{"id":2056,"date":"1994-01-18T09:07:00","date_gmt":"1994-01-18T09:07:00","guid":{"rendered":"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=2056"},"modified":"2020-09-22T09:43:50","modified_gmt":"2020-09-22T09:43:50","slug":"conversazione-con-vincenzo-consolo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=2056","title":{"rendered":"Conversazione con Vincenzo Consolo"},"content":{"rendered":"\n<p>A colloquio con lo scrittore siciliano<\/p>\n\n\n\n<p>Conversazione con Vincenzo Consolo<\/p>\n\n\n\n<p>Ho sentito il bisogno di\nincontrare Vincenzo Consolo dopo aver letto uno a poca distanza dall\u2019altro, due\ndei suoi romanzi, <em>Il sorriso dell\u2019ignoto\nmarinaio <\/em>del 1976 e <em>Nottetempo casa\nper casa<\/em> del 1992. Lo spazio di tempo che ho lasciato tra i due libri mi \u00e8\nservito per gustare appieno il piacere e l\u2019emozione per la scoperta de Il\nsorriso, nel timore forse che un secondo libro avrebbe potuto smorzare il\ngrande entusiasmo che mi era nato.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp; \u201cPerch\u00e9 li hai letti uno di seguito\nall\u2019altro? \u2013 mi chiede Consolo \u2013 Io li considero un dittico, potrei metterli\naccanto, questi due libri, perch\u00e9 oltre a svolgersi nello stesso luogo\n(Cefal\u00f9), sono complementari proprio perch\u00e9 partono da una concezione\ndiametralmente opposta: nell\u2019uno c\u2019\u00e8 il racconto di un\u2019utopia politica,&nbsp; nell\u2019altro c\u2019\u00e8 il racconto del crollo di\nquesta utopia, di una sconfitta. Sono due momenti storici diversi: il primo \u00e8\nil 1860, quando si erano accese le speranze per le classi emarginate; il\nsecondo \u00e8 attorno agli anni Venti, quando c\u2019\u00e8 l\u2019arrivo del fascismo.\u201d<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp; Non so neppur io perch\u00e9 abbia letto proprio\nquei due libri e in quell\u2019ordine. Lo considero un segno benevolo del destino\nmentre mi guardo attorno, seduta nel suo studio milanese:<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp; Non avevo voluto sapere nulla di lui, tranne\nquel poco che avevo letto sui giornali durante l\u2019infuocata campagna elettorale\ndella primavera passata per le amministrative a Milano, quando era intervenuto,\nprovocatoriamente contro la Lega.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp; Dolcevita di lana e golf (vestito allo\nstesso modo, avevo incontrato un altro siciliano, qualche anno fa, in una\nfredda giornata d\u2019inverno, Giuseppe Migneco), si scusa: \u201cPerdoni se qui fa\ncaldo, ma noi teniamo il riscaldamento un poco alto\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp; Allora penso subito al calore della sua\nterra, al sole, mentre fuori piove e Milano, \u00e8 immersa nell\u2019intenso, intimo\ngrigio dell\u2019autunno lombardo. (Questa grande citt\u00e0 deve avere esercitato un\nfascino profondo, seppure non facile, su tanti grandi siciliani, da Verga a\nVittorini, da Quasimodo a Guttuso e Migneco\u2026)<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp; Le pareti della stanza sono coperte da\nsemplici scaffali di legno chiaro pieni di libri; un poco ovunque, attorno,\nsegni del suo gusto, della sua storia: dall\u2019antica incisione della pianta di\nMessina alla raccolta di letteratura francese (\u00e8 figlio della ragione\nilluministica, Vincenzo Consolo, rinato per\u00f2 alla speranza nella visione\nmarxiana della storia, oggi naufragata); dalla maschera di morte di Giacomo\nLeopardi (dietro lo scrittoio, un poco di lato) ai tanti libri, librini e\nlibroni sulla Sicilia; dai preziosi volumi di letteratura italiana della\nRicciardi e dei classici Mondadori e Bompiani all\u2019 antica piastrella di\nmaiolica e al grande piatto con limoni, di Migneco. Il lampadario, in legno\ndorato, \u00e8 di gusto barocco; ceramiche dalle forme e dalla patina antica (in <em>Nottetempo<\/em> descriver\u00e0 accuratamente\nl\u2019arte del costruire una giara, come segno di conoscenza e di rispetto della\ncultura dei vinti, dai potenti, della storia\u2026)&nbsp;\nsi accompagnano a stampe di gusto simbolista ( ce n\u2019\u00e8 una di Max Klinger,\nautore gi\u00e0 amato da Sciascia, che lo cita in <em>Una storia semplice); <\/em>due piccoli divani, bianco e verde-mare,\ncompletano il mio ricordo della stanza. (Mi perdoni professore ho cercato di\nconoscerla anche attraverso le sue cose). Tutto \u00e8 come calato in una precisa\nmisura, dove chiara \u00e8 la predilezione per la semplicit\u00e0; non ci sono\nesagerazioni. La stessa compostezza \u00e8 in lui, gentile davvero, il volto sereno\ned espressivo, animato da passioni certo vive che non devono per\u00f2 amare gesti\nplateali, radicate come sono nel profondo, nell\u2019antico.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Tra novembre e dicembre due sono stati\ngli incontri: il primo fatto di un lungo colloquio un po\u2019 su tutta la sua\nvicenda letteraria; il secondo, divenuto necessario per chiarire e precisare un\npaio di punti rimasti in ombra. Ascoltarlo \u00e8 stato un piacere: la voce calda e\nprofonda, il parlare piano e semplice, attento sempre all\u2019interlocutore.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Il titolo di questo articolo \u00e8,\nnaturalmente, un omaggio al grande libro di Vittorini <em>Conversazioni in Sicilia<\/em> e ad una terra anche da noi conosciuta e\ntanto amata.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Dove \u00e8 nato, professore? A Cefal\u00f9?