{"id":2234,"date":"2012-06-10T13:13:00","date_gmt":"2012-06-10T13:13:00","guid":{"rendered":"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=2234"},"modified":"2021-09-12T19:48:02","modified_gmt":"2021-09-12T19:48:02","slug":"il-senso-della-storia-nellopera-di-vincenzo-consolo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=2234","title":{"rendered":"Il senso della storia nell\u2019opera di Vincenzo Consolo"},"content":{"rendered":"\n<p>Cade qui opportuno parlare di un altro scrittore siciliano non certo meno colto e raffinato di Gesualdo Bufalino (di lui pi\u00f9 giovane di poco pi\u00f9 d\u2019un decennio)<a href=\"https:\/\/books.openedition.org\/ninoaragnoeditore\/289?lang=it#ftn1\">1<\/a>, ma a lui ideologicamente e letterariamente opposto: Vincenzo Consolo. Nella sua opera che qui come sempre, pi\u00f9 che descrivere affronteremo per quanto servir\u00e0 al nostro discorso pi\u00f9 generale, non c\u2019\u00e8 infatti soltanto un fortissimo sentimento della storia, ma c\u2019\u00e8 pure il coraggioso tentativo, inevitabilmente sperimentalistico, di impostare il romanzo sul fondamento di una parola e di un fraseggio non turgidi ma icastici, quasi una traduzione istantanea del pensare e dell\u2019agire degli uomini.<\/p>\n\n\n\n<ul><li><strong>2<\/strong>&nbsp;Vd. la recensione al secondo libro di Consolo,&nbsp;<em>Il sorriso dell\u2019ignoto marinaio&nbsp;<\/em>(Einaudi, 1976) e in&nbsp;<a href=\"https:\/\/books.openedition.org\/ninoaragnoeditore\/289?lang=it#ftn2\">(&#8230;)<\/a><\/li><li><strong>3<\/strong>&nbsp;Altre poche notizie biografiche. Dopo gli studi elementari e medi frequentati a Sant\u2019Agata (i secon&nbsp;<a href=\"https:\/\/books.openedition.org\/ninoaragnoeditore\/289?lang=it#ftn3\">(&#8230;)<\/a><\/li><\/ul>\n\n\n\n<p>2 Siciliano dunque di Sant\u2019Agata di Militello, \u00abun paese\u202f\u2013\u202fper ripetere ci\u00f2 che ne scrisse Leonardo Sciascia<a href=\"https:\/\/books.openedition.org\/ninoaragnoeditore\/289?lang=it#ftn2\">2<\/a>\u202f\u2013\u202fa met\u00e0 strada tra Palermo e Messina (sul mare, Lipari di fronte, i monti Peloritani alle spalle)\u00bb, sesto degli otto figli di un piccolo commerciante di prodotti alimentari, Consolo trascorse nell\u2019isola adolescenza e giovinezza (tranne gli anni universitari a Milano) e del suo paese natale fece echeggiare, gi\u00e0 nella sua \u201copera prima\u201d (<em>La ferita dell\u2019aprile<\/em>\u00a0del 1963), quello che sempre Sciascia (che se ne intendeva) defin\u00ec l\u2019\u00abimpasto dialettale, la fonda espressivit\u00e0 che \u00e8 propria alle aree linguistiche ristrette, le lunghe e folte e intricate radici di uno sparuto rameggiare\u00bb. Ed era quello (e ancora Sciascia lo sottolinea) non gi\u00e0 un artificioso gaddismo siculo anzich\u00e9 lombardo, ma un prepotente volersi inserire da subito nella storia e in quella, precipuamente, di coloro che la vivono, come del resto accadde allo stesso scrittore, dalla parte degli sconfitti; la patiscono nelle sue ingiustizie e vi si ribellano, altro non potendo, con la parola e con la scrittura. La letteratura, in due parole, non come professione ma come impegno civile. Donde anche una notoriet\u00e0 raggiunta tutt\u2019altro che facilmente<a href=\"https:\/\/books.openedition.org\/ninoaragnoeditore\/289?lang=it#ftn3\">3<\/a>.<\/p>\n\n\n\n<h1 class=\"wp-block-heading\"><a href=\"https:\/\/books.openedition.org\/ninoaragnoeditore\/289?lang=it#tocfrom1n1\">Il senso della storia<\/a><\/h1>\n\n\n\n<ul><li><strong>4<\/strong>&nbsp;Vd. F. Engels-K. Marx,&nbsp;<em>La famiglia.&nbsp;<\/em>In&nbsp;<em>Opere<\/em>, vol. IV, Editori Riuniti, Roma, 1972, p. 37.<\/li><li><strong>5<\/strong>&nbsp;La citazione da&nbsp;<em>Il sorriso dell\u2019ignoto marinaio<\/em>, Mondadori, Milano, 1997, pp. 113-14. Sul protagoni&nbsp;<a href=\"https:\/\/books.openedition.org\/ninoaragnoeditore\/289?lang=it#ftn5\">(&#8230;)<\/a><\/li><\/ul>\n\n\n\n<p>3 Ebbe a scrivere Marx nella\u00a0<em>Sacra famiglia<\/em><a href=\"https:\/\/books.openedition.org\/ninoaragnoeditore\/289?lang=it#ftn4\">4<\/a>: \u00abLa classe possidente e la classe del proletariato rappresentano la stessa autoestraniazione umana. Ma la prima classe si sente completamente a suo agio in questa autoestraniazione, sa che essa costituisce la sua propria potenza ed ha in essa la\u00a0<em>parvenza\u00a0<\/em>di un\u2019esistenza umana; la seconda, in tale estraniazione, si sente invece annientata, vede in essa la sua impotenza e comprende in essa la realt\u00e0 di una\u202f\u2013\u202fla sua\u202f\u2013\u202f<em>esistenza non umana<\/em>. Per usare un\u2019espressione di Hegel essa \u00e8, nell\u2019abiezione, la\u00a0<em>ribellione\u00a0<\/em>contro questa abiezione, ribellione a cui essa \u00e8 necessariamente spinta dalla contraddizione tra la sua natura umana con la situazione della sua vita, che \u00e8 la negazione aperta, decisa, assoluta di questa natura\u00bb. Ebbene: questo non facile compito di rappresentare nel profondo e come all\u2019interno stesso della coscienza tale drammatico dilemma mi sembra quello assunto dal nostro Vincenzo Consolo, forse tra i maggiori scrittori italiani ancora in vita. C\u2019\u00e8 una sua pagina, nel\u00a0<em>Sorriso dell\u2019ignoto<\/em>\u00a0<em>marinaio<\/em>\u00a0(1976)\u202f\u2013\u202fquesto romanzo (ma il termine \u00e8 improprio come vedremo), che culmina nella rivolta contadina di Alc\u00e0ra Li Fusi contro i feudatari del luogo al tempo della spedizione garibaldina dei Mille che, nel significato sopra proposto, mi sembra esemplare. Avendovi casualmente assistito, il protagonista del libro, l\u2019appassionato malacologo barone di Mandralisca, di idee liberali ma lontano sino a quel momento dall\u2019azione politica, non pu\u00f2 esimersi, date le circostanze, da due decisive riflessioni: la considerazione cio\u00e8 che esiste una storia dei vincitori e una dei vinti, scritta la prima e mai scritta la seconda, e che in questa drammatica dicotomia, perenne e a prima vista irresolubile, consiste precisamente la tragedia della Storia. Nell\u2019atto di stendere una relazione sui fatti appena accaduti, e di stenderla come avrebbe fatto uno \u00abdi quei rivoltosi protagonisti moschettati in Patti\u00bb, intuendo e avendo come gi\u00e0 chiaramente presente tale versione in inconciliabile opposizione a quelle delle \u00abgazzette e libelli\u00bb appartenenti, per cos\u00ec dire, alla voce ufficiale della storia, confessa e ammette l\u2019impossibilit\u00e0 dell\u2019impresa: \u00abNo, no!