{"id":2165,"date":"1990-02-17T12:20:00","date_gmt":"1990-02-17T12:20:00","guid":{"rendered":"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=2165"},"modified":"2021-02-18T09:27:02","modified_gmt":"2021-02-18T09:27:02","slug":"la-conversazione-interrotta","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=2165","title":{"rendered":"La conversazione interrotta"},"content":{"rendered":"\n<p><\/p>\n\n\n\n<p>Vincenzo\nConsolo<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp; Subito una citazione, un\u2019epigrafe da porre\nidealmente sul frontespizio di questo numero di <em>Nuove Effemeridi<\/em> dedicato a Leonardo Sciascia. \u00c8 un azzardo la mia\nscelta, perch\u00e9 lo scrittore, di sconfinata cultura e d\u2019inarrivabile gusto, era\nfra l\u2019altro maestro delle epigrafi, delle citazioni, dei rimandi, delle\nconcatenazioni, degli infiniti echi letterari. Ma la mia epigrafe si giustifica\nper il fatto di essere di Borges, uno degli scrittori pi\u00f9 amati da Sciascia. \u00c8\nuna lirica, tratta da <em>Fervore di Buenos\nAires,<\/em> intitolata <em>Rimorso per\nqualsiasi morte<\/em>:<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp; \u201cLibero dalla memoria e dalla speranza,<\/p>\n\n\n\n<p>illimitato,\nastratto, quasi futuro,<\/p>\n\n\n\n<p>il\nmorto non \u00e8 morto: \u00e8 la morte.<br>\nCome il Dio dei mistici,<\/p>\n\n\n\n<p>del\nQuale si devono negare tutti i predicati,<\/p>\n\n\n\n<p>il\nmorto ubiquamente estraneo<\/p>\n\n\n\n<p>non\n\u00e8 che la perdizione e l\u2019assenza del mondo.<\/p>\n\n\n\n<p>Tutto\ngli derubiamo,<\/p>\n\n\n\n<p>non\ngli lasciamo n\u00e9 colore n\u00e9 una sillaba\u2026\u201d<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp; Rimorso per qualsiasi morte, rimpianto per\nqualsiasi persona che non \u00e8 pi\u00f9 fra noi, con noi. Ma maggior rimorso e\nrimpianto, \u00e8 innegabile, quando quella persona era per tutti illuminazione e\ninsegnamento, coscienza ed esempio, probit\u00e0 e sapienza, fantasia e impegno\u2026\nCos\u00ec com\u2019era Leonardo Sciascia, come dovrebbero essere i veri grandi scrittori.\nI quali non compaiono numerosi sulla scena della storia, e ancor pi\u00f9 rari\ndiventano in questa nostra epoca in cui tutto congiura per far allontanare dal\nmondo intelligenza e conoscenza, memoria e poesia.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp; L\u2019antologia di scritti di <em>Nuove Effemeridi,<\/em> stesi al momento\nemozionale della scomparsa dello scrittore, non \u00e8 che un segno minimo \u2013 minimo\nperch\u00e9 immediato \u2013 di ci\u00f2 che quest\u2019uomo per noi, per la nostra sfera\nsocio-culturale ha significato. Il tempo, il grande Tempo (\u201cChe non consumi tu \/\ntempo vorace\u201d scrivevano come epigrafe gli incisori di paesaggi con rovine), il\ntempo confermer\u00e0, ahinoi, verit\u00e0 e grandezza alla sua opera, a quel prezioso e\ngeneroso patrimonio che ci ha lasciato. Come ha dato, il tempo, l\u2019orrore, lo\nsgomento moderno della vita e della storia, verit\u00e0 e grandezza all\u2019opera di\nKafka; come ha dato, il tempo, la crisi, lo smarrimento dell\u2019identit\u00e0\nindividuale e sociale, la perdita d\u2019ogni certezza culturale e ideologica della\nnostra epoca, sempre pi\u00f9 verit\u00e0 e grandezza all\u2019opera di Pirandello.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp; Difficile parlare delle tantissime voci che\naffollano questa antologia. Voci italiane di amici, di estimatori, di consonanti\no di dissonanti con e dallo scrittore; e voci francesi, spagnole, tedesche,\ninglesi. Tuttavia non possiamo esimerci dal fare qualche osservazione, qualche\ncommento brevissimo su alcune affermazioni contenute in questa preziosa\ndocumentazione. Non siamo d\u2019accordo con l\u2019analisi di Moravia, su quel procedere\nche egli vede in Sciascia, contrariamente al naturale processo illuminista o\nrazionalista, dalla chiarezza verso l\u2019oscurit\u00e0. Per noi \u00e8 sbagliato enunciare\nquesta analisi senza aggiungere che il quai des brumes, il porto delle\ncaligini, l\u2019approdo nell\u2019oscurit\u00e0 e nel mistero non \u00e8 di Sciascia ma del mondo,\ndella storia, del potere che muove la storia, e lo scrittore non fa che\nrappresentarlo, che denunciarlo, cos\u00ec come Gadda rappresentava il barocchismo\ndel mondo.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp; Vogliamo sottolineare la limpidezza d\u2019animo\ne di mente, l\u2019onest\u00e0 personale e intellettuale che traspare dallo scritto di\nEmanuele Macaluso. E ancora la fideistica, inscalfibile convinzione di un\ncritico letterario, peraltro fine, come Lorenzo Mondo, contro ogni prova\nprovata, ogni confessione e testimonianza giudiziaria dei protagonisti, contro\nquanto s\u00f9bito intuito e sostenuto da Sciascia nel suo libro, che le lettere\nscritte da Moro nella prigione delle Brigate Rosse non erano di testa e di mano\ndello statista poi assassinato. Meglio non sottolineare invece, nel brano di\nEnzo Forcella dal titolo <em>Due facce della\nmedaglia<\/em>, pubblicato da <em>Repubblica<\/em>,\nil tipico coraggio che viene a certe persone, riproponendo una polemica ormai\nsopita, nel momento in cui il sostenitore della tesi opposta viene a mancare ed\n\u00e8 quindi nell\u2019impossibilit\u00e0 di controbattere. La polemica \u00e8 quella nota su\nMoro, sulla sorte di Moro. E se ne esce il giornalista, con una frase di\ninvolontaria, cinica ironia. Dice con la sicumera che gli viene dall\u2019alto del\npotere del giornale per cui scrive: \u201cMa sul contrasto tra \u2018intransigenti\u2019 e\n\u2018trattativisti\u2019, avrebbe dovuto rendersi conto (<em>Sciascia, naturalmente<\/em>), proprio in nome della sua concezione laica\ne problematica della vita, che si trattava di una decisione politica e come\ntale opinabile\u201d.