<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; C.: Sono nato in un paese vicino a\nCefal\u00f9, a Sant\u2019Agata di Militello, sulla costa tirrenica. Per ragioni di ordine\nletterario, diciamo, nella mia immaginazione mi sono spostato pi\u00f9 verso il\nmondo occidentale, perch\u00e9 il mondo occidentale siciliano \u00e8 quello pi\u00f9\nstrutturato dal punto di vista storico, mentre il mondo orientale (Messina e\ntutta la costa ionica) \u00e8 un mondo meno strutturato da questo punto di vista,\nperch\u00e9 l\u00ec la storia \u00e8 stata cancellata dai disastri umani, \u00e8 pi\u00f9 invasa dalla\nnatura (il terremoto di Messina e la presenza di un fenomeno come quello\ndell\u2019Etna). Questo ha fatto si \u2013 almeno io, nella mia immaginazione, l\u2019ho\npotuto constatare \u2013 che ci siano in Sicilia due letterature, diametralmente\ndiverse e opposte: quella della Sicilia orientale e quella della Sicilia\noccidentale. Quella orientale \u00e8 contrassegnata da una sorta di propensione al\ncanto, al lirismo e soprattutto alla forma. Il caso eclatante \u00e8 quello di\nVerga. Uno scrittore come Verga non poteva che nascere sulle falde dell\u2019Etna,\ncon la presenza di questo fenomeno naturale che toglie ogni speranza. Un\ndiscorso storicistico da quella parte \u00e8 difficile che nasca.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Poi, naturalmente, ci sono le eccezioni,\ncome De Roberto, per\u00f2 l\u00ec sono nati i poeti. Quasimodo \u00e8 nato da quella parte.\nVittorini stesso, che era impegnato sul piano della storia, quando scriveva era\nestremamente lirico.&nbsp; D\u2019Arrigo, per\nesempio, \u00e8 un altro caso di lirismo, come lo stesso Bufalino, con impegno\nformale pi\u00f9 accentuato.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Dalla parte occidentale, invece, gli\nscrittori sono pi\u00f9 logici.<\/p>\n\n\n\n<p>All\u2019inizio, quando mi sono\ntrovato a scrivere, ho avuto lo svantaggio di vivere alla confluenza di questi\ndue mondi; ero al centro. E poi ho capito che avrei potuto trovare la mia\nidentit\u00e0 cercando di far unire questi due mondi:&nbsp; partire da un presupposto storicistico,\nrazionale e poi spostarmi verso la zona poetica, verso la zona lirica e\nformale.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Lei ha compiuto studi classici, immagino. In Sicilia?<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p><em>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; &nbsp;&nbsp;C.:<\/em>&nbsp; S\u00ec, sono cresciuto in Sicilia, ma sono venuto\na Milano per fare gli studi universitari. E poi, quando ho capito che volevo\nfare lo scrittore, me ne sono tornato in Sicilia. Ma L\u2019idea che avevo di fare\nlo scrittore era di tipo sociologico, perch\u00e9 allora le letture erano proprio di\ntipo meridionalistico. Scrittori per me centrali erano il Carlo Levi di <em>Cristo si \u00e8 fermato a Eboli\u2026<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><strong>Quando \u00e8 arrivato a Milano?<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p><em>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; C.:<\/em> Era il 1952, una Milano molto diversa da quella che\navrei ritrovato pi\u00f9 tardi.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Una citt\u00e0 per\u00f2 molto viva, allora. &nbsp;<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; <em>C.:<\/em>\nS\u00ec, erano gli anni della ricostruzione. Io sono venuto per frequentare\nl\u2019Universit\u00e0 Cattolica; avevo trovato alloggio nel collegio universitario.\nAvrei voluto iscrivermi a lettere, ma per l\u2019opposizione della mia famiglia ho\nscelto legge come via di compromesso.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; In quegli anni, in quell\u2019ateneo, c\u2019erano\ntante persone che poi sarebbero diventate classe dirigente italiana: c\u2019erano i\nDe Mita, i fratelli De Mita; c\u2019erano Riccardo Misasi e Gerardo Bianco; c\u2019era\nFanfani che insegnava ad Andreatta; e molti altri ancora!<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Io approdai l\u00ec casualmente, seguendo\nl\u2019esempio di un mio compaesano. Il convitto costava poco, garantendomi una\nstanza e una mensa, ma non \u00e8 che avessi una particolare convinzione di tipo\nideologico o religioso; la mia era una famiglia laica.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; L\u2019Universit\u00e0 Cattolica era allora\nfrequentata sia dai rampolli della borghesia milanese e lombarda di tipo\ncattolico, per i quali era una scelta, sia da una gran massa di meridionali (e\ntra questi i nomi che ho citato), gente modesta per lo pi\u00f9, mandata l\u00ec dai\nparroci e dai vescovi della provincia italiana, molto spesso con un certificato\ndi povert\u00e0, grazie al quale studiavano gratuitamente.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Mentre vivevo l\u00ec, ho visto una cosa che mi\nha colpito molto. Nella piazza Sant\u2019Ambrogio c\u2019erano allora due realt\u00e0\nimportanti: una era l\u2019Universit\u00e0, il luogo degli studenti; l\u2019altra era il\nCentro Orientamento Emigrati, cos\u00ec si chiamava. Era ospitato in un vecchio\nconvento, una sorta di casermone, dove adesso c\u2019\u00e8 la Celere e anche un posto di\nPolizia. In quegli anni, quando andavo nella piazza, vedevo masse di\nmeridionali che, prelevate alla stazione su appositi tram, venivano scaricate\nl\u00ec. <\/p>\n\n\n\n<p>Portate in questo Centro\nOrientamento venivano poi sottoposte a visite mediche e avviate in seguito nei\nvari luoghi di emigrazione. Da Milano partivano per andare in Francia, in\nBelgio, in Svizzera, nell\u2019Europa centrale, insomma; quelli che andavano in\nGermania. Venivano raccolti a Verona.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp; A noi studenti poteva capitare di\nincontrare dei compaesani che emigravano oppure dei compaesani vestiti da\npoliziotti, che per bisogno si arruolavano nella cosiddetta polizia di Scelba.&nbsp; Io ho incontrato un compaesano che giocava\ncon me all\u2019oratorio, si chiamava Giacomino, era vestito da poliziotto, col\nmanganello.&nbsp; Io non so se quelli che sono\ndiventati poi uomini politici abbiano visto, abbiano osservato la realt\u00e0 che io\nosservavo. <\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Allora sarei potuto rimanere a Milano,\nperch\u00e9 in quegli anni il lavoro si trovava.