{"id":2511,"date":"2022-01-26T12:11:06","date_gmt":"2022-01-26T12:11:06","guid":{"rendered":"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=2511"},"modified":"2022-01-27T12:25:23","modified_gmt":"2022-01-27T12:25:23","slug":"2511","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=2511","title":{"rendered":"Ricordi di Vincenzo Consolo"},"content":{"rendered":"\n<p>Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori<\/p>\n\n\n\n<p>A 10 anni dalla scomparsa di Vincenzo Consolo, FAAM ricorder\u00e0 lo scrittore con &#8220;Reading &#8211; Ricordi di Vincenzo Consolo&#8221;, a cura di Paolo Di Stefano e Giovanni Turchetta, in collaborazione con Associazione Amici di Vincenzo Consolo. <br>Mercoled\u00ec 26 gennaio alle ore 18:30 al Laboratorio Formentini verr\u00e0 data voce ai ricordi di chi ha conosciuto l\u2019autore, con i testi di Maria Attanasio, Maria Rosa Cutrufelli, Nino De Vita, Paolo Di Paolo, Ernesto Ferrero, Corrado Stajano e Nadia Terranova.<br><br>***<br><\/p>\n\n\n\n<p><strong><em>MARIA ATTANASIO&nbsp;&nbsp;<\/em><\/strong>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; <\/p>\n\n\n\n<p><em>\u00abPrima viene la vita\u00bb<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>Una fotografia, senza\npretese d\u2019arte. <\/p>\n\n\n\n<p>Puramente testimoniale di\nuno dei tanti momenti di condiviso vissuto: presentazioni, incontri, lunghi\nconversari di politica, letteratura, o degli eventi del giorno, di cui Vincenzo\nera attentissimo e severo giudice. <\/p>\n\n\n\n<p>Nel retro della foto, una\ndata: agosto 1993. Sullo sfondo di un\u2019altura di pietre e sterpaglie, una\ncasamatta con due lunghe fessure orizzontali, da cui nel luglio del 1943 i\ncannoni tedeschi cercavano di fermare lo sbarco alleato. In primo piano\nVincenzo e Melo; io tra loro.<\/p>\n\n\n\n<p>Di fronte a noi &#8211; sotteso\nall\u2019immagine &#8211; il maldestro fotografo, Giovanni mio marito; e il profilo di\nGela in lontananza, la meta privilegiata dell\u2019itinerario di quel giorno per\nritrovarne il passato e leggerne il presente. Ma del tutto smemorata -la citt\u00e0\ndi ciminiere e vocianti periferie- del suo costitutivo gi\u00e0 stato: le\nmastodontiche mura di Capo Soprano, i resti archeologici, il Museo. <\/p>\n\n\n\n<p>A concludere la visita fu\nuna lunga sosta sulla tomba di Eschilo, che dal margine ovest della citt\u00e0 si\naffaccia sulla raffineria. Avvolta dai fumi di anidride solforosa e dai\nmalodori di catrame e benzene, la tomba del Grande Tragico apparve allo scrittore\ncome il simbolo <em>\u201cdella perdita d\u2019ogni memoria e senso, del gelo della mente\ne dell\u2019afasia\u201d <\/em>di una condizione umana, degradata e analfabeta nel consumo\nmediaticodell\u2019istante.<\/p>\n\n\n\n<p>La fine di un\u2019Atene civile \u201c<em>che\nnessuno pu\u00f2 liberare dall\u2019oltraggio\u201d,<\/em> scriver\u00e0 nel lamento-invettiva che\nconclude la straniante e drammatica scrittura de <em>L\u2019olivo e\nl\u2019olivastro; <\/em>l\u2019amaro <em>nostos <\/em>di un contemporaneo Ulisse che,\nritornando nell\u2019Itaca-Sicilia, si ritrova un\u2019isola di kalashnikof e\nomologazione, di tritolo e globalizzazione, senza scampo devastata dai proci. <\/p>\n\n\n\n<p>Un\nviaggio, durante il quale, per un breve tratto, gli sono stata compagna. <\/p>\n\n\n\n<p>Tante volte era venuto -e\nverr\u00e0- a Caltagirone, da solo o insieme a Caterina Pilenga, sua moglie. <\/p>\n\n\n\n<p><em>Caterina \u00e8 rimasta a Milano,<\/em> mi disse invece, quando\nnell&#8217;agosto del 1993 &#8211; durante la fase compositiva di quel libro &#8211; mi telefon\u00f2\nper annunciarmi che sarebbe arrivato con suo fratello Melo: voleva rivisitare\nCaltagirone e i paesi vicini. E io fargli da guida. <\/p>\n\n\n\n<p>Nonostante\nVincenzo gi\u00e0 conoscesse la medioevale topografia araba del centro storico della\nmia citt\u00e0, torn\u00f2 a interrogare chiese, conventi, scalinate, proletari carruggi\ne nobili palazzi; i luoghi per lui non essendo pura definizione di spazi, ma\nverticalit\u00e0 di tempi, storie, linguaggi, oscuramente vibranti dietro ogni casa,\nogni muro, ogni piazza.<\/p>\n\n\n\n<p>Pi\u00f9 forte di\nogni altra cosa fu per\u00f2 il malioso richiamo dell\u2019antica civilt\u00e0 del tornio e\ndell\u2019argilla; nelle botteghe dei vasai, nella scintillante bellezza di forme e\nsmalti dei loro manufatti, ritrovando l\u2019essenza connotativa di ogni esistenza:\nfusione di vivo presente e remoto vissuto. <\/p>\n\n\n\n<p>E da\nCaltagirone in tanti altri luoghi &#8211; non visibili nel testo ma esperienzialmente\ncostitutivi di esso &#8211; tra cui un piccolo villaggio rurale distante una ventina\ndi chilometri. Una laboriosa comunit\u00e0 contadina lo abita, in prevalenza\nproprietari di piccoli fondi, che coltivano la terra in economia, o l\u2019aiuto di\nimmigrati: tunisini e -in quegli anni di bombe umanitarie- anche albanesi. Non\nera ancora arrivata in Occidente l\u2019ondata subsahariana e medio-orientale, che\noggi invece ne \u00e8 respinto ed errante nucleo. <\/p>\n\n\n\n<p>Ritenendo che\nnon ci fosse nulla di interessante per il suo libro <em>in fieri<\/em>, cercai di\ndissuaderlo. Inutilmente. <\/p>\n\n\n\n<p>Andammo.<\/p>\n\n\n\n<p>Vigneti,\nserre, ortaggi, uliveti, e dignitose case a un piano con i catoi a pianoterra\naperti sulla strada, nel cui buioso dentro si intravedevano botti, attrezzi\nagricoli, gente indaffarata. Da uno di essi usc\u00ec un uomo -il padre di un mio\nalunno- che ci invit\u00f2 ad entrare, offrendoci vino e frutta secca; insieme a\nlui, Amedeo, in realt\u00e0 l\u2019italianizzato nome di Ahmed, un tunisino di pochissime\nparole.&nbsp;&nbsp; <\/p>\n\n\n\n<p>Seduti su\ncassette che facevano da improvvisate sedie, inizi\u00f2 un\u2019indolente conversazione\nsu coltivazione e cicli produttivi di olio e vino, a cui Vincenzo, senza\nprosopopea di superiorit\u00e0 intellettuale, con vivo interesse partecipava:\nascoltava, chiedeva, precisava, intervenendo con competenza su vigneti ad\nalberello o a spalliera, su frantoi a freddo o a caldo. <\/p>\n\n\n\n<p>Durante la\nvisita al Museo di Gela, mi aveva sbalordito la sua immediata individuazione di\nconii e figurazioni della ricchissima raccolta numismatica, ma mi lasci\u00f2 senza\nparole il suo puntuale sapere di campagna e agricoltura; una sconfinata passione\nconoscitiva, senza soluzione di continuit\u00e0 tra esperienza di vita e scrittura,\nne muoveva il passo e la parola, rispettosamente in ascolto di ogni fare umano,\ne del linguaggio di quel fare! <\/p>\n\n\n\n<p>Ad un certo\npunto la conversazione svi\u00f2 sulla scuola e sul figlio, che -disse il padre\nalludendo alle sue difficolt\u00e0 scolastiche in latino e greco- andava male perch\u00e9\nnon aveva <em>i p(i)ramenti<\/em> (un termine dialettale per indicare l\u2019invisibile\nbasamento su cui poggia una casa, che altrimenti crolla) convenendo entrambi,\nVincenzo e quell\u2019uomo, sull\u2019assoluta necessit\u00e0 dei <em>p(i)ramenti<\/em>, per\ncostruire case e saperi. <\/p>\n\n\n\n<p><em>E la scrittura<\/em>, aggiunse durante il\nviaggio di ritorno, ripetendo, ilare e ammirato, quella parola: metafora e\nsenso della sua ricerca espressiva. <\/p>\n\n\n\n<p>Risalendo dal fondo del gi\u00e0\nscritto e del gi\u00e0 vissuto, <em>la metrica della memoria,<\/em> in tutte le sue\noperesi fa infatti visionaria poesia in forma di narrazione; sovversiva\nscrittura della presenza per \u201c<em>dare ragione e nome\u201d <\/em>all\u2019umano dolore; che\nne \u00e8 sempre presupposto ed essenza: <em>\u201cPrima viene\nla vita, <strong>&#8211; <\/strong><\/em>scrive in <em>Retablo &#8211; quella umana,\nsacra, inoffendibile, e quindi ogni altro: filosofia, scienza, arte, poesia,\nbellezza.