{"id":2623,"date":"1994-06-25T15:10:18","date_gmt":"1994-06-25T15:10:18","guid":{"rendered":"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=2623"},"modified":"2022-03-05T20:08:33","modified_gmt":"2022-03-05T20:08:33","slug":"studi-per-vincenzo-consolo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=2623","title":{"rendered":"Studi per Vincenzo Consolo"},"content":{"rendered":"\n<p><br><strong><em>Conversazione con Vincenzo Consolo<br>Anna Fabretti<\/em><\/strong><br><br><em>Il testo dell\u2019intervista che pubblichiamo appartiene ad un tempo quasi remoto, a una fase della carriera letteraria di Vincenzo Consolo, allora appena sessantenne, in cui la fama ottenuta con\u00a0Il sorriso dell\u2019ignoto marinaio\u00a0e con i successivi romanzi lo consacra come uno dei maggiori scrittori italiani della fine del secolo. Il 25\u00a0giugno 1994 andai per la prima volta a Milano a incontrarlo e registrai pi\u00f9 di due ore di conversazione.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>Trascritto minuziosamente dalla diligente studentessa di allora, il testo \u00e8 rifiutato una prima volta alla pubblicazione o, per meglio dire, \u00e8 accettato con tanti e tali tagli da indurmi a una giustificata rinuncia. Si perde poi nei meandri di una valanga informatica che travolge il supporto su cui era stato registrato. Per un\u2019incredibile coincidenza, sar\u00e0 poi ritrovato, su fogli di carta ingiallita, usciti da una preistorica stampante a nove aghi, nel fondo di un cassetto da cui nessuno avrebbe mai potuto stanarlo se non la curiosa allegria di un bambino. In breve, questa la ragione dell\u2019ingiustificabile ritardo di stampa.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>Nella revisione del testo ho privilegiato una struttura senza domande, che riordina con la dovuta fedelt\u00e0 il lungo discorso di Vincenzo Consolo, le argomentazioni e i riferimenti. La continuit\u00e0 del discorso prevale sulla discontinuit\u00e0 della conversazione e permette, a mio parere, di cogliere pi\u00f9 estesamente le idee enunciate, come se si trattasse pi\u00f9 di una lezione che di un dialogo. Come si vedr\u00e0, molti dei temi qui\u00a0in nuce\u00a0sono poi stati ripresi e sviluppati altrove, sia nelle numerose interviste, sia negli articoli sia nei saggi<sup><a href=\"https:\/\/journals.openedition.org\/cher\/1155#ftn1\">2<\/a><\/sup>. Il discorso si sviluppa dunque intorno ad alcuni blocchi tematici, fitti di rimandi interni, che danno al testo coesione e coerenza. Particolare attenzione \u00e8 data al nucleo della sperimentazione, all\u2019idea manzoniana della scrittura come \u00abmetafora\u00bb, al rapporto con Pirandello e con Verga.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>Mi auguro, nel chiudere queste pagine, di avere dato la giusta luce alle parole dell\u2019autore, sciogliendo, almeno in parte, un debito di riconoscenza che a lui mi lega, proprio da quel lontano 1994.<\/em><\/p>\n\n\n\n<h1 class=\"wp-block-heading\"><a href=\"https:\/\/journals.openedition.org\/cher\/1155#tocfrom1n1\">Il rapporto con le avanguardie, con diverse forme di sperimentazione letteraria<\/a><\/h1>\n\n\n\n<p>Antonio Pizzuto non era un autore d\u2019avanguardia, o almeno non militava nell\u2019ultima avanguardia italiana, che \u2013 sappiamo tutti \u2013 \u00e8 il Gruppo 63. Ma non \u00e8 per caso che Pizzuto sperimentava per conto suo ed era arrivato a determinati esiti ed era stato scelto, eletto, come nume tutelare degli avanguardisti del Gruppo&nbsp;63. E dunque io, mentre cominciavo a scrivere, prendevo le distanze, sia dagli avanguardisti del Gruppo&nbsp;63, sia da Pizzuto<sup>&nbsp;<\/sup>(Cherchi 1987), perch\u00e9 la mia sperimentazione \u00e8 su un altro crinale, in un altro alveo, ed \u00e8 la sperimentazione di tipo storicistico di tutti gli scrittori \u2013 senza andare lontano nel tempo, parlando del romanzo moderno \u2013 a partire da Verga sino a Gadda, passando attraverso Pasolini.<\/p>\n\n\n\n<p>6E che cosa significa questo? Significa che lo sperimentatore \u00e8 colui che lavora sul codice linguistico dato e cerca di rompere questo codice linguistico che, come tutti i codici, diventa rigido nei confronti di quella che Pirandello chiama la Vita. Il compito dello scrittore \u00e8 di rompere il codice per immettere la Vita, poich\u00e9 il codice \u00e8 una Forma. Bisogna rompere tutte le forme per immettere la realt\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p>La realt\u00e0 di Verga, qual era? La realt\u00e0 di Verga non era mai stata italiana, era una realt\u00e0 di una periferia geografica, qual era la Sicilia, e di una periferia umana, qual era il grado pi\u00f9 basso della condizione umana, quella dei pescatori di Aci Trezza. Ora, per Verga, far parlare questi personaggi in lingua toscana sarebbe stata una contraddizione. Questa \u00e8 stata la grande rivoluzione linguistica, la grande sperimentazione di Verga. Bisognerebbe fare tutta la storia di Verga, di com\u2019\u00e8 arrivato a questa sua conversione, a questa caduta da cavallo sulla via di Damasco. Verga \u00e8 un caso classico di conversione letteraria. Part\u00ec imboccando una strada, che \u00e8 la strada \u2013 come sappiamo \u2013 del romanzo mondano; esce dalla Sicilia, va