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Erano gli anni in cui a Milano c\u2019era anche Marotta, e\nc\u2019erano naturalmente Vittorini e Quasimodo\u2026&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; <\/strong><\/p>\n\n\n\n<p><em>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; C.:<\/em><strong> <\/strong>Io ero venuto proprio sulla scia di questa mitologia\nmilanese della letteratura siciliana. Amavo molto la letteratura e\ninconsciamente ero venuto anche per quello, sapevo della presenza loro e di\naltri artisti.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Li conosceva gi\u00e0?&nbsp;\n<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p><em>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; C.:<\/em><strong> <\/strong>No, assolutamente. L\u2019unica persona che avrei desiderato\nconoscere in quegli anni era Vittorini, per\u00f2 ero talmente timido che non osavo\u2026<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Al finire degli studi, poi, me ne sono\ntornato in Sicilia, per scrivere.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Per vivere mi misi ad insegnare, in scuole\nagrarie, in paesi di montagna, sui Nebrodi, alla confluenza con le Madonie, con\npaesi a 1000 metri di altezza. Andavo ad insegnare a San Fratello, a Caronia;\nerano luoghi quanto mai lontani. Insegnavo diritto, che allora si chiamava\nEducazione Civica e Cultura generale (significava italiano, storia e diritto).\nPer\u00f2 poi mi accorsi che quella scuola era una finzione perch\u00e9 i ragazzi erano\ndestinati all\u2019emigrazione; l\u2019agricoltura stava chiudendo e quindi\u2026 I loro padri\nerano gi\u00e0 emigrati.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Lei parla degli anni a cavallo tra il 1950 ed il \u201960.\nI contadini venivano spesso trattati ancora come servi della gleba. Da\nragazzina io ho vissuto non pochi mesi, proprio allora, in Sicilia e ricordo\nbene quella realt\u00e0.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; <\/strong><\/p>\n\n\n\n<p><em>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; C.:<\/em> Era una realt\u00e0 tremenda. Non era ancora stata fatta\nla riforma agraria (che fu poi una beffa, che non approd\u00f2 a niente perch\u00e9 le\nterre migliori se le appropriarono gli amministratori e ai contadini diedero le\npietraie, in luoghi irraggiungibili). C\u2019era allora il processo di\nindustrializzazione del paese, quindi questa gente era costretta ad emigrare.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Comunque io avevo preso questa decisione\ndi raccontare il mondo contadino nel momento in cui questo spariva. Nel \u201963,\nper\u00f2, quando mi misi a scrivere, misi da parte le intenzioni che avevo, che\nerano fortemente politiche e sociologiche; l\u2019istinto mi port\u00f2 a scrivere in un\naltro modo, che \u00e8 quello proprio della forma prettamente letteraria, con una\nconnotazione stilistica molto, molto accentuata. Sentivo quest\u2019impegno della\nstoria, ma amavo e seguivo molto la letteratura.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Nel primo libro parlavo degli anni di me\nadolescente: ho voluto raccontare il dopoguerra in Sicilia, la caduta del\nfascismo, l\u2019arrivo degli americani, la ricostituzione dei partiti, le prime\nelezioni del \u201947 e poi la strage di Portella delle Ginestre e quindi le elezioni\ndel \u201948, con questa sorta di pietra tombale che cadde su questo paese. Voleva\nessere una storia emblematica di quello che era successo, raccontando delle\nennesime speranze che s\u2019erano accese in Sicilia nel secondo dopoguerra e del\ncome queste speranze finirono quando arriv\u00f2 quel grande partito, che \u00e8 durato cinquant\u2019anni\nda noi\u2026<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; E il libro narrava proprio questo, ma\nvisto con gli occhi di un adolescente, quindi con un linguaggio molto\ntrasgressivo. Io mi rifiutavo di scriverlo in italiano e allora mi sono\ncostruito, come cifra stilistica di estrema opposizione, un dialetto. Mi sono\nimmaginato di un paese vicino al mio, che si chiama San&nbsp; Fratello ed \u00e8 un\u2019antica colonia lombarda,\nun\u2019isola linguistica. \u00c8 una cifra che mi ha accompagnato anche per altri libri,\nanche nel <em>Sorriso<\/em>, in <em>Lunaria<\/em> e, in modo pi\u00f9 accentuato, nelle\n<em>Pietre di Pantalica <\/em>e questo per\ndire, appunto, di una estremit\u00e0 linguistica da cui io sempre parto per\napprodare poi alla lingua, al toscano.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Istintivamente, allora mi collocai proprio\ncome un ragazzo che veniva da quel paese dove si parla un antico gallico, che\nera la lingua che si parlava nella pianura padana (la diversit\u00e0 linguistica\nnell\u2019estrema diversit\u00e0 siciliana quindi).&nbsp;\nFu una forma istintiva di trasgressione, di opposizione al codice\nlinguistico dei grandi, che era quello paterno. C\u2019era gi\u00e0, in quel primo libro,\nquesta sorta di impasto linguistico.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Che \u00e8 gi\u00e0 la ricerca di quel \u00abnuovo significato delle\nparole\u00bb? Lei ha scritto, in un passo bellissimo del <em>Sorriso, <\/em>a proposito di tutti quelli \u00abche mai hanno raggiunto i\ndiritti pi\u00f9 sacri ed elementari, la terra e il pane, la salute e l\u2019amore, la\npace, la gioia e l\u2019istruzione\u00bb: \u00ab\u2026tempo verr\u00e0 in cui da soli conquisteranno\nque\u2019 valori, ed essi allora li chiameranno con parole nuove, vere per loro e\ngiocoforza anche per noi, vere perch\u00e9 i nomi saranno intieramente riempiti\ndalle cose\u00bb.