\u00bb dice <a href=\"https:\/\/books.openedition.org\/ninoaragnoeditore\/289?lang=it#ftn5\">5<\/a> nel suo particolare linguaggio d\u2019intellettuale siculo di met\u00e0 Ottocento. \u00abChe per quanto l\u2019intenzione e il cuore sian disposti, troppi vizi ci nutriamo dentro, storture, magagne, per nascita, cultura e per il censo\u00bb. Questo \u00abscarto di voce e di persona\u00bb\u202f\u2013\u202fossia questo immedesimarsi nella classe del proletariato per dirla con Marx\u202f\u2013\u202fgli appare un\u2019azione scorretta; quanto meno un\u2019impostura. Spiega difatti:<\/p>\n\n\n\n<blockquote class=\"wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow\"><p>\u00c8 impostura mai sempre la scrittura di noi cosiddetti illuminati, maggiore forse di quella degli ottusi e oscurati da\u2019 privilegi loro e passion di casta. Osserverete: ci son le istruzioni, le dichiarazioni agli atti, le testimonianze&#8230; E bene: chi verga quelle scritte, chi piega quelle voci e le raggela dentro i codici, le leggi della lingua? Uno scriba, un trascrittore, un cancelliere. Quando [Mentre invece] un immaginario meccanico istrumento tornerebbe al caso, che fermasse que\u2019 discorsi al naturale, siccome il dagherrotipo fissa di noi le sembianze. Se pure, siffatta operazione sarebbe ancora ingiusta.<\/p><\/blockquote>\n\n\n\n<p>4 Perch\u00e9? Perch\u00e9 la classe dei possidenti, pur con tutto il suo presunto progresso, o forse proprio per questa sua presunzione, non ha la chiave per intendere la natura pur sempre umana dell\u2019altra, che tuttavia la storia ha come lasciato nel suo analfabetismo secolare del corpo e dello spirito. Ascoltiamo ancora il barone:<\/p>\n\n\n\n<blockquote class=\"wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow\"><p>Poi che noi non possediam la chiave, il cifrario atto a interpretare que\u2019 discorsi. E cade acconcio in questo luogo riferire com\u2019io ebbi la ventura di sentire un carcerato, al castello dei Granza Maniforti, nel paese di Sant\u2019Agata [di Militello], dire le ragioni nella parlata sua sanfratellana, lingua bellissima, romanza o mediolatina, rimasta intatta per un millennio sano, incomprensibile a me, a tutti, comecch\u00e9 dotati d\u2019un moderno codice volgare. S\u2019aggiunga ch\u2019oltre la lingua, teniamo noi la chiave, il cifrario dell\u2019essere, del sentire e risentire di tutta questa gente? Teniamo per sicuro il nostro codice, del nostro modo d\u2019essere e parlare ch\u2019abbiamo eletto a imperio a tutti quanti: il codice del dritto di propriet\u00e0 e di possesso, il codice politico dell\u2019acclamata libert\u00e0 e unit\u00e0 d\u2019Italia, il codice dell\u2019eroismo come quello del condottiero Garibaldi e di tutti i suoi seguaci, il codice della poesia e della scienza, il codice della giustizia o quello d\u2019un\u2019utopia sublime e lontanissima.<\/p><\/blockquote>\n\n\n\n<p>5 Fermiamoci un momento per sottolineare questo passaggio-chiave e davvero decisivo non solo per denunciare autocriticamente una frattura che appare incolmabile tra le due classi e le due \u201cumanit\u00e0\u201d, ma per prenderne soprattutto atto onde iniziare, ed esattamente da qui, la\u00a0<em>pars costruens<\/em>\u00a0dell\u2019impegno e del dovere politico. La storia, sostanzialmente dice il barone di Mandralisca, non appartenente alla classe dei cosiddetti illuminati e sicuramente dei possidenti, ha indubitabilmente compiuto nel corso dei secoli, e gi\u00e0 da prima della nascita del Redentore, il suo cammino progressivo e feroce: il diritto di propriet\u00e0 ha generato i suoi codici politici giuridici e culturali e, irridente, ha lasciato l\u2019altra parte, quella sopraffatta, nei suoi, totalmente disattesi incomprensibili e disprezzabili. \u00c8 col ferro che si costruisce la civilt\u00e0, proposizione inconfessabile ma vera. Quindi prosegue:<\/p>\n\n\n\n<blockquote class=\"wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow\"><p>E dunque noi diciamo Rivoluzione, diciamo Libert\u00e0, Egualit\u00e0, Democrazia; riempiamo d\u2019esse parole fogli, gazzette, libri, lapidi, pandette, costituzioni, noi, che que\u2019 valori abbiamo gi\u00e0 conquisi e posseduti, se pure li abbiam veduti anche distrutti o minacciati dal Tiranno o dall\u2019Imperatore, dall\u2019Austria o dal Borbone. E gli altri che mai hanno raggiunto i diritti pi\u00f9 sacri e elementari, la terra e il pane, la salute e l\u2019amore, la pace, la gioia e l\u2019istruzione, questi dico, e sono la pi\u00f9 parte, perch\u00e9 devono intender quelle parole a modo nostro? Ah, tempo verr\u00e0 in cui da soli conquisteranno que\u2019 valori, ed essi allora li chiameranno con parole nuove, vere per loro, e giocoforza anche per noi, vere perch\u00e9 i nomi saranno intieramente riempiti dalle cose.