a Firenze prima, scrive dei romanzi di successo anche molto conosciuti, ma il romanzo che gli serv\u00ec da biglietto da visita \u00e8 stato&nbsp;<em>La storia di una capinera<\/em>, che era un tema molto alla moda, di derivazione diderotiana e manzoniana, cio\u00e8 quello della malmonacata. Quindi, quando da Firenze si sposta a Milano, si presenta con questo biglietto da visita molto mondano, viene accolto nei salotti, e pensa di continuare a scrivere i romanzi che aveva letto fino a quel punto, ma si trova in una citt\u00e0 che \u00e8 in un momento storico particolare. Ricordiamoci che era il 1872. Milano era in preda alla prima rivoluzione industriale, la citt\u00e0 era in pieno subbuglio, nascevano nuovi quartieri, quartieri operai, nuove industrie, si apriva la Pirelli. Il fatto \u00e8 che, di fronte a questo sommovimento del panorama sociale, del panorama politico \u2013 perch\u00e9 avvenivano allora, con la crescita del capitale, i primi scontri sociali, c\u2019erano i primi scioperi, le prime organizzazioni operaie \u2013 Verga rimase spiazzato, perch\u00e9 cap\u00ec che la letteratura che aveva praticato sino a quel momento non rappresentava il contesto storico in cui lui si muoveva. E quindi, come scrive Sapegno, ritorn\u00f2 alla Sicilia della sua infanzia, al mondo intatto e fermo della sua infanzia, che era una sorta di Sicilia immota, la Sicilia del mito, la Sicilia del ricordo. E incominci\u00f2 qui la sua svolta, la sua grande sperimentazione linguistica, avendo come parametro naturalmente la lingua di Manzoni. Ecco io credo, come credono in tanti, che lui abbia scritto contro Manzoni, contro il toscano di Manzoni.<\/p>\n\n\n\n<p>Ricordiamoci che il toscano di Manzoni era un toscano rivoluzionario, nel momento in cui Manzoni lo scriveva, perch\u00e9 doveva dare una lingua agli italiani; quello di Manzoni era un intento di tipo ideologico, di tipo politico, di unificare questo paese linguisticamente. Quando passa il momento manzoniano, in cui l\u2019unit\u00e0 \u00e8 avvenuta, in cui la nazione rischiava di diventare nazionalismo, si lasciano fuori dall\u2019indagine letteraria strati popolari e zone di questo paese che la letteratura non aveva riflettuto fino a quel momento, se non a livello dialettale. Verga si incarica quindi di portare in letteratura questi personaggi, che sono i vinti, quelli che lui, nella sua concezione immobile del fato, aveva immaginato come vinti. Parte dal primo gradino della societ\u00e0: concepisce un grande affresco e la rivoluzione linguistica. Da Verga in poi, comincia il filone moderno della letteratura italiana e della sperimentazione linguistica, ma nell\u2019alveo della tradizione.<\/p>\n\n\n\n<p>Quando c\u2019\u00e8 l\u2019avvento del fascismo \u2013 e questo bisogna tenerlo presente perch\u00e9 la letteratura non si muove nel vuoto, si muove nella storia \u2013 avviene una sorta di imposizione del codice linguistico nazionale, per cui si scriveva in toscano e il romanzo di tipo sperimentale incominci\u00f2 a diventare sospetto. Si formarono delle correnti letterarie che vanno sotto il nome di Ronda o di Voce, che immaginavano una sorta di lingua pura, di lingua metallica, assolutamente formale. Il romanzo cadde in disuso e venne di moda il frammento, ci fu il periodo del frammentismo, dell\u2019elzeviro, che era la bella prosa.<\/p>\n\n\n\n<p>Non bisogna poi dimenticare le due esperienze che precedono il fascismo e sono parallele ma speculari: da una parte, questa specie di orgia linguistica e lussureggiante che era stata la lingua dannunziana e che aveva pervaso tutta la borghesia e la piccola borghesia italiana, per cui, quando si scriveva, bisognava scrivere secondo i moduli dannunziani. Dall\u2019altra parte, c\u2019era stata l\u2019esperienza devastante, azzerante dei futuristi, dei marinettiani. Si tratta di due fenomeni speculari: voglio dire che tutti e due, sia Marinetti che D\u2019Annunzio, non facevano altro che riflettere la lingua del potere e al potere interessava azzerare i codici della lingua per poter costruire una lingua del potere stesso.<\/p>\n\n\n\n<ul><li><strong>3<\/strong>&nbsp;Si tratta naturalmente di&nbsp;<em>Nuove questioni linguistiche<\/em>; cfr. Pasolini 1964.<\/li><\/ul>\n\n\n\n<p>Io penso veramente che le avanguardie non siano altro che la faccia speculare del codice linguistico del potere; quando poi finiscono, decadono, adottano la lingua del potere, la lingua della conformazione. Mentre la sperimentazione \u00e8 pi\u00f9 inquieta, perch\u00e9 opera nella tradizione e cerca di immettere le voci della verit\u00e0, non delle voci artificiali, di gruppi di letterati. Finito il fascismo, crollata questa doppia lingua, Pasolini fa un\u2019analisi molto dettagliata e molto bella nel 1964, quando scrive il suo famoso saggio sulla nascita della lingua italiana e fa una disamina di quel che era la lingua italiana fino a quel punto<sup><a href=\"https:\/\/journals.openedition.org\/cher\/1155#ftn2\">3<\/a><\/sup>.