&nbsp; <em>Concezione problematica della<\/em> <em>vita<\/em>\ndice: e il problema era l\u00ec, proprio l\u00ec la vita di un uomo, di Aldo Moro, il\nproblema era quello di salvare quella vita, contro le strategie della politica,\ncontro la decisione del potere.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp; Ma torniamo all\u2019intelligenza, di quella\ndella testa e di quella del cuore. Allora non possiamo non ricordare i lucidi\nbrani dei francesi, di Fusco, di Fernandez, di Bianciotti e di Schifano, che\nsentono lo scrittore loro confratello di intelletto e di formazione, di metodo\ne di stile. Come confratello di fantasia e di passione, familiare per natura e\nper cultura lo sentono gli Spagnoli: Arias, Conte, Cruz, G\u00e0andara, Savater,\nBarr\u00e0l.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp; E infine non possiamo non ricordare i\nbellissimi brani degli amici, di quelli che da vicino, giorno dopo giorno,\nhanno imparato a conoscere quest\u2019uomo e questo scrittore e ad amarlo. Non\npossiamo non ricordare il racconto straordinario dell\u2019incontro, a Castellina in\nChianti, di Sciascia, la sua famiglia e Fabrizio Clerici, della scoperta, da\nparte dello scrittore, nella chiesa accanto alla casa del pittore, del quadro\ndella tentazione di Sant\u2019Antonio di Rutilio Manetti, che sar\u00e0 certo l\u2019esca che\nincendier\u00e0 il racconto <em>Todo Modo<\/em> e\nche far\u00e0 da copertina al libro.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp; Non possiamo dimenticare il tono commosso e\ncommovente delle parole di Elvira Sellerio, che con Enzo Sellerio e con\nSciascia e per Sciascia, ha creato qui a Palermo, in Sicilia, uno dei fatti pi\u00f9\nstraordinari e pi\u00f9 memorabili di questi anni: la casa editrice Sellerio. Altro\nnon so dire, mi \u00e8 difficile dire. Posso solo ora aggiungere, a queste pagine,\nqualche mia pagina, scritta nel linguaggio che mi \u00e8 pi\u00f9 congeniale, pi\u00f9\nagevole: quello memoriale, narrativo.<\/p>\n\n\n\n<p><em>Viaggio a\nCaltanissetta<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp; Era l\u2019ottobre del \u201943 quando feci il mio\nprimo viaggio in Sicilia. Dico viaggio in Sicilia come se mi fossi mosso da\nun\u2019altra terra, da una qualche regione al di l\u00e0 dello Stretto, o al di l\u00e0 del\nFaro, come si diceva una volta. E in effetti era, la zona da cui partivo, il\nVal Demone, la Sicilia ai piedi della barriera appenninica dei Nebrodi e delle\nMadonie, la Sicilia tirrenica, tutt\u2019affatto diversa dall\u2019altra, sconosciuta,\nche si svolgeva al di l\u00e0 dei monti: la Sicilia delle grandi terre, dei grandi\naltipiani, della nudit\u00e0 e della scabrosit\u00e0, delle solitarie masserie, dei paesi\nfittamente aggrumati sulle alture, dei cieli bassi, infiniti.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp; Su un camion sgangherato, io e mio padre, percorremmo strade dissestate dalla guerra (l\u2019occupazione degli Alleati s\u2019era conclusa a Messina verso la met\u00e0 dell\u2019agosto appena scorso), strade che si interrompevano sopra i torrenti e le fiumare dove i ponti, quasi tutti i ponti, erano stati fatti saltare (bisognava proseguire per alvei pietrosi, fangosi, polverosi o sopra fragili ponti di legno), strade con ancora ai margini carcasse di carri armati, di camion, di cannoni, d\u2019altri ordigni: <strong><em>i segni della guerra erano ancora l\u00e0, in quei simulacri squarciati e affumicati dei giorni bui e tremendi della storia.<\/em><\/strong> &nbsp;&nbsp; La nostra meta era l\u2019interno dell\u2019Isola, alla ricerca di frumento, di fave, di lenticchie (le famose lenticchie di Villalba) che da noi, terra di limoni e di olive, mancavano del tutto. Per quelle terre assolate e desolate, s\u2019incontrava ogni tanto un contadino che con un cenno della mano ci invitava a fermarci per offrire, a noi viandanti, grappoli d\u2019uva. Era ancora, quella, l\u2019antica e nobile Sicilia contadina che neanche lo strazio della guerra era riuscita a cancellare.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp; Lasciato il bosco della Miraglia, per\nTroina, Nicosia e Leonforte, dopo Vallelunga, Villalba e Mussomeli, arrivammo,\nun tardo pomeriggio, a Caltanissetta.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp; Nella piazza Garibaldi, affollata di gente\n(forse la stessa piazza dove, nell\u2019alba silenziosa, alla partenza della\ncorriera, si diffondeva la voce \u201cimplorante e ironica\u201d del venditore di panelle\ndi <em>Il giorno della civetta<\/em>), nella\npiazza un uomo vendeva un giornale.