{"id":2694,"date":"2003-05-08T15:47:00","date_gmt":"2003-05-08T15:47:00","guid":{"rendered":"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=2694"},"modified":"2024-04-04T13:24:17","modified_gmt":"2024-04-04T13:24:17","slug":"madre-coraggio","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=2694","title":{"rendered":"Madre Coraggio"},"content":{"rendered":"\n<p>Vincenzo Consolo<\/p>\n\n\n\n<p>\u00c8\naccovacciata sul marciapiede sconnesso, le gambe incrociate sotto l\u2019ampia gonna\ncolorata, il fazzoletto bian\u00adco in testa. Ha davanti a s\u00e9 una cesta piena di\nmazzetti di ne\u00adpitella, la mentuccia che spontaneamente cresce nei luo\u00adghi\nselvatici. Con un rapido gesto della ruvida mano na\u00adsconde sotto la gonna il\nfalcetto. Con quello, chiss\u00e0 in qua\u00adle ora antelucana \u00e8 andata su per i colli\nrocciosi e desertici intor\u00adno a Ramallah per raccogliere quell\u2019erba aromatica,\nil cui infuso rinfresca le viscere e insieme allontana svariati ma\u00adlanni, calma\ni nervi, toglie ansie, paure. Quella conta\u00addi\u00adna imponente, dalla faccia\nindurita da calure e da geli, de\u00adve essere una madre che mantiene i figli\nvendendo ne\u00adpitelle, vendendo cicorie, cardi, carciofi selvatici. Mi fa venire\nin mente la <em>Umm Saad<\/em>, la madre di\nSaad, dell\u2019omo\u00adnimo rac\u00adconto di Ghassan Kanafani. E le eroiche madri di altri\nscrittori, <em>La madre<\/em> di Gor\u2019kij, <em>Madre Coraggio<\/em> di Brecht, la madre di <em>Conversazione in Sicilia<\/em> di Vittorini.\nHa un figlio, Saad, che combatte? E un altro figlio bambino, Said, che gi\u00e0 si\nesercita con il fucile? Deve certo abitare nel fan\u00adgo di un campo di profughi,\nin una angusta stanza dalle pareti di latta. <\/p>\n\n\n\n<p>Sono qui nel\ncentro di Ramallah, con lo scrittore spa\u00adgnolo Juan Goytisolo, il poeta cinese\nBei Dao e il pa\u00adle\u00adstinese Elias Sanbar, traduttore in Francia de <em>La terre nous est \u00e9troite<\/em> di Mahmoud\nDarwish. Ci aggiriamo nella ro\u00adton\u00adda piazza principale di questa citt\u00e0\ndimessa, ferita, dov\u2019\u00e8 la fontana secca con quattro leoni di marmo. Sanbar ci\nfa notare una stranezza: alla zampa di uno dei leoni l\u2019ar\u00adtista ha voluto\nscolpire un assurdo, surreale orologio. Qua\u00adle ora segna? Della guerra, della\npace, della fine dello strazio infinito di questa terra martoriata? Facciamo\nparte, noi tre, della delegazione del Parlamento internazionale de\u00adgli scrit\u00adtori\ngiunta qui ieri da Tel Aviv. Siamo partiti la mat\u00adtina del 24 marzo da Parigi\n(scrittori, registi, gior\u00adna\u00adlisti), sia\u00admo giunti a Tel Aviv nel pomeriggio.\nSu un pullman ci dirigiamo verso Ramallah. \u00c8 un paesaggio, quel\u00adlo che at\u00adtra\u00adversiamo,\ndi colline rocciose e desertiche, che somiglia all\u2019altopiano degli Iblei in\nSicilia. Ci fermano per controlli ai checkpoint israeliani, postazioni in cemen\u00adto\narmato co\u00adper\u00adte da teli mimetici, dalle cui feritoie sbu\u00adcano le canne del\u00adle\nmitragliatrici. Presi in consegna dai palestinesi, sia\u00admo preceduti da una\nvettura della polizia con i lam\u00adpeg\u00adgianti e un lugubre suono di sirena. All\u2019al\u00adbergo\nincon\u00adtria\u00admo