\u201d<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>In ogni\ntempo, in ogni spazio. Qui, adesso.<\/p>\n\n\n\n<p>Continuo perci\u00f2 a chiedermi\noggi -a distanza di dieci anni dalla sua morte- quale sarebbe la sua reazione\ndi fronte alla realpolitik di un\u2019Europa, che finanzia spudorati sovranismi, per\ndifendere i confini e respingere i migranti in fuga da guerre, fame, dittature;\nlasciandoli morire nel gelo della rotta balcanica, o annegare nel tentativo di\nattraversare la Manica, o il Canale di Sicilia.<\/p>\n\n\n\n<p>Solitamente\ncalmo nell\u2019interloquire, Vincenzo per\u00f2 si accendeva di sdegno, esplodeva\ndavanti a un\u2019ingiustizia sociale o all\u2019indifferenza dell\u2019obeso Occidente, concludendo\nfurente: <em>\u201cNo. Tutta quest\u2019ingiustizia non pu\u00f2 durare.!<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>Hasta la\nvista,<\/em>\nVincenzo, poeta e profeta!<\/p>\n\n\n\n<p>***<br><br><\/p>\n\n\n\n<p><strong><em>MARIA ROSA CUTRUFELLI<\/em><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p><em>\u00abMai contro l\u2019uomo\u00bb<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>&#8220;Siracusa, il tempio di\nApollo \u00e8 allagato e le idrovore non possono intervenire. Potrebbero distruggere\ni reperti.&#8221;<\/p>\n\n\n\n<p>Il 30 ottobre scorso, quando\nho letto questa notizia sui giornali, ho immediatamente, inevitabilmente,\npensato a Vincenzo e al dolore che ne avrebbe avuto. Di colpo, mi \u00e8 tornato in\nmente il piccolo appartamento che aveva comprato a Ortigia. Piccolo, ma con un\ngrande terrazzo che si allungava proprio sul tempio dorico e le sue pietre\nmillenarie: una visione estraniante, che ti faceva precipitare in un punto\nmisterioso del tempo, l\u00e0 dove la storia incontra il mito. Era questa visione,\nera quel terrazzo ad affascinare Vincenzo. Non gli importava che l&#8217;appartamento\nfosse scomodo, con molte scale e pochi servizi. O che l&#8217;intero edificio fosse fatiscente.\nCaterina, con il suo buonsenso nordico, se ne lamentava, ma lui non le dava\nascolto. Li ricordo cos\u00ec: lei pragmatica, adorante e critica nella stessa misura,\nlui tutto preso dalla nostalgia per l&#8217;isola e dal &#8220;dovere di scrivere in\ndifesa dell&#8217;uomo, mai contro l&#8217;uomo&#8221; (come disse in una bella intervista\nche gli fece Rosaria Guacci per il nostro bimestrale, Tuttestorie).<\/p>\n\n\n\n<p>Molto uniti e solidali,\nCaterina e Vincenzo si compensavano a vicenda. Lei ribelle, ma con un forte senso\npratico. Lui convinto che, per recuperare la speranza, bisognasse abbandonare\nil codice razionalistico, cio\u00e8 la Francia, e andare verso la Spagna, verso la\n&#8220;dolce follia,<\/p>\n\n\n\n<p>simbolica e metaforica&#8221;\ndi Don Chisciotte. Lei intransigente, lui mite. Ma se qualcuno peccava\nd&#8217;indifferenza sociale, Vincenzo sapeva essere molto duro nei suoi confronti,\ned era lei, la ribelle pragmatica, a sgridarlo quando si mostrava troppo\nrigido. Cosa che gli capitava abbastanza di frequente. Una volta l&#8217;ho visto\nnascondere le mani dietro la schiena per non ricambiare il saluto di un\nassessore, reo di non so pi\u00f9 quale sopruso.<\/p>\n\n\n\n<p>E Caterina, sottovoce:\n&#8220;Smettila di fare il Pierino dispettoso!&#8221; La prima volta che l&#8217;ho\nincontrato di persona, \u00e8 stato a Torino, a un salone del libro. Avevo appena\npubblicato un romanzo ambientato in Sicilia, a Gela, la citt\u00e0 del\npetrolchimico, e Vincenzo volle conoscermi: tutto ci\u00f2 che riguardava la Sicilia\nlo riguardava personalmente. Era un uomo schivo e io, da parte mia, ero\nintimidita dalla sua presenza: lui non poteva saperlo, ma lo consideravo il\n&#8216;mio&#8217; maestro. Non solo per ammirazione verso la sua scrittura (questo non\nbasta, a mio parere, per fare di qualcuno un &#8216;maestro&#8217;). Ci\u00f2 che mi\nentusiasmava era la sua concezione della lingua, cos\u00ec innovativa,\nstraordinariamente moderna. Mi piaceva il suo interesse per le voci &#8216;altre&#8217;,\nvoci che possiedono ritmi e accenti diversi dai nostri, e che tuttavia si\nmescolano alle nostre voci producendo un effetto che lui chiamava\n&#8216;mistilinguismo&#8217;.<\/p>\n\n\n\n<p>Era pi\u00f9 che un interesse, a\ndire il vero: era una ricerca letteraria e, al tempo stesso, una presa di\nposizione etica e politica. Che si concretizzava in un sostegno particolare a\ncerti libri e a certe scritture. Per esempio, quando al premio Vittorini arriv\u00f2\n&#8220;Madre piccola&#8221;, il primo romanzo di Cristina Ali Farah, scrittrice\nitaliana di padre somalo, ricordo che disse a noi della giuria: &#8220;Ecco un\ncaso di mistilinguismo.&#8221; Ecco un romanzo degno della sua e della nostra\nattenzione.<\/p>\n\n\n\n<p>Vincenzo era sedotto dalla\ncommistione delle lingue, da quel loro sovrapporsi che produce scritture nuove.\nTanto pi\u00f9 nuove in quanto arrivano da paesi dove scrivere non \u00e8 mai un &#8216;atto\nneutro&#8217;, perch\u00e9 la lingua stessa &#8211; lingua d&#8217;importazione, lingua nemica &#8211; ha\nbisogno di essere re-inventata per poter diventare strumento di speranza.<\/p>\n\n\n\n<p>Pi\u00f9 volte Vincenzo Consolo\nha rivendicato la sua scelta, il suo situarsi &#8220;in una linea\nsperimentalista in cui \u00e8 forte l&#8217;implicazione del mistilinguismo&#8221;.\nImplicazione evidente, sosteneva, fin dal suo primo libro, &#8220;La ferita\ndell&#8217;aprile&#8221;. Era il respiro ampio, era lo sguardo che andava oltre,\nsuperando confini e barriere, a dare senso morale alla sua narrazione, a unire\nla ricerca formale all&#8217;impegno etico in letteratura. Un azzardo che mi lasciava\nsenza fiato.<\/p>\n\n\n\n<p>Per farla breve, Vincenzo\nConsolo era il &#8216;mio&#8217; maestro e quel giorno, a Torino, ero paralizzata dalla\ntimidezza. Non rammento cosa gli dissi, come risposi alle sue domande, ma non\ndevo essergli dispiaciuta, considerando che da quel primo incontro \u00e8 poi nata\nuna lunga amicizia.<\/p>\n\n\n\n<p>Fu lui a volermi nella\ngiuria del premio Vittorini (di cui era presidente) e gliene sono ancora grata\nper molti e svariati motivi. Ma soprattutto perch\u00e9 mi ha permesso di scoprire\ncosa si prova a stare sopra un palco millenario. Infatti, in quegli anni ormai\nlontani, il premio si teneva al teatro greco di Siracusa e la giuria, per\nl&#8217;appunto, prendeva posto sul palcoscenico. Be&#8217;, vi assicuro che vedere il\npanorama da l\u00ec, dal cuore del teatro, poter guardare la cavea da quella\nprospettiva e risalire su con lo sguardo, su lungo i gradini a semicerchio, \u00e8\nun&#8217;emozione indimenticabile. Invidio gli attori che possono godere di quello\nspettacolo quando vogliono. Finita la cerimonia, spesso prendevamo la stessa\nmacchina per recarci in visita alle rispettive famiglie. Io mi fermavo a\nGraniti, lui proseguiva per Sant&#8217;Agata di Militello. Durante il viaggio,\nVincenzo mi parlava di sua sorella, che aveva cresciuto lui e tutti gli altri\nfratelli. Io gli parlavo di mia madre, fiorentina trapiantata in Sicilia.