<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; C.: S\u00ec, e queste parole nuove sono parole\nantiche, nel senso che sono parole seppellite dal codice imperante, dal codice\ndella comunicazione, che io cerco di disseppellire, di \u00abrimettere\u00bb in circolo\u2026\nNon \u00e8 solo un gioco formale, \u00e8 un gioco anche di contenuti, perch\u00e9 la\nletteratura \u00e8 scrittura. C\u2019\u00e8 stato in me questo rifiuto di adottare il solito\ncodice comunicativo, per praticare un codice fortemente espressivo; si tratta\ndi un bisogno \u00aboppositivo\u00bb per cos\u00ec dire: poich\u00e9 i contenuti vogliono essere\ncos\u00ec, la forma deve corrispondere ai contenuti.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Poi ho lasciato la Sicilia, nel \u201968,\nperch\u00e9 l\u00ec non c\u2019era pi\u00f9 niente da fare, perch\u00e9, appunto i giochi erano stati\nfatti. Quando sono andato via avevo 35 anni, non c\u2019era pi\u00f9 spazio per uno che\nnon poteva vivere di rendita, isolato e che aveva bisogno di lavorare;\nl\u2019alternativa per un giovane intellettuale come me era o aggregarsi al potere,\ne al potere mafioso, o fare le valigie e andarsene.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Quindi sono andato via.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Negli anni vissuti in Sicilia, le uniche\ndue persone che ho frequentato sono stati due archetipi, due persone\nemblematiche della mia formazione.&nbsp; Uno\nera Lucio Piccolo, un poeta; era cugino di Lampedusa questo grande poeta,\npurtroppo poco conosciuto. Era un poeta straordinario; ha avuto il torto di\nmorire presto. Lui \u00e8 apparso sulla scena letteraria prima di Lampedusa; lo scopr\u00ec\nMontale, poi fu pubblicato nello \u00abSpecchio\u00bb di Mondadori, per\u00f2 non riusc\u00ec a\ncompletare il suo ciclo poetico perch\u00e9 mor\u00ec abbastanza giovane, schiacciato\ndall\u2019esplosione del fenomeno <em>Gattopardo.<\/em>&nbsp; Lui veramente, quando lo nominavano come il\ncugino di Lampedusa, si dispiaceva. Una volta ebbe a dire: \u00ab\u00c8 Lampedusa che \u00e8\nmio cugino\u00bb rimettendo le cose nel giusto senso.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; L\u2019altra persona che ho frequentato \u00e8 stato\nSciascia, che ho conosciuto dopo aver pubblicato il mio primo libro. Glielo\nmandai, e lui poi mi invit\u00f2 ad andarlo a trovare (allora stava a\nCaltanissetta); poi siamo diventati amici.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Quando l\u2019uno era il poeta puro, un barone,\ncon questa poesia terribilmente ermetica, difficile ma affascinantissima, di\ntipo spagnolo, una poesia molto accesa, tanto l\u2019altro era invece logico,\nlimpido, cristallino, storicistico, di impegno civile.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Per me sono stati veramente come due\nmaestri, due poli.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; E nel \u201968, anche su consiglio di Sciascia,\npresi le valigie e ritornai a Milano.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Non a Roma? <\/strong><\/p>\n\n\n\n<p><em>&nbsp;&nbsp;&nbsp; &nbsp;C.:<\/em>&nbsp; No. Perch\u00e9 io credo che dalla Sicilia ci sono\ndue modi per uscire: uno \u00e8 romano e l\u2019altro milanese. C\u2019\u00e8 una corrente milanese\nche \u00e8 fatta soprattutto di scrittori che hanno vagheggiato una sorta di utopia\npolitica, perch\u00e9 Milano era l\u2019antitesi della Sicilia, era la citt\u00e0 dove c\u2019era\nla trasparenza amministrativa prima di tutto, e poi dove si era realizzata in\nqualche modo, una certa equit\u00e0 sociale. Quindi approdavamo a Milano come al\nluogo antitetico alla Sicilia.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; A Roma invece approdavano degli scrittori\na cui interessava il discorso del potere, e quindi Brancati e Pirandello.&nbsp; Un Pirandello che, con quella sua scrittura,\naveva illustrato, aveva raccontato quello che era la crisi della piccola\nborghesia italiana, di una borghesia fascista, non poteva che andare a Roma. A\nMilano sarebbe stato fuori posto.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; E poi Sciascia, naturalmente, con il suo\ndiscorso sul potere, sul \u00abpalazzo\u00bb. \u00c8 quello che fece Pasolini e, in un certo\nsenso, anche Moravia.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Torniamo un momento alla letteratura siciliana. Abbiamo\nparlato di Verga, di Vittorini, dei poeti della costa orientale, ma non degli\nautori della parte occidentale.<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; <em>C.:<\/em>&nbsp; Per la parte occidentale, a fronte dei Verga,\ndei Brancati o Quasimodo, o Vittorini o dello stesso Bufalino, il primo nome\nche viene in mente \u00e8 il Pirandello dei romanzi storici, soprattutto di un\nromanzo<em>, I vecchi e i giovani<\/em>. In\nPirandello, come dice anche Gramsci, tutte le novelle sono prese da storie\nlocali, da racconti che lui sentiva fare nel mondo girgentano, agrigentino. Ma\nforse, dopo l\u2019uscita de <em>I Vicer\u00e9<\/em> di\nDe Roberto, che \u00e8 questo grande affresco storico \u2013 perch\u00e9 erano i temi\ndell\u2019epoca, erano i temi storicistici della grande letteratura francese \u2013 anche\nlui si \u00e8 cimentato nel grande affresco storico con <em>I vecchi e i giovani<\/em>. E questo romanzo, che pu\u00f2 essere manchevole\nin qualche parte, \u00e8 per\u00f2 un grande tentativo di restituire una realt\u00e0 storica\nsiciliana (come nessuno fino ad allora aveva tentato), soprattutto di una\nSicilia occidentale, la Sicilia delle solfare. Lui parte da che cosa \u00e8 successo\ndopo l\u2019Unit\u00e0 d\u2019Italia in Sicilia proprio in quella zona. Il centro del racconto\nsono i moti socialisti del 1893, con tutte le rivolte contadine, con\nl\u2019occupazione delle miniere e quindi con lo scontro tra operai delle solfare e i\nproprietari delle medesime. <\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; \u00c8 la rappresentazione amara, da parte di\nPirandello, di quello che era il malinteso \u00absicilianismo\u00bb da cui poi vengono\ntutti i mali siciliani della mafia, del potere politico mafioso e via\ndiscorrendo.