lavoro\u201d, aveva scritto al Capuana. Ma era soltanto della Milano quando Verga vi giunse nel \u2018 72?<br \/>\nNel \u2019 72 Milano contava 250.000 abitanti; era una citt\u00e0 in pieno fermento industriale ed edilizio. Gli opifici della seta e dei latticini, della pasta, della gomma e di altri prodotti ammodernavano i propri impianti. La ditta Pirelli &amp; C, fondata dal ventiquattrenne ingenier Giovanni Battista Pirelli, inaugurava la sua fabbrica per la produzione di oggetti in gomma plastica e guttaperca. Dalla nuova Stazione Centrale partivano le linee per il Veneto, il Piemonte, la Toscana, la Liguria, l\u2019Emilia, il Lazio e gi\u00f9 fino alle Marche. La citt\u00e0 in fermento aveva anche bisogno di ristrutturarsi e di espandersi: si sistema poi la piazza del Duomo; erano gi\u00e0 stati iniziati i lavori per la Galleria la cui esecuzione, affidata ad una societ\u00e0 inglese, era diretta dall\u2019architetto Mengoni che in bombetta e spolverino si faceva fotografare sulle impalcature. Da quelle impalcature il povero Mengoni poi, accidentalmente precipiter\u00e0 trovando la morte. Il duca Melza d\u2019Eril offre al comune una vasta area per nuovi palazzi fuori Porta Nuova. A Porta Ticinese sorge una nuova stazione sussidiaria, e sorgono anche case operaie in via Solforino e Montebello. Il 4 settembre 1872 veniva inaugurato in piazza della Scala il monumento a Leonardo da Vinci. Nello stesso anno era stato aperto al pubblico il Teatro \u201cDal Verme\u201d, quel teatro \u201cDal Verme\u201d dove si dar\u00e0 poi la \u201cprima\u201d della Cavalleria rusticana. Sempre nel \u2018 72 si organizzano a Roma e Torino congressi di sezioni e federazioni operaie aderenti all\u2019Internazionale dei Lavoratori.<br \/>\nCominciavano tra il \u2018 75 e il \u2018 76 le inchieste in Sicilia promosse dal Parlamento e condotte da studiosi come Fianchetti e Sonnino, da giovani colti e disinteressati, come dice Capuana nel saggio \u201cLa Sicilia e il brigantaggio\u201d. Dalla Sicilia arrivavano dalle delegazioni dei prefetti le notizie pi\u00f9 preoccupanti sulla mafia, sulle condizioni dei contadini e degli zolfatari; dell\u2019inchiesta Fianchetti e Sonnino, quello che aveva colpito di pi\u00f9 la opinione pubblica era stato il capitolo supplementare dal titolo \u201cIl lavoro dei fanciulli nelle zolfare Siciliane\u201d; si alzava per la prima volta il velo su una terribile realt\u00e0 pressoch\u00e9 sconosciuta, e l\u2019Italia ne rimaneva inorridita. Anticipando qu\u00ec in tanto un nostro assunto \u2013 di cui diremo pi\u00f9 avanti \u2013 se \u201cNedda\u201d del \u2018 75 pu\u00f2 essere stata scritta dal Verga sulla spinta di un bisogno di un ritorno sentimentale in Sicilia, in una Sicilia contadina sepolta nella memoria, vista e conosciuta nella sua verit\u00e0 negli anni dell\u2019adolescenza, possiamo ipotizzare che \u201cJeli il pastore\u201d e \u201cRosso malpelo\u201de \u201cVita dei campi\u201d dell\u2019 80 siano stati dettati dalla presa di coscienza di un\u2019altra Sicilia, attraverso lo specchio delle sopradette inchieste? Presa coscienza dell\u2019assoluta naturalit\u00e0 dell\u2019intatto mondo ultraliminare, presociale del tredicenne guardiano di cavalli di Tepidi e di Jeli, della disumana, terrifica, quasi onirica, quasi metafisica condizione cunicolare, labirintica del capomonte Malpelo; l\u2019una e l\u2019altra tanto simili alle condizioni dei contadini e dei \u201ccarusi\u201d delle zolfare di Franchetti e Sonnino.<br \/>\nMa andiamo con ordine; ritorniamo a Milano, ritorniamo alla profonda trasformazione, al fermento di innovazione in campo industriale, sociale, urbanistico di cui la societ\u00e0 \u00e8 preda a partire dal 1872, innovazione e trasformazione che trova il suo culmine e la sua massima espressione nell\u2019Esposizione Nazionale dell\u2019 81. Quell\u2019anno Verga abita in Corso Venezia, all\u2019angolo dei Bastioni di Porta Manforte, e l\u2019Esposizione si svolge vicino a casa sua da via Senato ai Bastioni di Porta Venezia, occupando il boschetto e i Giardini. Molti letterati che credono nel progresso inneggiano all\u2019Esposizione: Boito tiene una conferenza nel padiglione delle