<\/p>\n\n\n\n<p>Caduto il fascismo, naturalmente si sente l\u2019esigenza di tornare alle vecchie sperimentazioni, con immissioni, con sperimentazioni linguistiche, e si ha il grande fenomeno di Gadda. Non si pu\u00f2 immaginare niente di pi\u00f9 lontano di uno scrittore come Gadda da Verga. Verga \u00e8 casto, parco, asciutto: la sua lingua non era dialettale, ma era \u2013 come dice Pasolini \u2013 una lingua toscana irradiata di dialettalit\u00e0; aveva abbassato il codice linguistico toscano a livello della sintassi e della paratassi dialettale siciliana, mettendo in campo tutti i modi di dire, i proverbi. Verga aborriva il dialetto, perch\u00e9 sapeva bene che il dialetto era un\u2019altra cosa. Aveva avuto una polemica con Capuana sull\u2019uso del dialetto in letteratura, e non solo con Capuana, ma anche con un altro scrittore siciliano che si chiama Alessio Di Giovanni, che gli aveva proposto di tradurre in siciliano&nbsp;<em>I<\/em>&nbsp;<em>Malavoglia.&nbsp;<\/em>Verga si era assolutamente opposto, perch\u00e9 sapeva qual era la sua rivoluzione linguistica. Parlando appunto di Gadda, sono due scrittori molto lontani: quanto uno \u00e8 monocorde, cos\u00ec parco, cos\u00ec pietroso, tanto l\u2019altro \u00e8 polifonico, ricco, barocco. Gadda, in un\u2019intervista uscita in un libro recente (questa intervista credo sia uscita al momento della pubblicazione del&nbsp;<em>Pasticciaccio brutto de via Merulana<\/em>), a chi gli faceva i nomi di Zola, di Queneau, di altri scrittori francesi, di una sperimentazione esterna all\u2019Italia, ha risposto di considerarsi figlio di Verga. Si riconosceva appunto in questo filone della sperimentazione linguistica italiana a partire da Verga, solo che gli strumenti usati da Gadda erano diversi da quelli usati da Verga. In Gadda c\u2019\u00e8 la polifonicit\u00e0 dei dialetti: recupera tutti i dialetti italiani (questo grande calderone) per rappresentare il paese, mentre Verga usava un registro monocorde dell\u2019irradiazione.<\/p>\n\n\n\n<p>Pasolini, insieme a Gadda, \u00e8 stato l\u2019autore che nei romanzi ha sperimentato anche linguisticamente attraverso la tecnica della digressione; i personaggi partivano dall\u2019italiano, poi man mano scivolavano verso il dialetto. Io mi riconosco in questo filone, considero come mio padre tutelare Verga, non credo negli azzeramenti, non credo nelle avanguardie, perch\u00e9 credo che la letteratura sia una continua sperimentazione, sperimentazione non solo linguistica, ma anche sperimentazione sulle strutture narrative, sulla struttura stessa del romanzo. Per quanto mi riguarda, io non ho usato n\u00e9 la digressione pasoliniana o gaddiana n\u00e9 l\u2019irradiazione di tipo verghiano. Io ho usato quello che chiamerei l\u2019innesto: innesto di parole, di fonemi, di lessici, che sono stati espunti dal codice linguistico nazionale, che mi ritrovo nella memoria, nel mio bagaglio regionale, nella storia linguistica siciliana. Parole di lingue che le varie dominazioni hanno lasciato in Sicilia, le varie civilt\u00e0 se non vogliamo chiamarle dominazioni. E quindi io cerco di immettere questi vocaboli, che non sono italiani ma che hanno una loro dignit\u00e0 filologica, che vengono da altre lingue. Sono vocaboli che di volta in volta possono venire dal latino o dal greco, dall\u2019arabo o dal francese, dallo spagnolo e che sono il segno della ricchezza storica, civile e linguistica della regione di cui io parlo. I miei personaggi, e anche lo stesso io narrante nei miei romanzi, recuperano questi vocaboli che sono stati cacciati via, che sono stati sepolti.<\/p>\n\n\n\n<p>Io ho spesso paragonato il mio lavoro di ricerca linguistica al lavoro dell\u2019archeologo: cerco di scavare per tentare di disseppellire questi resti, questi reperti linguistici, e di metterli alla luce, di metterli in circolo. Poi, naturalmente, obbedisco ad altri criteri: sono i criteri della sonorit\u00e0, del polisenso che pu\u00f2 avere un vocabolo di pi\u00f9 sensi piuttosto che un unico senso. Ubbidisco a tante esigenze in questa mia sperimentazione. In questo mi sento lontano da Pizzuto, perch\u00e9 io sono sempre spinto da un intento storicistico nella mia ricerca, cerco di essere sempre aggrappato alla storia e la mia sperimentazione non \u00e8 solamente in senso formale. Mi preoccupo sempre che ci sia un equilibrio tra il contenuto e la forma, tra quello che voglio dire e il modo in cui lo dico. In Pizzuto invece c\u2019era lo scivolamento solo in un senso formale, e la sua scrittura diventava come una musica atonale, una scrittura astratta, dove la linea narrativa non si svolgeva pi\u00f9, le parole diventavano puro suono senza il significato, era puro significante. In quello mi sento molto lontano da Pizzuto e capisco perch\u00e9 gli avanguardisti avessero scelto Pizzuto come loro nume tutelare, proprio perch\u00e9 era la pura sperimentazione formale.