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Prima che andasse a Roma, l\u2019ha scritto.<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p><em>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; C.:<\/em>&nbsp; Prima che\nandasse a Roma, prima che facesse la grande svolta di proiettarsi cio\u00e8 sul\npiano della crisi dell\u2019identit\u00e0, di tutte le scoperte che vanno sotto il nome\ndi pirandellismo, del dramma dell\u2019essere e dell\u2019apparire, di proiettarsi dal\npiano dello storicismo, della contingenza al piano dei valori dell\u2019esistenza,\ndell\u2019inquietudine dell\u2019esistenza. D\u2019altra parte Pirandello ha operato in\nantagonismo, per cos\u00ec dire, allo stesso Verga. Verga ha immaginato un mondo\nimmobile, dominato dal fato, dove l\u2019uomo inutilmente si agitava perch\u00e9 tanto il\nsuo destino sarebbe stato segnato per il solo fatto di esistere, quindi era\nimpossibile, in questa esistenza, ogni possibilit\u00e0 di riscatto.&nbsp; E tutta la tematica verghiana \u00e8 la tematica\ndell\u2019immobilit\u00e0 e del fato, che blocca l\u2019uomo nella sua vicenda umana.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Pirandello ha cercato, ha tentato di\nribellarsi a questa legge dell\u2019immobilit\u00e0 e del fato, a questa legge quasi\nmetafisica verghiana, operando, attraverso la dialettica, quello che era un\ncontrasto verbale con l\u2019entit\u00e0 destino.&nbsp;\nE, quindi, attraverso il sofisma, la dialettica ha cercato di smuovere\nquesta condanna del fato sull\u2019uomo. Per\u00f2, naturalmente, il mondo di Pirandello\ndiventa forse ancora pi\u00f9 atroce e pi\u00f9 tragico; \u00e8 quello che Giovanni Macchi\nchiama \u00abla camera della tortura\u00bb : i personaggi non fanno altro che\ntormentarsi, che torturarsi, con queste verit\u00e0 sfaccettate, una verit\u00e0 contro\nl\u2019altra: con queste identit\u00e0 che si perdono e continuamente si inseguono, in\nuna ricerca continua dell\u2019 identit\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00c8 poi anche, se si vuole\nguardare, un modo d\u2019essere del siciliano, questa ricerca d\u2019identit\u00e0, perch\u00e9 noi\nsiamo dilaniati continuamente da questa perdita di identit\u00e0 continua dovuta\nanche alla nostra storia.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Noi siamo tante culture messe insieme,\nsiamo questo crogiuolo di culture, per cui da noi il rischio \u00e8 un continuo\nvacillare dell\u2019 identit\u00e0 e dell\u2019io; questo io \u00e8 l\u2019<em>Uno, nessuno, centomila <\/em>del Pirandello che si moltiplica\nall\u2019infinito, come vivere sulle sabbie mobili, senza una consistenza.&nbsp; E in questa incertezza sta il nostro dramma,\nma sta forse anche quella che \u00e8 la grandezza (adesso uso un termine retorico):\nin questa dialettica, in questa ricerca continua dell\u2019identit\u00e0 sta forse il\nnostro essere pi\u00f9 umani e quindi pi\u00f9 comprensivi, quando si prende coscienza di\ntutto questo.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Pirandello attinge proprio al modo\nd\u2019essere siciliano, al mondo siciliano per costruire quella che era la sua\nfilosofia, la sua concezione. Nel <em>Mattia\nPascal<\/em>, per esempio (che \u00e8 il libro dove \u00e8 messo subito in luce questo\ndramma, dell\u2019identit\u00e0), quando parla di Mattia (e parla di se stesso) dice di\nquesta \u00abmaturezza\u00bb (lui usa il termine \u00abmaturezza\u00bb) a cui \u00e8 arrivato da piccolo\na furia di ammaccature.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; L\u2019io siciliano \u00e8 ammaccato, e quindi\narriva a questa maturit\u00e0 molto prima e con pi\u00f9 dolore degli altri, forse. Il\nrischio per\u00f2 \u00e8 di non maturare assolutamente e di perdere la ragione; il\ncrinale su cui si cammina pericolosamente \u00e8 quello di annientarsi, di perdere\nla ragione, oppure di avere un consapevole dolore di questa maturit\u00e0 a cui si\narriva con le ammaccature.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Quelli che precipitano da questo crinale\nsono quelli che pi\u00f9 straziano, in questo lasciarsi andare in questa specie di\nvortice e di perdita della ragione\u2026 Mantenere la ragione, in Sicilia, \u00e8\nestremamente difficile ed \u00e8 una fatica continua.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Ma, per tornare al romanzo storicistico,\noltre Pirandello c\u2019\u00e8 stato Lampedusa e poi Sciascia. Sciascia \u00e8 lo scrittore\nstoricista per eccellenza, di uno storicismo critico, oppositivo. Tutta la\nletteratura della parte occidentale dell\u2019isola \u00e8 segnata da questo impegno con\nla storia.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Sciascia ha fatto di pi\u00f9. Ha rinunciato a\nquelli che erano i grandi temi illuministici e manzoniani (il grande tema del\nManzoni era la giustizia) che inizialmente aveva scelti ( e che poi sono\ncristiani), quindi il tema della verit\u00e0 e della menzogna, dell\u2019impostura, il\ntema della pena di morte, della tortura, del rispetto della dignit\u00e0 dell\u2019uomo.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Quando vede, in Sicilia, quello che era il\ngrande rischio della nostra societ\u00e0, la mafia, abbandona questi grandi temi e\naffronta il tema della mafia, che era un tema contingente ma che lui fa\ndiventare un tema assolutamente metaforico e quasi assoluto. E quindi scrive\ntutta questa serie di gialli politici, dove rovescia quella che era la tecnica\ndel giallo, cio\u00e8 si parte dalla verit\u00e0 e si arriva al mistero: il mistero \u00e8 il\nrispecchiamento del mistero, del potere mafioso, che \u00e8 sempre misterioso. Oggi\nstiamo constatando, attraverso i giudici, quali erano questi misteri; ancora\nnon li conosciamo tutti, ma Sciascia ci ha fatto intuire qual era l\u2019enigma del\npotere mafioso.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Quando ha conosciuto Sciascia?