arti; alla Scala, durante i giorni dell\u2019Esposizione si rappresenta il \u201cBallo Excelsior\u201d, l\u2019opera Romualdo Marengo su libretto di Luigi Manzotti. I temi dei vari quadri del balletto sono: l\u2019Oscurantismo, la Luce, il Primo battello a vapore, i Prodigi dell\u2019invenzione, il Genio dell\u2019elettricismo, e via di queste immagini; il balletto si conclude con l\u2019inno alla Scienza al Progresso, alla Fratellanza, all\u2019Amore. Scrive Manzotti nella prefazione al libretto: \u201dVidi il monumento innalzato a Torino in gloria del portentoso traforo del Cenisio, e immaginai la presente composizione coreografica, e la titanica lotta del progresso contro il regresso, che io presento a questo intelligente pubblico, e la grandezza della civilt\u00e0 che vince, abbatte e distrugge per il bene dei popoli l\u2019Antico potere dell\u2019Oscurantismo che li teneva nelle tenebre del servaggio e dell\u2019ignominia\u201d: ce n\u2019era abbastanza\u2026 E anche se il simbolismo retorico dell\u2019 \u201cExcelsior\u201d, il suo ingenuo declamatorio ottimismo in un progresso al ritmo di mazurca non sono da paragonare alle \u201cmagnifiche sorti e progressive\u201d del Mariani, o al \u201cmigliore dei mondi possibili\u201d del Leibniz, avranno sicuramente suscitato nell\u2019animo di Verga reazioni o sentimenti simili a quelli espressi nel leopardiano pessimismo cosmico della \u201cGinestra\u201d, o nel volterriano scetticismo rappresentato con sprizzante ironia dal Candido. E non certo il solo, leggero Ballo Excelsior (ammesso che Verga l\u2019abbia visto rappresentato alla Scala), ma tutto quanto avveniva sotto i suoi occhi, l\u2019affacciarsi alla ribalta e prendere direzione e potere economico di una nuova intraprendente borghesia imprenditoriale, da una parte, dall\u2019altra, un organizzarsi e prendere parola di una plebe che si fa popolo, si fa mondo del lavoro e che antagonisticamente reclama e difende i suoi diritti. Non a Firenze ma a Milano gli si rivela tutto questo, nella Milano industriosa e laboriosa, capitale della scienza e della tecnica, gli si rivelano due mondi in movimento, due realt\u00e0 insieme complementari e in conflitto, che dai salotti nobiliari, dalle strade del lusso, dai luoghi conclamati dell\u2019arte difficilmente si potevano scorgere; e neanche si intravedevano dalle crepuscolari patetiche portinerie, dai bastioni, dai viali, dalle gallerie, dai veglioni alla Scala, dalle osterie, da tutti i luoghi frequentati da dimesse e rassegnate sartine, commesse, doganieri, servette, soldati, ballerine, da tutte le persone che \u201cnon sbraitano, non stampano giornali, non si mettono in prima fila nelle dimostrazioni\u201d (questo \u00e8 un brano tratto da \u201cPer le vie\u201d, un racconto intitolato \u201cPiazza della Scala\u201d di Verga). A Milano si rivelano al Verga delle nuove storie, gli si rivela una nuova storia di cui non ha cognizione, memoria, linguaggio e di fronte alla quale si ritrae sbigottito, si ritrae da questo capitalismo inventivo e intraprendente per rifugiarsi nell\u2019arcaico capitalismo terriero e feudale della sua Sicilia.<br \/>\nNasce a questo punto nello scrittore il bisogno di risalire alle origini e risuscitare le memorie pure della sua infanzia e riprendere contatto con la sua terra, alla quale egli ritornava con l\u2019animo del figliol prodigo, come all\u2019unico bene che ancora gli rimanesse intatto e solido dopo tanta dissipazione.<br \/>\nBen vicino e tangibile, eppure indecifrabile e remoto come un miraggio, come l\u2019ideale oggetto di una suprema e gi\u00e0 disperata nostalgia\u201d scrive Natalino Sapegno. Un mondo intatto e solido fuori dalla storia, e in contrasto, nel suo movimento circolarmente chiuso, con l\u2019illusione del cammino progressivo della storia. Recupera quindi il suo mondo, Verga, memorialmente e soprattutto linguisticamente, con una lingua che appartiene al mondo narrato e anche al soggetto narrante, che poi significa \u2013 per la teoria dell\u2019impersonalit\u00e0 di Verga \u2013 al mondo che si narra da s\u00e9. Una lingua che non \u00e8 matericamente e naturalisticamente la sua lingua dialettale, ma un italiano irradiato di sentimento e di ideologia dialettale, una lingua periferica in conflitto con la lingua centrale: conflitto da cui nasce la poesia, come dici Luigi Russo. Non finiremo mai di ringraziare gli ingegneri e gli industriali milanesi che, con il loro attivismo ed il loro progressismo, ci hanno restituito uno scrittore della grandezza del Verga; gli stessi ingegneri e industriali, la stessa borghesia milanese, che in anni pi\u00f9 recenti, ci dar\u00e0 uno scrittore come Carlo Emilio Gadda.