Darwish e altri palestinesi, fra cui Laila, portavoce dell\u2019OLP,\nche sar\u00e0 nostra guida per tutto il viaggio. Di Dar\u00adwish, obbligato dagli\nisraeliani a rimanere, come Ara\u00adfat, prigioniero a Ramallah, Goytisolo aveva\nscrit\u00adto qual\u00adche giorno prima su <em>Le\nMonde<\/em> che il poeta \u00e8 la metonimia del popolo palestinese. Popolo scacciato\nda que\u00adsta \u201cstretta terra\u201d, costretto nei campi profughi, prigio\u00adniero in\nquesta Palestina straziata da conflitti senza fine. <\/p>\n\n\n\n<p>\u201cIl mio indirizzo \u00e8 cambiato. <\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019ora dei pasti, <\/p>\n\n\n\n<p>la mia razione di tabacco, sono cambiati, <\/p>\n\n\n\n<p>e il colore dei miei vestiti, la mia faccia e la mia sagoma. La luna <\/p>\n\n\n\n<p>cos\u00ed cara al mio cuore qui, <\/p>\n\n\n\n<p>\u00e8 pi\u00fa bella e pi\u00fa grande ormai\u201d, <\/p>\n\n\n\n<p>scrive Darwish in <em>La\nprigione<\/em>. <\/p>\n\n\n\n<p>Una luna\npiena, luminosissima campeggia nel cielo terso quando usciamo la sera. Qualcuno\nci indica, alte su un colle, le luci di un insediamento di coloni da cui pi\u00fa\nvolte hanno sparato su Ramallah. Partiamo l\u2019indomani per Bir Zeit. Facciamo\nsosta al campo profughi Al-Amari, che porta lo stesso nome di Michele Amari, lo\nstorico dell\u2019Ot\u00adto\u00adcento, autore de <em>La\nstoria dei musulmani di Sicilia<\/em>. Il cam\u00adpo \u00e8 misero, squallido. Le sue\nstradine sono piene di bam\u00adbini, nugoli e nugoli di bambini dagli occhi neri,\nvivaci. Dice un palestinese, ironico: \u201cGli israeliani con\u00adtrollano tutta la\nnostra vita, ma non riescono a controllare la nostra sessualit\u00e0\u201d. Anche questa\ndella demografia \u00e8 una lotta con\u00adtro l\u2019occupazione, occupazione territoriale,\nurba\u00adnistica, ar\u00adchitettonica, agraria, linguistica&#8230; <\/p>\n\n\n\n<p>Ci fanno\nvedere la sede di un\u2019associazione sportiva sventrata dagli israeliani\nall\u2019interno, stanza dopo stanza, de\u00advastata, l\u2019arredo ridotto ad ammassi\ninformi. Raccolgo da terra un manifesto in cui \u00e8 effigiata una squadra di cal\u00adcio:\ngiocatori in maglia rossa e pantaloncini neri. Chiss\u00e0 chi \u00e8 vivo e chi \u00e8 morto\ndi quei giovani, chi \u00e8 libero o in prigione. Lo stesso gesto, di raccogliere un\nfoglio tra le ma\u00adcerie, l\u2019avevo fatto a Sarajevo, nella redazione distrutta\ndalle cannonate del giornale <em>Oslobodjenje<\/em>\n(Liberazione). <\/p>\n\n\n\n<p>In uno\nstrettissimo vicolo tra le baracche, quattro an\u00adziane donne sono sedute una\naccanto all\u2019altra. Al nostro passaggio, parlano tutte insieme a voce alta,\ncadenzano le parole con gesti delle mani: un flusso fra il lamento e l\u2019in\u00advettiva\nin cui si distingue chiaro solo il nome di Sharon. Sembra, questo delle anziane\ndonne, il coro d\u2019una tragedia greca. <\/p>\n\n\n\n<p>Dopo una\nlunga attesa al checkpoint, dove \u00e8 ferma una colonna infinita di macchine e\nautocarri, una lun\u00adghis\u00adsima fila di gente appiedata, raggiungiamo l\u2019uni\u00adver\u00adsit\u00e0\ndi Bir Zeit. Gli studenti ci accolgono festosi, ac\u00adcolgono con gioia\nsoprattutto il loro poeta, Darwish. Sono 1500 gli stu\u00addenti, ci dicono i\nprofessori, che ogni giorno, a causa dei blocchi stradali, fanno grande fatica\nper rag\u00adgiungere l\u2019uni\u00adversit\u00e0. Abbiamo un incontro con scrittori e intellet\u00adtuali\npalestinesi e una conferenza stampa al Pa\u00adle\u00adstina Me\u00addia Center. <\/p>\n\n\n\n<p>Di ritorno a\nRamallah, siamo condotti al quartier ge\u00adnerale dell\u2019Autorit\u00e0 della Palestina,\nper incontrare Ara\u00adfat. Il quale appare, dopo un po\u2019, nel suo ufficio.