{"id":2684,"date":"1999-08-07T13:39:00","date_gmt":"1999-08-07T13:39:00","guid":{"rendered":"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=2684"},"modified":"2022-04-26T15:09:09","modified_gmt":"2022-04-26T15:09:09","slug":"la-grande-vacanza-orientale-occidentale","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=2684","title":{"rendered":"La grande vacanza orientale-occidentale"},"content":{"rendered":"\n<p><br> Vincenzo Consolo<br> <br> Una costa diritta, priva di insenature, cale, ai piedi dei N\u00e8brodi alti, verdi d\u2019agrumi, grigi d\u2019ulivi. Una spiaggia pietrosa e un mare profondo che a ogni spirare di vento, maestrale, tramontana o scirocco, ingrossava, violento muggiva, coi cavalloni sferzava e invadeva la spiaggia. Era un correre allora dei pescatori dalle loro casupole in fila l\u00e0 oltre la strada di terra battuta, era un chiamare, un clamoroso vociare. Le donne, sugli usci, i bambini2 in braccio, ansiose osservavano. I pescatori, i pantaloni fino al ginocchio, tiravano svelti le barche, in bilico sui parati,3 fino alla stradina, fin davanti ai muri delle case. D\u2019inverno era ferma la pesca, le barche stavano sempre tirate sulla spiaggia. Una accanto all\u2019altra, il nudo albero contro il cielo, gli scalmi consunti, strisce e losanghe lungo i fianchi, grandi occhi stupefatti o poppute sirene alle prore. Era il Muto il pittore di barche. Con buatte4 e pennelli, la mano ferma, l\u2019occhio appuntato, faceva spuntare sul legno purrito5 quelle sue creature fantastiche. Ferma la pesca per il mare furioso, i pescatori dovevano allora piegarsi a un altro lavoro. Andare, in novembre, in dicembre, dentro i frantoi. Li vedevi salire in paese, passar per le strade un po\u2019 mesti, avviliti, entrare nei magazzini dei padroni di terre per fare i facchini. Col sacco unto a cappuccio, portavano a spalla pesi enormi d\u2019olive, sansa, otri grondanti. Con la buona stagione, riprendeva la pesca. Salpavano al vespero, con cianci\u00f2li,6 lampare,7 andavano a forza di remi a ottanta, novanta passi per la pesca di sarde e anci\u00f2ve. 8 Le lampare, la notte, una appresso all\u2019altra all\u2019orizzonte, sembravano la luminaria per la festa del Santo. Ed erano sferzate, a tempo, dalla fascia lucente del faro di Capo d\u2019Orlando. Gli altri due fari remoti, di Cefal\u00f9 e Vulcano, quand\u2019era sereno, sciabolavano lievi incrociandosi in mare. Ma contro la pesca v\u2019era anche la luna, quando crescendo giungeva al suo pieno, e tonda, sfacciata, schiariva ogni tenebra, suscitava dai fondali ogni branco, assommava9 per la vastit\u00e0 del mare i pesci allocchiti.10 E pure nella stagione11 capitava il fortunale. Nuvoloni s\u2019ammassavano, gravavano sull\u2019acqua, vorticavano a tromba, lampi e tuoni segnavano il fondo. Il mare improvviso gonfiava, mugghiava, sulle creste spingeva, nei valloni affossava gozzi e caicchi,12 l\u2019onda violenta schiumava contro le pietre della spiaggia. Suonavano allora le campane,13 del Castello,14 della Matrice, e tutti accorrevano sulla spiaggia con corde e torce, in aiuto dei pescatori in pericolo. Amavo quella spiaggia del mio paese, amavo la vita di mare dei pescatori, pur non essendo della marina, ma d\u2019altro ambiente e quartiere, di quello centrale di proprietari, bottegai, artigiani. La fascia pi\u00f9 alta, delle ultime balze dei colli, era invece di contadini, carrettieri, ortolani. <br>Tre quartieri, tre mondi separati tra loro, che s\u2019univano15 soltanto in occasioni di feste e calamit\u00e0, incendio