<br \/>\nL\u201981, storica data dell\u2019Esposizione Nazionale e della pubblicazione dei \u201cMalavoglia\u201d, non \u00e8 l\u2019anno della caduta di Verga da cavallo sulla via di Damasco, o sui viali del parco di Monza; la conversione naturalmente ha radici pi\u00f9 profonde, comincia a serpeggiare da epoche remote, dal \u201974 almeno, dall\u2019anno di pubblicazione di \u201cNedda\u201d, e ancora dal \u201975, quando Verga pubblica sull\u2019Illustrazione Universale di Emilio Treves, in quattro puntate, una strana novella, un racconto gotico, nero: \u201cStorie del Castello di Trezza\u201d; quel racconto \u00e8 affatto giovanile, primitivo, \u00e8 vecchio di gi\u00e0; \u201c\u00e8 un mio vecchio peccato di giovent\u00f9, quella novella\u201d scriver\u00e0 Verga al suo traduttore Edoardo Rod e aveva a quell\u2019epoca 35 anni e una solida fama di scrittore; in quella brutta novella Verga si scopre a guardare gi\u00f9 da sopra gli spalti del Castello di Trezza, il mare ed il paese di Acitrezza; guarda attraverso Donna Violante, uno dei personaggi del racconto: \u201cil mare era levigato e lucente, i pescatori sparsi per la riva o aggruppati davanti agli usci delle loro casupole chiacchieravano della pesca e del tonno e della salatura delle acciughe; lontano lontano, perduto fra la bruma distesa, si udiva a intervalli un canto monotono e orientale; e sorprese s\u00e9 stesa, lei cos\u00ec in alto nella fama dorata di quella dimora signorile, ad ascoltare con singolare interesse i discorsi di quella gente posta cos\u00ec in basso, ai piedi delle sue torri; poi guard\u00f2 il vano nero di quei poveri usci, il fiammeggiare del focolare, il fumo che svolgevasi lento lento dal tetto.\u201d Siamo qui ad una vera propria epifania, ad un \u201cintroibo\u201d, e qui forse bisognerebbe &#8211; dopo aver raffrontato questo Castello di Trezza con la torre di Sandycove sulla spiaggia all\u2019apertura dell\u2019Ulisse di Joyce, da cui parte l\u2019Odissea linguistica di Stephen Dedalus: \u201cintroibo ad altare Dei\u201d incomincia con sarcastica solennit\u00e0 il suo amico Mulligan-Cristostomo \u2013 soffermarsi sulla posizione cos\u00ec in alto da cui si guarda al mondo degli umili e scoprire che Verga, nonostante la scientificit\u00e0 e l\u2019obiettivit\u00e0 del suo punto di vista, nonostante l\u2019impersonalit\u00e0 del risultato, non sfugge a quanto Natalino Sapegno dice dei veristi: \u201cIl verista italiano rimane in sostanza il gentiluomo che si piega a contemplare con piet\u00e0 sincera ma un tantino condiscendente la miseria materiale e morale in cui le plebi sembrano immerse senza speranza in un prossimo futuro\u201d; sono insomma, i veristi italiani secondo Sapegno, tutti afflitti dal complesso del \u201csignor Marchese con&#8230; asterischi\u201d del XXVIII capitolo dei Promessi Sposi, l\u2019erede di don Rodrigo che serve a tavola Renzo, Lucia, Agnese e la mercantessa, ma che non si abbassa a mangiare insieme a quella buona gente.<br \/>\nE\u2019 un serpeggiare, quello della conversione, con \u201cNedda\u201d e con \u201cStorie del Castello di Trezza\u201d, sotterraneo e subcoscenziale; ma dopo il suo sgorgare alla superficie con \u201cCavalleria Rusticana\u201d e con \u201cLa Lupa\u201d, ancora intrise nel loro impeto di pietre dialettali e di terriccio toscano, ecco che con \u201cFantasticheria\u201d siamo alla piena coscienza, siamo come al manifesto della nuova poetica, alla dichiarazione d\u2019intenti del suo futuro lavoro il quale raggiunger\u00e0 da l\u00ec a poco le vette di \u201cJeli il pastore\u201d e \u201cRosso Malpelo\u201d e si dispiegher\u00e0 nei due grandi poemi dei \u201cMalavoglia\u201d e di \u201cMastro don Gesualdo\u201d<br \/>\nCon l\u2019abbandono di Milano, col ritorno a Catania in quella sua casa di via S. Anna, tutto denunzia la volont\u00e0 dello scrittore di rimanere chiuso nella prigione di una rigorosa solitudine. Risalendo dal limite estremo della spiaggia, dai faraglioni del mare di Acitrezza, su verso le chiuse e le masserie di Vizzini, fino alle soglie dei palazzi nobiliari di Palermo, ripercorrendo tutti i livelli linguistici a noi noti, da quelli dei pescatori e dei contadini a quelli dei proprietari terrieri Siciliani, Verga sar\u00e0 incapace di andare oltre. Dalla frase musicale d\u2019attacco del primo romanzo del ciclo dei vinti \u201cUn tempo i Malavoglia erano stati numerosi come i sassi della strada vecchia di Trezza\u201d, all\u2019ultima tragica frase del Mastro don Gesualdo che si spezza in un crescendo come in un\u2019opera di Wagner \u201ctutto! Pigliatevi tutto! Lasciatemi stare! L\u2019Alia, la Canziria! Lasciatemi stare!\u201d Verga non sar\u00e0 pi\u00f9 capace di orchestrare, di modulare le frasi nei saloni del Palazzo palermitano del duca di Leira. Risentito e scontento, dissiper\u00e0 cos\u00ec il suo tempo a Catania, tra la casa e il Circolo dell\u2019Unione, la conduzione del giardino d\u2019agrumi di Novaluccello, le beghe giudiziarie, la cura e l\u2019amministrazione dei beni dei nipoti, la corrispondenza con Tina di Serdevolo e i periodici viaggi in Lombardia e in Svizzera; e si chiuder\u00e0 man mano in s\u00e9 stesso, in una solitudine e in un\u2019accidia senza rimedio. Dice sempre di lavorare alacremente alla \u201cDuchessa di Leira\u201d, ma pubblica i due bozzetti teatrali \u201cCaccia al Lupo\u201d e \u201cCaccia alla Volpe\u201d e pubblica anche, forse sulla spinta delle rivolte socialiste del \u201993 di contadini e zolfatari, in opposizione ad esse, \u201cDal tuo al mio\u201d, un dramma teatrale che poi diventer\u00e0 romanzo: il 2 settembre 1920 si rifiuter\u00e0 di presenziare, al Teatro Massimo di Catania, ai festeggiamenti in suo onore per l\u2019ottantesimo compleanno. Pirandello, in quella occasione, legger\u00e0 il suo celebre saggio sul grande scrittore catanese, e Verga l\u2019indomani andr\u00e0 a trovarlo in albergo per dirgli: \u201cperdonami, Luigi; a te tutta la mia gratitudine; ma dall\u2019Italia ufficiale non voglio onoranze\u201d. Diceva questo a quel Pirandello che, con precise disposizioni testamentarie, si sottrarr\u00e0 a sua volta, morendo, alle manifestazioni ufficiali che il regime fascista gli avrebbe con certezza tributato.<br \/>\nVerga muore nel gennaio del 1922 nella sua casa di Catania. L\u00ec si concludeva la vita di questo grande scrittore emigrato al Nord e ritornato nella terra da cui era partito, la vita del primo autore della letteratura Siciliana moderna che sente il bisogno di lasciare la periferia d\u2019Italia, d\u2019Europa, di lasciare l\u2019Isola e approdare a Milano, al centro \u201cideale\u201d, a quella che Salman Rushidie chiama la \u201cpatria immaginaria\u201d. Dopo e insieme a Verga \u00e8 il confr\u00e8re Luigi Capuana che approder\u00e0 a Milano nel 1887 e vi rimarr\u00e0 fino al 1880. Verga \u201cscrive\u201d Milano nelle dodici novelle di Per le vie, e scrive in un libro collettivo dal titolo Milano nella sua vita, nell&#8217;arte, nei suoi costumi e nell&#8217;industria (1896) un testo, I dintorni; e Capuana, nello stesso volume, appare il brano In Galleria.<br \/>\n\u00c8 Verga che terrorizza la necessit\u00e0 della &#8221; distanza &#8220;, della lontananza dalla Sicilia per scrivere della Sicilia. In una lettera del 1878 scrive a Capuana: &#8220;&#8230; da lontano, in questo genere di lavori, l&#8217;ottica qualche volta, quasi sempre, \u00e8 pi\u00f9 efficace d&#8217;artistica, se non pi\u00f9 giusta, e da vicino i colori sono troppo sbiaditi&#8230; &#8220;. Questa affermazione di Verga si pu\u00f2 costare a un&#8217;altra di Nikolaj Gogol\u2019: &#8221; io posso scrivere della Russia stando a Roma. Solo da l\u00ec essa si erge dinanzi in tutta la sua interezza, in tutta la sua vastit\u00e0 &#8220;.