<\/p>\n\n\n\n<h1 class=\"wp-block-heading\"><a href=\"https:\/\/journals.openedition.org\/cher\/1155#tocfrom1n2\">Il rapporto con Luigi Pirandello<\/a><\/h1>\n\n\n\n<p>La lezione pirandelliana l\u2019ho appresa attraverso Sciascia. Credo che il mio nome si possa accostare a Pirandello in questo: che c\u2019\u00e8 in me l\u2019ansia\u2026 Voglio dire che c\u2019\u00e8 in me il desiderio, il bisogno, la volont\u00e0 di uscire dall\u2019immobilismo verghiano; perch\u00e9 io credo che in Sicilia ci siano due modi per essere scrittori: appartenere al filone verghiano o appartenere al filone pirandelliano. Voglio dire che ci si pu\u00f2 immettere nella zona del mito, ci si pu\u00f2 immettere nella zona dei temi dell\u2019assoluto dell\u2019esistenza e chiudersi in questa sorta di concezione fatalistica della vita, dell\u2019esistenza della condanna del fato nel modo in cui l\u2019aveva concepito Verga, di una vita circolare senza assolutamente nessuna via di uscita. Io credo che la modernit\u00e0 di Pirandello consista nell\u2019aver cercato di rompere questo cerchio e di riportare il discorso letterario non sulla circolarit\u00e0, ma sulla linearit\u00e0. E Pirandello l\u2019ha fatto attraverso la dialettica, l\u2019ha fatto attraverso la parola, quindi ha rotto quella chiusura del proverbio, del modo di dire ereditato dai padri, dalla tradizione, cos\u00ec come l\u2019aveva concepito Verga, questo parlare come se fosse un salmodiare di Sacre Scritture, della Bibbia o del Corano; erano delle formule quasi sacre che si ripetevano. Pirandello ha cercato di far uscire l\u2019uomo dalla sua condizione di condanna attraverso la ribellione, la rottura di questo codice linguistico e quindi la dialettica, l\u2019interrogarsi sul perch\u00e9 di questa condanna, il chiedere conto a qualcuno del perch\u00e9 di questa condanna. Ne viene fuori un mondo ancora pi\u00f9 straziante in Pirandello: \u00e8 quello che Giovanni Macchia chiama \u00abla stanza della tortura\u00bb (Macchia 1981), \u00e8 un continuo torturarsi. C\u2019\u00e8 questa grande rivoluzione pirandelliana nel teatro e nella sua prosa \u2013 a parte i romanzi di tipo storico \u2013 di uscire dal cerchio verghiano e di rompere la fatalit\u00e0 della tragedia greca, di portarla sul piano della commedia moderna attraverso l\u2019umorismo, attraverso l\u2019ironia, attraverso l\u2019articolazione della parola e del discorso, quindi attraverso la comunicazione. Ora, questo \u00e8 un modo illuministico, un modo moderno di concepire la condizione dell\u2019uomo e io ho cercato, per il mio destino di centralit\u00e0 \u2013 sono nato nella Sicilia centrale e mi sono trovato in bilico tra questi due mondi, il mondo orientale di Verga, che \u00e8 invaso dalla natura, che protende verso il lirismo e verso il mito, e il mondo occidentale, che \u00e8 il mondo pi\u00f9 dialettico, il mondo pi\u00f9 storicistico, pi\u00f9 della ragione, a cui appartiene Pirandello, a cui appartiene Sciascia \u2013 io ho cercato di conciliare questi due opposti e quindi la mia scrittura forse consiste in questa continua oscillazione tra il mito e la storia, tra il lirismo e la dialettica. Io, sotto questo bisogno dell\u2019espressivit\u00e0 o dell\u2019espressionismo, come l\u2019ha chiamato Segre, credo che si scorga il martellare della ragione, della dialettica, dello storicismo. In questo io mi sento anche erede di Pirandello. Per esempio Vittorini, che apparteneva alla Sicilia orientale \u2013 veniva da Siracusa \u2013 e quindi era fortemente invaso anche lui dalla natura, aveva una propensione al lirismo, che non poteva spegnere; anche lui aveva sentito il bisogno di uscire dall\u2019immobilit\u00e0, aveva concepito i suoi racconti, i suoi romanzi come viaggi, come movimento; per\u00f2 l\u2019aveva fatto soltanto esteriormente, perch\u00e9 poi anche Vittorini, alla fine, risulta un grande formalista. Tuttavia c\u2019era questa esigenza del movimento, del fare, del togliersi dall\u2019immobilit\u00e0 della rassegnazione, del dolore. Mentre in Pirandello tutto questo dolore diventa essenza, diventa parola, in Vittorini \u00e8 soltanto nella vicenda raccontata il movimento, ma formalmente, stilisticamente, rimane chiuso anche lui dentro la forma.<\/p>\n\n\n\n<h1 class=\"wp-block-heading\"><a href=\"https:\/\/journals.openedition.org\/cher\/1155#tocfrom1n3\">Il teatro, la teatralit\u00e0, la \u00abvastasata\u00bb<\/a><\/h1>\n\n\n\n<p>Pirandello per forza doveva poi alla fine salire sul palcoscenico, perch\u00e9 la sua scrittura \u00e8 teatrale, \u00e8 una scrittura dialettica, dialogica, fortemente teatrale; quindi ha sentito il bisogno del teatro e di rompere le pareti del teatro, di creare la quarta dimensione.<\/p>\n\n\n\n<p>La \u00abvastasata\u00bb era il teatro popolare, molto scurrile, per i facchini, perch\u00e9 \u00abvastaso\u00bb viene da \u00abbastizo\u00bb, che in greco significa \u00abportare addosso\u00bb e quindi da noi esiste questa parola \u00abvastaso\u00bb che \u00e8 detta in doppio senso: sia come professione (\u00abu vastasu\u00bb \u00e8 colui che porta, il facchino), ma anche nel senso metaforico della parola, che vuol dire sporcaccione, colui che usa il linguaggio scurrile. C\u2019era quindi una forma di teatro siciliano, soprattutto palermitano, che si chiamava la \u00abvastasata\u00bb, che era un po\u2019 come le&nbsp;<em>atellanae<\/em>, come il teatro romano pi\u00f9 scurrile. Cocchiara<sup>&nbsp;<\/sup>(1926) si \u00e8 occupato di questa forma di teatro, che usa un linguaggio molto sboccato, molto diretto, un teatro di tipo carnascialesco, che poi usciva dagli argini del carnevale e diventava un teatro per tutto l\u2019anno, perch\u00e9 quella licenziosit\u00e0 si ammetteva soltanto nel periodo del carnevale, ma poi ha finito per essere recitato tutto l\u2019anno.