o naufragio, che tutti smuoveva. Le vacanze, <em>les grandes vacances<\/em>, secondo <em>le professeur<\/em>, che indicavano un termine, mentre in me le immaginavo e volevo d\u2019un tempo infinito, le passavo giorno e sera su quella spiaggia pietrosa coi figli dei padroni di barche, pescatori da sempre, generazione dopo l\u2019altra, ciascuno con storie, imprese, leggende, nomi e soprannomi precisi: Corso, Contal\u00e0nno,16 Scaglione\u202617 Pi\u00f9 tempo in acqua passavo con loro che sopra la terra, con loro sul gozzo a remare, andare da una parte o dall\u2019altra, verso Acquedolci, Caroni<em>a<\/em>,18 a Torre del Lauro o verso Torrenova,19 Capo d\u2019Orlando,20 Gioiosa\u2026 Andavamo il giorno, con ami ed esche, a ricci\u00f2le,21 \u00e0iole,22 pettini, e la sera23 con lontro24 e acetilene, a t\u00f2tani e calamari. Tornavamo inzuppati per gli spruzzi rabbiosi di quelle bestie appena fuori dall\u2019acqua. Su quella spiaggia era la mia libera vita, pi\u00f9 bella, ma in essa era anche il ricordo recente del tempo pi\u00f9 nero: su quel mare, quella spiaggia era passata la guerra. Dal mare venivano i lampi, i fischi allarmanti, gli scoppi che fracassarono case. Nel mare mitragliarono la barca dei Corso, ferirono uomini. Fu allora che la gente si mise a sfollare, sparpagliarsi per le campagne, a Vallebruca, Fiorita.25 Sulla spiaggia il mare rigett\u00f2 un morto annegato, un tedesco, corroso alla testa, alle mani, il gonfiore del corpo che premeva contro il panno, i bottoni della divisa, le nere polacche,26 gli pendeva dal collo un cordone a cui era appeso un fischietto. Lo coprirono i militi con un pezzo di vela. Dal mare sbarcarono gli anfibi con sopra gli americani, bianchi, neri, donne con biondi capelli che scendevano da sotto l\u2019elmetto. Poi la vita si stacc\u00f2 da quella spiaggia, dai compagni, dalle avventure. Rientrai nel centro e, acculturato, fui preso dal desiderio di conoscere il mondo che mi stava alle spalle, la terra che si stendeva al di l\u00e0 della barriera dei N\u00e8brodi. Immaginai quella terra come una infinita teoria di rovine, di antiche citt\u00e0, di teatri, di templi al sole splendenti o bagnati dal chiarore lunare, immersi in immensi silenzi. Silenzio come quello di Tindari, su alla chiesetta della nera Madonna27 sul ciglio roccioso del colle che netto precipita in mare.28 E nella greca citt\u00e0 che alta domina il golfo, sta di fronte a Salina, Vulcano, Lipari, celesti e trasparenti sull\u2019orizzonte. Nella cavea del Teatro, risuonavano i miei passi e, al Ginnasio, le statue acefale, togate l\u00e0 sotto l\u2019arco, erano fantasmi che mi venivano incontro da un tempo remoto. Silenzio, solitudine, estraneamento ancora gi\u00f9 in basso nella landa renosa, 29 fra le dune e i laghi marini d\u2019ogni verde e azzurro, nel folto di canne da cui svolavano gabbiani e garzette.30 Sull\u2019aperta spiaggia erano legni stinti, calcinati, relitti di barche che un qualche fortunale aveva travolto, sospinto su quelle sabbie. Brulich\u00eco e clamore incontrai invece a oriente, a Naxos, Taormina, Siracusa, Gela e pure nel cuore dell\u2019isola, a Enna e Casale di Piazza Armerina. Il deserto, il silenzio era all\u2019interno tra una stazione e un\u2019altra, i soli rumori, in quella nudit\u00e0 infinita, in quel giallo svampante, lo sferragliare, sbuffare e fischiare del treno. Un trenino mi port\u00f2 ancora a Segesta, a Selinunte, a Marsala. In questo \u00abporto di Allah\u00bb, sapevo, avrei dovuto incontrare il Minosse prima d\u2019esser