&nbsp; \u201c<em>La forbice, La forbice!\u201d<\/em> strillava\nl\u2019uomo. Nella mia sapienza morfologica di diligente scolaro di terza\nelementare, stigmatizzai dentro di me il dialettismo di quel nome di giornale\nal singolare, non intuendone la sua valenza metaforica: <em>Forbice <\/em>come discussione critica, come <em>fronda<\/em> sui e ai fatti pubblici, i fatti nati nello spazio breve di\nquella piazza, tra la Cattedrale e il municipio, e che riguardavano tutta la\ncomunit\u00e0. Una conversazione pubblica e democratica subito ripresa dopo\nl\u2019interdizione del periodo fascista e l\u2019interruzione della guerra.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp; Il mio secondo viaggio a Caltanissetta\navvenne alla fine di luglio del \u201964 quando giunsi in treno dal mio paese in\nquesta citt\u00e0, con dentro ancora vivo il ricordo del primo viaggio di venti anni\nprima, per incontrare Leonardo Sciascia.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp; Nell\u2019isolamento e nella solitudine del\npaese, nel vuoto storico d\u2019una<\/p>\n\n\n\n<p>zona\nfortemente segnata dalla natura ma non dalla cultura, era grande la necessit\u00e0 \u2013\nal di l\u00e0 delle letture \u2013 di frequentazioni e di conversazioni, di confronti e\ndi verifiche, di consigli e di apprendimento.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp; Nell\u2019imprevedibile gioco del caso, avevo\navuto la ventura, e la fortuna, dentro l\u2019immobile vastit\u00e0 dello spazio e dentro\nl\u2019infinito scorrere del tempo, nella esigua geometria di quest\u2019Isola e nel\ntempo breve d\u2019una vita umana, di trovarmi ad essere conterraneo e contemporaneo\ndi due grandi uomini, di un poeta e di uno scrittore: Lucio Piccolo e Leonardo\nSciascia.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp; A causa della vicinanza, frequentai per\nmolto tempo il poeta di Capo d\u2019Orlando. Ma, al di l\u00e0 della fascinazione e del\nrapimento della poesia (e quella di Piccolo era particolarmente rapinosa; e il\npoeta, il personaggio, straordinariamente affascinante e trascinante) sentivo\nil bisogno, per difesa e forse anche per vocazione della prosa, d\u2019una scrittura\nscandita dalla logica, d\u2019una narrazione sorto dalla realt\u00e0 e dalla storia. La\nprosa che avevo letto sulle pagine che giungevano dal cuore della Sicilia,\ndalla piazza dove un giorno lontano avevo udito un uomo strillare un giornale\nintitolato <em>La Forbice<\/em>, da questa\ncitt\u00e0, fra tutte in Sicilia crediamo la pi\u00f9 carica e la pi\u00f9 consapevole di e\ndella storia, della storia intendiamo come superamento, attraverso lo scontro\ndialettico, delle carenze, degli squilibri di una comunit\u00e0 civile; la prosa, i\nracconti che avevo letto nei libri \u2013 allora ancora pochi -, nuovi,\nstraordinari, straordinariamente ricchi di futuro, di Leonardo Sciascia.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp; Per conoscere questo grande scrittore e \u2013\nscoprii dopo \u2013 questo grande uomo, feci il mio secondo viaggio a Caltanissetta.\nE dietro invito dello stesso scrittore, scaturito dalle fragili credenziali del\nmio racconto, pubblicato nel \u201963, a lui inviato e in cui, nella dedica, professavo\nil mio debito ai suoi libri, al suo insegnamento, alla alta, civile sua <em>conversazione in Sicilia. <\/em>&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p><em>Una\nconversazione in Sicilia<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp; C\u2019\u00e8 un testo importante nella storia della\nletteratura italiana contemporanea, un testo che ha formato e a cui si \u00e8\nconformata una generazione di scrittori: <em>Conversazione\nin Sicilia<\/em> di Elio Vittorini.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp; Perch\u00e9 \u201cconversazione\u201d? Certo, conversazione\ntra Silvestro e la madre Concezione, tra Silvestro e il fratello morto, tra\nSilvestro e il panniere, l\u2019arrotino e tutti i personaggi che il protagonista\nincontra nel suo viaggio nella terra dell\u2019infanzia, nella sua discesa agli\n\u201cinferi\u201d; \u201cconversazione\u201d anche, crediamo, come memoria di domenicali piazze\nsiciliane ferventi di brulichio e brusio, al pari di alberi che, in certe ore\ndella giornata, sono invasi da nugoli di uccelli (la piazza del bel paese di\nNicosia e la piazza di Caltanissetta, affollata di uomini in tabarro e coppola,\nche Vittorini far\u00e0 fotografare a Luigi Crocenzi per l\u2019edizione illustrata del\n1953 del suo romanzo); ma \u201cconversazione\u201d ancora come riferimento culturale:\nalle <em>sacre conversazioni<\/em> di tanta\npittura italiana, e soprattutto, pensiamo, alla conversazione \u201cdentro\u201d <em>la Flagellazione<\/em> di Piero della\nFrancesca, su cui ha indagato Carlo Ginzburg. Il quale scrive: \u201cLa scena della\nflagellazione di Cristo \u00e8 immediatamente riconoscibile, ma si svolge in secondo\npiano e lateralmente. Una grande distanza, resa da Piero con maestria\nprospettica straordinaria, separa il Cristo da tre misteriosi personaggi in\nprimo piano\u201d. I tre personaggi, che regalano in secondo piano la scena sacra,\nconversano, e sembra, la loro, una conversazione filosofica.