<\/p><\/blockquote>\n\n\n\n<p>6 Ci si ricordi a questo punto della novella\u00a0<em>Libert\u00e0<\/em>\u00a0di Verga, relativa alla selvaggia rivolta di Bronte nel catanese e alla ancor pi\u00f9 spietata e selvaggia repressione di Nino Bixio (4 agosto 1860): non potremo non renderci immediatamente conto della profonda differenza d\u2019atteggiamento che nei confronti delle due rivolte, cos\u00ec prossime nei luoghi e nel tempo, hanno assunto due diversi esponenti della classe dei possidenti: in Verga la brutalit\u00e0 della sommossa e del suo castigo (giusto oltre che inevitabile) \u00e8 appena addolcita, se cos\u00ec posso\u00a0esprimermi, dal sentimento religioso della misericordia e in ogni caso, sul piano storico, assistiamo alla risoluta affermazione che le due classi antagoniste, quasi per decreto divino, dovranno eternamente coesistere nello\u00a0<em>statu quo<\/em>\u00a0(\u00abI galantuomini non potevano lavorare le loro terre con le proprie mani, e la povera gente non poteva vivere senza i galantuomini\u00bb); in Consolo, che ha ben pi\u00f9 presente, anzi sommamente presente la natura\u00a0<em>umana\u00a0<\/em>delle due classi antagoniste, hai non solo il riconoscimento di quanto sia stata giusta la cruda ribellione contadina, ma anche l\u2019inattesa affermazione che la classe dei possidenti, mancando dei necessari \u201ccodici\u201d interpretativi, dovrebbe comunque astenersi dal giudicare un evento che ha in realt\u00e0 appalesato l\u2019ignominia umana della Storia stessa. E quando\u202f\u2013\u202fe sia pur in un tempo remotissimo\u202f\u2013\u202fanche la classe degli oppressi e dei vinti avr\u00e0 conquistato i valori superiori della civilt\u00e0, essi saranno in ogni caso diversi da quelli acquisiti e comunemente intesi dagli appartenenti alla classe degli attuali possidenti: saranno \u00abparole nuove, vere per loro e giocoforza anche per noi\u00bb; e \u00abvere perch\u00e9 i nomi saranno intieramente riempiti dalle cose\u00bb. Qui in realt\u00e0 ci troviamo di fronte all\u2019autentico \u201csenso della storia\u201d e, soprattutto, allo svelamento delle sue infamie morali, politiche ed economiche.<\/p>\n\n\n\n<h1 class=\"wp-block-heading\"><a href=\"https:\/\/books.openedition.org\/ninoaragnoeditore\/289?lang=it#tocfrom1n2\">La difficile conquista della ragione<\/a><\/h1>\n\n\n\n<ul><li><strong>6<\/strong>&nbsp;<sup>6<\/sup>&nbsp;Vd. V. Consolo,&nbsp;<em>Retablo<\/em>, Mondadori, Milano, 1992, pp. 115-16.<\/li><\/ul>\n\n\n\n<p>7\u00abGli uomini desti\u202f\u2013\u202febbe a sentenziare Eraclito\u202f\u2013\u202fappartengono a un mondo comune e solo nel sonno ognuno si apparta in un mondo a lui proprio\u00bb. Potrebbe questo essere un motto da apporsi quale epigrafe a\u00a0<em>Retablo<\/em>, quello scritto di Consolo del 1987 che fa come da intermezzo tra\u00a0<em>Il sorriso<\/em>\u00a0<em>dell\u2019ignoto marinaio<\/em>\u00a0e i successivi\u00a0<em>Nottetempo, casa per casa<\/em>\u00a0(1992) e\u00a0<em>Lo<\/em>\u00a0<em>Spasimo di Palermo<\/em>\u00a0(1999), una trilogia che in un vorticoso crescendo svela gli inganni le crudezze e le insensatezze della storia, dalla cosiddetta unit\u00e0 d\u2019Italia\u202f\u2013\u202fin realt\u00e0 la piemontizzazione della penisola\u202f\u2013\u202falle sopraffazioni del fascismo e ai crimini del momento che abbiamo appena vissuto (gli assassin\u00ee di Falcone e Borsellino).\u00a0<em>Retablo<\/em>\u00a0(come del resto e con ben maggiore evidenza il precedente\u00a0<em>Lunaria<\/em>) \u00e8 invece come un momento di pausa nel quale tuttavia, per il particolare discorso che veniamo conducendo, non mancano importanti e rivelatrici considerazioni. Nel secondo quadro del trittico, il pi\u00f9 vasto e imponente intitolato\u00a0<em>Peregrinazione<\/em>\u00a0(siamo nel Settecento, l\u2019et\u00e0 della borghesia illuminata, dei viaggi e delle grandi scoperte archeologiche, dell\u2019entusiasmo per il dispotismo illuminato e in certo modo del ritrovamento dell\u2019uomo nel nome della ragione), l\u2019aristocratico pittore milanese Fabrizio Clerici, giunto con berbera navigazione nella favolosa Mozia de\u2019 Fenici, si trova di fronte a orci ricolmi di \u00abossa antiche, pi\u00f9 antiche di Cristo o Maometto, ormai polite e nette come ciottoli di mare\u00bb e, in pi\u00f9, \u00abossa d\u2019innocenti\u00bb: si trova cio\u00e8 in quel cimitero ove i Fenici di quest\u2019isola seppellivano i fanciulli dopo averli sacrificati ai loro dei. Ma il riflessivo artista milanese, l\u2019ideale compagno dei Verri e dei Beccaria, non inorridisce come il suo siculo valletto, l\u2019innocente e sventurato Isidoro; spiega anzi come quei remoti navigatori aprirono per le vie del mare nuove conoscenze insegnando a tutti i popoli, ad esempio, l\u2019alfabeto e la scrittura segnica dei suoni. Sennonch\u00e9 il fervore precettistico del savio milanese s\u2019interrompe presto in questa riflessione quasi rivolta sottovoce a se stesso<a href=\"https:\/\/books.openedition.org\/ninoaragnoeditore\/289?lang=it#ftn6\">6<\/a>:<\/p>\n\n\n\n<blockquote class=\"wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow\"><p>Ma cos\u00ec mai sempre \u00e8 la veritate della storia, il suo progredire lento e contrastato, il miscuglio d\u2019animalit\u00e0 e di ragione, di tenebra e di luce, barbarie e civilt\u00e0. E troppo presto esulta, a mio giudizio, il barone di Montesquieu, nel suo ess\u00e9 titolato&nbsp;<em>Esprit des lois<\/em>, per la superiore civilt\u00e0 dei Greci di Sicilia, per i Siracusani che, dopo la vittoria d\u2019Imera, per volont\u00e0 del loro re Gelone, imposero ai Cartaginesi nel trattato di pace d\u2019abolire quell\u2019usanza d\u2019uccidere i fanciulli. Cos\u00ec dice il filosofo, il giurista (e qui riporto quanto ritiene la memoria mia): \u00abLe plus beau trait\u00e9 de paix dont l\u2019histoire ait parl\u00e9 est, je crois, celui que G\u00e9lon fit avec le Carthaginois. Il voulut qu\u2019ils abolissent la coutume d\u2019immoler leurs enfans. Chose admirable!&#8230;\u00bb Ma ignorava il Montesquieu che i Siracusani stessi, col tiranno loro Dionisio, tempo dopo, espugnata e saccheggiata quest\u2019isola di Mozia, punivano crocifiggendoli quei Greci mercenari che avean combattuto coi Moziesi. E vogliamo qui memorare le barbarie dei Romani o i massacri vergognosi che gli Ispani, nel nome di Cristo e della santa Chiesa, compirono contra i popoli inermi delle Nuove Indie? Ah, lasciamo di dire qui di quanto l\u2019uomo \u00e8 stato orribile, stupido, efferato. Ed \u00e8, anche in questo nostro che sembra il tempo della ragione chiara e progressiva. L\u2019uomo dico in astratto, nel cammino generale della storia, ma anche ciascun uomo al concreto \u00e8 parimenti ottuso, violento nel breve tempo della propria vita. Vive sopravvivendo sordo, cieco, indifferente su una distesa di debolezze e di dolore, calpesta inconsciamente chi soccombe. Calpesta procedendo ossa d\u2019innocenti, come questi del campo per cui procediamo io e Isidoro.