proiettato, oltre il breve braccio di mare, su Mozia. Bussai alla porta e fui introdotto in un piccolo studio. Apparve poi l\u2019uomo imponente, che rispose al saluto31 con un cenno del capo. Si sedette dietro la scrivania e mi scrut\u00f2 per un po\u2019. Cominci\u00f2 quindi, severo, a fare32 domande:33 chi ero, da dove venivo, che sapevo di Mozia, dei Fenici, quale interesse mi spingeva a visitare l\u2019isola dello Stagnone. Risposi puntuale a ogni domanda. M\u2019osserv\u00f2 ancora, e cominci\u00f2 quindi a dire: cos\u00ec giovane in giro da solo, e non avevo con me neanche un baedeker,34 una macchina fotografica come tutti i turisti, neanche un cappello di paglia per il sole cocente\u2026 Scosse la testa, sorrise, prese quindi la penna scrisse su un foglio. Il colonnello Lipari, amministratore della famiglia inglese Whitaker, proprietaria di Mozia, mi aveva finalmente dato il permesso di accedere all\u2019isola. Mi portai sul molo dello Stagnone, fra i cumuli del sale, mi misi a sventolare il fazzoletto. Si stacc\u00f2 dopo un po\u2019 una barca dall\u2019isola e punt\u00f2 verso il molo. L\u2019uomo ai remi mi aiut\u00f2 a salire. Nel tragitto, si vedeva il fondo basso del mare, spiccavano tra l\u2019ondeggiare delle poseidonie i bianchi lastroni di pietra dell\u2019antica strada sommersa. All\u2019approdo, l\u2019uomo mi disse che al tramonto avrebbe suonato una campana, che era quello il segnale della chiusura, dell\u2019ultima barca per tornare all\u2019Infer<em>s<\/em>a, 35 la salina di fronte. Andai lungo le mura di calcare coi capperi cascanti dagli interstizi, lambite dal mare, salii sulla scala della torre, oltre la postierla, 36 giunsi alla porta37 che introduce alla strada per il Santuario. Tutto intorno allo spiazzo dei basamenti, dei blocchi di pietra e del pietrame dell\u2019area sacra era un verde tappeto di giumm\u00e0re38 sovrastato dai pini di Aleppo, e da quel verde s\u2019alzavano stormi di gazze e calandre.39 Per la fornace dei vasai giunsi poi alla Necropoli e al Tofet. Affioravano qui le bocche dei vasi imprigionati nel terreno argilloso, urne contenenti le ossa dei fanciulli che quei Fenici sacrificavano alla gran madre Astarte o al gran padre Baal. Furono i Siracusani che, dopo la vittoria di Imera, imposero a quei \u00abbarbari\u00bb di cessare il rito crudele. E Montesquieu, nel suo <em>Esprit des lois<\/em>, cos\u00ec esultava: \u00abLe plus beau trait\u00e9 de paix dont l\u2019histoire ait parl\u00e9 est, je crois, celui que G\u00e9lon fit avec les Carthaginois. Il voulut qu\u2019ils abolissent la co<em>u<\/em>tume d\u2019immoler leurs enfants. Chose admirable!\u2026 \u00bb40 Ammirevole s\u00ec, quel trattato, ma l\u2019illuminato barone francese dimenticava che quegli stessi Siracusani, dopo la vittoria, avevano crocifisso tutti i greci che avevano combattuto accanto ai Fenici-Cartaginesi. \u00c8 crudelt\u00e0, massacro, orrore dunque la storia? O \u00e8 sempre un assurdo contrasto? Quei fenici41 che sacrificavano i loro figli agli d\u00e8i erano quelli che avevano inventato il vetro e la porpora, e la scrittura segnica dei suoni, aleph, beth, daleth\u2026 l\u2019alfabeto che poi usarono i greci e i latini, usiamo anche noi, quei Fenici che, con i loro commerci, per le vie del mare portarono in questo Mediterraneo occidentale nuove scoperte e nuove conoscenze. A Porta Sud scoprii quindi la meraviglia di quel luogo, il <em>Cothon<\/em>, il porto artificiale di quegli avventurosi navigatori, di quei sagaci commercianti. Era una piscina