<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; C.: Dal punto di vista biografico, avevo\nconosciuto Sciascia sin dal primo libro che aveva pubblicato: <em>Le parrocchie di Regalpetra<\/em>. Allora le\nmie letture erano di indirizzo sociologico. Siamo nel \u201956, credo. Quando sono\ntornato in Sicilia dopo essere stato a Milano, non osavo importunarlo.&nbsp; Sapevo che c\u2019era questo scrittore, che a me \u00e8\nsembrato subito uno scrittore importante in questa Sicilia desertica. E quando\nio pubblicai il mio primo romanzo (<em>La\nferita dell\u2019aprile<\/em>) nel \u201963, ho avuto subito l\u2019avventura di mandarglielo\ncon una lettera dove gli dichiaravo il mio debito nei suoi confronti: perch\u00e9\nera lui che mi indicava la strada che avrei dovuto seguire, oltre a Lucio\nPiccolo, di avere cio\u00e8 di fronte questi due mondi, lo storicismo e la poesia, e\ndi farli finalmente unire, di fare da trait-d\u2019union fra questi due mondi,\nquello che era il substrato storicistico da una parte e la poesia piccoliana\ndall\u2019altra parte. E lui mi rispose con una bella lettera, invitandomi ad\nandarlo a trovare a Caltanissetta, e poi siamo diventati amici.&nbsp; Questa amicizia dur\u00f2 quanto lui \u00e8 vissuto; \u00e8\nstato un continuo dialogo.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Parlavate di letteratura? Anche di impegno civile?&nbsp; <\/strong><\/p>\n\n\n\n<p><em>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; C.:<\/em>&nbsp; C\u2019era uno\nstrano pudore; non parlavamo delle nostre cose, solo molto raramente, ma si\nparlava dei fatti politici, dei libri degli altri, soprattutto dei fatti che\naccadevano in Italia. E poi cos\u00ec, nelle pieghe del discorso, si lasciava cadere\nil titolo di un libro che si era letto\u2026&nbsp; <\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Un suo rammarico era che io scrivevo poco.\nVoleva che scrivessi di pi\u00f9.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Adesso lei sente su di s\u00e9 l\u2019impegno che \u00e8 stato di\nSciascia?&nbsp;&nbsp; <\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; C.:&nbsp;\nSento il dovere di continuare su questa linea con lo stesso impegno, per\nessere degno di questa tradizione, anche perch\u00e9 vedo che da ogni partesi cerca\ndi distruggere la letteratura siciliana.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Il mio diventa quindi un impegno con la\nletteratura e spero di mantenerlo perch\u00e9 nel mondo d\u2019oggi si ha questa volont\u00e0\ndi abbassare tutti i valori, di distruggere quelle che sono le verit\u00e0 con le\nimposture. E queste cose non sono sopportabili\u2026<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Lei aveva citato prima Pasolini. Mi chiedevo se anche\nquesto non sia stato uno scrittore di riferimento nel suo percorso letterario e\ncivile.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; <\/strong><\/p>\n\n\n\n<p><em>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; C.:<\/em><strong>&nbsp; <\/strong>Lui\nera fondamentalmente poeta; l\u2019impegno sociale lo estrinsecava attraverso una\nscrittura di intervento, sui giornali. <strong>&nbsp;<\/strong><em>Scritti\ncorsari, Lettere luterane, Empirismo eretico<\/em>: era questo suo bisogno di\nintervenire direttamente, al di l\u00e0 del romanzo e della poesia.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Mentre lei ha sempre sentito la necessit\u00e0 della\nletteratura come mediazione?<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; <em>C.:<\/em>&nbsp; Non sempre. Anch\u2019io\u2026 I tempi letterari, i\ntempi della metafora sono dei tempi lunghi e la storia diventa qualche volta\npi\u00f9 impellente e quindi si sente il bisogno, veramente, di intervenire, per cui\nanch\u2019io \u2013 certo non con quella forza e con quella assiduit\u00e0 con cui lo fece\nPasolini, e con l\u2019autorit\u00e0 con cui lo fece Pasolini \u2013 ho sempre scritto sui\ngiornali.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Lei appare come un signore pacato, ma la passione con\ncui scrive denuncia una\u2026<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p><em>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; C.:<\/em>&nbsp; No, non lo\nsono. Per esempio, quando sono arrivato nel \u201968 a Milano, io subivo una sorta\ndi spaesamento e di blocco anche creativo. Ero venuto a Milano perch\u00e9\ndesideravo raccontare questa grande trasformazione italiana, parlare di queste\nmasse di meridionali che arrivavano nel nord industriale, in una citt\u00e0 come\nMilano e che poi, da contadini che erano, si sarebbero trasformati in operai. <\/p>\n\n\n\n<p><strong>Lei era venuto come insegnante?<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p><em>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; C.:<\/em>&nbsp; No. Avevo\nfatto un concorso in una azienda; il primo di gennaio del \u201968 (ho viaggiato in\ntreno la notte di San Silvestro) ho dovuto presentarmi al posto di lavoro. <\/p>\n\n\n\n<p><strong>Quindi ha fatto una scelta anche in questo campo.<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p><em>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; C.:<\/em>&nbsp; S\u00ec. Allora\nc\u2019era una rivista letteraria, diretta da Vittorini e Calvino<\/p>\n\n\n\n<p>(\u201cIl Menab\u00f2\u201d), che dibatteva\nproprio questi temi: del rapporto tra industria e letteratura, di questo nuovo\nmondo, della rivoluzione industriale italiana (questa grande trasformazione\nsociale), soprattutto nel processo di inurbamento. E poi c\u2019era un\u2019altra\nrivista, che si chiamava \u00abQuesto e altro\u00bb, che sollecitava appunto a lasciare\nle vecchie professioni, cosiddette liberali, degli scrittori (insegnamento e\naltro) e ad entrare nell\u2019industria. Io feci questa scelta: Feci un concorso, lo\nvinsi e mi presentai a questo posto di lavoro.