<\/p>\n\n\n\n<p>Ora,\nal di l\u00e0 della identificazione dei tre personaggi e del significato da dare a\ntutta la scena, ci sembra importante questo spostamento di piano dal sacro al\nprofano, dal divino all\u2019umano, dal dramma alla speculazione.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp; Nella <em>Conversazione\n<\/em>di Vittorini c\u2019\u00e8 anche, attraverso il dispiegamento dei dialoghi, che\ntendono, come dice Calvino, \u201ca realizzare una comunicazione assoluta, una\nconvivenza umana ideale\u201d, c\u2019\u00e8 anche questa intenzione, questo tentativo di\nuscire dal divino e approdare all\u2019umano, uscire cio\u00e8 dal mito e approdare alla\nrealt\u00e0, dalla natura alla storia, dal passato al presente, dalla memoria alla\ncontingenza, dalla immobilit\u00e0 all\u2019azione: infine, dal simbolismo alla metafora.\nNon ci interessa qui stabilire fino a che punto Vittorini ci sia riuscito, fino\na che punto la \u201cconversazione\u201d releghi in secondo piano il mito senza fratture\nprospettiche, senza volontaristici scarti, fino a che punto sia piuttosto la\nsua un\u2019uscita dal mito per approdare all\u2019utopia (che si mostrer\u00e0 poi in tutta\nevidenza ne <em>Le citt\u00e0 del mondo<\/em>);\nutopia che, oltre ad essere un progetto chiuso, conservativo, come ci avverte\nLewis Mumford, \u00e8 ancora mito, mito del futuro speculare a quello del passato,\ndestinato anch\u2019esso a infrangersi contro gli scogli della storia.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp; Vittorini aveva scritto <em>Conversazione<\/em> anche, crediamo, contro la\nconcezione deterministica, antistorica verghiana, contro il 2mito2 letterario\ndi Verga (non \u00e8 stato Sklovskij a dire che la storia della letteratura \u00e8 una\nsuccessione di uccisioni di padri?).<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp; A piazze siciliane, accennavamo sopra.\nQuelle praticate da Vittorini e dai vittoriniani, le piazze dei paesi della\nparte orientale dell\u2019Isola, del Messinese, del Catanese, del Siracusano o del\nRagusano, sono quasi sempre piazze \u201cbelle\u201d, ricostruite, dopo un qualche\ndisastro della natura \u2013 eruzione di vulcano o terremoto -, secondo un progetto\ne con un\u2019aspirazione alla bellezza e all\u2019armonia (le piazze barocche) o sono\n\u201cspiazzi\u201d di sperduti villaggi contadini o di masserie, luoghi privi di segni\nstorici, assolutamente \u201cnaturali\u201d.&nbsp; Le\n\u201cconversazioni\u201d allora, in quelle piazze e in quegli spiazzi, si scostano man\nmano dalla comunicazione e tendono verso l\u2019espressione, si formalizzano, si\nstilizzano, abbandonano man mano il rigore logico della prosa e si spostano\nverso i fraseggi del canto, i ritmi della poesia.&nbsp; Le piazze dell\u2019Occidente siciliano, e\nsoprattutto quelle della zona delle zolfare, del Nisseno e dell\u2019Agrigentino, al\ncontrario, sono piazze \u201cbrutte\u201d, nate senza un progetto architettonico, ma\nspontaneamente da una necessit\u00e0, dove gli edifici, non pi\u00f9 in arenaria dorata\ncome a Noto, a Scicli o a Siracusa, sono in grigiastra pietra gessosa.&nbsp; In queste piazze di paesi agrigentini dello\nzolfo, come Grotte o Racalmuto, dove alla vecchia cultura contadina s\u2019era\nsostituita la nuova cultura operaia dei minatori, la \u201cconversazione\u201d nasce da\nuna necessit\u00e0 sociale, si svolge nel modo pi\u00f9 secco e disadorno, pi\u00f9 diretto e\nchiaro, pi\u00f9 logico e dialettico.&nbsp; Ci \u00e8\ncapitato di affermarlo pi\u00f9 volte e con noi il critico Claude Ambroise: se non\nsi pu\u00f2 capire uno scrittore come Pirandello senza la realt\u00e0 della zolfara,\ntanto meno si pu\u00f2 capire uno scrittore come Leonardo Sciascia (ch\u00e9 lui ha mosso\nquesto nostro discorso partito da lontano), questo scrittore letteratissimo e\nantiletterario, antimitico e antilirico, loico e laico, civile e \u201cpolitico\u201d,\nquesto grande scrittore da poco scomparso. <\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp; Tutta l\u2019opera di Sciascia \u00e8 una necessaria,\nessenziale, lucida e serrata \u2013 anche se man mano sempre pi\u00f9 disperata \u2013 <em>conversazione in Sicilia<\/em>. &nbsp;Una conversazione, questa volta s\u00ec, che tende\n\u201ca realizzare una comunicazione assoluta\u201d, una convivenza sociale, piuttosto\nche ideale, vale a dire utopica, pi\u00f9 giusta, vale a dire pi\u00f9 umana: una\nconvivenza dove nessuno, individuo, Stato, o potere d\u2019ogni tipo, politico, giudiziario,\nreligioso o finanziario deve infrangere le regole della convivenza sociale,\ndeve offendere il cittadino, l\u2019uomo.&nbsp; Una\nconversazione che ha le sue radici nel profondo della miniera, che dal profondo\nemergendo, come <em>Ci\u00e0ula <\/em>che scopre la\nluna, nonch\u00e9 trovare conforto nella \u201cchiarit\u00e0 d\u2019argento\u201d, trova forza nella\nluce diurna della ragione: luce solare, cruda, che, come in un quadro di\nPicasso, scandisce i piani e rivela la natura cubica della realt\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp; Con Sciascia, la societ\u00e0 ideale e utopica \u00e8\nposta \u201cin secondo piano e lateralmente\u201d; la conversazione, per consapevolezza\nstorica e per pratica della realt\u00e0 distanziata \u201ccon maestria prospettica\nstraordinaria\u201d dagli assoluti, si svolge intorno al relativo e al contingente.