<\/p><\/blockquote>\n\n\n\n<p>8Gli uomini \u201cdesti\u201d, coloro che sentono di appartenere a un mondo comune, che vivono in un mondo comune\u202f\u2013\u202fgli uni accanto agli altri, gli uni per gli altri o gli uni contro gli altri\u202f\u2013\u202fpossono, sol che lo vogliano, comprendere cosa sia la storia, misurarne le ben maggiori atrocit\u00e0 e le ben minori ma confortanti virtualit\u00e0; possono, sul fondamento delle riflessioni portate su di essa, rinnovarsi dal profondo, conquistare coscienza e consapevolezza di ragione, non disperare. In questo senso il lungo viaggio del milanese Fabrizio Clerici per la Sicilia del presente e del passato (fenicio, greco, cartaginese, romano, arabo, bizantino e via discorrendo) diviene un lungo, arduo itinerario non in Dio ma nella riconquista dell\u2019umano e dell\u2019umano&nbsp;<em>intelligere<\/em>; e non solo relativamente al protagonista-principe del racconto\u202f\u2013\u202fil raffinato intellettuale Fabrizio Clerici\u202f\u2013\u202fma anche nei confronti, per cos\u00ec dire, del suo miserando Sancio Panza, quell\u2019infelice fraticello che sfratatosi per amore, Isidoro, accompagna lungo tutto il viaggio il suo&nbsp;<em>dominus<\/em>&nbsp;vittima anch\u2019egli\u202f\u2013\u202falmeno in questo le due classi economiche e sociali appartengono alla medesima natura umana\u202f\u2013\u202fd\u2019una altezzosa nobildonna milanese che sta per divenire la marchesina Beccaria. Rendersi conto del perch\u00e9 di tutto ci\u00f2 e ricostruire il vissuto (anche il sogno, anche il privato) alla luce di una ragione difficilmente conquistata e ancor pi\u00f9 difficilmente conquistabile, costituisce l\u2019impegno dei protagonisti degli scritti di Consolo, del loro autore che in essi rivive e inventando s\u2019immerge (il che vale anche per l\u2019esordio della&nbsp;<em>Ferita dell\u2019aprile<\/em>), dell\u2019uomo che si sforza di annientare la propria animalit\u00e0 per divenire veramente uomo.&nbsp;<em>L\u2019olivo e l\u2019olivastro<\/em>: l\u2019umano e il bestiale, il coltivato e il selvatico.<\/p>\n\n\n\n<ul><li><strong>7<\/strong>&nbsp;Vd. V. Consolo,&nbsp;<em>Nottetempo, casa per casa<\/em>, Mondadori, Milano, 1992, p. 140.<\/li><\/ul>\n\n\n\n<p>9Un primo e riuscito tentativo di realizzare quest\u2019arduo proposito \u00e8 sicuramente consegnato in&nbsp;<em>Nottetempo, casa per casa<\/em>&nbsp;del 1992, una sorta di poema<sub>;<\/sub>&nbsp;come vorrei definirlo, che nei classici dodici canti svolge appunto il tema dell\u2019uomo che atrocemente colpito da un\u2019ignota offesa o sacrilegio, Petro Marano (dal suo nome di rinnegato?\u202f\u2013\u202fgli abissi della storia), si sforza da s\u00e9 solo di levarsi di dosso la continuata pena della sventura: la follia animalesca del padre, la stortura mentale che colpisce la sorella, la confusione babelica che corrompe persino il linguaggio, \u00abstracangia le parole e il senso loro\u00bb, onde \u00abil pane si fa pena, la pasta peste, il miele fiele, la pace pece, il senno sonno\u00bb<a href=\"https:\/\/books.openedition.org\/ninoaragnoeditore\/289?lang=it#ftn7\">7<\/a>. Ma converr\u00e0 volger l\u2019occhio sulla chiusa, su quella&nbsp;<em>Fuga<\/em>&nbsp;che porta in epigrafe un verso virgiliano:&nbsp;<em>Longa tibi exilia<\/em>&nbsp;<em>et vastum maris aequor arandum<\/em>. Che il destino, o Petro Marano, ti sia felice come quello d\u2019Enea, sorride forse il lettore&#8230;<\/p>\n\n\n\n<ul><li><strong>8<\/strong>&nbsp;Ivi, pp. 109-10.<\/li><li><strong>9<\/strong>&nbsp;Ivi, pp. 109-10.<\/li><\/ul>\n\n\n\n<p>10 Petro comunque non \u00e8 progenie di Venere. Suo padre ha avuto s\u00ec la buona sorte d\u2019ereditare da un illuminato barone cui serviva, parte della terra e case che il defunto possedeva, ma il lascito non ha tardato a volgersi in offesa: \u201cBastardo\u201d l\u2019erede e \u201cfiglio del Bastardo\u201d il figlio dell\u2019erede; oltre che il livido, perenne rancore dell\u2019espropriato. Il clima arcaico d\u2019una societ\u00e0 quasi ancora immersa nella pastorizia e nell\u2019agricoltura con le sue tare ereditarie (la feudale arroganza dei grossi possidenti e la meschina miseria della plebe analfabeta) fa il resto; come fa il resto (siamo al principio degli anni Venti) il progressivo avanzare del fascismo, l\u2019ubriacatura della media borghesia che delira per il dannunzianesimo, l\u2019ormai evidente fallimento della cosiddetta questione meridionale (un fallimento, sia detto tra parentesi, consapevolmente progettato e voluto), la stravolgente devastazione irrazionalistica, da distruzione della ragione, storicamente rappresentata dal comparire in Sicilia della Grande Bestia dell\u2019<em>Apocalisse<\/em>, alias Aleister Crowley, mago profeta e satanista. Inutilmente compare anche, quasi in conclusione della\u00a0<em>fabula<\/em>, la figura di quel personaggio che un tempo si definiva l\u2019eroe positivo\u202f\u2013\u202fquel Cicco Paolo Miceli che, nonostante il suo aspetto da rachitico, aveva vivida la coscienza e gli occhi sempre accesi e il cui interesse primo \u00abera la storia, la vita pubblica, la condizione al presente della gente, ch\u00e9 per la gente aveva attenzione, per la miseria\u00bb<a href=\"https:\/\/books.openedition.org\/ninoaragnoeditore\/289?lang=it#ftn8\">8<\/a>: inutilmente. Nonostante un popolano amore ritrovato nel cui grembo avrebbe voluto entrare interamente e, rannicchiandovisi dentro e totalmente dimenticandosi, trovare finalmente la pace; nonostante l\u2019enorme sforzo di solidarizzare con i ribelli e gli anarchici di cui pure non condivideva affatto, per cos\u00ec dire, il \u201cdannunzianesimo di sinistra\u201d (quello di un melmoso e parolaio Rapisardi), Petro Marano comprende che la