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp; &nbsp;&nbsp;Vittorini, per esempio, invitava a studiare i\nnuovi linguaggi che si sarebbero formati qui, nell\u2019area industriale,\ndall\u2019incrocio dei dialetti &nbsp;&nbsp;coi dialetti\ndel nord: Questi linguaggi lui li chiamava le \u00abkoin\u00e9\u00bb, le nuove \u00abkoin\u00e9\u00bb. Queste\nnon si sono formate, ma si \u00e8 formata una \u00absuperkoin\u00e9\u00bb, che poi sarebbe\nl\u2019italiano che ha analizzato Pasolini, nel \u201964 mi pare, che era la lingua dei\nmedia e che si sarebbe&nbsp; sovrapposta\u2026<\/p>\n\n\n\n<p>Insomma l\u2019Italia \u00e8 un paese\nveramente singolare nel contesto europeo, perch\u00e9 nessuno ha avuto cos\u00ec\nrapidamente e radicalmente le vicende italiane.&nbsp;\n\u00c8 un paese terremotato; era un vecchio paese ancora agricolo e\ncontadino, ha avuto questa rivoluzione. E poi questo grande spostamento di\nmasse di meridionali dentro queste citt\u00e0 che sono esplose, con tutto quello che\n\u00e8 successo e di cui, forse, paghiamo le conseguenze. \u00c8 stata la dannazione di\nPasolini, questo\u2026<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Quando si fanno questi discorsi, sembra\nche uno abbia nostalgia del vecchio mondo contadino. Quello che rimproveravano\na Pasolini era: \u00abMa come?\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; No, nostalgia del mondo contadino credo\nnon ce l\u2019abbia nessuno, perch\u00e9 il mondo contadino era un mondo di sofferenza,\ndi ignoranza, era un mondo un po\u2019 anche di conservazione; non era un mondo\nprogressivo, insomma, perch\u00e9 i contadini erano portati ad una sorta di\natteggiamento passivo, di rassegnazione. Quello che portava la novit\u00e0 e il\nsenso di presa di coscienza di classe era il mondo operaio, perch\u00e9 i temi\npolitici che si dibattevano erano del mondo operaio.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Perch\u00e9 c\u2019era aggregazione, mentre il contadino era un\nisolato.<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p><em>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; C.:<\/em>&nbsp; S\u00ec, erano\nisolati. Soprattutto, poi nel latifondo siciliano, questi contadini erano\nangariati, vessati. Quindi la rivoluzione culturale che \u00e8 avvenuta in Sicilia\nsi \u00e8 realizzata nel mondo sotterraneo, proprio perch\u00e9 quella era l\u2019unica forma\ndi operaismo siciliano, quando da contadini si trasformarono in minatori nelle\nsolfare. L\u00ec c\u2019\u00e8 stata una sorta di rivoluzione culturale, che sfoci\u00f2 nei \u00abfasci\nsiciliani\u00bb, nelle rivolte del 1893 in Sicilia. <\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Io non ho nostalgia del mondo contadino\n(questo l\u2019ho anche raccontato nelle <em>Pietre\ndi Pantalica<\/em>); volevamo per\u00f2 uno sviluppo diverso da quello che abbiamo\navuto, con pi\u00f9 rispetto nei confronti dell\u2019uomo.&nbsp;&nbsp; <\/p>\n\n\n\n<p>Qui, invece, i valori umani\nsono stati distrutti, per non parlare di tanti altri valori. \u00c8 quello che Pasolini\nchiamava \u00absviluppo senza progresso\u00bb, lo chiamava semplicemente \u00absviluppo\u00bb e non\n\u00abprogresso\u00bb; molto spesso \u00e8 stato un regresso. In Sicilia questo l\u2019abbiamo\nsofferto sulla pelle, con l\u2019industrializzazione attraverso le raffinerie di\npetrolio. Queste hanno distrutto citt\u00e0, Gela, Siracusa, Priolo\u2026, che erano\ninnanzi tutto ecologicamente sane, belle, luoghi arcaici, antichi.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; In mezzo alle raffinerie di Priolo ci sono\nancora i resti di Th\u00e0psos Meg\u00e0ra Iblea, dove sono sbarcati i Greci (nel 739\na.C.).&nbsp; Io sono andato a rivederli,\nancora questa estate, in mezzo a tralicci, a ciminiere. Erano patrimoni\nculturali che appartenevano a tutti e che sono andati distrutti.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Citt\u00e0 come Gela e Licata sono diventate degli inferni, delle cose tremende; hanno subito questa trasformazione e sono diventate degli orrori. &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Non c\u2019\u00e8 idea di che cosa \u00e8 un paese come Gela! \u00c8 una cosa che toglie il fiato\u2026&nbsp; Hanno portato le raffinerie ma non hanno risolto i problemi: la gente ha continuato a emigrare; hanno assorbito poca manodopera, i tecnici venivano dal Nord.&nbsp; I petrolieri venivano l\u00ec, rastrellavano soldi dalla Regione, dalla Cassa del Mezzogiorno, dall\u2019Erario e poi, dopo aver fatto i loro affari, regalavano gli impianti allo Stato. Il signor Moratti, tanto per non fare nomi, ha fatto questo a Milazzo, una citt\u00e0 ora distrutta e sconvolta dal punto di vista paesaggistico, ed ecologico, a causa delle raffinerie.&nbsp; La Sicilia, il meridione sono diventati luoghi spopolati, in cui sono arrivati i profittatori, luoghi di rapina e di sfruttamento.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Poi, quando ci si chiede dei mali\nmeridionali, di tutte le cose tremende che sono successe, si deve sapere che le\nresponsabilit\u00e0 sono di ordine storico, di ordine politico.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Non si deve pensare, come fanno certi\nsignori di certe Leghe, come fa il signor Miglio, che sia un fatto genetico,\nquasi noi, nel sangue, avessimo il gene della delinquenza, della mafia, della\n\u2018ndrangheta. Ci sono responsabilit\u00e0 ben precise.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Nel dopoguerra c\u2019era un sovraccarico di\nmanodopera sulle terre e, quindi, bisognava \u00aballeggerire\u00bb; le leggi del mercato\nsono le leggi del mercato. Per\u00f2 tutto poteva avvenire in un modo pi\u00f9\nrispettoso, pi\u00f9 organico, non in questo modo selvaggio.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Al potere politico interessava soltanto\nfare di queste zone del Meridione delle riserve di clientelismo politico, dei\nfeudi dove racimolare voti. Le masse meridionali erano quelle che dovevano dare\nil voto democristiano (perch\u00e9 nel Nord, operaistico, erano forti le sinistre),\ncon tutte le trame di malcostume e di corruzione che adesso stanno emergendo.