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp; \u00c8 stato detto pi\u00f9 volte, e lo dice lo stesso\nSciascia, che tutta la sua \u201cpoetica\u201d \u2013 e usiamo la parola nel senso\netimologico, nel senso cio\u00e8 del fare \u2013 \u00e8 contenuta nel primo libro: <em>Le parrocchie di Regalpetra<\/em>. E in\neffetti l\u00ec si trovano tutti i temi che Sciascia svilupper\u00e0 negli altri suoi\nlibri. E vogliamo osservare qui che \u00e8 raro trovare in un autore, sin dagli\nesordi, una cos\u00ec sicura scelta di campo, di campo letterario, e ad essa\nrimanere fedele; trovare un tono, un linguaggio, una scrittura cos\u00ec impostata\nsin dall\u2019inizio, cos\u00ec certa e inconfondibile. Per quest\u2019ultima, Sciascia stesso\nscrive: \u201dnon ho mai avuto problemi di espressione, di forma, se non subordinati\nall\u2019esigenza di ordinare razionalmente il conosciuto pi\u00f9 che il conoscibile e\ndi documentare e raccontare con buona tecnica (per cui, ad esempio, mi importa\npi\u00f9 di seguire l\u2019evoluzione del romanzo poliziesco che il corso delle teorie\nestetiche)\u201d. Per quanto riguarda i temi, scrive ancora: \u201cTutti i miei libri in\neffetti ne fanno uno. Un libro sulla Sicilia che tocca i punti dolenti del\npassato e del presente e che viene ad articolarsi come la storia di una\ncontinua sconfitta della ragione e di colore che nella sconfitta furono\npersonalmente travolti e annientati\u201d.&nbsp; Un\nunico libro sulla Sicilia, dunque: partendo, come nell\u2019esordio, sempre da <em>Regalpetra<\/em>, da Racalmuto. Da Racalmuto\nsnodando quel filo ad alta tensione che attraversa la Sicilia, l\u2019Italia, tutto\nil contesto socio-culturale in cui si trova immerso il destinatario della sua\nnarrazione o del suo ragionamento. Dove si trova il suo interlocutore.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp; Ora, c\u2019\u00e8 un luogo in Regalpetra, un luogo\nprivilegiato da cui si osserva la realt\u00e0 sociale, in cui di essa realt\u00e0 si\nconversa: il <em>Circolo della Concordia<\/em>.\nConcordia come sanzione della ricomposizione di una discordia: nel 1866 il\ncircolo era stato bruciato dalla popolazione che vedeva nei civili, nei nobili\ndegli antagonisti, dei dispensatori di ingiustizie. Un circolo quindi <em>non<\/em> come luogo di scontro emozionale ed\nirrazionale, come oggetto di violenza, ma come luogo di conversazione, di\nscontro dialettico, come immagine, come rappresentazione e teatro della\ndemocrazia parlamentare: il migliore dei sistemi possibili di convivenza\ncivile. Nel circolo lo scrittore sta ad osservare e ad ascoltare, nel circolo e\ndel circolo conversa lucidamente, criticamente, ironicamente; del circolo\nregistra le vicende, le involuzioni e le evoluzioni, i periodi di apertura\ndemocratica e di chiusura.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp; Il patto concordatario su cui si fonda il\ncircolo, lo stato democratico, viene violato quando, chi ha la responsabilit\u00e0\ndella sua gestione (individui, organi o gruppi di potere), agisce contro lo <em>Statuto<\/em>: da cui i temi sciasciani del\npotere politico e del potere giudiziario degenerati, il tema di organizzazioni\ncriminali come la mafia che minano lo statuto. E da qui, quando alla\ndegenerazione segue l\u2019omicidio (il massimo dell\u2019infrazione sociale perch\u00e9 viola\nil primo e sommo principio del patto sociale: il rispetto della vita umana), da\nqui l\u2019interesse di Sciascia per il romanzo poliziesco, la narrazione di pi\u00f9\nalto valore civile.&nbsp; Perch\u00e9 l\u2019indagine\npoliziesca non \u00e8 che il tentativo di ricucire i fili dello strappo, operato nel\ntessuto sociale, attraverso l\u2019individuazione e la condanna del colpevole. Ma\ncos\u00ec non vanno le cose in Sicilia, in Italia, dove l\u2019omicidio non \u00e8 che\nl\u2019ultima manifestazione di una serie di delitti che il potere politico\ndegenerato mette in atto attraverso quel suo braccio armato che \u00e8 la mafia.&nbsp; L\u2019individuazione dell\u2019assassino o degli\nassassini comporta l\u2019individuazione dei mandanti, comporta l\u2019indagine del\npotere su se stesso (come in quel romanzo giallo di Fernand Crommelynck che si\nchiama <em>Monsieur Larose est-il l\u2019assasin<\/em>?),\nla messa sotto accusa di se stesso e la sua condanna. Nei gialli di Sciascia\ndunque gli assassini non sono quasi mai individuati e mai puniti perch\u00e9 vi si\ntratta di delitti politici, perch\u00e9 i suoi sono gialli politici.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp; Tra il \u201961 e il \u201974 Sciascia pubblica\nquattro romanzi gialli: Il giorno della civetta, A ciascuno il suo, Il\ncontesto, Todo Modo. Attraverso essi si pu\u00f2 vedere la storia dell\u2019Italia di\nquegli anni, il processo di degenerazione del potere politico e degli organi\ndello stato parallelamente all\u2019evolversi e all\u2019ingigantirsi di quel fenomeno,\ndi quel cancro della societ\u00e0 civile che \u00e8 la mafia, che sul corpo dello stato\nsembra aver operato la sua metastasi.