rettangolare in cui dal mare, per un breve canale, affluiva l\u2019acqua. <br>Ai quattro lati, sui bordi, i blocchi squadrati, s\u2019ergevano le mura di magazzini, darsene, s\u2019aprivano scale. Non resistetti e mi tuffai in quell\u2019acqua spessa di sale, nuotai e sguazzai in quel porto fenicio. Al sole poi, davanti a quel mare stagnante, mi sembrava di veder sopraggiungere, a frotte, le snelle barche dalle vele purpuree, il grande occhio apotropaico dipinto sulle alte prore. Occhi come quelli che dipingeva il Muto sulle barche dei pescatori del mio paese.42 L\u2019ultimo approdo43 della lontana mia estate di privilegio \u2014 privilegio archeologico come quello ironicamente invocato da Stendhal, a me concesso da un padre benevolo \u2014 fu fra le rovine di Selinunte. Dal mattino al tramonto vagai per la collina dei templi, in mezzo a un mare di rovine, capitelli, frontoni, rocchi di colonne distesi, come quelli giganteschi del tempio di Zeus che nascondevano sotto l\u2019ammasso antri, cunicoli; e fra boscaglie d\u2019agave, mirto intorno ai templi di Hera, d\u2019Atena\u2026 Raggiunsi poi, sotto il sole di mezzogiorno, l\u2019Acropoli sull\u2019altra collina oltre il Gorgo di Cottone, esplorai altri templi, are, case e botteghe, percorsi strade, piazze, tutta la cinta muraria, quelle mura per cui erano penetrati i soldati d\u2019Annibale e avevano distrutto la superba citt\u00e0. Sostai al fresco di una postierla per mangiare il panino, bere la gassosa, ormai calda e schiumante. Formiconi trascinavano sopra il grasso terriccio le molliche di pane. Dopo la sosta di fresco e ristoro, scivolai per il pendio che porta, oltre il fiume Selino, alla Gagg\u00e8ra, dov\u2019erano i templi pi\u00f9 antichi, della Malophoros, di Ecate, di Zeus Meilichios. E poi, lungo il viottolo che costeggia il Selino, arrivai alla spiaggia di sabbia dorata, al porto sepolto. E mi sembr\u00f2 d\u2019arrivare, dopo tanta calura, fatica, estraneamento per il viaggio nel remoto tempo di Selinunte, alla remissione, alla landa priva dei segni del tempo, ma che conteneva ogni tempo, compreso quello della mia memoria, di fronte all\u2019infinito del mare, ch\u2019era solcato di barche e, lontano, da una nave bianca, che forse andava, per quel Canale di Sicilia, verso Tunisi, Malta o Algeri Per la spiaggia, affondando i passi nella vergine sabbia, m\u2019avviai nel villaggio di Marinella, dove giunsi quando il sole era appena calato nel mare lasciando nel cielo un fuoco dorato. Una strada di terra battuta separava la locanda dalla trattoria di tavole e frasche costruita sulla battigia. Dissi alla padrona che volevo alloggiare, passare la notte, e anche mangiare. \u00abSolo sei?\u00bb44 mi chiese scrutandomi. Dissi di s\u00ec. \u00abIiihhh, cos\u00ec piccirillo,45 da solo?\u00bb Ero piccolo, s\u00ec, di statura, e anche magrino, ma dissi a quella, rizzando la testa, che avevo gi\u00e0 quindici anni. \u00abUh, va be\u2019\u00bb disse ridendo. E: \u00abSiediti. Aspetta qua, che vado a preparare il letto\u00bb e travers\u00f2 la strada, entr\u00f2 nella locanda. Il mare sbatteva contro le palafitte di quel capanno e si ritraeva con lieve risacca. La solitudine e quello sciacqu\u00eco a cadenza mi facevano chiudere gli occhi per il sonno. Entr\u00f2 un uomo baffuto, mi vide l\u00e0 sonnacchioso. \u00abChi sei, che vuoi?\u00bb mi chiese. Dissi che aspettavo la signora, l\u00e0 nella locanda, che volevo mangiare e dormire. \u00abMia moglie\u00bb disse. E squadrandomi: \u00abI soldi ce li hai?