\nRiconosce Soyinka e Saramago. Il presidente del Parlamento interna\u00adzionale\ndegli scrittori, l\u2019americano Russell Banks, gli dice del nostro appello per la\npace dif\u00adfu\u00adso il 6 marzo scorso, gli dice quale messaggio ci vuole affidare.\nRisponde Arafat: \u201cFra qualche giorno \u00e8 la Pasqua giudaica, la ricorrenza della\nliberazione del popolo ebraico dalla schiavit\u00fa in Egitto. Sono loro adesso che\ndevono ten\u00addere la mano agli schiavi di oggi, a noi palestinesi. Dite agli\nebrei americani che domandiamo agli israeliani la li\u00adberazione dei territori\noccupati e il riconoscimento dello stato palestinese. Quan\u00addo ero bambino,\u201d\naggiunge, \u201cabi\u00adta\u00advo a Gerusalem\u00adme, vi\u00adci\u00adno al Muro del pianto. Per tutta la\nmia infanzia ho gio\u00adcato coi bambini ebrei. Dite agli ame\u00adricani che qui, nel\nmio ufficio, vicino al mio tavolo di la\u00advo\u00adro, tengo la meno\u00adrah\u201d e si alza,\nArafat, va a prendere il pic\u00adcolo candelabro a sette braccia e ce lo mostra.\nPoi ri\u00adcor\u00adda che ventuno donne han\u00adno partorito in macchina al checkpoint, che\ndue di esse l\u00ed sono morte, che \u00e8 morto un neonato. <\/p>\n\n\n\n<p>Avevo\nincontrato quest\u2019uomo nel novembre del 1982 (vent\u2019anni fa!) ad Hammam-Lif,\nvicino Tunisi, dove si era rifugiato dopo la fuga dal Libano, la strage di\nSabra e Chatila. Ed era l\u00e0, a cercare di ucciderlo, il suo nemico di sempre,\nAriel Sharon. Quello che ancora oggi, nel momen\u00adto in cui scrivo, lo assedia\ncon i suoi carri armati, spara contro il suo quartier generale, lo costringe in\ndue stanze, senza luce elettrica, senza acqua. E intanto, ragazze e ra\u00adgazzi\nimbottiti di tritolo si uccidono e uccidono in questa terra santa che \u00e8\ndiventata infernale. Intanto, la pervicacia e la violenza del duellante Sharon,\nil silenzio assenso dell\u2019alleato Bush provocano la reazione dei paesi arabi,\nfan\u00adno temere il peggio. \u201cFanno la guerra alla pace\u201d ha det\u00adto, quasi in\npianto, il Papa di Roma. <\/p>\n\n\n\n<p>E qui al\nsicuro, nel mio Paese, nella mia casa, appe\u00adna tornato dal viaggio in\nIsraele\/Palestina, per le atroci no\u00adtizie che arrivano, per le telefonate\ngiornaliere con Pie\u00adra, un\u2019italiana sposata a un palestinese, chiusa nella sua\ncasa di Ramallah, priva di luce, di acqua, sento l\u2019inutilit\u00e0 di ogni parola, la\nsproporzione fra questo mio dovere di scri\u00advere, di testimoniare della realt\u00e0\nche abbiamo visto, delle persone che abbiamo incontrato, e la grande tragedia\nche si sta svolgendo laggi\u00fa. <\/p>\n\n\n\n<p>Ma si ha il\ndovere di scrivere. Partiamo l\u2019indomani per Gaza. Lunga attesa al checkpoint di\nErez, sul confine del\u00adla Striscia. Ci attendono di l\u00e0 le macchine