<\/p>\n\n\n\n<p>Mi dava anche consigli,\nnaturalmente. Non \u00e8 questo che fanno i maestri? Cos\u00ec quando, nel 2010, gli\ncomunicai che me ne andavo per un anno in Africa, in Senegal, si affrett\u00f2 a\ndirmi: &#8220;Scrivi un diario!&#8221; Un suggerimento che ho seguito solo in\nparte, dato che provo un&#8217;avversione invincibile nei confronti dei diari (dei\n&#8216;miei&#8217; diari, quelli degli altri mi piacciono, li leggo avidamente e guai se\nnon ci fossero!). Per\u00f2, con quell&#8217;esortazione di Vincenzo che mi girava sempre\nper la testa, quella volta ho cercato un compromesso. E dunque ho preso appunti\n(talmente brevi, purtroppo, che a rileggerli oggi non capisco pi\u00f9 a cosa si riferiscono)\ne ho fatto foto e raccolto ritagli di giornale. Ma temo che Vincenzo non\nintendesse questo&#8230; Comunque, al mio ritorno, lo trovai gi\u00e0 malato. La\nmalattia non aveva spento la sua voglia di conoscere il mondo, era curioso come\nsempre e dunque gli parlai dell&#8217;Africa e del mio lungo soggiorno a Dakar, citt\u00e0\nricca di cultura, di musica e di giovent\u00f9. In ogni caso, evitai accuratamente\nl&#8217;argomento &#8216;diari&#8217;.<\/p>\n\n\n\n<p>D&#8217;altronde le nostre\ntelefonate erano sempre pi\u00f9 brevi e, per me, sempre pi\u00f9 tormentose. Per fortuna\nc&#8217;era Caterina, che, con la solita efficienza, gli organizzava la vita e gli\nincontri con gli amici. Dopo, quando Vincenzo non ha pi\u00f9 avuto bisogno del suo\naiuto per vivere, Caterina si \u00e8 dedicata ai suoi scritti. Riordinava le carte,\ncercava in ogni modo possibile di curare la sua memoria. Un giorno mi disse:\n&#8220;Non m&#8217;importa di morire, ma non posso farlo finch\u00e9 le sue cose non sono a\nposto&#8221;.<\/p>\n\n\n\n<p>E cos\u00ec \u00e8 stato.<\/p>\n\n\n\n<p><br><br>***<br><\/p>\n\n\n\n<p><strong><em>NINO DE VITA<\/em><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Questo racconto in versi dialettali di Nino\nDe Vita (avete il testo in fotocopia con traduzione) richiede una breve\npremessa che lo stesso poeta di Marsala ci ha pregato di lettere: &nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p><em>Io e Vincenzo Consolo ci\nsiamo incontrati per la prima volta in una stanza dell\u2019Ospedale \u201cSant\u2019Antonio\nAbate\u201d di Trapani. Non ricordo di preciso in quale anno, di sicuro eravamo in\nuno dei primissimi anni Settanta. Era estate. Lui si trovava in quei giorni in\nvacanza a Pantelleria, l\u00ec si era sentito male (aveva contratto l\u2019epatite) ed\nera stato trasferito a Trapani. Una sua cara amica che lo accompagnava mi\naveva, su consiglio di Consolo, telefonato per avvisarmi e cos\u00ec io raggiunsi\nquella mattina Vincenzo. C\u2019era stato fino ad allora solo uno scambio epistolare\nfra di noi. \u00c8 tutto dentro il mio racconto in versi: non c\u2019\u00e8 di inventato, come\nsi suol dire, nemmeno una virgola. Da quel giorno (e fino a qualche mese prima\ndella sua scomparsa) io e Vincenzo non ci siamo pi\u00f9 lasciati.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>Trasu nno strurimentu<\/p>\n\n\n\n<p>(Entro nel mio tormento)<\/p>\n\n\n\n<p>I.<\/p>\n\n\n\n<p>S\u2019attrova sutta \u00f4 Munti, nno \u2019na timpa<br>&#8211; ed \u00e8 rranni \u2013 \u2019u spitali<br>ri Sant\u2019Antoniu Abbati.<br>Ri finistruna Trapani si gori<br>stinnigghiata, ch\u2019allonga,<br>trasi, turciuta, rintra<br>\u00f4 mari.<br>Summu p\u2019i scali, summu, allarmatizzu<br>pi stu ncontru, stu fattu<br>chi ntravinni a Vicenzu<br>Consulu. E comu fu,<br>com\u2019\u00e8ni chi successi.<br>A pperi summu, allentu,<br>cu \u2019a vuci ri sta f\u00ecmmina<br>chi chiamannu, vogghiardi,<br>mi fici sapituri.<br>Ora \u00e8 mezziornu. <br>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; \u2019A luci,<br>nne strati, quasi, annorva.<br>\u2019U ventu manca e cc\u2019\u00e8<br>scarmazzu.<\/p>\n\n\n\n<p><em>I. \u00c9 sotto il\nmonte, su un\u2019altura\/ &#8211; ed \u00e8 grande \u2013 l\u2019ospedale\/ di Sant\u2019Antonio Abate.\/ Dalle\nvetrate Trapani si ammira\/ distesa, che si allunga,\/ penetra, a falce, dentro\/\nil mare.\/\/ Salgo le scale, salgo, intimorito\/ per questo incontro, questo\nfatto\/ che \u00e8 successo a Vincenzo\/ Consolo. E come fu,\/ com\u2019\u00e8 potuto accadere.\/\/\nA piedi salgo, a lento,\/ con&nbsp; la voce di\nquesta donna\/ che chiamando, di mattina presto,\/ mi fece sapere.\/\/ Ora \u00e8\nmezzogiorno.\/ La luce,\/ nelle strade, quasi, acceca.\/ Il vento manca, stagna\/\nla calura.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>II<\/p>\n\n\n\n<p>\u00c9 nno lettu, curcatu,<br>c\u2019u cozzu nno chiumazzu<br>aisatu nna spaddera.<br>\u201cVic\u00e8\u201d cci ricu, appena<br>m\u2019apprisentu, nna porta,<br>e \u2019u canusciu. \u201cVic\u00e8\u2026\u201d<br>\u201cNinuzzu\u201d rici \u201cNinu\u2026\u201d<br>E subbitaniu, aisannu<br>\u2019u vrazzu \u201cArresta ddocu,<br>accura, \u2019un ti ncustari\u201d.<br>Avi \u2019a facci ggiannuffa, comu \u2019u bbiancu<br>ri l\u2019occhi, comu \u2019i manu.<br>\u201cVic\u00e8\u201d cci fazzu \u201ce cch\u2019\u00e8ni: nni ncuntramu <br>e \u2019unn\u2019i putemu rari <br>\u2019a manu!\u201d.<br>Nno lettu allattu cc\u2019\u00e8sti,<br>misu mpizzu, un bbonentu <br>mmicchiutu, allignamatu,<br>ch\u2019assisti: s\u2019arricogghi <br>tuttu, ciat\u00eca, lampia <br>\u2019i vavareddi.<br>\u2019A f\u00ecmmina, chi mi<br>chiamau, \u00e8sti a tuccari<br>a mmia, additta, \u2019a viu<br>pigghiata ri cileri.<br>\u201cSta zz\u00e0fara m\u2019a portu ri Milanu\u201d<br>va cuntannu Vicenzu. \u201cM\u2019a sintia<br>sbissata sta pirsuna<br>mia\u2026 <br>\u2019U tempu ri pusari<br>peri a Pantiddiria, <br>nz\u00e8mmula a idda\u201d e cci<br>rriri nnamentri ch\u2019a<br>talia \u201ce sugnu cca\u2026\u201d<br>Ora talia a mmia.<br>Mi rici, rrisulenti:<br>&nbsp;\u201cS\u00ec propriu propriu nt\u00ecficu<br>comu t\u2019avia nnall\u2019occhi\u201d.<br>\u201cA to\u2019 fiura ammeci eu l\u2019h\u00e2 vistu<br>nne libbra, nne ggiurnala,<br>Vicenzu\u201d. <br>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; E trovu appoiu<br>cu \u2019a spadda nna facciola <br>ra porta.<br>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; \u201cStu malannu\u201d mi batti, cu \u2019a ncasciata<br>\u201cparsi una puvirenzia:<br>nn\u2019aviamu a can\u00f9sciri \u00f4 rritornu <br>ri l\u2019\u00ecsula e accurzamu\u201d.<br>\u2019A f\u00ecmmina \u00e8 nnirvusa,<br>s\u2019assistema i capiddi,<br>tira un\u2019arricialata.<br>Rrutuliu cu Vicenzu<br>ri niatri, ra Sicilia,<br>l\u2019amici chi cci avemu,<br>ri Sciascia, chi ora \u00e2 gghiri<br>a truvari\u2026<br>\u2019U vecchiu nni talia,<br>senti, tistia, pari<br>ri sti cosi ntrissatu,<br>sta comu \u2019un alluccutu.<br>Trasi un nfirmeri, posa<br>nna culunnetta \u2019un sacciu<br>soccu, un agghiummareddu.<br>Sarrani chi ci sunnu<br>bbadduzzi ri pigghiari.<br>E sgangusu, nnamentri<br>chi nnesci:&nbsp; \u201cChi facemu, <br>chi faciti, ah, \u2019un scuffamu?\u201d.<br>\u201cPenzu ch\u2019\u00e8 avura, Ninu,<br>ri jiritinni\u201d mi rici <br>Vicenzu. <br>\u201cChi torni a Cutus\u00ecu?\u201d<br>\u201c \u2019A Cutus\u00ecu. Poi vegnu<br>a truv\u00e0riri, arr\u00e8,<br>ddumani. <br>\u2019A juta a Rracarmutu,<br>\u00e2 Nuci, dd\u00e0, nni Sciascia, <br>\u2019a straportu\u201d.<br>\u201cNo\u201d iddu rici \u201c \u2019un strapurtalla, vacci,<br>\u2019un dd\u00e0riti pinzeri.