\u00bb. \u00abCerto, certo\u2026\u00bb e li tirai fuori dalla tasca, glieli feci vedere. Arriv\u00f2 un pescatore con una cesta di pesci sopra un letto di alghe. \u00abLe sarde, le vuoi?\u00bb mi chiese il padrone. Annuii. Ne prese due misure di piatto fondo. Si mise poi davanti all\u2019uscio a preparare la brace con i sarmenti di vite, arrost\u00ec le sarde sulla graticola spalmandole d\u2019olio, limone e origano. Quando torn\u00f2 la padrona, ci sedemmo tutti e tre a un tavolo e mangiammo. Lui, il marito, ingoiando una sarda dopo l\u2019altra con forti risucchi, beveva e beveva, beveva pure la moglie e anche a me diedero non so quante volte quel vino nero di Partanna.<br> \u00abBevi, bevi!\u00bb diceva lui. \u00abBevi, bevi!\u00bb diceva lei \u00abMette sangue \u2018sto vino, fa crescere\u00bb e rideva. Alla fine non sentii, non capii pi\u00f9 nulla, crollai con la testa sul tavolo. Mi risvegliai l\u2019indomani nel letto della locanda. Per la finestra, la prima scena che vidi del mondo fu la collina dell\u2019Acropoli coi templi gi\u00e0 illuminati dal sole. 44.  <br><br><em><br> 1. Uscito dapprima su Alias, 32, 12-13, supplemento di Il Manifesto, 7 agosto 1999 (d\u2019ora in poi 1999), con l\u2019occhiello editoriale: \u00abLe spiagge di Consolo. Un periplo dell\u2019adolescenza in mare, dai N\u00e8brodi a Naxos a Mozia\u00bb, il racconto \u2014 con lo stesso titolo, ma in una versione ampliata \u2014 ha poi circolato in formato di minuscolo libro. Il lepidum novum libellum \u00e8 stato pubblicato da una nota libreria partenopea in un\u2019apposita collana: \u00abStorie in trentaduesimo. III\u00bb, Napoli: Edizioni Libreria Dante &amp; Descartes, 2001 (d\u2019ora in poi 2001). Il testo qui riportato \u00e8 quello che, a conclusione delle giornate di studio sivigliane, lo stesso A. ha letto ricorrendo a 2001, di cui cos\u00ec potrebbe considerarsi l\u2019apografo salvo per\u00f2 indicazione contraria. Nell\u2019attuale edizione le eventuali varianti sono, nel testo, segnalate dal corsivo e, nelle note, identificate dalla data di quelle precedenti. Note a cura di Nicol\u00f2 Messina. 2. bimbi 1999.<br>3. Tecnicismo marinaro. Grossi pezzi di legno, su cui poggiano altri assi, utilizzati per tirare in secco o varare le imbarcazioni. 4. Adattamento di sic. buatti, pl. di buatta \u00ab(recipiente di) latta\u00bb, di chiara ascendenza transalpina: cfr. fr. boite. Sono qui le latte di vernice per dipingere e decorare le fiancate delle barche. 5 Adattamento di sic. purritu \u00abimputridito, marcio, fradicio\u00bb. <br> 6. Tipo di rete circolare per la pesca notturna, simile alla lampara intesa lato sensu (cfr. infra). 7. Grosse lampade ad acetilene o gas per la pesca notturna di pesci e cefalopodi, attirati appunto dalla loro luce; per estensione, anche le imbarcazioni munite di lampade ovvero le reti usate. Termine di non stretto uso meridionale. 8. Adattamento di sic. anciovi, pl. di anciova \u00abacciuga, alice\u00bb, quasi calco di cat. anxova con l\u2019opposizione \/t\u222b\/: \/\u222b\/ nel segmento mediano. Cfr. anche sp. anchoa. Conferma l\u2019origine catalana Alberto V\u00c0RVARO, Vocabolario etimologico siciliano, I, con la collab. di Rosanna SORNICOLA, Palermo: Centro di Studi Filologici e Linguistici Siciliani, 1986, p. 50-52. Cfr. inoltre Andreas MICHEL, Vocabolario critico degli ispanismi siciliani, Palermo: Centro di Studi Filologici e Linguistici Siciliani, 1996, p. 216. 