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp; Dei quattro, il libro di pi\u00f9 alta tensione\npolitica e letteraria ci sembra Todo Modo (\u201cTodo modo \u00e8 destinato a entrare\nnella storia letteraria del Novecento come uno dei migliori libri di Sciascia\u201d,\nscriver\u00e0 Pasolini).&nbsp; In quel libro lo\nscrittore va al cuore del potere politico in Italia, al cuore del potere di un\npartito; alla matrice metafisica a cui il partito si ispira e da cui deriva il\nsuo potere; e nel momento critico in cui i pi\u00f9 alti rappresentanti di quel\npotere manifestano la loro fede nella metafisica attraverso gli esercizi\nspirituali. Ma tutto il romanzo, come nella realt\u00e0, \u00e8 rovesciato: la metafisica\ndel bene diventa la metafisica del male; il Diavolo prende il posto di Dio; gli\nesercizi spirituali diventano esercizi criminali.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp; Il testo \u00e8 ricchissimo di intertestualit\u00e0,\ndi riferimenti, di significati espliciti e impliciti. Il personaggio narrante,\nun pittore, \u00e8 \u201cnato e per anni vissuto in luoghi pirandelliani, tra personaggi\npirandelliani \u2013 al punto (dice) che tra le pagine lo scrittore e la vita che\navevo vissuto fin oltre la giovinezza non c\u2019era pi\u00f9 scarto, e nella memoria e\nnei sentimenti)\u201d. Parte dunque da Agrigento, da Racalmuto la narrazione. E da\nqui il protagonista, uomo solo \u2013 ripercorrendo <em>\u00e0 rebours<\/em> tutta una catena di casualit\u00e0 e riapprodando all\u2019infinita\npossibilit\u00e0 musicale di certi momenti dell\u2019infanzia, dell\u2019adolescenza, appunto\ncon la frase o tema musicale di Giacomo De Benedetti nella mente \u2013 compie un\nsuo atto di libert\u00e0 e parte.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp; Ma occorre qui citare il passo che Giacomo\nDe Benedetti scrive riguardo al mondo pirandelliano e da cui Sciascia muove per\niniziare la sua narrazione: \u201cA somiglianza di una celebre definizione che fa\ndell\u2019universo kantiano una catena di casualit\u00e0 sospesa a un atto di libert\u00e0, si\npotrebbe riassumere l\u2019universo pirandelliano come un diuturno servaggio in un\nmondo senza musica, sospeso ad una infinita possibilit\u00e0 musicale: all\u2019intatta e\nappagata musica dell\u2019uomo solo\u201d. Parte dunque, dicevamo, il protagonista di\nTodo Modo, e dopo tre giorni di vagabondaggio in macchina, arriva all\u2019eremo di\nZater. Qui la possibilit\u00e0 musicale \u00e8 fermata dal frastuono di un concerto di\npallottole, tonde e levigate come quelle parole per tre volte iterate da\nSant\u2019Ignazio nella <em>Primera anotaci\u00f2n<\/em>\ndei suoi <em>Esercizi Spirituali<\/em>: \u201cTodo\nmodo, todo modo, todo modo [\u2026] para buscar y hallar la voluntad divina\u2026\u201d:\nesercizi, metodo, iniziazione, portano verso il cammino della <em>noche oscura<\/em>, la teologia mistica, la\ncontemplazione. Vogliamo qui subito soffermarci sulla frase <em>\u00e0 rebours. A<\/em> <em>rebours<\/em> ci richiama alla mente il titolo del famoso romanzo di\nHuysmans, il padre della letteratura decadente francese, autore anche di <em>L\u00e0bas<\/em>, dove \u201cesplora le provincie pi\u00f9\ntenebrose e remote del satanismo\u201d, come dice Praz. Non siamo, come si vede, nel\ncattolicesimo di Manzoni o di Pascal, ma in quello decadente e decaduto (anche\na livello stilistico o linguistico) che porta all\u2019oscurit\u00e0, alla disgregazione,\nall\u2019annientamento; porta sulla <em>zattera\ndella Medusa<\/em>; perch\u00e9, dice don Gaetano, il deuteragonista, \u201cil naufragio\nc\u2019\u00e8 gi\u00e0 stato\u201d e il secolo, il mondo, per i cattolici, \u201c\u00e8 l\u2019orlo dell\u2019abisso:\ndentro e fuori di noi. L\u2019abisso che invoca l\u2019abisso\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp; Mai, come in questo libro, la struttura\ngialla del racconto si \u00e8 attagliata<\/p>\n\n\n\n<p>All\u2019argomento,\ndialetticamente, come costruzione razionale contro la disgregazione della\nragione, l\u2019indagine contro lo sgomento, la memoria contro l\u2019oblio, la cultura\ncontro l\u2019ignoranza, il logos, la parola contro l\u2019inesprimibile, il silenzio. Ma\n\u00e8 questo, al contempo, il giallo pi\u00f9 misterioso di Sciascia, dove cio\u00e8 non \u00e8\npi\u00f9 possibile l\u2019individuazione dell\u2019assassino perch\u00e9 la ragione indagativa si\narresta davanti al muro della metafisica: metafisica religiosa e metafisica del\npotere. Allora siamo, qui si, sulla <em>zattera\ndella Medusa<\/em> dove pu\u00f2 esplodere il cannibalismo, ma siamo anche nell\u2019ambito\nletterario, l\u2019unico dove ancora si pu\u00f2 \u201cimmaginare e fare\u201d, dove l\u2019autore o\nl\u2019io narrante, in un gesto di libert\u00e0 e di liberazione, come quello del gidiano\nLafcadio, pu\u00f2 assurgere ad angelo sterminatore, angelo giustiziere.