<br \/>\nNel 1918 arriva a Milano, proveniente da Roma, Giuseppe Antonio Borgese, arriva in una citt\u00e0 tutta imbandierata per le celebrazioni della vittoria della Grande Guerra. E sulla prima guerra mondiale e sul dopoguerra, Borgese, gi\u00e0 famoso per i suoi saggi letterari, scriver\u00e0 il romanzo Rub\u00e8 , che si svolge tra Milano, il Lago Maggiore, Roma e la Sicilia, la terra del protagonista Filippo Rub\u00e8. Scrive gi\u00e0 da anni, Borgese, sul Corriere della Sera, e a Milano insegna alla Accademia Scientifico-Letteraria; nel &#8217;26, sar\u00e0 creata per lui, all&#8217;universit\u00e0, la cattedra di estetica. Nel 1931, lo scrittore abbandoner\u00e0 Milano ed emigrer\u00e0 in America per ragioni politiche, per opposizione al fascismo. E in America pubblicher\u00e0, nel 1935, il libro Golia, marcia del fascismo. E in Golia ritorner\u00e0 a scrivere di Milano, delle ragioni culturali politiche per cui possa esser nato in questa citt\u00e0, nel paese un fenomeno come Mussolini, possa esser nato il fascismo. Racconta, fra l&#8217;altro, di una serata del gennaio del 1919 alla Scala, il cui il vecchio socialista Leonida Bissolati teneva una conferenza. Da un palco di proscenio, Mussolini insieme a Marinetti cominci\u00f2 a rumoreggiare, a disturbare la conferenza. Bissolati si ferm\u00f2 e guard\u00f2 verso quel palco e riconobbe Mussolini.<br \/>\n&#8221; Volse la testa verso gli amici che gli erano vicini e disse a bassa voce:&#8217; Quell\u2019uomo no!&#8217;. Quell&#8217;uomo invece da l\u00ec a tre anni, partendo da Milano, avrebbe compiuto la famosa marcia su Roma. Quell&#8217;uomo sarebbe stato accettato e osannato per vent&#8217;anni in questo nostro sciagurato Paese.<br \/>\nNel 1933 Elio Vittorini \u00e8 a Firenze, sua tappa, come quella di Verga, prima di trasferirsi a Milano, dove si stabilir\u00e0 definitivamente nel dicembre di quello stesso anno.<br \/>\n&#8221; Sai che \u00e8 la pi\u00f9 bella citt\u00e0 del mondo? Anzitutto \u00e8 citt\u00e0: quando si \u00e8 dentro si pensa che il mondo \u00e8 coperto di case&#8230; &#8221; Scrive all\u2019anglista Lucia Rodocanadi. Il siracusano Vittorini ha, nei confronti dell&#8217;industriosa e industriale Milano, un atteggiamento opposto a quello di Verga, rifiutandosi il ripiegamento nella passivit\u00e0 e rassegnazione di Verga, la sua visione metastorica, il suo &#8220;fatalismo\u201d, l&#8217;arcaico mondo contadino Siciliano. Milano \u00e8 per Vittorini la citt\u00e0 degli Illuministi, di Manzoni e di Cattaneo, la citt\u00e0 attiva, degli operai che hanno coscienza di \u201cclasse\u201d e un atteggiamento attivo nei confronti della storia, la citt\u00e0 dell&#8217;industria a misura d&#8217;uomo, il cui modello \u00e8 rappresentato da un imprenditore come Adriano Olivetti. \u201cScrive\u201d Milano, Vittorini, con Conversazioni in Sicilia, in cui il protagonista ed io narrante Silvestro, nel momento pi\u00f9 buio e tragico del Paese, dell&#8217;Europa, nel tempo del fascismo della guerra, in preda ad \u201castratti furori\u201d, lasciasi il suo lavoro di tipografo e compie, come Ulisse, il viaggio di ritorno, il nostos, nella terra natia, nella terra della madre, delle madri. Ma non rimane l\u00ec impigliato, li prigioniero, come il Don Giovanni in Sicilia di Brancati; dopo lo sprofondamento del luogo della memoria, ritorna ai suoi doveri di \u201ccompositore di parole\u201d, di scrittore, ai suoi doveri di uomo, di cittadino. Scrive la Milano della &#8216; 43, Vittorini, la Milano della guerra e della lotta antifascista con Uomini e no. E anche di societ\u00e0, di contesti democratici con La Garibaldina, Erica e i suoi fratelli, Il Sempione strizza l&#8217;occhio al Frejus, Le donne di Messina, Le citt\u00e0 del mondo&#8230; E c&#8217;\u00e8 ancora un altro grande Vittoriani \u201cmilanese\u201d, l&#8217;intellettuale e operatore culturale, il direttore di Riviste letterarie e politiche come Il Politecnico e Il Menab\u00f2, il direttore di collane letterarie come la Medusa, la Corona, e i Gettoni&#8230;<br \/>\nUn anno dopo Vittorini, nel &#8217;34, provenendo dalla Sardegna, si stabilisce a Milano il geometra del Genio civile, il poeta, cognato di Vittorini, Salvatore Quasimodo. Il lirico, il siculo-greco Quasimodo, \u00e8 costretto anche lui, per l&#8217;orrore della guerra, a lasciare la \u201cterra impareggiabile\u201d, l&#8217;isola della memoria, per scrivere di Milano, scrivere le liriche di Giorno dopo Giorno.