riabilitazione non pu\u00f2 che consistere nella fuga, ma una fuga che fosse insieme resurrezione: l\u2019emigrazione a Tunisi come un emigrante qualsiasi, un emigrante \u00abin cerca di lavoro, casa, di rispetto\u00bb. Ed \u00e8 su questo\u00a0<em>rispetto<\/em>\u00a0che vale la pena di posare particolarmente l\u2019accento: rispetto per se stesso e per gli altri, per gli uomini desti di Eraclito, per gli uomini che appartengono al mondo comune e che lasciano al sonno quello infinitamente inferiore del privato; lo riscattano anzi dal suo dolore col proposito di darne, col tempo, meditata ragione. Per il momento e come in attesa di questo difficile risveglio, del sorgere di questo molto meno enfatico sole dell\u2019avvenire, \u00e8 l\u2019ora del distacco\u202f\u2013\u202fnottetempo e casa per casa\u202f\u2013\u202fda un passato consapevolmente se pur dolorosamente respinto; da una memoria della quale si dovr\u00e0 un giorno calcolare il peso, capirne a fondo il significato. \u00abAndarono spediti col venticello di levante del mattino. Col cielo che appena si chiariva dietro la massa della Rocca, l\u2019arco di luna, le stelle che smorivano, i lumi del paese, le lampare delle barche. Chiariva il mare, la scia della paranza. Vide nascere man mano e lontanarsi il Castello sopra il colmo, la roccia digradante, la balza tonda, il Duomo contro in tutta l\u2019eminenza, San Domenico, la caserma, Marchiafava, il Monte Frumentario, e le casipole ammassate, le mura, gli archi, le infinite finestrelle, le altane, i l\u00e0strici sul porto&#8230; Conosceva quel paese in ogni casa, muro, pietra [\u2026] l\u2019aveva amato. Ora n\u2019era deluso, disamorato per quello ch\u2019era avvenuto, il sopravvento, il dominio ch\u2019aveva preso la peggiore gente, la pi\u00f9 infame, l\u2019ignoranza, la violenza, la caduta d\u2019ogni usanza, rispetto, piet\u00e0&#8230;\u00bb<a href=\"https:\/\/books.openedition.org\/ninoaragnoeditore\/289?lang=it#ftn9\">9<\/a>. Conosciamo tutti l\u2019addio che Renzo diede alla patria; questo di Petro Marano fa balenare, attraverso la memoria, le infamie della Storia.<\/p>\n\n\n\n<ul><li><strong>10<\/strong>&nbsp;Vd. V. Consolo,&nbsp;<em>Lo Spasimo di Palermo<\/em>, Mondadori, Milano, 1998, p. 128.<\/li><\/ul>\n\n\n\n<p>11 L\u2019ultimo dei testi della trilogia di Consolo,\u00a0<em>Lo Spasimo di<\/em>\u00a0<em>Palermo<\/em>, \u00e8 fuor di dubbio il pi\u00f9 complesso, il pi\u00f9 drammatico e il pi\u00f9 attuale: perci\u00f2 stesso, e quasi inevitabilmente, il pi\u00f9 difficile di questi difficili libri; in certa misura il meno lineare nell\u2019ossessivo affollarsi di passato e presente, nel contrapporsi di storia a memoria, nel vano bisogno di conforto che il ricordo potrebbe dare e che suscita al contrario un cocente sentimento di patimento, di sconfitta, di spasimo. Lo \u201cSpasimo di Palermo\u201d, beninteso, \u00e8 riferito a un dipinto di Raffaello che ritrae la caduta di Cristo sul cammino del Calvario e allo spasimo della Vergine che, andata a lui incontro, rimane attonita davanti a tanto strazio del Figlio; ed \u00e8 uno strazio ed uno spasimo che da Palermo e dalla Sicilia non tarda ad allargarsi al mondo intero, a questa societ\u00e0 in cui la violenza nazi-fascista, sotto altre forme apparentemente pi\u00f9 benevole, merc\u00e9 il traino dell\u2019ormai libero e selvaggio capitalismo, non ha fatto che inondare il mondo con la sua spietata corruzione. Dopo la guerra il dopoguerra. Cosa hanno fatto, di effettivamente positivo e concreto, le due generazioni che si sono via via succedute, quella del protagonista del libro, lo scrittore Gioacchino Martinez, e quella del figlio Mauro? La prima, anche nel turbine dei privati dolori, s\u2019\u00e8 \u00abmurata\u00bb nell\u2019inerte \u00abazzardo letterario\u00bb; la seconda, ritenendosi forte di una \u00ablucida ragione\u00bb, nell\u2019azzardo temerario e inconcludente della lotta armata, del terrorismo. Ma \u00e8 forse cos\u00ec che si costruisce una societ\u00e0 nuova e civile, fondata sulla giusta convivenza? Questa amara confessione, che \u00e8 implicitamente sottesa in tutte le aggrovigliate pagine del racconto, che in certo modo ne determina gli eventi e si concretizza in rimorsi che a loro volta prendono figura d\u2019assurde e ossessive apparizioni; questa confessione si libera finalmente nel capitolo conclusivo sennonch\u00e9, proprio al termine della confessione e della liberazione, esplode sotto casa l\u2019attentato e la morte del giudice Borsellino. Aveva appena scritto il padre al figlio<a href=\"https:\/\/books.openedition.org\/ninoaragnoeditore\/289?lang=it#ftn10\">10<\/a>:<\/p>\n\n\n\n<blockquote class=\"wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow\"><p>Questa citt\u00e0 [Palermo], lo sai, \u00e8 diventata un campo di battaglia, un macello quotidiano. Sparano, fanno esplodere tritolo, straziano vite umane, carbonizzano corpi, spiaccicano membra su alberi e asfalto\u202f\u2013\u202fah l\u2019infernale cratere sulla strada, per l\u2019aeroporto!\u202f\u2013\u202f\u00c8 una furia bestiale, uno sterminio. Si ammazzano tra di loro, i mafiosi, ma il principale loro obiettivo sono i giudici, questi uomini diversi da quelli d\u2019appena ieri o ancora attivi, giudici di nuova cultura, di salda etica e di totale impegno costretti a combattere su due fronti, quello interno delle istituzioni, del corpo loro stesso giudiziario, asservito al potere o nostalgico del boia, dei governanti complici e sostenitori dei mafiosi, da questi sostenuti, e quello esterno delle cosche, che qui hanno la loro prima linea, ma la cui guerra \u00e8 contro lo Stato, gli Stati per il dominio dell\u2019illegalit\u00e0, il comando dei pi\u00f9 immondi traffici.