<br>Ri Sant\u2019\u00c1gata agghica me\u2019 niputi<br>Rrinu\u2026Vacci, tu vacci,<br>va ttr\u00f2valu a Nan\u00e0.<br>E sai soccu ti rico: ti priparu<br>una littra e cci \u2019a porti\u201d.<br>Nesci ra bbuzza, misa<br>\u00f4 capizzu, un mazzettu<br>ri fogghi, \u2019a pinna, mentri <br>ch\u2019a f\u00ecmmina, pigghi\u00e0nnumi p\u2019un \u00f9vitu,<br>mi tira nno passettu<br>e mi rici, appagnata:<br>\u201cTal\u00ecami nna facci,<br>nnall\u2019occhi: chi ti paru<br>ggiannuffa? M\u2019a pigghiai,<br>sta zz\u00e0fara \u00e2 pigghiai!\u201d<br>\u2019Un sacciu chi cci \u2019a ddiri\u2026<br>\u201c Ti ricu ch\u2019\u00e8 accussia\u201d<br>idda accorna. \u201c \u2019A pigghiai,<br>mi l\u2019ammiscau\u201d. <br>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; E trimannu<br>\u2019a testa s\u2019accummogghia <br>l\u2019occhi.<br>\u2019A luci, fora, a ppicu,<br>misi comu una negghia<br>nne casi e puru a mmari.<br>Si viri sulu \u2019u curmu<br>ri Favugnana e L\u00e8vanzu.<br>Mar\u00e8ttimu \u2019un si viri\u2026<br>Penzu a sti jorna mei,<br>a mmia, sta sulit\u00e0 <br>chi ci haiu, a cu \u00e8 chi persi,<br>trasu nno strurimentu\u2026<br>\u201cNinu\u201d sentu Vincenzo<br>chi mi chiama. E arrisagghiu,<br>tornu nnarr\u00e8. \u201cCci \u2019a scrissi\u201d<br>rici appena chi spuntu<br>\u201c\u00e8 pronta\u201d.<br>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; M\u2019avvicinu. <br>Mi poiu pi pigghiari <br>\u2019a bbusta e s\u2019arritira<br>\u2019u vrazzu. <br>\u201c \u2019U sai chi staiu pinzannu?\u201d<br>mi rici, cu \u2019a timenza<br>\u201csta littra a Sciascia tu<br>\u00e8 megghiu ch\u2019un cci \u2019a porti.<br>Mi scantu chi maniannula,<br>chi nni sacciu, a viatri, a tutti rui <br>v\u2019ammisca\u201d.<br><br><em>II. \u00c9 nel letto, disteso,\/ con la nuca sul cuscino\/ poggiato alla testiera.\/ \u201cVic\u00e8\u201d gli dico, appena\/ mi affaccio sulla porta\/ e lo riconosco. \u201cVic\u00e8\u2026\u201d\/ \u201cNinuzzo\u201d dice \u201cNino\u2026\u201d \/ E di colpo, alzando \/ il braccio \u201cResta l\u00ec,\/ attento, non ti accostare\u201d.\/ Ha la faccia giallastra, come il bianco\/ degli occhi, come le mani.\/ \u201cVic\u00e8\u201d gli faccio \u201c e ch\u2019\u00e8: ci incontriamo\/ e non possiamo darci\/ la mano!\u201d\/ Nel letto accanto al suo c\u2019\u00e8,\/ in punta, sul bordo, seduto, un uomo\/ vecchio, smagrito,\/ che ci ascolta: si stringe\/ nelle spalle, sospira, batte\/ le palpebre.\/ La donna, che mi\/ chiam\u00f2 per avvisarmi, \u00e8 accanto\/ a me, all\u2019impiedi, la vedo\/ turbata.\/ \u201cQuest\u2019epatite me la porto da Milano\u201d\/ racconta Vincenzo. \u201cLa sentivo\/ spossata questa persona\/ mia\u2026\/&nbsp; Il tempo di posare\/ piede a Pantelleria,\/ assieme a lei\u201d e le\/ sorride intanto che la\/ guarda \u201ce sono qua\u2026\u201d\/ Ora guarda me.\/ Mi dice, sorridente:\/ \u201cSei proprio proprio come \/ ti immaginavo\u201d.\/ \u201cIl tuo volto invece io l\u2019ho visto\/ nei libri, sui giornali,\/ Vincenzo\u201d.\/ E trovo appoggio\/ con la spalla allo stipite\/ della porta.\/ \u201cQuesto malanno\u201d\/ ribatte, ironico\/ \u201c \u00e8 parso una provvidenza:\/ dovevamo conoscerci al mio ritorno\/ dall\u2019isola e accorciammo\u201d.\/ La donna \u00e8 nervosa,\/ si aggiusta i capelli,\/ tira un sospiro lungo.\/\/ Parlo con Vincenzo\/ di noi, della Sicilia,\/ degli amici che abbiamo,\/ di Sciascia, che devo andare\/ a trovare\u2026\/ Il vecchio ci guarda,\/ ascolta, fa s\u00ec con la testa, sembra\/ di queste cose interessato,\/ sta come un allocchito.\/ Entra un infermiere, poggia\/ sul comodino non so\/ cosa, un involto piccolo.\/ Forse ci sono dentro\/ le pillole da prendere.\/ E canzonante, mentre\/ che sta per uscire: \u201cChe facciamo,\/ cosa fate, ah, non smammiamo?\u201d.\/ \u201cPenso che \u00e8 l\u2019ora, Nino,\/ di dovere andare\u201d mi dice\/ Vincenzo.\/ \u201cChe torni a Cutus\u00eco?\u201d.\/ \u201cA Cutus\u00eco. Poi vengo\/ a trovarti, di nuovo,\/ domani.\/ L\u2019andata a Racalmuto,\/ alla Noce, da Sciascia,\/ la sposto\u201d.\/ \u201cNo\u201d lui dice \u201cnon rinviarla, vacci,\/ di me non preoccuparti.\/ Da Sant\u2019Agata arriva mio nipote\/ Rino\u2026 Vacci, tu vacci,\/ vai a trovarlo a Leonardo.\/ E sai cosa ti dico: preparo\/ una lettera e gliela porti\u201d.\/ Esce dalla borsa, che tiene\/ vicino al letto, un mazzetto\/ di fogli, la penna, mentre\/ la donna, prendendomi per un gomito,\/ mi tira nel corridoio\/ e mi dice, spaventata:\/ \u201cGuardami la faccia,\/ gli occhi: che ti sembro\/ gialla? L\u2019ho presa,\/ l\u2019ho presa st\u2019epatite!\u201d\/ Non so che cosa dirle\u2026\/ \u201cTi dico che \u00e8 cos\u00ec\u201d\/ insiste. \u201cL\u2019ho presa,\/ mi ha infettato\u201d.\/ E scuotendo\/ la testa si nasconde\/ gli occhi.\/ La luce, fuori, a picco,\/ ha steso come una nebbia\/ sopra le case e a mare.\/ Si scorge solo la punta\/ di Favignana e Levanzo.\/ Marettimo non si vede\u2026\/ Penso a questi giorni miei,\/ a me, questa solitudine\/ che vivo, a chi \u00e8 che ho perso,\/ entro nel mio tormento\u2026\/ \u201cNino\u201d sento Vincenzo\/ chiamare. E mi riscuoto,\/ torno indietro. \u201cGliel\u2019ho scritta\u201d\/ dice appena mi affaccio\/ \u201c\u00e8 pronta\u201d.\/ Mi avvicino.\/ Mi sporgo per prendere\/ la busta e ritrae\/ il braccio.\/ \u201cLo sai cosa sto pensando?\u201d\/ mi dice, pieno di temenza\/ \u201cquesta lettera a Sciascia tu\/ \u00e8 meglio che non la porti.\/ Ho paura che toccandola,\/ che so, a voi, a tutti e due\/ vi infetti\u201d.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><br><br>***<br><br><\/p>\n\n\n\n<p><strong><em>PAOLO DI PAOLO<\/em><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p><em>Un immenso giacimento<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>\u00c8 una mattina di novembre, \u00e8 il 2001. Vincenzo Consolo si\nracconta agli studenti di un liceo non lontano da Roma. Io avevo diciott\u2019anni:\nprovai a invitarlo; lui fu cortese in un modo che non mi aspettavo. Subito\npaterno, curioso. Sono andato a ripescare la vecchia videocassetta in cui \u00e8\nrimasta traccia delle sue parole, della sobriet\u00e0 con cui le pronunciava. \u201cSono\nuno dei pochi (o dei tanti?) che non predilige le memorie erotiche, gli schizzi\ndi sangue, gli intrighi internazionali. La lettura \u00e8 un mondo infinito dal\nquale trarre linfa vitale per l\u2019immaginazione, per una continua ricerca di\nverit\u00e0 e di conoscenza\u201d. Ne <em>Lo Spasimo di Palermo<\/em> appare uno scrittore\ndi cui si dice che \u201caborriva il romanzo, questo genere scaduto, corrotto,\nimpraticabile\u201d e che ha scelto \u201cuna diversa lingua, dissonante, in una furia\nverbale ch\u2019era finita in urlo, s\u2019era dissolta nel silenzio\u201d. <\/p>\n\n\n\n<p>Non \u00e8 un\u2019opera facile, immediatamente accessibile la sua \u2013 con\nquell\u2019affollarsi sulla pagina di parole remote, preziose, sonore come note di\nuna musica distante \u2013, e per gli studenti che lo ascoltavano prov\u00f2 a\nsemplificare, a descrivere la sua scelta letteraria con estrema chiarezza. Ho\nprovato a trascrivere parte del suo intervento, con maggiore fedelt\u00e0 possibile,\nperch\u00e9 credo somigli a un tentativo di autodefinizione preciso e appunto\ntrasparente. Disse tra l\u2019altro:<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abLa tradizionale