con le ban\u00addiere\ndell\u2019ONU. Nella Striscia di Gaza, come in una di\u00adsce\u00adsa nei gironi infernali,\narriviamo ai due estremi vil\u00adlaggi di Khan Yanus e di Rafah, villaggi\nrecentemente rioccu\u00adpati e distrutti. Rafah soprattutto, sul confine con\nl\u2019Egitto, rasa completamente al suolo dai bulldozer. Ci rac\u00adcoman\u00addano di stare\nsempre uniti al gruppo, di non iso\u00adlarci, se no ri\u00adschiamo d\u2019essere colpiti da\nuna qualche pal\u00adlottola spara\u00adta dagli alti fortini di cemento l\u00e0 sul confine.\nMentre salia\u00admo sul terrapieno di macerie, un uomo con le stampelle ac\u00adcanto a\nme cade, si ferisce il viso, le mani. Lo aiutiamo a rialzarsi. E l\u2019uomo,\ntenace, arriva al centro del gruppo, co\u00admincia a dire, a raccontare. Qui, dove\nsono le macerie, era la sua casa, la casa dove abitava con la moglie e i sette\nfigli. <\/p>\n\n\n\n<p>Alle due di\nnotte sono giunti i carri armati, i bull\u00addozer, che in un paio d\u2019ore hanno\nabbattuto e spianato tut\u00adte le case del villaggio. Sotto quelle macerie sono\nora sep\u00adpelliti tutti i loro ricordi, i libri, i quaderni di scuola dei figli.\nUna donna accanto, forse la moglie, con voce acuta gli fa eco, riprende il\nracconto. <\/p>\n\n\n\n<p>A Khan\nYanus, poco dopo, si sente una nenia dif\u00adfu\u00adsa da un altoparlante. In una\nstradina, addobbata a drap\u00adpi e festoni, si sta svolgendo una cerimonia funebre\nper uno di quei combattenti e terroristi che loro chiamano \u201cmarti\u00adri\u201d. La\ncerimonia, ci spiegano, dura tre giorni, con visite ai parenti, con offerte di\ncibo e musiche. \u00c8 l\u2019antica cerimonia funebre mediterranea, quella che Ernesto\nDe Mar\u00adtino ha illustrato in <em>Morte e\npianto rituale<\/em>. <\/p>\n\n\n\n<p>Sono ancora\nnotizie di morte e pianto mentre scri\u00advo, delle occupazioni delle citt\u00e0\npalestinesi; di esplosioni di tritolo, di suicidi e stragi in ogni dove.\nNotizie di an\u00adgo\u00adscia. E devo scrivere del nostro viaggio, della breve, fortu\u00adnata\nsospensione della violenza in cui esso si \u00e8 svolto. Ma il ricordo ora si fa\nconfuso, come un sogno di cui al ri\u00adsveglio non ci rimangono che frammenti.\nFrammenti so\u00adno ora l\u2019incontro a Gerusalemme con David Grossman, la vi\u00adsita\nalla citt\u00e0 vecchia, la processione di padri francescani in una stretta via, la\ncorsa degli ebrei ortodossi, con cap\u00adpel\u00adloni e palandrane neri, verso il Muro\ndel pianto, l\u2019ag\u00adgirarci nel quartiere arabo. Frammenti, nella grande hall\ndell\u2019al\u00adbergo di Tel Aviv, la visione di tenere fanciulle e di giovi\u00adnetti\nvestiti da soldati di Sharon. Ma nitido m\u2019\u00e8 ri\u00admasto il viso del poeta Aharon,\nun israeliano dissidente, e il viso del suo figliolo David, disertore\ndell\u2019esercito. Sono loro due, padre e figlio, che davanti all\u2019albergo, con\nmesto sor\u00adriso e timido cenno della mano, ci salutano mentre sul pullman ci\nmuoviamo per andare all\u2019aeroporto. Aharon e Da\u00advid ricordo, e la madre di\nRamallah, quella accovacciata a terra, con accanto il suo falcetto e i mazzi di\nnepitella. <br><br><\/p>\n\n\n\n<hr class=\"wp-block-separator has-css-opacity\"\/>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ednref1\">[i]<\/a> In <em>Viaggio in Palestina<\/em>, Roma: Nottetempo, 2003, pp. 65-72; \u00abOdis\u00adsea\u00bb, maggio-giugno 2003. Il racconto \u00e8 datato in calce: \u00abMilano, 3 apri\u00adle 2002\u00bb. Una prima versione abbreviata \u00e8 uscita con il titolo: <em>Fra le ma\u00adcerie dei Territori ho visto dolore, orgoglio, tenacia<\/em>, \u00abCor\u00adriere della se\u00adra\u00bb, 5 aprile 2002 [occhiello: \u00abMedio Oriente sfida senza fine\/ Il viag\u00adgio di uno scrittore\u00bb; sottotitolo: \u00abLa madre-coraggio con la mentuc\u00adcia, il poeta che fa sognare gli studenti\u00bb], subito seguita da quel\u00adla in\u00adtegrale in spagnolo: <em>Las palabras y la tragedia<\/em>, \u00abEl Pa\u00eds\u00bb, 13 aprile 2002; e in francese: <em>M\u00e8re courage<\/em>, in <strong>Russell Banks, Breyten Breytenbach, Vincenzo Consolo, Bei Dao, Juan Goytisolo, Chris\u00adtian Salmon &amp; Wole Soyinka, <\/strong><em>Le voyage en Palestine<\/em>, Mont\u00adpel\u00adlier: Climats, 2002, pp. 69-77.<br><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"800\" height=\"1217\" class=\"wp-image-2681\" style=\"width: 800px;\" src=\"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2022\/04\/620666_4806191082895_121015006_o.jpg\" alt=\"\" srcset=\"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2022\/04\/620666_4806191082895_121015006_o.jpg 1346w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2022\/04\/620666_4806191082895_121015006_o-197x300.jpg 197w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2022\/04\/620666_4806191082895_121015006_o-673x1024.jpg 673w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2022\/04\/620666_4806191082895_121015006_o-768x1169.jpg 768w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2022\/04\/620666_4806191082895_121015006_o-1010x1536.jpg 1010w\" sizes=\"(max-width: 800px) 100vw, 800px\" \/><\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-large\"><a href=\"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2024\/04\/434290638_769288551591256_6650547113110444423_n.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"737\" height=\"1024\" src=\"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2024\/04\/434290638_769288551591256_6650547113110444423_n-737x1024.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-3499\" srcset=\"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2024\/04\/434290638_769288551591256_6650547113110444423_n-737x1024.jpg 737w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2024\/04\/434290638_769288551591256_6650547113110444423_n-216x300.jpg 216w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2024\/04\/434290638_769288551591256_6650547113110444423_n-768x1067.jpg 768w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2024\/04\/434290638_769288551591256_6650547113110444423_n-1106x1536.jpg 1106w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2024\/04\/434290638_769288551591256_6650547113110444423_n.jpg 1474w\" sizes=\"(max-width: 737px) 100vw, 737px\" \/><\/a><\/figure>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Vincenzo Consolo \u00c8 accovacciata sul marciapiede sconnesso, le gambe incrociate sotto l\u2019ampia gonna colorata, il fazzoletto bian\u00adco in testa. 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