9. \u00c8 l\u2019assommare marinaresco \u00abtirare a galla, tirare su dal fondo\u00bb. Cfr. anche nell\u2019uso intrans. sic. assummari \u00abvenire a galla, in superficie\u00bb. 10. Come \u00e8 noto, allocchito vale \u00aballibito, sbalordito, attonito\u00bb, con allusione ai grandi occhi dell\u2019allocco, rapace notturno del genere Strigiformi. Ma come escludere il palpitare in sostrato di sic. alluccuti nel senso pi\u00f9 pregnante di \u00abstorditi, intronati\u00bb? 11. Nella copia personale di 1999, conservata nell\u2019Archivio Consolo (d\u2019ora in poi 1999 Archivio) e verosimilmente compulsata prima di 2001, l\u2019A. pare voler precisare, interpolando cos\u00ec a matita: nella buona stagione. L\u2019aggiunta non passa per\u00f2 in 2001, n\u00e9 pertanto viene qui tradita. La lezione unanime sembra peraltro calco di sic. a staciuni, \u00abl\u2019estate\u00bb: la stagione per eccellenza del bel tempo, proprio il periodo che l\u2019A. rimemora. D\u2019altronde il \u00abtempo\u00bb ricordato \u00e8 chiarito un po\u2019 pi\u00fa sopra, l\u00e0 dove si legge appunto: con la buona stagione. 12. Imbarcazione di tipo orientale, a vela o remi (&lt; turco kayik). 13. campane, con \/,\/ biffata a matita 1999 Archivio. 14. castello 1999, castello corretto a matita Castello 1999 Archivio. 15. s\u2019univan 1999. Al settenario (che [\u2026] soltanto) rinuncia 2001.  16. Contall\u00e0nno 1999. 17. Corso, Contall\u00e0nno, Scaglione sottolineati a matita 1999 Archivio. 18. Caroni 2001, Caronia 1999. In 2001, indubbio refuso tipografico facilmente emendabile. Si tratta infatti di Caronia, ovviamente Marina, frazione del Comune di Caronia (prov. di Messina) come le altre due localit\u00e0: Acquedolci e Torre del Lauro. 19. Torrenova: 1999, Torrenova: corretto a penna nera Torrenova, 1999 Archivio. 20. D\u2019Orlando 1999. 21. Adattamento di sic. rriccioli, pl. di rricciola \u00ableccia o seriola\u00bb, specie di pesce della famiglia dei Carangidi (Seriola dumerili). 22. L\u2019accento diacritico evita di confondere con l\u2019omografo it. ai\u00f2le, variante di aiuole, il lemma sic. adattato aiuli, pl. di aiula \u00abmormora\u00bb, tipo di pesce (Litognathus mormyrus). 23. sera, 1999. 24. Assente anche dall\u2019autorevole Grande Dizionario della Lingua Italiana, \u00e8 ancora una volta un sicilianismo adattato. Cfr. Vocabolario Siciliano, ed. Giorgio PICCITTO e continuatori, II, Catania \u2014 Palermo: Centro di Studi Filologici e Linguistici Siciliani, 1985, p. 542, s.v. l\u00f2ntraru e lontru \u00abrete per la pesca dei totani\u00bb. L\u2019informazione non sembra per\u00f2 corretta, perch\u00e9 il lontro serve per la pesca dei cefalopodi in generale, ma non \u00e8 una rete, bens\u00ec un attrezzo dal corpo affusolato con una o due corone di ami rivolti verso l\u2019alto. Il termine ricorre anche in Campania, dove per\u00f2 designa un\u2019imbarcazione dal fondo piatto e con la prua rialzata, adatta alla navigazione in acque fluviali o lacustri. 25. Fiorita. Sanguinera aggiunto in margine a matita 1999 Archivio. 26. polacche. 1999. Adattamento di sic. polacchi, pl. di polacca, it. polacchina \u00abstivaletto\u00bb.<br> 27. \u00c8 la nigra et formosa del cap. I di Il sorriso dell\u2019ignoto marinaio, Milano: Mondadori, 2004, p. 11: \u00abOra, sopra la rocca, sull\u2019orlo del precipizio, il piccolo santuario custodiva la nigra Bizantina, la Vergine formosa chiusa nel perfetto triangolo del manto splendente di granati, di perle, d\u2019acquemarine, l\u2019impassibile Regina, la muta Sibilla, l\u00edbico \u00e8bano, dall\u2019unico gesto della mano che stringe il gambo dello scettro, l\u2019argento di tre gigli.