gerarchia mette in una posizione prevalente la\nparte comunicativa. Io ho cercato di rompere questa gerarchia, strutturando le\nfrasi secondo un particolare ritmo, secondo un\u2019autentica armonia sonora che\navesse una valenza di significante forte quanto quella di significato; e\nattingendo all\u2019immenso giacimento linguistico della mia terra, la Sicilia,\nattraversata da tutte le grandi civilt\u00e0, dalla fenicia alla greca, a quella\nromana, a quelle araba, francese e spagnola. Ho scavato in questo giacimento\ncome un archeologo, trovandomi per le mani una ricchezza impensabile, con lo\nstesso stupore provato venendo qui stamattina e percorrendo un tratto di Appia\nantica: con tutta la meraviglia e il rapimento di passare in un istante dalla\nmodernit\u00e0 a un passato remoto e viceversa. Ho innestato sulla lingua italiana i\nreperti di altre lingue, anche scomparse, e non l\u2019ho fatto per via di un gioco\nformale. Per me \u00e8 stato un bisogno, un\u2019urgenza di allargare i significati della\nparola, sottraendola alla convenzione linguistica, che ci spinge ad accettare e\nfare nostro un solo significato. Ma le parole esistono davvero in una\ndimensione pi\u00f9 complessa, che comprende il loro suono, la radice da cui\nnascono. Sono come biglie chiuse con un mistero dentro: bisogna aprirle\u00bb. <\/p>\n\n\n\n<p>Dietro alla gentilezza dello sguardo si notava come un allarme:\nper una realt\u00e0 politica, civile \u2013 non solo italiana \u2013 in cui gli era difficile\nriconoscersi: <\/p>\n\n\n\n<p>\u201cIllusione infranta, amara realt\u00e0, scacco pubblico e privato,\ncastello rovinato, sommerso dall\u2019acque infette, dalla melma dell\u2019olona, dei\nnavigli, giambellino e lambro oppressi dal grigiore, dallo scontento, scala del\ncorrotto melodramma, palazzo della vergogna, duomo del profitto, basilica del\nfanatismo e dell\u2019intolleranza, banca dell\u2019avventura e dell\u2019assassinio, fiera\ndella sartoria mortuaria, teatro della calligrafia, stadio della merce e del\nmessaggio, video dell\u2019idiozia e della volgarit\u00e0\u201d (ancora da <em>Lo Spasimo di\nPalermo<\/em>).<\/p>\n\n\n\n<p>Quando gi\u00e0 allora parlava di \u201cpotere economico che diventa\npotere politico\u201d era profetico? No, era uno scrittore: capace di osservare, e\ndi aspettare. Come nelle parole con cui si chiude il romanzo <em>Nottetempo,\ncasa per casa<\/em>: \u201cPens\u00f2 al suo quaderno. Pens\u00f2 che ritrovata calma, trovate\nle parole, il tono, la cadenza, avrebbe raccontato, sciolto il grumo dentro.\nAvrebbe dato ragione, nome a tutto quel dolore\u201d. <\/p>\n\n\n\n<p>Una delle scene pi\u00f9 belle e commoventi dell\u2019intera opera\nnarrativa di Consolo sta forse in un libro che, ancora pi\u00f9 degli altri, si\nsottrae alle definizioni, <em>L\u2019olivo e l\u2019olivastro<\/em>, sospeso tra\ndivagazione, saggio, racconto lirico. Ci appare a un tratto un Verga ormai\nvecchio e distante da tutto, chiuso in un impenetrabile e risentito silenzio. \u00c8\ninvestito da continue richieste di presenza a pubbliche onoranze e le rifiuta\nuna a una. Ma il primo giorno di settembre del 1920 \u2013 ottantesimo compleanno\ndell\u2019autore dei <em>Malavoglia<\/em> \u2013 a Catania \u00e8 arrivato Luigi Pirandello. Che\nosserva lo scrittore pi\u00f9 anziano, si specchia in quel volto pi\u00f9 vecchio del suo\ndi quasi trent\u2019anni riconoscendolo padre, \u201csuperbo e ostinato come il padre\nsuo\u201d, e in qualche modo sente di ricevere un\u2019eredit\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p>Ma voglio lasciare ancora la parola a Consolo, che a sua volta\nimmagina e d\u00e0 voce al sentire di Pirandello, in una giornata di un secolo fa: <\/p>\n\n\n\n<p>\u00abPens\u00f2 che, al di l\u00e0 dell&#8217;esterna ricorrenza, delle formali\nonoranze, in quel tempo di lacerazioni, di violenza, di menzogna, in quel\ntramonto, in quella notte della piet\u00e0 e dell&#8217;intelligenza, il paese, il mondo,\navrebbe ancora e pi\u00f9 ignorato, offeso la verit\u00e0, la poesia dello scrittore.\nPens\u00f2 che quel presente burrascoso e incerto, sordo alla ritrazione, alla\ncastit\u00e0 della parola, ebbro d&#8217;eloquio osceno, poteva essere rappresentato solo\ncol sorriso desolato, con l&#8217;umorismo straziante, con la parola che incalza e\nche tortura, la rottura delle forme, delle strutture, la frantumazione delle\ncoscienze, con l&#8217;angoscioso smarrimento, il naufragio, la perdita dell&#8217;io.\nPens\u00f2 che la sua Antonietta, la suor Agata della&nbsp;<em>Capinera<\/em>, la\npovera madre, il fratello suicida di San Secondo, ogni pura fragile creatura\nche s&#8217;allontana, che sparisce, non \u00e8 che barlume persistente, segno di\nun&#8217;estrema sanit\u00e0 nella malattia generale, nella follia del presente\u00bb.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p><br><br>***<br><br><\/p>\n\n\n\n<p>ERNESTO\nFERRERO<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abL\u2019oscuro\nsegreto delle parole\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>Nel\n1963 Vincenzo Consolo pubblica da Mondadori il suo primo libro, <em>La ferita\ndell\u2019aprile<\/em>, un romanzo di formazione che racconta un\u2019educazione cattolica.\nHa scelto per il titolo un verso di un amico fraterno, il poeta Basilio\nReale.&nbsp; L\u2019aprile vuole simboleggiare la\nstagione dell\u2019adolescenza, quella scontentezza di s\u00e9 che i romanzi di Cesare\nPavese, una delle letture fondative del giovane Consolo, hanno raccontato cos\u00ec\nbene. Ma molte sono le ferite che l\u2019esordiente si porta dietro, tutte\ndissimulate e risolte nella scrittura.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00c8\nnato nel 1933 a Sant\u2019Agata di Militello, a met\u00e0 strada tra Messina e Palermo,\nda una famiglia che gestisce un commercio di olio e granaglie. \u00c8 un bambino\ngracile e biondiccio. Molti anni dopo, a Milano, in presenza della gran mole di\nRiccardo Bacchelli dice a se stesso che lui, cos\u00ec piccolo, non potr\u00e0 mai\ndiventare uno scrittore, gli manca il <em>physique du r\u00f4le<\/em>. Il padre\nripeteva scherzosamente che, diverso com\u2019era dagli altri figli, era un\ntrovatello. Lo aveva ritrovato sulla vicina strada per San Fratello, antica\ncolonia d\u2019origine lombarda, in cui si parlava un dialetto incomprensibile, che\nper i siciliani della zona, raccontava Vincenzo, era diventato la cifra stessa\ndella diversit\u00e0, dunque motivo di scherno, di dileggio. Lui invece si sentiva a\nproprio agio, in quell\u2019identit\u00e0 di sanfratellano. Lo faceva sentire in\nbattaglia contro ogni autorit\u00e0 costituita, contro il codice linguistico\ndominante.<\/p>\n\n\n\n<p>Cresce\nin una casa senza libri, ma a scuola \u00e8 bravissimo. Quando dopo la licenza\nliceale si lascia scappare che vorrebbe fare lettere classiche, i suoi gli\ndicono che per carit\u00e0, quella \u00e8 materia da femmine. Per compiacerli, si laurea\nin Legge e si adatta persino a fare l\u2019apprendista nello studio notarile di un\ncognato, a Lipari. Poi insegna diritto in un istituto superiore, ma si sente\nmancare l\u2019aria. <\/p>\n\n\n\n<p>\u00c8\nafflitto da una timidezza patologica. Scrivere per lui \u00e8 una ragione di vita,\nma si chiede se rifugiarsi nella letteratura non sia un \u201csegno di babb\u00eca\u201d, di\nsciocca ingenuit\u00e0, un modo per evadere dalla realt\u00e0. Ama la sua terra, tra le\ncolline e il mare, con una adesione panica, e tuttavia avverte l\u2019isola come una\ngabbia. Si chiede se \u201cuscendo da questo pozzo scuro di Sicilia, riuscirei a\nsbloccare ogni cosa\u201d. <em>La ferita dell\u2019aprile <\/em>passa quasi inosservato,\napre una stagione di crisi e dubbi crescenti. Cerca e trova maestri, come\nLeonardo Sciascia, avvolto nel fumo delle sue Chesterfield, e il poeta Lucio\nPiccolo, cugino di Tomasi di Lampedusa, \u201cil barone magico\u201d che lo invita spesso\nnella sua villa di Capo d\u2019Orlando, dove lo gratifica di monologhi ammalianti.