<\/p>\n<p>\u201cE come potevamo noi cantare<br \/>\ncon il piede straniero sopra il cuore,<br \/>\nfra i morti abbandonati nelle piazze<br \/>\nsull&#8217;erba dura di ghiaccio, al lamento<br \/>\nd&#8217;agnello dei fanciulli, all&#8217;uomo nero<br \/>\ndella madre che andava incontro al figlio<br \/>\ncrocifisso sul palo del telegrafo?<br \/>\nAlle fronde dei salici, per voto,<br \/>\nanche le nostre cetre erano appese,<br \/>\noscillava arrivi al testamento\u201d.<\/p>\n<p>Cos\u00ec cantava con dolore e orrore il poeta civile Quasimodo. Cantava della Milano straziata dalla guerra, oltraggiata dal fascismo, della Milano\u201dinsudiciata\u201d, come ha scritto Alberto Savinio, dalla distruzione e dalla morte.<\/p>\n<p>\u201cInvano cercai tra la polvere,<br \/>\npovera mano, la citt\u00e0 \u00e8 morta.<br \/>\n\u00c8 morta: s\u2019\u00e8 udito l&#8217;ultimo rombo<br \/>\nsul cuore del naviglio&#8230;\u201d<br \/>\n( Milano, agosto 1943)<br \/>\nMilano 14 dicembre 2003<\/p>\n<p>Finita la carrellata sugli scrittori siciliani a Milano, mi si perdoni se parlo anche di me.<br \/>\nSono arrivato a Milano con l\u2019idea di una citt\u00e0 diversa da tutto il contesto italiano, la Milano dove abitavano Vittorini e Quasimodo, attratto dalla presenza di questi due scrittori.<br \/>\nC\u2019era gi\u00e0 allora una corrente di scrittori che migrava dalla Sicilia per approdare a Roma, io non pensavo a Roma perch\u00e9 era la citt\u00e0 del potere politico, io pensavo che la mia necessit\u00e0 di lasciare l\u2019estremit\u00e0, di lasciare l\u2019isola era naturalmente per Milano.<br \/>\nSono arrivato nel \u201851 per studiare all\u2019universit\u00e0, in una Milano con ancora tutte le ferite del secondo dopoguerra. Sono andato a studiare all\u2019Universit\u00e0 Cattolica, non per convinzioni di natura religiosa, ma perch\u00e9 il collegio universitario mi dava allora la possibilit\u00e0 di avere una stanza ed i pasti a 20mila lire al mese. C\u2019erano molti meridionali che approdavano allora a questa universit\u00e0, c\u2019erano molti che sarebbero diventati la futura classe dirigenziale italiana, c\u2019erano i fratelli De Mita, Gerardo Bianco futuro onorevole democristiano,&#8230;<br \/>\nIo stavo molto \u201cin periferia\u201d: sono stato un anno al collegio universitario, quando andai a salutare il direttore del pensionato, mi chiese se ero stato l\u00ec da loro, infatti io ero stato sempre defilato, mi interessavano altre cose, mi interessava la Milano culturale, la Milano di Vittorini. Invidiavo il mio compagno di universit\u00e0 Raffaele Crovi che era amico del figlio di Vittorini e frequentava casa Vittorini, io lo odiavo per questo suo privilegio e non osavo presentarmi in casa di Vittorini perch\u00e9 non avevo delle carte con cui presentarmi. Conobbi Vittorini poi molti anni dopo, nel \u201963, quando arrivai a Milano per la pubblicazione del mio primo romanzo presso Mondadori. Vittorini allora aveva un ufficio presso quella casa editrice e fui presentato.<br \/>\nDopo un anno di collegio mi trasferii nella pensione della signora Colombo che parlava solo in dialetto milanese, allora c\u2019era molta popolarit\u00e0 e dialettalit\u00e0 milanese.<br \/>\nOsservavo in quegli anni la piazza Sant\u2019Ambrogio che poi ho chiamato \u201cla piazza dei destini incrociati\u201d approdavano nella piazza schiere infinite portate dai tram senza numero dalla stazione centrale. Erano immigrati che arrivavano dal meridione, che approdavano in questa piazza perch\u00e9 c\u2019era allora il \u201ccentro orientamento immigrati\u201d. Io osservavo gli immigrati e mi ricordo quelli destinati alle miniere di carbone del Belgio, che dopo avere passato le visite mediche venivano gi\u00e0 equipaggiati con il casco la cerata e la lanterna, credo che questi 200 minatori furono poi vittime della tragedia di Marcinelle. Altri venivano mandati in Francia in Svizzera e via discorrendo.