<\/p><\/blockquote>\n\n\n\n<p>12 Parole dure, icastiche e, soprattutto, veritiere; tali da evocare il rimpianto per il grande romanzo realista dell\u2019Ottocento; parole che suggeriscono la figura super-umana del balzacchiano Vautrin che induce, simile a un Mefistofele, gli uomini che si dibattono nella loro insensatezza a prendere la via della\u00a0<em>realt\u00e0<\/em>, ossia dell\u2019abiezione capitalistica: la via dell\u2019arrivismo nudo e crudo. Cosa viene qui particolarmente illustrato se non la disinvolta complicit\u00e0, ormai neppur quasi dissimulata, tra uomini di governo e uomini di malaffare nel sostenersi reciprocamente nell\u2019et\u00e0 in cui viviamo, in questo \u201cdopoguerra\u201d in cui il capitalismo, arrivato ormai a un potere senza pi\u00f9 limiti, spinge gli uomini verso la degradazione pi\u00f9 completa attirandoli progressivamente nelle spire della pi\u00f9 profonda degenerazione? Il conte Mosca, in Stendhal, cos\u00ec formulava i suoi consigli a Fabrizio del Dongo: \u00abLa vita nella societ\u00e0 somiglia al gioco del\u00a0<em>whist<\/em>. Chi vuol giocare non deve indagare se le regole del gioco siano giuste, se abbiano qualche ragione morale o altro\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<ul><li><strong>11<\/strong>&nbsp;\u00c8 la pagina conclusiva del libro.<\/li><\/ul>\n\n\n\n<p>13Proprio mentre sta stendendo questa sua confessione-rapporto che vorrebbe essere in certa misura liberatrice, lo scrittore Gioacchino Martinez viene interrotto dall\u2019attentato al giudice Borsellino<a href=\"https:\/\/books.openedition.org\/ninoaragnoeditore\/289?lang=it#ftn11\">11<\/a>:<\/p>\n\n\n\n<blockquote class=\"wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow\"><p>E fu in quell\u2019istante il gran boato, il ferro e il fuoco, lo squarcio d\u2019ogni cosa, la rovina, lo strazio, il ludibrio delle carni, la morte che galoppa trionfante.<\/p><\/blockquote>\n\n\n\n<blockquote class=\"wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow\"><p>Il fioraio, l\u00e0 in fondo, venne scaraventato a terra con il suo banchetto, coperto di polvere, vetri, calcinacci.<\/p><\/blockquote>\n\n\n\n<blockquote class=\"wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow\"><p>Si sollev\u00f2 stordito, sanguinante, alz\u00f2 le braccia, gli occhi verso il cielo fosco.<\/p><\/blockquote>\n\n\n\n<blockquote class=\"wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow\"><p>Cerc\u00f2 di dire, ma dalle secche labbra non venne suono. Implor\u00f2 muto<\/p><\/blockquote>\n\n\n\n<blockquote class=\"wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow\"><p>O gran mano di Dio, ca tantu pisi,<\/p><\/blockquote>\n\n\n\n<blockquote class=\"wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow\"><p>cala, manu di Diu, fatti palisi!<\/p><\/blockquote>\n\n\n\n<p>14Allo scadere di duemila anni di civilt\u00e0&nbsp;<em>post Christum natum<\/em>&nbsp;i popolani si vedono ancora costretti a invocare la giustizia di Dio.<\/p>\n\n\n\n<h1 class=\"wp-block-heading\"><a href=\"https:\/\/books.openedition.org\/ninoaragnoeditore\/289?lang=it#tocfrom1n3\">Memoria e romanzo<\/a><\/h1>\n\n\n\n<p>15Nel 1881, l\u2019anno dei&nbsp;<em>Malavoglia<\/em>, Giovanni Verga non si faceva illusioni sul suo romanzo. \u00abSo anch\u2019io\u202f\u2013\u202fscriveva a Felice Camerini\u202f\u2013\u202fche il mio lavoro non avr\u00e0 successo di lettura, e lo sapevo quando mi sono messo a disegnare le mie figure\u00bb; eppure\u202f\u2013\u202fdiceva a un altro suo corrispondente\u202f\u2013\u202f\u00abse mai dovessi tornare a scriverli li scriverei allo stesso modo\u00bb. Perch\u00e9? Perch\u00e9 ci\u00f2 cui lo scrittore mir\u00f2\u202f\u2013\u202fcome pure s\u2019espresse altrove lui stesso\u202f\u2013\u202ffu il tentativo di dare, attraverso semplicit\u00e0 di linee e uniformit\u00e0 di tono, l\u2019efficacia della coralit\u00e0 dell\u2019insieme e far s\u00ec che a libro chiuso, tutti i personaggi che l\u2019artista aveva posto sulla pagina con il metodo del discorso indiretto e della rappresentazione degli eventi quali si riflettono nei cuori e nei cervelli d\u2019essi personaggi, resuscitassero nella mente del lettore con l\u2019evidenza di chi li aveva conosciuti di persona, nato e vissuto in mezzo a loro. Mai nessuno aveva prima tentato di dar vita a un\u2019opera d\u2019arte tanto collettiva, autonoma e capace d\u2019imporsi solo in virt\u00f9 della forza espressiva con la quale si presentava; e non a caso la chiusa del romanzo \u00e8 rimasta memorabile: \u00abMa il primo di tutti a cominciar la sua giornata \u00e8 stato Rocco Spatu\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p>16Che a Verga si colleghi consapevolmente Vincenzo Consolo \u00e8 cosa ben nota e che lo stesso Consolo, anche adducendo particolari circostanze biografiche, orgogliosamente rivendica. E sin dall\u2019esordio del \u201963 con&nbsp;<em>La<\/em>&nbsp;<em>ferita dell\u2019aprile<\/em>&nbsp;il cui&nbsp;<em>incipit<\/em>&nbsp;suona:<\/p>\n\n\n\n<blockquote class=\"wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow\"><p>Dei primi due anni che passai a viaggiare mi rimane la strada arrotolata come un nastro, che posso svolgere: rivedere i tornanti, i fossi i tumuli di pietrisco incatramato, la croce di ferro passionista; sentire ancora il sole sulla coscia, l\u2019odore di beccume, la ruota che s\u2019affloscia, la naftalina che svapora dai vestiti. La scuola me la ricordo appena. C\u2019\u00e8 invece la corriera, la vecchiapregna, come diceva Bitto.<\/p><\/blockquote>\n\n\n\n<ul><li><strong>12<\/strong>&nbsp;Vd. V. Consolo,&nbsp;<em>La ferita dell\u2019aprile<\/em>, Mondadori, Milano, 1989, p. 31.<\/li><\/ul>\n\n\n\n<p>17Parrebbe, a prima vista, di trovarsi di fronte a un nuovo Pavese di Sicilia, ma ben presto ci si ricrede. Uno scampolo quasi a caso<a href=\"https:\/\/books.openedition.org\/ninoaragnoeditore\/289?lang=it#ftn12\">12<\/a>:<\/p>\n\n\n\n<blockquote class=\"wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow\"><p>Di fronte c\u2019era il mare, alto fino ai nostri occhi, con la fila di luci di barche che facevano su e gi\u00f9 per l\u2019acqua un poco mossa: parevano lanterne appese ad una corda, scosse dal vento. Domani si mangia sarde, ma la signora aspettava che fetevano prima di comprarle. Il faro di Cefal\u00f9 guizzava come un lampo, s\u2019incrociava con la luna, la trapassava, lama dentro un pane tondo: potevano cadere sopra il mare molliche di luna e una barca si faceva sotto per raccoglierle: domani, alla pescheria, molliche di luna a duecento lire il chilo, il doppio delle sarde, lo sfizio si paga: correte, femmine, correte, prima che si squagliano.