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp; In <em>Todo\nmodo<\/em>, come in altri libri di Sciascia, ci sono come delle anticipazioni\n(profezie sono state chiamate) di fatti che nella realt\u00e0 puntualmente\naccadranno, sono accaduti. <em>Todo modo<\/em>\ndunque anticipa fatti e genera necessariamente altri due libri: <em>Candido<\/em> (1977) e <em>L\u2019affaire Moro <\/em>(1978).<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp; Per quanto riguarda <em>Candido,<\/em> c\u2019\u00e8 in <em>Todo modo <\/em>come\nl\u2019autocitazione, se pure antifrasticamente, di un libro a venire. Dice il\nnarratore: \u201cE forse si possono oggi scrivere tutti i libri che sono stati\nscritti; e altro non si fa [\u2026] Tutti. Tranne <em>Candide\u201d.<\/em> I fatti, i fatti italiani, costringeranno invece il\nnostro scrittore a riscrivere anche <em>Candide:\nCandido<\/em> \u2013 <em>ovvero un sogno fatto in\nSicilia<\/em>. Quei fatti che lo costringeranno a scrivere anche, dolorosamente,\npietosamente, di quel morto ammazzato sulla<em>\nzattera della Medusa <\/em>che \u00e8 stato Aldo Moro.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp; L\u2019affaire Moro, la militanza politica e\nl\u2019impegno civile al Parlamento italiano di Sciascia, che si conclude con la sua\nstesura della relazione di minoranza della commissione parlamentare sul \u201cCaso\nMoro\u201d, sembrano segnare una svolta nell\u2019itinerario letterario di Sciascia. Lo\nscrittore sembra<\/p>\n\n\n\n<p>rinunziare\nalla narrazione, al racconto cosiddetto \u201cpuro\u201d. Rinunziare alle sue celebri e\nmagistrali narrazioni \u201cgialle\u201d o poliziesche che leggevano, interpretavano o\ndivinavano la realt\u00e0 politica e civile contingente e futura. Il mondo, il mondo\ncivile sembra dire lo scrittore, si \u00e8 fatto cos\u00ec tenebroso, cos\u00ec orrendamente e\nindecifrabilmente antisociale e criminale che non \u00e8 pi\u00f9 possibile, stando nella\npiazza, al circolo, alla luce del sole, alcuna narrazione che possa\nrappresentarlo e interpretarlo. A meno che, con mortale rischio morale, non si\nvoglia scendere nei giardini sotterranei, nei bui meandri del potere di\nmisteriose e criminose sette di balzachiani <em>Devorants<\/em>.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp; I cultori della romanzeria, i fanatici\ndella letterariet\u00e0 rimproverano allo scrittore la sua ritrazione, la sua\nrinunzia al romanzo sull\u2019attualit\u00e0, imputando questa ritrazione, piuttosto che\na nobile inquietudine, a crisi morale, a una banale stanchezza artistica o\nespressiva. Invece, dal \u201978 in poi, l\u2019attivit\u00e0 letteraria di Sciascia, al di\nfuori e contro la cosiddetta narrazione pura, \u00e8 quanto mai fervida e ricca di\nfrutti. Il suo ritorno alla narrazione di tipo storico, come <em>Dalle parti degli infedeli<\/em> o <em>Il teatro della memoria<\/em>, <em>La strega e il capitano<\/em> o <em>Una sentenza memorabile<\/em>, <em>1912+1<\/em> o <em>Porte aperte<\/em>, il suo ritorno alla saggistica con <em>Nero su Nero<\/em>, <em>Cruciverba, Stendhal e la Sicilia <\/em>o <em>Alfabeto pirandelliano<\/em>; la sua ricognizione memorabile come <em>Kermesse <\/em>o <em>Occhio di capra<\/em> segnano le punte pi\u00f9 alte dell\u2019intelligenza, della\nsapienza e, perch\u00e9 no?, della poesia, l\u2019aspra poesia di Leonardo Sciascia.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp; Nel decennio tra il 1979 e il 1989, mentre\nlo scrittore si rifugiava nelle sue narrazioni storiche, nei suoi saggi e nelle\nsue memorie, sembrava che il cancro, contemporaneamente, continuasse a divorare\nparallelamente l\u2019uomo. Il cancro dell\u2019uomo si faceva metafora del cancro della\nsociet\u00e0 e viceversa.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp; Parlavamo sopra di solitudine e di\ndisperazione dello scrittore (ma che ha sempre sperato nella forza della\nragione, nella funzione della scrittura), solitudine e disperazione che sono\nevidenti (\u00e8 la parola giusta) negli ultimi suoi due racconti: finale e\nstruggente passo d\u2019addio; estremo, sottile e tragico ritorno al racconto: <em>Il cavaliere e la morte<\/em> e <em>Una storia semplice.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp; Evidenti attraverso due citazioni\niconografiche: rispettivamente di D\u00fcrer e di Klinger. Amava le incisioni,\nSciascia, le <em>gravures<\/em> (e i due termini,\nl\u2019italiano e il francese, certamente per lui si caricavano di altro\nsignificato), e amava soprattutto le acqueforti e le puntesecche (ancora altri\ntermini significativi) che, con il loro segno nero, si potevano accostare alla\nscrittura; una scrittura che, passando dal negativo della lastra inchiostrata\nal positivo del foglio bianco, portava in s\u00e9 una componente di imprevisto,\npoteva acquistare altro senso al di l\u00e0 delle intenzioni, e della mano,\ndell\u2019artista. Era per lui, l\u2019incisione, l\u2019affascinante scrittura iconica pi\u00f9\nsimile alla scrittura segnica, l\u2019acquaforte pi\u00f9 simile allo scrivere: allo\nscrivere che \u00e8 \u201cimprevedibile quanto il vivere\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp; Una famosa incisione del D\u00fcrer fa da <em>leitmotiv <\/em>a <em>Il cavaliere e la morte.