<\/p>\n\n\n\n<h1 class=\"wp-block-heading\"><a href=\"https:\/\/journals.openedition.org\/cher\/1155#tocfrom1n4\">Pirandello, Sciascia e lo zolfo<\/a><\/h1>\n\n\n\n<p>Essere dentro o fuori dalla miniera di zolfo significa che i parenti di Pirandello erano proprietari di zolfare e Sciascia era nipote di uno zolfataro. La differenza sta in questo. Pirandello stesso ha fatto il guardiano per un breve periodo, quando voleva smettere di studiare, in una zolfara. Suo padre era un proprietario e commerciante di zolfo e forse il nucleo del dolore pirandelliano viene da questa personalit\u00e0 del padre, che era molto forte, e da questo mondo tremendo e anche terribile dei commercianti di zolfo, dei proprietari. Sono tutti e due scrittori di tipo logico-dialettico, ma l\u2019uno verso la zona dell\u2019esistenza (Pirandello), l\u2019altro verso la zona civile, politica, perch\u00e9 anche tutta la letteratura di Sciascia \u00e8 una letteratura dialettica, quella dell\u2019indagine, del delitto ecc.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00c8 questa la grandezza di Pirandello. Dove avviene questa tortura? Nel chiuso di una stanza, in un interno borghese, mentre la dialettica di Sciascia avviene nella piazza del paese di Racalmuto, dove si discute dell\u2019amministrazione comunale, del circolo dei civili, perch\u00e9 l\u2019uno era figlio di zolfataro, l\u2019altro era figlio di proprietari dello zolfo. \u00c8 questa la differenza per cui io dico \u00abdentro\u00bb o \u00abfuori\u00bb della miniera. Erano tutti e due sulfurei, sia Pirandello che Sciascia. La presenza dello zolfo \u00e8 stata molto importante in questi due scrittori, credo che abbia veramente segnato le loro personalit\u00e0. Io ho scritto un saggio sulla letteratura dello zolfo, uscito in un libro che si chiama \u2018<em>Nfernu vero<\/em>, delle Edizioni del Lavoro (Grimaldi 1985). \u00c8 una di quelle cose che dovr\u00f2 ripubblicare. \u00c8 una disamina di quella che \u00e8 stata la letteratura scaturita nella zona delle zolfare in Sicilia.<\/p>\n\n\n\n<h1 class=\"wp-block-heading\"><a href=\"https:\/\/journals.openedition.org\/cher\/1155#tocfrom1n5\">La parodia, l\u2019\u00ababrasione\u00bb<\/a><\/h1>\n\n\n\n<p>Il mio romanzo su cui i critici si sono pi\u00f9 soffermati,&nbsp;<em>Il sorriso dell\u2019ignoto marinaio<\/em>, nella scrittura \u00e8 la parodia di una scrittura, non \u00e8 la scrittura dell\u2019autore: \u00e8 la parodia di un erudito dell\u2019Ottocento, che \u00e8 il barone di Mandralisca, che poi cade in crisi. \u00c8, dicevo io, una scrittura in negativo perch\u00e9, nel momento in cui questa scrittura si dichiara, nello stesso tempo si nega, perch\u00e9 \u00e8 parodistica, perch\u00e9 \u00e8 abrasiva, l\u2019intento \u00e8 abrasivo. E quindi, a un certo punto, c\u2019\u00e8 la rottura di questo linguaggio ottocentesco, dell\u2019erudizione ottocentesca, con le scritte dei condannati a morte, c\u2019\u00e8 questo stacco linguistico, questa frattura. Il libro \u00e8 molto complesso, perch\u00e9 bisognerebbe parlare anche della struttura oltre che del linguaggio. Questi giochi sono per\u00f2 sempre in bilico, perch\u00e9 \u00e8 una scrittura in negativo che a momenti, nei momenti di commozione, si rovescia in scrittura in positivo, nella rievocazione degli orrori; quando il barone descrive la strage di cui \u00e8 stato testimone, c\u2019\u00e8 molta piet\u00e0 e allora la parodia si smette, diventa adesione, non \u00e8 pi\u00f9 parodia.<\/p>\n\n\n\n<p>Anche&nbsp;<em>Retablo&nbsp;<\/em>\u00e8 il massimo della parodia, \u00e8 una parodia settecentesca di Fabrizio Clerici, che \u00e8 un uomo del nostro tempo. Ma sotto questa parodia vengono fuori dei momenti di grande sarcasmo nei confronti di una certa Sicilia retorica, che \u00e8 quella di Alcamo. Poi c\u2019\u00e8 naturalmente la commozione di fronte a una certa bellezza della Sicilia. Questo \u00e8 un libro che nasce dalla polemica: \u00e8 l\u2019allontanamento di un intellettuale, di un artista, da Milano, da una Milano fortemente ideologica che in quel momento \u2013 era la Milano degli Illuministi \u2013 ed era la polemica di chi scriveva, contro il cristallizzarsi solamente dell\u2019ideologia, che riflette solo il dato politico dell\u2019uomo e non il momento globale umano. E questo personaggio, innamorato di Teresa Blasco (dentro ci sono molti segni, molte metafore), che poi \u00e8 la nonna di Manzoni, il padre della letteratura italiana moderna, ha questo senso: che l\u2019ideologia con la poesia (che \u00e8 rappresentata da Teresa Blasco) genera uno scrittore come Manzoni. E quindi Fabrizio Clerici che si allontana dalla citt\u00e0 ideologica, dalla citt\u00e0 illuministica, va alla ricerca della poesia e la cerca nel luogo in cui \u00e8 nata la sua donna e quindi prova commozione di fronte alla bellezza, ma vede anche gli orrori, vede quello che deve vedere la letteratura, che nessuna ideologia, nessuna storiografia riesce a vedere. Soltanto l\u2019arte riesce a vedere gli orrori e le bellezze dell\u2019esistenza, della vita, quindi ecco le scene di Alcamo, la commozione di fronte alle antichit\u00e0, che a volte sono anche ironizzate; ad esempio, quando c\u2019\u00e8 la statua dell\u2019efebo di Mozia che cade in mare, c\u2019\u00e8 l\u2019ironia del feticismo delle antichit\u00e0, ci sono tutti questi segni. \u00c8 