<br \/>\nIn questo edificio di piazza Sant\u2019Ambrogio vi era anche una caserma della Celere, e quindi si incrociavano i destini: da una parte gli studentelli privilegiati, dall\u2019altra i migranti, e poi i celerini dell\u2019onorevole Scelba, ed ad uno studentello come me poteva capitare di incontrare un mio compaesano.Incontrai Giacomino, un ragazzo del mio paese, con la divisa di poliziotto ed il manganello in mano pur essendo un ragazzo molto mite. Capitava di incontrare quelli che sarebbero stati mandati alla scuola sociale di Bologna per diventare onorevoli e classe dirigente democristiana italiana.<br \/>\nMi ero convinto in quegli anni di voler fare lo scrittore, i miei due vangeli erano stati \u201cCristo si \u00e8 fermato ad Eboli\u201d di Carlo Levi e \u201cConversazione in Sicilia\u201d di Vittorini, erano due poli di attrazione. Mi ero convinto che dovevo fare lo scrittore e che non potevo farlo se non in Sicilia: errore gravissimo, sono stato l\u00ec 11 anni e poi ho capito che non c\u2019era nulla da fare&#8230; Ho frequentato in quegli anni due personaggi antitetici per me entrambi molto importanti, uno era un poeta \u201cpuro\u201d Lucio Piccolo di Calanovella, cugino di Lampedusa, poeta straordinario, barocco di tipo mistico e spagnolo con riferimenti quali San Giovanni della Croce, dall\u2019altra parte Leonardo Sciascia. Viaggiavo fino a Caltanissetta dove allora abitava Sciascia e a Capo d\u2019Orlando dove abitava Lucio Piccolo, che mi diceva \u201cvenga pure a fare conversazione\u201d, ma per me la conversazione era una vera lezione di letteratura, che andavo a prendere da lui che era di una cultura sconfinata.<br \/>\nNel \u201868 ho fatto le valige in un giorno emblematico per ritornare a quella che ho chiamato \u201cla patria immaginaria\u201d, ritornando a Milano il 1 gennaio del \u201968. Mentre nel novembre del 52 avevo trovato la citt\u00e0 piena di nebbia, quel primo di gennaio la trovai piena di neve, allora nevicava a Milano, adesso non nevica pi\u00f9\u2026 Dovevo presentarmi al lavoro, avevo vinto un concorso e quella era la ragione per cui mi trasferivo, avevo bisogno di lavorare. Ho vissuto questa citt\u00e0 e mi sono sentito sempre milanese perch\u00e9 ho creduto in questa citt\u00e0 diversa dal contesto italiano, diversa dalla mia Sicilia, ma anche da Roma e da qualsiasi citt\u00e0 italiana.<br \/>\nL\u2019ho vista trasformarsi negli anni, con molta pena. Era la citt\u00e0 delle utopie e delle fantasie, che, come sempre, si frantumano contro gli scogli della realt\u00e0, sappiamo tutto quello che \u00e8 successo in questa citt\u00e0 e nel paese. Viviamo in una citt\u00e0 che nessuno di noi riesce ad accettare, diventata il simbolo della regressione e del degrado del nostro paese.<br \/>\nHo scritto un libro che si chiama \u201cRetablo\u201d, che descrive il desiderio ed il bisogno di allontanarsi da questa citt\u00e0 attraverso un personaggio che si chiama Fabrizio Clerici. E\u2019 un personaggio contemporaneo, ma con un cognome che gi\u00e0 appariva nel libro di Savinio \u201cAscolta il tuo cuore citt\u00e0\u201d che io ho trasferito nel Settecento. Fabrizio \u00e8 un pittore innamorato di una signorina che si chiamava Teresa Blasco, figlia di uno spagnolo e di una siciliana. Teresa e una donna molto bella, corteggiata dai giovanotti illuministi milanesi, dal Beccaria e da tanti altri in quel di Gorgonzola, dove la famiglia Blasco aveva la villa.<br \/>\nQuindi Fabrizio Clerici, non corrisposto nella sua passione amorosa decide di compiere un viaggio nella terra della donna che lui ama, cio\u00e8 nella Sicilia. Viaggio romantico alla ricognizione di una Sicilia ideale del Settecento, dove come tutti i viaggiatori romantici si cerca di vedere l&#8217;Arcadia, la Grecia, ma la Grecia non c&#8217;\u00e8 pi\u00f9 in Sicilia, esiste l\u2019infelicit\u00e0 sociale, che esisteva anche nel Settecento, i conflitti, il banditismo, l\u2019ignoranza, le malattie\u2026 Fabrizio apre gli occhi come uomo coscenziale e vede la realt\u00e0 che non conosceva e rimane coinvolto, anche linguisticamente in questo suo viaggio attraverso la Sicilia classica.