\nIntanto matura una coscienza politica che rester\u00e0 sempre vigile e risentita perch\u00e9\noffesa. Ha sperimentato le prepotenze mafiose, assistito alle lotte contadine e\nalle repressioni poliziesche, \u00e8 rimasto sconvolto dalla strage di Portella\ndella Ginestra. <\/p>\n\n\n\n<p>Nel\n1967 la grande occasione: vince un affollatissimo concorso in Rai. Viene\nassunto come funzionario addetto ai programmi culturali e si trasferisce a\nMilano. Non \u00e8 un\u2019esperienza felice. Non sopporta le regole troppo rigide, le\ngabbie burocratiche, le imposizioni dall\u2019alto. Ha duri scontri con la Direzione\ncentrale, sperimenta sulla sua pelle quello che oggi si chiama mobbing. <\/p>\n\n\n\n<p>Lo\nsalva il giornalismo. Vittorio Nistic\u00f2 lo invita a collaborare al battagliero\nquotidiano palermitano che dirige, \u201cL\u2019Ora\u201d, che ha gi\u00e0 al suo attivo tante\nbattaglie civili, in primis contro la mafia trionfante di quegli anni. Nel 1975\nsi trasferisce a Palermo, fa il cronista con umilt\u00e0 e dedizione, convinto che quello\nsar\u00e0 il suo vero mestiere. Intanto fermenta, lentamente e tortuosamente, il\nprogetto di romanzo che diventer\u00e0 <em>Il sorriso dell\u2019ignoto marinaio<\/em>: una\nrilettura delle vicende risorgimentali in una Sicilia squassata da tentativi\nrivoluzionari e rivolte contadine, molto lontana dall\u2019agiografia tradizionale,\nche si interroga sull\u2019uso mistificatorio della Storia, scritta troppo spesso dalle\nclassi dominanti. <\/p>\n\n\n\n<p>Ne\n\u00e8 protagonista Enrico Pirajno, barone di Mandralisca, liberale illuminato,\nerudito, collezionista, appassionato studioso di scienze naturali, cultore di\nchiocciole e molluschi, che ha reso pubbliche le sue raccolte trasformando la\nsua casa di Cefal\u00f9 in museo, quello stesso dove ancora oggi si conserva il\nmeraviglioso ritratto di ignoto di Antonello da Messina da lui acquistato a Lipari.\n<\/p>\n\n\n\n<p>A\nsuperare le incertezze di una stesura tanto travagliata \u00e8 la moglie di Consolo,\nCaterina, che di nascosto da lui porta al libraio-editore Gaetano Manus\u00e9 i\nprimi due capitoli del romanzo, per una edizione d\u2019arte arricchita da\nun\u2019acquaforte di Renato Guttuso. Corrado Stajano ne scrive entusiasta su \u201cil\nGiorno\u201d: \u00e8 pi\u00f9 sottile e intenso del <em>Gattopardo<\/em>, \u00e8 uno Sciascia poetico.\nDa Einaudi ci precipitiamo a scrivere a Consolo che ci interessa molto.<\/p>\n\n\n\n<p>A\nquesto punto l\u2019uomo dei dubbi \u00e8 obbligato a vincere le sue titubanze. In tre\nmesi finisce il lavoro, di getto. Stajano ha visto giusto. <em>Il sorriso\ndell\u2019ignoto marinaio <\/em>si rivela un romanzo stupefacente, un&nbsp;poema in\nprosa sostenuto da una scrittura potente, musicale, fortemente ritmata, che\nfonde in una polifonia di voci un italiano \u201calto\u201d e i dialetti, tradizione\ncolta e materiali popolari. Ne nasce una vertiginosa pluralit\u00e0 di lessici,\nregistri e toni, dove la parola \u00e8 spinta verso un massimo di sonorit\u00e0 e\nsplendore. Consolo ha lo stesso vorace enciclopedismo del suo amato Gadda,\nincrocia invenzione e documenti autentici, si abbandona alla vertigine della\nlista. Gode nel nominare le cose, la natura di casa che conosce cos\u00ec bene. Cos\u00ec\navverr\u00e0 negli altri suoi libri, come la malinconica favola teatrale <em>Lunaria<\/em>,\nin cui la Luna cade su una contrada di una Palermo settecentesca, a\nsimboleggiare la fine di tante cose. O in un altro romanzo corale e musicale, <em>Nottetempo,\ncasa per casa, <\/em>Premio Strega 1992, in cui l\u2019avvento del fascismo in Sicilia\n\u00e8 colto attraverso l\u2019arrivo a Cefal\u00f9 di una stravagante comunit\u00e0 di cultori di\nriti esoterici, capeggiata da un moderno superuomo, l\u2019inglese Aleister Crowley,\nprofeta di una religione satanica, tra sesso e droga. <\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019uomo\nche nel 1976 arriva nella redazione di Einaudi ha lo stesso mezzo sorriso\ndell\u2019ignoto di Antonello: \u201cironico, pungente e nello stesso tempo amaro, di uno\nche molto sa e molto ha visto, sa del presente e intuisce del futuro; di uno\nche si difende dal dolore della conoscenza e da un moto continuo di piet\u00e0\u201d. Lo\nscrittore che vuole dare voce agli oppressi e ai diseredati non ha nulla del\ntribuno, non \u00e8 uomo di invettive. Al contrario, racconta a bassa voce, senza\nscatti o soprassalti, senza aiutarsi con i gesti, con una sorta di doloroso\nstupore, tra orgoglio e lampi di sarcasmo, come se raccogliesse le conferme di\nqualcosa che ha sempre saputo. Parla di s\u00e9 solo per quello che pu\u00f2 coincidere\ncon il \u201cnoi\u201d di una collettivit\u00e0 offesa e in cerca di riscatto. La sua\napparente mitezza nasconde la tensione di un continuo sospetto. Sta sempre\nsulla difensiva, come i suoi contadini e i suoi pescatori. Bisogna quasi\ninsistere per cavargli qualche avara notizia sul suo privato. Non ama gli\naneddoti personali. Gli sembrano futili. <\/p>\n\n\n\n<p>In\nuna delle sue ultime pagine, Vincenzo Consolo si dice figlio di una terra\nflagellata, oltrech\u00e9 dalle violenze della Storia, da eruzioni di vulcani e\nterremoti distruttivi. \u201cE allora, &#8211; scrive &#8211; di fronte alle macerie, alla\npolvere dell\u2019esistenza e della storia, privi come siamo di speranze e conforti\ndi ordine metafisico, non resterebbe che lo sconforto, il pianto. Ma solamente\ni poeti, ancora, posseggono l\u2019oscuro segreto delle parole per dire, con la pi\u00f9\nalta dignit\u00e0 e pi\u00f9 alta bellezza, della grande avventura dell\u2019esistere, della\nvita; dei suoi dolori, delle malattie, della morte; dire delle sue\nconsolazioni; dell\u2019amore, dell\u2019arte, di un fiore (sia pure una ginestra), del\nsorgere del sole, del tramonto della luna, della grazia di una donna\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p><br><br>***<br><br><\/p>\n\n\n\n<p><strong><em>CORRADO STAJANO<\/em><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p><em>Eterno migrante del ritorno<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>Questo ricordo dedicato da Corrado Stajano all\u2019amico\nVincenzo usc\u00ec sul \u00abCorriere della sera\u00bb il 22 gennaio 2012, il giorno dopo la\nmorte di Consolo. <\/em><\/p>\n\n\n\n<p>Che dolore grande vederlo sdraiato su quel divano del soggiorno\ndi casa, con un plaid addosso, il volto sempre pi\u00f9 segnato, la voce sempre pi\u00f9\nflebile. Agitare il braccio smagrito e la mano, addio, addio. Chiss\u00e0 se quel\ngesto era l\u2019ultimo saluto, il segno amorevole della vita che si stava\nallontanando. <\/p>\n\n\n\n<p>Il vecchio sofferente era il ragazzetto che nel suo primo libro \u2014\nautobiografico \u2014 <em>La ferita dell\u2019aprile<\/em>, sprizzava allegria beffarda, un grillo\nsaltellante dalla marina alla montagna siciliana, tra le piazze, i vicoletti, i\nbagli, l\u2019oratorio, in mezzo ai carusi, ai bastasi, ai preti, alle vocianti\ndonne di paese, alla baronessa secca e bianca, narrazione di un vivere che non\npu\u00f2 finire mai?