<\/em> \u201cSi era ormai abituato ad averla di\nfronte, nelle tante ore d\u2019ufficio. <em>Il\ncavaliere, la morte e il diavolo.<\/em> Dietro, sul cartone di protezione,\nc\u2019erano i titoli, vergati a matita, in tedesco e in francese: <em>Ritter, Tod und Teufel<\/em>; <em>Le chevalier, la mort ed le diable<\/em>. E\nmisteriosamente: <em>Christ? Savonarole?<\/em>\nIl collezionista o il mercante che si era interrogato su quei nomi pensava\nforse che l\u2019uno o l\u2019altro D\u00fcrer avesse voluto simboleggiare nel\ncavaliere?\u201d.&nbsp; Queste considerazioni\nsull\u2019incisione di D\u00fcrer sono del protagonista del racconto, Vice (questore),\ncondannato a morire da una inesorabile malattia, ma ucciso prima dal potere\npolitico-mafioso.&nbsp; Quel <em>cavaliere<\/em> del D\u00fcrer (inciso dall\u2019artista\ntedesco insieme al <em>San Gerolamo nello\nstudio <\/em>e alla <em>Melanconia<\/em> I tra il\n1513 e 1514: le tre incisioni maestre sono state chiamate) ha suscitato pagine\ndi riflessioni, suggestive interpretazioni al grande critico Panofsky, ha dato\nmodo all\u2019italianista Lea Ritter Santini (<em>Le\nimmagini incrociate<\/em>) di rimandare a tanti scrittori, filosofi che con\nquell\u2019immagine si sono incontrati: Nietzsche, Mann, Hofmannsthal, D\u2019Annunzio\u2026<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp; Per noi quel <em>cavaliere <\/em>del D\u00fcrer, insidiato dalla <em>Morte e dal Diavolo<\/em>, che solido dentro la sua armatura, sicuro in\ngroppa al suo robusto cavallo procede solitario verso la turrita citt\u00e0 in cima\nalla lontana collina, la citt\u00e0 ideale o d\u2019utopia che mai raggiunger\u00e0, rimanda a\nun altro cavaliere, al <em>Cavaliere\ndisarcionato<\/em> di Max Klinger: l\u2019uomo \u00e8 a terra, schiacciato dal corpo del\nsuo cavallo, inerme anche per la spada (la penna) che gli \u00e8 caduta di mano,\nsolo e moribondo in mezzo alla foresta, un nugolo di neri corvi che gli\nvolteggiano sopra, pronti a ghermirlo. L\u2019inquietante Max Klinger (un Klinger\nche ha letto Poe e che \u00e8 stato letto da Hitchcock), Sciascia cita nel suo\nultimo racconto il congedo, <em>Una storia\nsemplice<\/em> : \u201cL\u2019interruttore. Il guanto. Il brigadiere nulla sapeva, n\u00e9\nl\u2019avrebbe apprezzata, di una famosa serie di incisioni di Max Klinger appunto,\nintitolata <em>Un guanto<\/em>, ma nella sua\nmente il guanto del commissario trascorreva, trasvolava, si impennava come\nallora nella fantasia di Max Klinger\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp; Non un guanto ma, come per\ntraslitterazione, neri uccelli volteggiavano sopra quel cavaliere disarcionato\nche sta per morire, che muore. I neri uccelli del potere, fra cui, il pi\u00f9\nsinistro e il pi\u00f9 famelico o divorante, un goyesco \u201cbuitre carnivoro\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp; Sorvolando sopra quei corvi e\nquell\u2019avvoltoio, anche se non siamo dotati di ali, consideriamo qui la caduta del\ncavaliere lungo il cammino verso la citt\u00e0 \u201crelegata in secondo piano\u201d, verso la\ncitt\u00e0 ideale.&nbsp; Consideriamo la sua\ngrande, civile, generosa conversazione intrattenuta con noi, per noi, e ora\ninterrotta. Ma nel suo silenzio, come nel silenzio di tutti i veri scrittori e\nveri poeti che ci hanno lasciati, se non vogliamo essere sopraffatti e storditi\ndal chiasso del mondo, cerchiamo di risentire le sue parole. Cerchiamo di non\ndimenticarle. Parole limpide, di luce, che ci giungono dalla periferia\ndell\u2019Europa, dal cuore di un\u2019isola sperduta e perduta; parole sorte tra uomini\nneri, che odorano di zolfo.<\/p>\n\n\n\n<p><em>\u201cUna nave\ndi malinconia apriva per me vele d\u2019oro, piet\u00e0 ed amore <\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>trovavano\nantiche parole\u201d.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Cos\u00ec Sciascia in una lirica della sua\ngiovinezza.<\/p>\n\n\n\n<p>Questo testo \u00e8 stato letto il 5 aprile allo Steri di Palermo in occasione della presentazione del n. 9 di \u201cNuove Effemeridi\u201d, interamente dedicato alla figura e all\u2019opera di Leonardo Sciascia.<br><br><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"600\" height=\"481\" class=\"wp-image-2168\" style=\"width: 600px;\" src=\"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/1990\/02\/151662497_990209008171818_1233959485850789683_n.jpg\" alt=\"\" srcset=\"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/1990\/02\/151662497_990209008171818_1233959485850789683_n.jpg 489w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/1990\/02\/151662497_990209008171818_1233959485850789683_n-300x240.jpg 300w\" sizes=\"(max-width: 600px) 100vw, 600px\" \/><br><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Vincenzo Consolo &nbsp;&nbsp; Subito una citazione, un\u2019epigrafe da porre idealmente sul frontespizio di questo numero di Nuove Effemeridi dedicato a Leonardo Sciascia. \u00c8 un azzardo la mia scelta, perch\u00e9 lo scrittore, di sconfinata cultura e d\u2019inarrivabile gusto, era fra l\u2019altro maestro delle epigrafi, delle citazioni, dei rimandi, delle concatenazioni, degli infiniti echi letterari. 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