<br \/>\nPoi ho esplicitato il disamore e la disillusione nei confronti di Milano in un libro pi\u00f9 recente che si chiama \u201cLo Spasimo di Palermo\u201d, che rappresenta non solo lo spasimo di Palermo, ma lo spasimo anche di Milano e dell\u2019intero paese. Il romanzo comincia con un flash back che dal secondo dopoguerra ci porta fino al 1992; il protagonista \u00e8 uno scrittore che si chiama Gioachino Martinez, il quale aveva scelto Milano per sfuggire all\u2019orrore e alla violenza siciliana, era approdato a Milano quale sua citt\u00e0 ideale ed anche qui, dopo anni di consolazione, trova violenza e trova orrore, terrorismo e degrado culturale. Decide di tornare a Palermo dove ancora trover\u00e0 violenza e morte. Il paese \u00e8 ormai omologato e non c\u2019\u00e8 pi\u00f9 una Itaca, un luogo dove tornare, per nessuno di noi in questa societ\u00e0. Le citt\u00e0 ideali si sono frantumate sotto i nostri occhi e l\u2019Itaca che abbiamo lasciato durante la nostra assenza \u00e8 stata distrutta ed \u00e8 stata conquistata dai Proci, oggi viviamo in un mondo di Proci, in un mondo di orrore dove niente pi\u00f9 \u00e8 accettabile.<br \/>\nVoglio ricordare una pagina di addio a Milano, sullo schema dell\u2019addio manzoniano, dello scrittore Gioacchino Martinez:<\/p>\n<p>\u201cNessuna pena no, nessun rimpianto a lasciare dopo anni quell\u2019approdo della fuga, quell\u2019 asilo della speranza, antitesi al marasma, cerchia del rigore, probit\u00e0, orgoglio popolare, civile convivenza, magnanimit\u00e0 e umore, tolleranza. Illusione infranta, amara realt\u00e0, scacco pubblico e privato, castello rovinato, sommerso dall\u2019acque infette, dalla melma dell\u2019olona, dei navigli, giambellino e lambro oppressi dal grigiore, dallo scontento, scala del corrotto melodramma, palazzo della vergogna, duomo del profitto, basilica del fanatismo e dell\u2019intolleranza, banca dell\u2019avventura e dell\u2019assassinio, fiera della sartoria mortuaria, teatro della calligrafia, stadio della merce e del messaggio, video dell\u2019idiozia e della volgarit\u00e0.<br \/>\nCitt\u00e0 perduta, citt\u00e0 irreale, d\u2019ombre senz\u2019ombra che vanno e vanno sopra ponti, banchine della darsena, mattatoi e scali, sesto e cinisello disertate, tecnologico ingranaggio, dallas dello svuotamento e del metallo. Addio.\u201d<\/p>\n<p>\u201cAddio ai campanili in cotto, alla romanica penombra, a Chiaravalle, a Morimondo. Addio alla casa di Manzoni, a San Fedele, all\u2019alto marmo nel centro del Famedio. Alle vie verghiane, alla gaddiana chiesa di san Sempliciano. Allo Sposalizio della Vergine, emblema saviniano della citt\u00e0 chiusa di Milano, del suo equilibrio, e della sua utile mediocrit\u00e0. Addio a Brera di Beccaria e Dossi, addio a Porta a Tessa Quasimodo Sereni, al Montale del respiro vasto della bufera, dei meriggi assorti, degli orti, dei muri di salino costretto nella depressione della pianura, nel dorato cannello dell\u2019imbuto cittadino. Alla casa dei fervori e dei furori di Vittorini, delle utopie infrante e dei lirici abbandoni. Al rifugio in Solferino dove Sciascia pat\u00ec la malattia, sua del corpo e insieme quella mortale del Paese. Addio alla Vetra, al Mora e al Piazza, alla Banca del tritolo e della strage, all\u2019anarchico innocente steso a terra come il Cristo del Mantegna, ai marciapiedi insanguinati, alle vite straziate di giudici civili militari studenti giornalisti\u2026Amaro a chi scompare. Qui \u00e8 la babele, il chiasso, la caverna dell\u2019inganno, il loto dell\u2019oblio, l\u2019Eea dei filtri della mutazione, del grugnito inverecondo\u2026\u201d<\/p>\n<p><em>l&#8217;emigrazione impossibile. In leggere Milano collana dell&#8217;edizione unicopli Le citt\u00e0 letterarie, dicembre 2006.<\/em><br \/>\n<em>Conferenza tenutasi nell&#8217;aula magna dell&#8217;universit\u00e0 statale di Milano il 4<\/em><br \/>\n<em>dicembre del 2003.<\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La nebbia gravava sulla citt\u00e0 cancellando le guglie del Duomo, le cime imbandierate delle impalcature della Galleria, la cella campanaria di S. Ambrogio, la cupola di S. Maria delle Grazie, la sestiga sopra l\u2019Arco della Pace; s\u2019addensava tra gli ippocastani ed i tigli del Parco, e dai Giardini, scivolava le acque dei Navigli. 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