<\/p>\n\n\n\n<p>Vincenzo Consolo \u00e8 morto in corso Plebisciti a Milano, dove\nabitava, dopo un travaglio di mesi. \u00abMi sto riprendendo\u00bb, diceva\nimmancabilmente, e non si capiva se in quelle parole c\u2019era soltanto la sua\nantica ironia o anche un pizzico di speranza. Perch\u00e9 Vincenzo ha intensamente amato\nla vita, anche nei momenti pi\u00f9 difficili di dramma e sofferenza. E Caterina, sua\nmoglie, come quelle solide figure della mitologia greca che gli piaceva tanto,\ngli ha sempre dato la forza e il coraggio di cui aveva bisogno.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00c8 nato a Sant\u2019Agata di Militello, nella piazza del paese, non\nlontano dal mare, tra San Fratello e Capo d\u2019Orlando. Da bambino, ricorda, era\npiccolo e magro, \u00abcon un toracino d\u2019uccello. Zigaga era il soprannome che mi\navevano appioppato i fratelli: zirlo, p\u00ecspola\u00bb. La sua \u00e8 una famiglia di commercianti,\nla ditta vendeva olio, zucchero, lenticchie, fave, cereali. Suo padre, su un\ncamion Fiat 6211, consegnava la merce ai grossisti. Qualche volta il piccolo\nVincenzo lo accompagnava. Studi in paese, il liceo Valla a Barcellona Pozzo di\nGotto: dopo la maturit\u00e0, \u00e8 Milano ad attirarlo. La cultura industriale, in\nquegli anni Cinquanta, gli sembra tutto ci\u00f2 che c\u2019\u00e8 di nuovo. Elio Vittorini e Vittorio\nSereni stanno riscoprendo il rapporto tra letteratura e industria, Ottiero Ottieri\ne Paolo Volponi lavorano in fabbrica, i nomi delle grandi aziende, la Pirelli, l\u2019Alfa\nRomeo, la Breda, affascinano, la citt\u00e0 \u00e8 ricca di energie intellettuali, vi\nabitano Quasimodo, Montale, gli scrittori, gli scienziati, gli editori.<\/p>\n\n\n\n<p>Consolo studia legge all\u2019Universit\u00e0 Cattolica, non per ragioni\nreligiose o ideologiche, semplicemente perch\u00e9 l\u2019aveva preceduto un compaesano. Entra\nnel convitto universitario di via Necchi, vicino a Sant\u2019Ambrogio, capisce in\nfretta. Ricorda padre Gemelli, il frate fondatore e rettore della Cattolica,\ngi\u00e0 vicino ai fascisti e avversario accanito del Modernismo e di tutto ci\u00f2 che \u00e8\nnuovo: aveva la testa grossa e gli occhi fulminanti.<\/p>\n\n\n\n<p>Ricorda anche il cardinale Schuster, \u00abetereo e magico come una\nfigura onirica, con il suo viso gotico e diafano ricamato di venuzze\u00bb. Ricorda\nsoprattutto i poliziotti del suo paese, nella vicina caserma della Celere, e\ngli zolfatari siciliani che al Centro orientamento immigrati venivano\nequipaggiati di casco, lanterna e mantelline e fatti partire per le miniere del\nBelgio dove molti di loro, a Marcinelle e altrove, troveranno la morte.<\/p>\n\n\n\n<p>Vincenzo ha deciso di diventare scrittore.<\/p>\n\n\n\n<p>Ma Milano non \u00e8 il suo mondo, non ne possiede la lingua, per lui\nessenziale, non ha memoria dell\u2019immaginato mondo industriale. Come raccontarlo?\nTorna in Sicilia, pensa di diventare uno scrittore di realt\u00e0 viste e vissute,\ndi tipo sociologico. Ma non fa i conti con la sua natura fantastica da\narcheologo delle parole. <em>La ferita dell\u2019aprile<\/em> esce nel 1963 in una\nbella collana, \u00abIl Tornasole\u00bb, diretta da Niccol\u00f2 Gallo e da Vittorio Sereni.\nCon i \u00abGettoni\u00bb di Vittorini \u00e8 l\u2019iniziativa editoriale pi\u00f9 coraggiosa e aperta\nal futuro. Vincenzo \u00e8 affascinato dal mondo visionario del coltissimo Lucio\nPiccolo, il barone di Calanovella, poeta scoperto da Montale, che viveva in una\nvilla di Capo d\u2019Orlando come un uomo del Settecento. Nel salone della villa \u2014\ncon il cimitero dei cani accanto \u2014 nel buio pi\u00f9 assoluto recitava urlando le\nsue poesie esoteriche, tra vasi Ming, statuette orientali, cassettoni Luigi\nXVI, ritratti di vicer\u00e9 e di capitani dell\u2019Inquisizione.<\/p>\n\n\n\n<p>Ma \u00e8 Leonardo Sciascia il vero maestro. \u00c8 lui a far da\ncontrappeso al fantasioso mondo di Lucio Piccolo. Consolo ritrova con la sua\nrazionalit\u00e0 e i suoi saperi storici, critici, politici, quella strada civile\nannusata nella prima avventura milanese. La Sicilia contadina cos\u00ec amata si \u00e8\nnel frattempo disgregata, la mafia ha riconquistato un potere assoluto, il\ncandore dell\u2019isola \u00e8 stato macchiato dalla corruzione, dall\u2019ossessione del\ndenaro, pi\u00f9 sporco che pulito, dagli assassini. Il lavoro manca.<\/p>\n\n\n\n<p>Quando decide di partire di nuovo, nel \u201968, Milano \u00e8\nincandescente, ricca di fervori. Dal \u201963 al \u201976 Consolo non pubblica nulla, sta\nrimuginando, pensando, studiando. \u00c8 convinto che la letteratura deve essere\nnemica del potere. Vuole legare la Sicilia alle idee di progresso sociale e\ncivile della Milano di allora. Ma il linguaggio, come trovare il linguaggio\nadatto che sente gorgogliare nella testa? Legge Gadda, ma il suo amore per la\nmetafora non lo accomuna allo scrittore dell\u2019<em>Adalgisa<\/em>. \u00c8 Manzoni,\npiuttosto: trova paternit\u00e0 e sostegno \u00abnel Manzoni dei <em>Promessi sposi <\/em>e\ndella <em>Colonna infame<\/em>, quello della necessit\u00e0 della metafora. (\u2026) L\u2019Italia\ndel Manzoni \u2013 scrive &#8211; sembra davvero eterna, inestinguibile\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p>Come spunta l\u2019idea di un libro nella mente di uno scrittore? Il <em>Ritratto\ndi ignoto <\/em>di Antonello da Messina, del museo di Cefal\u00f9, fa da scintilla. Ma\nsono il fallimento del Risorgimento, la speranza tradita dei contadini di avere\nle terre dei feudatari, la povert\u00e0 dei cavatori di pomice ammalati di silicosi\n\u2014 storia e societ\u00e0 \u2014 ad accumularsi informi nella testa di Vincenzo. Nel 1976, con\n<em>Il sorriso<\/em> <em>dell\u2019ignoto marinaio<\/em>, capolavoro di folgorante bellezza,\nnasce, si pu\u00f2 dire, Vincenzo Consolo, il Vic\u00e8 dei compagni di giochi, uno dei\npi\u00f9 grandi scrittori del Novecento, tradotto in quasi tutte le lingue del\nmondo, conosciuto forse pi\u00f9 in Europa che in Italia. <\/p>\n\n\n\n<p>Vincenzo non era mai in pace, inquieto, sempre. Nel 1993 disse\npubblicamente che se alle elezioni di quell\u2019anno avesse vinto a Milano la Lega\nNord, come poi accadde, se ne sarebbe andato dalla citt\u00e0 per protesta contro la\nbarbarie della \u00abpadania\u00bb inesistente. Non part\u00ec, fu criticato, accusato di\nesibizionismo, di presunzione. Un provocatore. La Sicilia nel sangue. Consolo\nnon ha di certo avuto bisogno di quella nota di diario che Goethe scrisse nel\nsuo <em>Viaggio in Italia<\/em>, il 13 aprile 1787: \u00abL\u2019Italia, senza la Sicilia,\nnon lascia alcuna immagine nell\u2019anima: \u00e8 qui la chiave di tutto\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p>Appena poteva, eterno migrante del ritorno, partiva. Non ha mai\ntradito la sua isola. Andava per vedere un\u2019altra volta quel che aveva nel\ncuore. Non lo ritrovava. Ferito tornava al Nord, a Parigi, a Madrid. E poco\ndopo riprendeva la strada dell\u2019eterno viaggio, riandava in Sicilia. \u00c8 morto\nnella Milano della sua giovinezza. Nella grande stanza foderata dai libri degli\nscrittori amati di laggi\u00f9. Alle pareti un dipinto con una smisurata macchia\narancione, il disegno di due ragazzi di Casarsa, di Pasolini, l\u2019<em>Ignoto\nmarinaio <\/em>di Guttuso, incisioni secentesche, ritratti, carte geografiche\ndell\u2019isola stampate all\u2019ins\u00f9 e all\u2019ingi\u00f9. Tutto qui sa di Sicilia.