anche quello un libro molto parodistico, che vuole liberare determinate metafore moderne; poi c\u2019\u00e8 un\u2019invettiva contro Milano da parte di Fabrizio Clerici, che era un\u2019invettiva di uno \u2013 di chi scrive \u2013 che aveva amato questa citt\u00e0, che se ne era disamorato perch\u00e9 vedeva questa citt\u00e0 deteriorarsi, diventare quello che sappiamo. C\u2019\u00e8 un momento in cui lui dice \u00abarrasso, arrasso\u00bb, in cui c\u2019\u00e8 l\u2019enumerazione di una Milano che era la Milano del momento in cui io scrivevo e in cui tutti i personaggi che lui cita nella sua invettiva sono riconoscibili; quando parla del politico ladro, del prete trafficone, del poeta decadente, del gazzettiere: c\u2019\u00e8 tutta la Milano degli anni Ottanta, la Milano di Craxi.<\/p>\n\n\n\n<p>La dialettica Milano-Sicilia era molto pi\u00f9 ridotta prima, era la dialettica \u2013 fin dal mio primo libro \u2013 tra la Sicilia orientale e la Sicilia occidentale. Io sono sempre stato dilaniato tra due polarit\u00e0. Poco fa, facevo l\u2019esempio di Verga e Pirandello; questo bisogno di conciliare gli opposti l\u2019ho sempre sentito, allontanandomi dalla Sicilia.&nbsp;<em>Retablo&nbsp;<\/em>\u00e8 proprio molto emblematico in questo senso, di questa polarit\u00e0 pi\u00f9 ampia Milano-Sicilia. Dovrebbe essere il mondo della politica, della ragione, del vivere civile con il mondo del mito, della poesia, del lirismo, con tutto quel che significa, in un certo senso anche la Sicilia, il mondo verghiano; perch\u00e9 Pirandello aveva preso, anche se stava ad Agrigento, le distanze dalla Sicilia, per poterne parlare in modo logico, in modo razionale, dialettico.<\/p>\n\n\n\n<h1 class=\"wp-block-heading\"><a href=\"https:\/\/journals.openedition.org\/cher\/1155#tocfrom1n6\">La scrittura, la distanza memoriale<\/a><\/h1>\n\n\n\n<p>In&nbsp;<em>Retablo<\/em>&nbsp;c\u2019\u00e8 anche l\u2019idea dello scrittore come \u00abcastrato\u00bb della vita. \u00c8 la ripresa della frase di Pirandello \u00abla vita o la si scrive o la si vive\u00bb. \u00c8 l\u2019idea della condizione dell\u2019artista, di questa nostalgia struggente di una vita da cui ci si apparta continuamente, e quindi c\u2019\u00e8 il tendere la mano, sempre per cercare di afferrare la vita che, intanto, mentre tu ti apparti per tentare di rappresentarla, scorre per conto proprio.<\/p>\n\n\n\n<ul><li><strong>4<\/strong>&nbsp;Consolo 1993: 46-47: \u00abE noi scrittori siciliani, \u201cinclini\u201d alla storia, troviamo in Manzoni pater&nbsp;<a href=\"https:\/\/journals.openedition.org\/cher\/1155#ftn3\">(&#8230;)<\/a><\/li><\/ul>\n\n\n\n<p>L\u2019idea su cui si fonda&nbsp;<em>Retablo<\/em>&nbsp;\u00e8 quella della lontananza che consente la scrittura, l\u2019idea della distanza memoriale. Poi lo scrittore si riattualizza compiendo quel salto mortale che \u00e8 la metafora, perch\u00e9 l\u2019artista \u2013 lo scrittore soprattutto \u2013 ha sempre bisogno di volgere la testa indietro per attingere alla memoria, a quel patrimonio che si porta dietro e che non \u00e8 l\u2019attualit\u00e0<sup><a href=\"https:\/\/journals.openedition.org\/cher\/1155#ftn3\">4<\/a><\/sup>. Questa necessit\u00e0 di volgere la testa indietro per attingere alla memoria \u00e8 la distanza memoriale. Io non concepisco letteratura senza memoria. Non capisco tutta la&nbsp;<em>querelle<\/em>&nbsp;stupida che c\u2019\u00e8 stata negli anni scorsi tra i giornalisti, che sono i nuovi scrittori perch\u00e9 parlano dell\u2019attualit\u00e0, e degli scrittori che sono inattuali. C\u2019\u00e8 un grande discorso da fare su questo momento che stiamo vivendo, su questo secolo in cui c\u2019\u00e8 stata l\u2019esplosione dei mezzi di comunicazione di massa e quindi la messa in crisi dello scrittore. E lo scrittore, per difendere lo spazio letterario, deve sempre di pi\u00f9 ricorrere alla memoria, perch\u00e9 non \u00e8 possibile per uno scrittore raccontare in termini assolutamente di comunicazione l\u2019attualit\u00e0, raccontarla in modo cos\u00ec diretto come fanno i giornali ogni mattina o come fa la televisione. Perci\u00f2 molto spesso si confonde il giornalismo con la letteratura e molti aspirano a far omologare, a far diventare la letteratura giornalismo.<\/p>\n\n\n\n<p>Quando \u00e8 uscito il mio ultimo libro,&nbsp;<em>Nottetempo, casa per casa<\/em>, c\u2019\u00e8 stato un famoso giornalista, il quale ha una rubrica su&nbsp;<em>L\u2019Espresso<\/em>, che ha osservato con molto candore:<\/p>\n\n\n\n<blockquote class=\"wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow\"><p>Ma questo Consolo, quando scrive degli articoli sui giornali \u00e8 chiarissimo, molto logico, e quando scrive i romanzi usa dei vocaboli come questi\u2026<\/p><\/blockquote>\n\n\n\n<p>e indicava tutta una sfilza di vocaboli che a lui sembravano strani, molto ricercati. Si chiedeva il perch\u00e9 di questa dicotomia, di questa disparit\u00e0, e metteva il dito \u2013 come si dice \u2013 nella piaga, cio\u00e8 non capiva la differenza tra quella scrittura che Barthes chiama \u00abscrittura d\u2019intervento\u00bb, la scrittura giornalistica, e la scrittura letteraria. Non vedeva la necessit\u00e0 dell\u2019altra scrittura perch\u00e9 lui, da giornalista, vorrebbe che la letteratura fosse come il giornalismo.