<\/p><\/blockquote>\n\n\n\n<ul><li><strong>13<\/strong>&nbsp;Vd.&nbsp;<em>Lo Spasimo di Palermo<\/em>, cit., p. 105.<\/li><li><strong>14<\/strong>&nbsp;Vd. V. Consolo,&nbsp;<em>L\u2019olivo e l\u2019olivastro<\/em>, Mondadori, Milano, 1994, p. 19. E vd. Omero,&nbsp;<em>Odissea<\/em>, 9 21-2&nbsp;<a href=\"https:\/\/books.openedition.org\/ninoaragnoeditore\/289?lang=it#ftn14\">(&#8230;)<\/a><\/li><\/ul>\n\n\n\n<p>18La strada era dunque segnata. Si trattava ora di percorrerla con autonomia per dare nuova forma al genere romanzo. Come \u00abepopea borghese\u00bb esso s\u2019era dissolto\u202f\u2013\u202f\u00e8 stato detto e gi\u00e0 ricordato\u202f\u2013\u202fnella notte tra il 1 e il 2 dicembre del 1851 quando, sulle barricate, l\u2019eroe dell\u2019<em>Educazione sentimentale&nbsp;<\/em>flaubertiana Fr\u00e9d\u00e9ric Moreau vede cadere Dussardier al grido&nbsp;<em>Viva la Repubblica!<\/em>&nbsp;e riconosce nell\u2019agente di polizia il suo ex compagno di lotta \u201cradicale\u201d S\u00e9n\u00e9cal; cominciava proprio allora, e nello stesso Fr\u00e9d\u00e9ric Moraeu, la ricerca di quel tempo perduto che fonda la sua consistenza essenzialmente sulla memoria, ma sulla memoria del privato. Per Consolo, come del resto gi\u00e0 accennavo, essa diviene invece lo strumento principale per indagare le vicende della storia, le grandezze e le infamie del passato, le ricadute sulle contraddizioni del presente: la memoria (la ricerca storico-culturale) come strumento di conoscenza. E ci\u00f2 inevitabilmente esige, ripercuotendovisi, una diversa elaborazione del fraseggio, esige quella \u00abfuria verbale\u00bb, come lo stesso Consolo ammette con le parole dello scrittore Gioacchino Martinez che pi\u00f9 da vicino l\u2019impersona, che in una diversa e dissonante lingua pu\u00f2 finire in urlo o dissolversi nel silenzio<a href=\"https:\/\/books.openedition.org\/ninoaragnoeditore\/289?lang=it#ftn13\">13<\/a>. In altri termini: la memoria come il&nbsp;<em>medium<\/em>&nbsp;insostituibile per ripercorrere tanto il vissuto personale quanto, e soprattutto, il passato collettivo, intrinsecamente congiunti; soprattutto quando si \u00e8 nati e ci si \u00e8 formati in Sicilia, la terra miticamente (ma in gran parte anche storicamente) pi\u00f9 antica del mondo e gi\u00e0 abbracciata da Ulisse. \u00abNon so vedere\u202f\u2013\u202fdice l\u2019eroe<a href=\"https:\/\/books.openedition.org\/ninoaragnoeditore\/289?lang=it#ftn14\">14<\/a><sup>&nbsp;<\/sup>\u202f\u2013\u202faltra cosa pi\u00f9 dolce, per uno, della sua terra\u00bb: un affetto d\u2019uomo che risuoner\u00e0 almeno, altissimo, fino a Ugo Foscolo; senza neppure dimenticare che furono i poeti dalla Magna Curia fridericiana a gettare le basi del volgare d\u2019Italia: i primi poeti toscani, gli stilnovisti stessi, non fecero che tradurli com\u2019\u00e8 testimoniato dall\u2019opera di Stefano Protonotaro da Messina. In questo senso si potrebbe persin dire che la ricerca formale di Consolo, sia stilistica sia lessicale, sia una sorta di ritorno alle origini.<\/p>\n\n\n\n<ul><li><strong>15<\/strong>&nbsp;Vd.&nbsp;<em>supra&nbsp;<\/em>la nota 13.<\/li><\/ul>\n\n\n\n<p>19Nelle molteplici teorie avanguardistiche che si sono succedute alla dissoluzione del romanzo come epopea borghese\u202f\u2013\u202fla celebrazione della borghesia nel suo vigore dissacratore e vincente del feudalesimo\u202f\u2013\u202fc\u2019\u00e8 sempre un motivo di fondo comune: il senso di estraniazione e di solitudine. Per esse esiste solo l\u2019individuo eternamente ed essenzialmente solitario, svincolato da ogni rapporto umano e a maggior ragione da ogni rapporto sociale; egli \u00e8 \u201cgettato\u201d nel mondo quasi senza alcun senso e imperscrutabilmente, ond\u2019egli finisce anche con l\u2019illudersi che, in questo modo, gli si apra quell\u2019infinita ricchezza di possibilit\u00e0 virtuali in cui fa apparentemente consistere la pienezza della sua anima. Non c\u2019\u00e8 nessuna realt\u00e0, c\u2019\u00e8 la coscienza umana, ebbe a dire Gottfried Benn. \u00c8 essa che forma incessantemente i mondi della sua creativit\u00e0, che li trasforma, li subisce e li modella spiritualmente. Ebbene: nulla di pi\u00f9 lontano, rispetto a queste posizioni avanguardistiche e sperimentalistiche, dell\u2019avanguardismo e dello sperimentalismo di Consolo. Egli potr\u00e0 far ben dire allo stesso&nbsp;<em>alter ego<\/em>&nbsp;appena su ricordato<a href=\"https:\/\/books.openedition.org\/ninoaragnoeditore\/289?lang=it#ftn15\">15<\/a>&nbsp;che il romanzo rappresenta ormai un genere letterario \u00abscaduto, corrotto e impraticabile\u00bb: sennonch\u00e9 lo scrittore ha saputo rinnovarlo in qualcos\u2019altro, vale a dire in una forma letteraria nella quale il particolarissimo linguaggio mnemonico che pure ricorre (e tutt\u2019altro che raramente) a improvvisi e quasi inattesi squarci lirici, cerca di fare i conti con la storica umana collettivit\u00e0 (la terra di Sicilia ne \u00e8 l\u2019emblema) onde finalmente coglierne, al di l\u00e0 delle macerie di cui \u00e8 disseminata, i momenti pi\u00f9 vividi di pathos morale e civile.<\/p>\n\n\n\n<h2 class=\"wp-block-heading\">NOTE<\/h2>\n\n\n\n<p><a href=\"https:\/\/books.openedition.org\/ninoaragnoeditore\/289?lang=it#bodyftn1\">1<\/a>&nbsp;Bufalino nasce nel 1921; Consolo nel 1933.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"https:\/\/books.openedition.org\/ninoaragnoeditore\/289?lang=it#bodyftn2\">2<\/a>&nbsp;Vd. la recensione al secondo libro di Consolo,&nbsp;<em>Il sorriso dell\u2019ignoto marinaio&nbsp;<\/em>(Einaudi, 1976) e intitolata&nbsp;<em>L\u2019ignoto marinaio<\/em>, ora in L. Sciascia,&nbsp;<em>Opere 1971-1983<\/em>, a cura di Claude Ambroise, Bompiani, Milano, 1989, pp. 994-98 (nella raccolta&nbsp;<em>Cruciverba<\/em>).