\u00bb 28. Cfr. Salvatore QUASIMODO, Vento a Tindari, v. 2-3 e 6: \u00abmite ti so | fra larghi colli pensile sull\u2019acque | dell\u2019isole dolci del dio?[\u2026] | Salgo vertici aerei precipizi\u00bb. 29. Agg. derivato da rena \u00absabbia\u00bb, esito di [l\u2019a]rena &lt; l\u2019arena. La forma piena del lemma, senza l\u2019errata discrezione dell\u2019articolo, \u00e8 un crudo latinismo, calco letterario di lat. (h)arena. Pur tuttavia si avanza anche l\u2019ipotesi non certo audace di un semplice adattamento di sic. rrinusu &lt; rrina, unico modo dato ai siciliani di significare \u00absabbioso, sabbia\u00bb. Il collocarsi in un\u2019area di contatto tra diacronismo alto e colto e diatopismo ancora vivo e usato in forma adattata non \u00e8 tendenza infrequente in Consolo e pu\u00f2 anzi considerarsi uno dei tratti distintivi della sua lingua. 30. Uccello del genere Egretta, airone minore. 31. salute 1999. 32. far 1999. 33. le domande: 1999.<br> 34. Deonomastico allusivo al libraio-editore tedesco Karl Baedeker (1801-1859), fondatore di una collana di guide turistiche tascabili per viaggiatori dell\u2019Ottocento. Uso ironico-colto del sinonimo comune guida, che fa pensare alla seriosit\u00e0 dei tanti visitatori centro e nordeuropei del sito archeologico di Mozia. Il giovane Consolo ha un\u2019aria ben diversa, non ha certo l\u2019attrezzatura di rigore, ma \u00e8 pur sempre animato da grande curiositas. 35. Inferra 1999, 2001. Refuso tipografico passato dall\u2019una all\u2019altra edizione e da emendare. \u00c8 una delle due saline di fronte all\u2019isola. L\u2019altra \u00e8 la salina Ettore. 36. La piccola porta secondaria nei pressi della monumentale Porta nord della citt\u00e0 di Mozia. 37. Porta 1999. 38. Adattamento di sic. ggiummari, pl. di ggiummara \u00abpalma nana\u00bb (Chamaerops humilis), palma dalle foglie palmate e pieghettate. 39. Uccello del genere Melanocorifa che si fa notare per il canto. 40. la costume 2001, 1999. Il brano (De l\u2019esprit des lois, ed. Laurent VERSINI, Libro X, cap. V) \u00e8 citato anche nell\u2019episodio In Mozia de\u2019 Fenici di Retablo, Palermo: Sellerio, 1987, p. 121. Da Retablo si rileva la lezione corretta la coutume contro l\u2019altra, in cui il trascurabile refuso tipografico sarebbe tutt\u2019al pi\u00fa agevolvemente emendabile in le costume. 41. Fenici 1999.  42. del mio paese, della spiaggia, delle spiagge perdute della mia memoria. aggiunge ed explicit 1999. 43. L\u2019ultimo approdo [\u2026] illuminati dal sole. omette 1999.  44. Tipica Wortordnung siciliana con il verbo in posizione finale. 45. L\u2019adattamento di sic. picciriddu \u00abpiccolino\u00bb rende il lemma semanticamente pi\u00f9 comprensibile, perch\u00e9 rievoca il pi\u00f9 noto napoletanismo piccirillo.  <\/em><br><br><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"800\" height=\"1055\" class=\"wp-image-2685\" style=\"width: 800px;\" src=\"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2022\/04\/IMG_20220426_0001.jpg\" alt=\"\" srcset=\"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2022\/04\/IMG_20220426_0001.jpg 628w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2022\/04\/IMG_20220426_0001-228x300.jpg 228w\" sizes=\"(max-width: 800px) 100vw, 800px\" \/><br> <\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Vincenzo Consolo Una costa diritta, priva di insenature, cale, ai piedi dei N\u00e8brodi alti, verdi d\u2019agrumi, grigi d\u2019ulivi. 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