<\/p>\n\n\n\n<p>Tutto ormai deve diventare giornalismo e anche questi grandi giornalisti, come Bocca o come Pansa, dicevano qualche anno fa: \u00abSiamo noi i nuovi narratori, i nuovi Balzac\u00bb. Il loro \u00e8 un linguaggio passivo, d\u2019accatto, sono dei gerghi che poi si scimmiottano, si ripetono. Ci sono delle formulette che inconsciamente, naturalmente si trasmettono l\u2019uno con l\u2019altro e ripetono passivamente perch\u00e9 loro non hanno un problema di linguaggio, quindi hanno bisogno di usare un linguaggio che \u00e8 gi\u00e0 consumato, per essere il pi\u00f9 comunicativi possibile. E stiamo parlando di parole, non consideriamo quello che \u00e8 il mondo delle immagini\u2026<\/p>\n\n\n\n<h1 class=\"wp-block-heading\"><a href=\"https:\/\/journals.openedition.org\/cher\/1155#tocfrom1n7\">Il rapporto fra segni verbali e segni iconici<\/a><\/h1>\n\n\n\n<p>Nel&nbsp;<em>Sorriso dell\u2019ignoto marinaio<\/em>&nbsp;la figurativit\u00e0 \u00e8 portata proprio come una cifra, c\u2019\u00e8 l\u2019iconografia dell\u2019ignoto marinaio. In&nbsp;<em>Retablo<\/em>&nbsp;la topologia figurativa \u00e8 fondata poeticamente sull\u2019assenza di un referente concreto. In tutto il libro c\u2019\u00e8 un\u2019interruzione continua quando Isidoro deve parlare di Rosalia, c\u2019\u00e8 sempre un\u2019interruzione, perch\u00e9 poi c\u2019\u00e8 il disvelamento alla fine. Rosalia rimane il vagheggiamento, l\u2019eterno femminino, rimane anche l\u2019ambiguit\u00e0 dell\u2019altro, perch\u00e9 la parola&nbsp;<em>veritas<\/em>&nbsp;\u00e8 una parola naturalmente ironica, perch\u00e9 la verit\u00e0 \u00e8 quella effigiata dallo scultore Serpotta, la verit\u00e0 nuda, prorompente; ma questa fanciulla, che \u00e8 molto ambigua \u2013 non si capisce se abbia amato Isidoro o se l\u2019abbia ingannato, preso in giro, giocato \u2013, \u00e8 poi l\u2019inganno dell\u2019amore, l\u2019inganno della poesia, che per\u00f2 sono degli inganni assolutamente necessari all\u2019uomo, senza i quali non potremmo vivere. La citazione iniziale di Jacopo da Lentini evidenzia gi\u00e0 tutto il tracciato del libro. L\u2019uso di una certa topologia figurativa, del riferimento a una tradizione \u00abalta\u00bb della poesia, \u00e8 continuamente ribaltato, rovesciato, a fini parodici.<\/p>\n\n\n\n<p>In&nbsp;<em>Retablo<\/em>, gi\u00e0 la parola \u00abretablo\u00bb \u00e8 iconica, \u00e8 una composizione pittorica e nello stesso tempo \u00e8 anche spettacolo teatrale. In Cervantes, il retablo diventa lo spettacolo teatrale; infatti c\u2019\u00e8 l\u2019illusione del \u00ab<em>retablo de las maravillas<\/em>\u00bb, il nome \u00e8 preso da Cervantes. Nella tradizione pittorica siciliana che ci hanno portato gli spagnoli, c\u2019\u00e8 la parola \u00abretablo\u00bb, una composizione pittorica in pi\u00f9 riquadri, dove si racconta una storia. Ma c\u2019\u00e8 anche questo teatrino delle illusioni che \u00e8 la letteratura. E quindi Rosalia \u00e8 l\u2019interprete principale di questo teatrino. Il primo capitolo e l\u2019ultimo, che sono i pannelli laterali del retablo, seguono lo schema del contrasto, del contrasto d\u2019amore, con le due voci \u2013 prima Isidoro, poi lei, Rosalia, che risponde, come in&nbsp;<em>Rosa fresca aulentissima<\/em>.<\/p>\n\n\n\n<p>Altro dato importante \u00e8 il colorismo. La pesca del corallo \u00e8 una cosa molto mediterranea, soprattutto Trapani era uno dei centri della pesca del corallo, dove c\u2019era un grande artigianato e quindi c\u2019\u00e8 l\u2019amore di tutta questa memoria, ma anche di questa materia marina; \u00e8 una concrezione marina il corallo, che ricorda molto la grazia femminile, con questo rosa acceso che d\u00e0 luminosit\u00e0 al volto delle donne, pi\u00f9 degli smeraldi che sono molto freddi, freddi come le stelle; \u00e8 una pietra pi\u00f9 carnale.<\/p>\n\n\n\n<p>Il corallo che viene usato per la descrizione di Rosalia, come il verde che viene usato per Teresa Blasco, alla fine si fondono. Rosalia amata da Isidoro, Rosalia amata da Vito Sammataro, Teresa Blasco, alla fine diventano un\u2019unica immagine, un solo profilo. C\u2019\u00e8 un momento in cui Fabrizio Clerici disegna il profilo di una donna e ognuno vede la propria Rosalia: \u00e8 l\u2019idea propria di tanta poesia italiana, almeno fino al Cinquecento, e di tanta lirica a sfondo teologico, l\u2019idea della rappresentazione dell\u2019assenza, dell\u2019irrealizzazione.<\/p>\n\n\n\n<h1 class=\"wp-block-heading\"><a href=\"https:\/\/journals.openedition.org\/cher\/1155#tocfrom1n8\">La religione, la religiosit\u00e0<\/a><\/h1>\n\n\n\n<p>Nei miei libri c\u2019\u00e8 una sorta di critica alla religione come potere, anche alla condizione clericale come condizione innaturale, perch\u00e9 i miei preti e i miei frati molto spesso impazziscono, perdono i freni. Anche nelle&nbsp;<em>Pietre di Pant\u00e0lica<\/em>&nbsp;c\u2019\u00e8 un altro frate pazzo (oltre a frate Nunzio, frate Isidoro, fra\u2019 Giacinto), Frate Agrippino, che si fustiga. C\u2019\u00e8 questa innaturalit\u00e0 della costrizione del potere della religione sull\u2019uomo, per\u00f2 c\u2019\u00e8 anche il recupero di una religiosit\u00e0 pi\u00f9 autentica, pi\u00f9 armonica con la