<\/p>\n\n\n\n<p><br><br>***<br><br><\/p>\n\n\n\n<p>NADIA TERRANOVA<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019uomo dello Stretto<\/p>\n\n\n\n<p>La prima volta che ho visto Vincenzo Consolo me lo sono andato a\ncercare. Fu a Torino, al Salone del libro, per\u00f2 forse, siccome sono messinese\ncome lui, vi aspetterete che il nostro legame risalga a prima della mia et\u00e0\nadulta, alle mie origini.<\/p>\n\n\n\n<p>Sarebbe bello oggi poter raccontare un\u2019amicizia atavica, un\ncomune legame che viene da qualcosa di diverso dall\u2019esser nati entrambi sulla\nsponda pi\u00f9 a sud dello Stretto, nella stessa provincia della Sicilia, la meno\nnarrata e tuttavia la pi\u00f9 ricca di narrazioni, quella, per intenderci, che\ncompare per la prima volta nel dodicesimo canto dell\u2019Odissea, quando Omero\ncanta di Scilla e Cariddi e della distruzione della nave di Ulisse per via\ndella loro furia. Mi piacerebbe dire che quella storia fu proprio lui a\nraccontarmela, magari quando ero piccola, e che da lui venne la contezza di\npotere, anzi dovere, raccontare quella lingua di mare che bagna citt\u00e0 e paesi\nper poi allargarsi e perdersi nel Mediterraneo. Perch\u00e9, in effetti, \u00e8 cos\u00ec che\n\u00e8 andata: non solo tutto questo io, messinese, l\u2019ho imparato anche da Vincenzo\nConsolo, ma \u00e8 stato lui a sussurrarmi all\u2019orecchio tutto ci\u00f2 che serve per\nscrivere, ovvero: guarda il mare e fallo, tu puoi. Ovviamente, non sa di averlo\ndetto, perch\u00e9 la sua voce mi \u00e8 arrivata nel modo pi\u00f9 nobile e giusto in cui\ndeve arrivare la voce di uno scrittore: attraverso i suoi libri.<\/p>\n\n\n\n<p>Per primo fu un suo romanzo a dirmi della nostra Messina, che\nsoffre la ferita dell\u2019identit\u00e0 perch\u00e9 i terremoti ne hanno distrutto la forza e\nla potenza, soprattutto l\u2019ultimo,&nbsp; quello\ndel 1908. Con una pagina mormor\u00f2 a me, solo a me, che Messina, non esistendo\npi\u00f9, continuava a esistere.<\/p>\n\n\n\n<p>\u201c<em>Citt\u00e0 di luce e d&#8217;acqua, aerea e fuggente, riflessione e\ninganno, fatamorgana e sogno, ricordo e nostalgia. Messina non esiste. Esistono\nmiti e leggende, Saturno, Orione, Cariddi, Mata e Grifone, Colapesce. Ma forse\nvi fu una citt\u00e0 con questo nome perch\u00e9 disegni e piante riportano la falce di\nun porto con dentro velieri che si dondolano, e mura, colli scanditi da\ntorrenti e coronati da forti, e case palazzi chiese orti&#8230; &#8220;<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>Queste\nparole di Vincenzo Consolo, tratte da <\/em><em>L\u2019olivo e l\u2019olivastro<\/em><em>, costituiscono la radice dei miei tre romanzi e del mio\nlibro <\/em><em>Omero \u00e8 stato qui<\/em><em>, in cui ho raccolto le storie e le\nleggende dello Stretto. Messina, ho pensato spesso, \u00e8 viva solo per i\nmessinesi, per chi ci \u00e8 nato e cresciuto. Oppure no: \u00e8 viva solo per chi ne ha\nletto, perch\u00e9 i luoghi esistono solo se c\u2019\u00e8 qualcuno che li sa raccontare, anzi\na volte penso che esistano solo dentro un racconto, dentro le parole che li\nsalvano e li traghettano da una storia all\u2019altra. <\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>Solo\ndopo averne divorato i libri ho scoperto che, in realt\u00e0, un legame originario tra\nme e Vincenzo Consolo esisteva, e riguardava in effetti Messina. La sorella di\nmia madre, la poetessa Marietta Salvo, per qualche tempo aveva collaborato alle\npagine culturali dello storico giornale siciliano <\/em><em>L\u2019Ora<\/em><em>. Solo dopo la pubblicazione del mio primo romanzo scoprii\nche lo aveva intervistato: mi mostr\u00f2 la doppia pagina dell\u2019articolo e mi\nraccont\u00f2 delle loro conversazioni, degli scambi che avevano avuto, delle lunghe\nconversazioni su poesia e letteratura. <\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>Il\nmio incontro dal vivo con lui, invece, avvenne in una citt\u00e0 aliena a entrambi:\nTorino. E forse solo nella capitale del libro potevano incontrarsi una\nmessinese che aveva scelto Roma e un messinese che aveva scelto Milano. <\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>Erano i primi anni duemila e Vincenzo Consolo teneva un incontro al Lingotto, nei giorni del Salone. Io ero l\u00ec da lettrice, non avevo ancora pubblicato nulla se non dei racconti in qualche antologia e rivista, stavo lavorando al mio primo romanzo ma l\u2019editoria mi incuteva timore, non sapevo se qualcuno mi avrebbe presa in considerazione e, nel frattempo, mi rifugiavo in ci\u00f2 che non mi ha mai tradito: le pagine degli scrittori che amo. Insieme a un\u2019amica che avevo contagiato con la mia \u201cconsolite\u201d, la febbre dei suoi libri, aspettammo Vincenzo Consolo per poter avere con lui un contatto diretto poco prima dell\u2019incontro. Lui si sorprese di trovare due lettrici entusiaste e cos\u00ec giovani, e allora mi sorpresi io: per me la letteratura \u00e8 sempre stata androgina, senza et\u00e0, senza tempo. Gli dicemmo che i suoi libri ci piacevano tantissimo anche se qualche volta erano difficili da trovare, e si incup\u00ec: ditelo al mio editore, rispose, e in quella sola frase, in quell\u2019espressione di disappunto previdi quello che poi sarebbe toccato a me come a tutti gli scrittori, il difficile rapporto tra chi scrive e chi pubblica, una forma di poliamore fatta anche di incomprensioni e delusioni. Allora fu un lampo, ma adesso lo so bene, lo so per esperienza. Con la sua lingua magnifica, ricercata ed elegante, Vincenzo Consolo mi ha insegnato vocaboli e rime, musicalit\u00e0 della prosa e accuratezza storica, ma soprattutto mi ha insegnato due cose su cui ho imparato a piangere e sorridere, una altissima e una quotidiana: che lo Stretto \u00e8 un luogo mitico da raccontare, e che gli editori sono sempre un po\u2019 canaglie. <\/em><br><br><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"700\" height=\"476\" class=\"wp-image-2481\" style=\"width: 700px;\" src=\"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2022\/01\/photo_2022-01-11_15-52-51-1.jpg\" alt=\"\" srcset=\"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2022\/01\/photo_2022-01-11_15-52-51-1.jpg 1280w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2022\/01\/photo_2022-01-11_15-52-51-1-300x204.jpg 300w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2022\/01\/photo_2022-01-11_15-52-51-1-1024x697.jpg 1024w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2022\/01\/photo_2022-01-11_15-52-51-1-768x523.jpg 768w\" sizes=\"(max-width: 700px) 100vw, 700px\" \/><\/p>\n\n\n\n<p>foto Giovanna Borgese<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori A 10 anni dalla scomparsa di Vincenzo Consolo, FAAM ricorder\u00e0 lo scrittore con &#8220;Reading &#8211; Ricordi di Vincenzo Consolo&#8221;, a cura di Paolo Di Stefano e Giovanni Turchetta, in collaborazione con Associazione Amici di Vincenzo Consolo. 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