<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"https:\/\/books.openedition.org\/ninoaragnoeditore\/289?lang=it#bodyftn3\">3<\/a>&nbsp;Altre poche notizie biografiche. Dopo gli studi elementari e medi frequentati a Sant\u2019Agata (i secondi in un istituto salesiano poi liberamente rievocati nel libro d\u2019esordio&nbsp;<em>La ferita d\u2019aprile&nbsp;<\/em>del \u201963 presso Mondadori); dopo quelli universitari e giuridici a Milano presso l\u2019Universit\u00e0 Cattolica, Consolo torna in Sicilia e stringe particolare amicizia con Lucio Piccolo e Leonardo Sciascia. Dal \u201968 \u00e8 a Milano addetto, nella sede milanese, ai programmi culturali della RAI. Il successo gli arride nel 1976 con il&nbsp;<em>Sorriso del vecchio marinaio.&nbsp;<\/em>Col successivo&nbsp;<em>Nottetempo, casa per casa&nbsp;<\/em>(1992) vince lo Strega. Vive ora a Milano.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"https:\/\/books.openedition.org\/ninoaragnoeditore\/289?lang=it#bodyftn4\">4<\/a>&nbsp;Vd. F. Engels-K. Marx,&nbsp;<em>La famiglia.&nbsp;<\/em>In&nbsp;<em>Opere<\/em>, vol. IV, Editori Riuniti, Roma, 1972, p. 37.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"https:\/\/books.openedition.org\/ninoaragnoeditore\/289?lang=it#bodyftn5\">5<\/a>&nbsp;La citazione da&nbsp;<em>Il sorriso dell\u2019ignoto marinaio<\/em>, Mondadori, Milano, 1997, pp. 113-14. Sul protagonista del libro, il barone Enrico Mandralisca di Pirajno, possessore del celebre dipinto di Antonello da Messina&nbsp;<em>Ritratto d\u2019ignoto<\/em>, vd. quanto ne scrive Sciascia nel gi\u00e0 ricordato (n. 2)&nbsp;<em>L\u2019ignoto marinaio.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"https:\/\/books.openedition.org\/ninoaragnoeditore\/289?lang=it#bodyftn6\">6<\/a>&nbsp;<sup>6<\/sup>&nbsp;Vd. V. Consolo,&nbsp;<em>Retablo<\/em>, Mondadori, Milano, 1992, pp. 115-16.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"https:\/\/books.openedition.org\/ninoaragnoeditore\/289?lang=it#bodyftn7\">7<\/a>&nbsp;Vd. V. Consolo,&nbsp;<em>Nottetempo, casa per casa<\/em>, Mondadori, Milano, 1992, p. 140.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"https:\/\/books.openedition.org\/ninoaragnoeditore\/289?lang=it#bodyftn8\">8<\/a>&nbsp;Ivi, pp. 109-10.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"https:\/\/books.openedition.org\/ninoaragnoeditore\/289?lang=it#bodyftn9\">9<\/a>&nbsp;Ivi, pp. 109-10.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"https:\/\/books.openedition.org\/ninoaragnoeditore\/289?lang=it#bodyftn10\">10<\/a>&nbsp;Vd. V. Consolo,&nbsp;<em>Lo Spasimo di Palermo<\/em>, Mondadori, Milano, 1998, p. 128.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"https:\/\/books.openedition.org\/ninoaragnoeditore\/289?lang=it#bodyftn11\">11<\/a>&nbsp;\u00c8 la pagina conclusiva del libro.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"https:\/\/books.openedition.org\/ninoaragnoeditore\/289?lang=it#bodyftn12\">12<\/a>&nbsp;Vd. V. Consolo,&nbsp;<em>La ferita dell\u2019aprile<\/em>, Mondadori, Milano, 1989, p. 31.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"https:\/\/books.openedition.org\/ninoaragnoeditore\/289?lang=it#bodyftn13\">13<\/a>&nbsp;Vd.&nbsp;<em>Lo Spasimo di Palermo<\/em>, cit., p. 105.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"https:\/\/books.openedition.org\/ninoaragnoeditore\/289?lang=it#bodyftn14\">14<\/a>&nbsp;Vd. V. Consolo,&nbsp;<em>L\u2019olivo e l\u2019olivastro<\/em>, Mondadori, Milano, 1994, p. 19. E vd. Omero,&nbsp;<em>Odissea<\/em>, 9 21-22.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"https:\/\/books.openedition.org\/ninoaragnoeditore\/289?lang=it#bodyftn15\">15<\/a>&nbsp;Vd.&nbsp;<em>supra&nbsp;<\/em>la nota 13.<br><br><\/p>\n\n\n\n<h1 class=\"wp-block-heading\"><\/h1>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p>Il senso della storia nell&#8217;opera di Vincezo Consolo<br><strong><a href=\"https:\/\/books.openedition.org\/author?name=dotti+ugo\">Ugo&nbsp;Dotti<\/a><\/strong><a href=\"https:\/\/books.openedition.org\/ninoaragnoeditore\/130\"> Biblioteca Aragno<\/a><br><br><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"500\" height=\"722\" class=\"wp-image-2235\" style=\"width: 500px;\" src=\"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2021\/06\/133-225x270-1.jpg\" alt=\"\"><\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Cade qui opportuno parlare di un altro scrittore siciliano non certo meno colto e raffinato di Gesualdo Bufalino (di lui pi\u00f9 giovane di poco pi\u00f9 d\u2019un decennio)1, ma a lui ideologicamente e letterariamente opposto: Vincenzo Consolo. Nella sua opera che qui come sempre, pi\u00f9 che descrivere affronteremo per quanto servir\u00e0 al nostro discorso pi\u00f9 generale, &hellip; <a href=\"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=2234\" class=\"more-link\">Continua a leggere <span class=\"screen-reader-text\">Il senso della storia nell\u2019opera di Vincenzo Consolo<\/span><\/a><\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":0,"comment_status":"open","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[7,4],"tags":[52,287,907,336,318,246,911,273,77,24,909,142,427,202,101,200,910,139,35,32,36,57,912,85,295,260,651,187,20,39,154,459,29,906,18],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/2234"}],"collection":[{"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=2234"}],"version-history":[{"count":2,"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/2234\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":2304,"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/2234\/revisions\/2304"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=2234"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=2234"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=2234"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}