vita, con il mondo, che \u00e8 quella del pastore di Segesta; quello \u00e8 un luogo pregreco, dove poi sono arrivati i Greci, dove c\u2019erano gli Elimi e quindi c\u2019erano dei templi di dee catactonie, sotterranee, dove si facevano dei sacrifici con gli elementi naturali, con il latte, con il miele. Poi c\u2019\u00e8 stata una sorta di sincretismo con l\u2019arrivo dei Greci, del recupero di queste forme epocali, arcaiche. E quindi c\u2019era il bisogno di una religione che fosse pi\u00f9 consona con la natura, meno di frattura con la natura, di una religione che non fosse un apparato di potere, che non fosse costrizione. C\u2019\u00e8 questo, non il gusto di essere dissacratore. Il racconto dei frati nel convento della Gancia \u00e8 una sorta di parodia boccaccesca, un po\u2019 grottesca, un po\u2019 atroce. Anche don Gregorio Nanfara, in&nbsp;<em>Filosofiana<\/em>, \u00e8 un esempio di impostura. Don Gregorio era l\u2019impostore locale, che era stato in seminario, sapeva un po\u2019 di latino e imbrogliava la povera gente come Vito Parlagreco, perch\u00e9 quest\u2019ultimo era uno che cercava il tesoro dentro questa tomba, mentre il furbo don Gregorio sapeva che il tesoro erano i vasi, di cui si appropria e che poi avrebbe rivenduto. \u00c8 sempre l\u2019idea del pi\u00f9 acculturato che frega il pi\u00f9 ignorante, con tutte le sue formule latine, con i suoi libri, vivendo di questa mistificazione, di questa impostura; quindi \u00e8 la denuncia della religione come impostura, come acquisizione di determinate formule per ingannare.<\/p>\n\n\n\n<p>Nel&nbsp;<em>Sorriso dell\u2019ignoto marinaio&nbsp;<\/em>c\u2019\u00e8 poi l\u2019idea manzoniana della scrittura come potere, come impostura. La scrittura come strumento del potere, nel&nbsp;<em>Sorriso&nbsp;<\/em>\u00e8 questo. Manzoni fa dire a un popolano la stessa cosa; infatti Renzo \u00e8 stato fregato dal latino di don Abbondio e da Azzeccagarbugli.<\/p>\n\n\n\n<p>Vincenzo Consolo, Milano, 1986<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image\"><a href=\"https:\/\/journals.openedition.org\/cher\/docannexe\/image\/1155\/img-1-small580.jpg\"><img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/journals.openedition.org\/cher\/docannexe\/image\/1155\/img-1-small480.jpg\" alt=\"Vincenzo Consolo, Milan, 1986\"\/><\/a><\/figure>\n\n\n\n<p>\u00a9 photographie de Giovanna Borgese<\/p>\n\n\n\n<h2 class=\"wp-block-heading\"><strong>BIBLIOGRAPHIE<\/strong><\/h2>\n\n\n\n<p>Cherchi G., 1987, \u00abMille e una notte\u00bb,&nbsp;<em>L\u2019Unit\u00e0<\/em>, 11&nbsp;novembre.<\/p>\n\n\n\n<p>Cocchiara G., 1926,&nbsp;<em>Le vastasate<\/em>, Palermo, Sandron.<\/p>\n\n\n\n<p>Consolo V., 1993,&nbsp;<em>Fuga dall\u2019Etna. La Sicilia e Milano, la memoria e la storia<\/em>, Roma, Donzelli.<\/p>\n\n\n\n<p>Consolo V., 2015,&nbsp;<em>L\u2019opera completa<\/em>, a cura e con un saggio introduttivo di Gianni Turchetta e uno scritto di Cesare Segre, Milano, Mondadori, \u00abI Meridiani\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p>Grimaldi A., 1985,&nbsp;<em>Nfernu veru. Uomini e immagini dei paesi dello zolfo<\/em>, saggio introduttivo di Vincenzo Consolo, Roma, Edizioni del Lavoro.<\/p>\n\n\n\n<p>Macchia G., 1981,&nbsp;<em>Pirandello o la stanza della tortura<\/em>, Milano, Mondadori.<\/p>\n\n\n\n<p>Pasolini P.&nbsp;P., 1964, \u00abNuove questioni linguistiche\u00bb,&nbsp;<em>Rinascita<\/em>, 26 dicembre.<\/p>\n\n\n\n<h2 class=\"wp-block-heading\"><strong>NOTES<\/strong><\/h2>\n\n\n\n<p><a href=\"https:\/\/journals.openedition.org\/cher\/1155#bodyftn1\">2<\/a>&nbsp;Si rimanda, a questo proposito, all\u2019importante lavoro che Gianni Turchetta ha svolto per il \u00abMeridiano\u00bb dedicato a Consolo: cfr. Consolo 2015.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"https:\/\/journals.openedition.org\/cher\/1155#bodyftn2\">3<\/a>&nbsp;Si tratta naturalmente di&nbsp;<em>Nuove questioni linguistiche<\/em>; cfr. Pasolini 1964.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"https:\/\/journals.openedition.org\/cher\/1155#bodyftn3\">4<\/a>&nbsp;Consolo 1993: 46-47: \u00abE noi scrittori siciliani, \u201cinclini\u201d alla storia, troviamo in Manzoni paternit\u00e0 e sostegno. Nel Manzoni dei&nbsp;<em>Promessi sposi&nbsp;<\/em>e della&nbsp;<em>Colonna infame<\/em>, quello della necessit\u00e0 della storia, prima della narrazione e soprattutto quello della necessit\u00e0 della metafora. [\u2026] La lezione di Manzoni \u00e8 proprio la metafora. Ci siamo sempre chiesti perch\u00e9 abbia ambientato il suo romanzo nel Seicento e non nell\u2019Ottocento. Oltre che per il rovello per la giustizia, proprio per dare distanza alla sua inarrestabile metafora. L\u2019Italia del Manzoni sembra davvero eterna, inestinguibile\u00bb.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Conversazione con Vincenzo ConsoloAnna Fabretti Il testo dell\u2019intervista che pubblichiamo appartiene ad un tempo quasi remoto, a una fase della carriera letteraria di Vincenzo Consolo, allora appena sessantenne, in cui la fama ottenuta con\u00a0Il sorriso dell\u2019ignoto marinaio\u00a0e con i successivi romanzi lo consacra come uno dei maggiori scrittori italiani della fine del secolo. 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