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Ancora poco nel Sud, mi pare.<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p><em>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; C.:<\/em>&nbsp; Perch\u00e9 ci sono\nstate delle cose pi\u00f9 gravi nel Sud, ci sono stati i cadaveri, le strade piene\ndi cadaveri e, quindi, si \u00e8 prima pensato a quello. Io spero che si passi al\nsecondo sipario, il sipario del malaffare.<\/p>\n\n\n\n<p>Io spero che vengano\ncoinvolti un poco tutti davvero, dai magistrati agli imprenditori, alla stampa,\nperch\u00e9 non \u00e8 possibile pensare che solo i politici siano i grandi colpevoli.<\/p>\n\n\n\n<p><em>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; C.:<\/em>&nbsp; C\u2019\u00e8 ora nella\ngente, anche in quella che era passiva, che in un certo senso aveva avuto anche\nvantaggi (spero che non sia retorico quello che dico, io l\u2019ho constatato), c\u2019\u00e8\nun bisogno di riscatto, di riconquistare la dignit\u00e0 perduta. Io l\u2019ho visto a\nPalermo, quest\u2019estate. Credo che le prossime elezioni siano estremamente\nimportanti.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Questo \u00e8 un momento molto, molto delicato,\nper tutto il paese, ma per la Sicilia e il Meridione soprattutto.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Delicato, ma, lei dice, di speranza.<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p><em>C.:<\/em>&nbsp; Di speranza, s\u00ec. \u00c8 un momento di passaggio,\ndove si pu\u00f2 tornare indietro, ma\u2026 Credo che ci sia nella gente un bisogno di\ntogliersi questa vergogna e quest\u2019ipoteca del malaffare, della mafia, del\ndelitto. Questa \u00e8 stata veramente una perdita d\u2019onore e c\u2019\u00e8 un bisogno, nella\ngente, di riconquistare quest\u2019onore perduto, un onore sociale, non privato, e\nc\u2019\u00e8 volont\u00e0 di togliersi dalla soggezione del potere politico da cui era\nricattata. Questo si vedeva bene alle elezioni: ogni volta che c\u2019erano\nreferendum, per esempio, il risultato era di un tipo, quando si tornava alle\nelezioni politiche il risultato era un altro.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Anche noi, al Nord, abbiamo perduta una intiera classe\ndi amministratori e, per tradizione, avevamo gente che davvero amministrava.<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p><em>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; C.:<\/em>&nbsp; S\u00ec. \u00c8 saltato\nanche questo, c\u2019\u00e8 stato un processo di degenerazione.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Poi, al Nord, \u00e8 venuta fuori anche la\nLega, per un bisogno di pulizia, per cui adesso ci sono questi revanscismi, del\nresto molto semplici, schematici e pedagogici. Come sempre capita nei momenti\nin cui crollano i regimi, vengono fuori forme scomposte.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Io queste forme, queste rivendicazioni\nlocali, le ho viste da ragazzo, in Sicilia, nel \u201947, con il Movimento\nIndipendentista Siciliano. E capivo, anche se ero molto giovane allora, che\ncosa significava: significava ancora una regressione, un passo indietro.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Quando, dopo tutti i disastri\ndemocristiani e socialisti, in questo campo di macerie, si presenta qui al Nord\nun movimento che si chiama Lega Nord (e gi\u00e0 la denominazione stessa mi sembra\nche escluda una parte del contesto italiano) mi sono preoccupato. Io non sono\nun politico, sono uno scrittore,: la spia, allarmante l\u2019ho avuta quando si sono\nvisti i primi segni, nelle traduzioni \u2013 diciamo cos\u00ec \u2013 sulle strade delle\nscritte in italiano in dialetto lombardo. Questo mi ha messo subito in allarme\nperch\u00e9 so, proprio da scrittore che usa il linguaggio, so che cosa significano\nquesti ritorni verso le forme dialettali. Sono modi di regressione e anche di\naggressione e di esclusione, messi in atto, per di pi\u00f9, in un contesto come\nquello lombardo che, proprio per la sua storia e per la sua economia, ha\ncancellato il dialetto.&nbsp; Questo\nrifugiarsi di nuovo nel dialetto per escludere la lingua politica (uso\n\u00abpolitica\u00bb nel senso etimologico, lingua cio\u00e8 della comunicazione) ha voluto\ndire passare da una afasia e una impraticabilit\u00e0 del linguaggio proprio del\npotere (perch\u00e9 il potere usa sempre una lingua impraticabile, non volendosi far\ncapire, una lingua di tipo aziendale e tecnologico, che Pasolini ha studiato)\nal vecchio dialetto che non esiste pi\u00f9, quindi alla chiusura e alla\nincomunicabilit\u00e0 totali.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; (Il dialetto si pu\u00f2 scandagliare in\nletteratura, per tornare alle radici e approdare poi alla comunicazione, ma il\nlinguaggio politico deve essere sempre quello della comunicazione). <\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Ora, queste considerazioni, secondo me,\nsono importanti, significano molto. Vogliono dire che dietro non c\u2019\u00e8 ideologia.\nL\u2019ideologia liberale o socialista sono delle ideologie!&nbsp; Che poi ci siano stati dei mascalzoni, che le\nhanno degenerate, questo \u00e8 un altro discorso.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Queste forme regressive sono le \u00abvandee\u00bb\ndi cui ha parlato Benedetto Croce, e anche Vittorini, a proposito dei Vespri\nSiciliani.&nbsp; Vespro Siciliano che, sulla\nscorta del melodramma verdiano, \u00e8 stato sempre visto come un fatto progressivo\ne che invece \u00e8 un fatto assolutamente regressivo, perch\u00e9 la Sicilia abbandonava\ni legami con la Francia e si rifugiava in una conservazione di tipo spagnolo.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Il problema degli intellettuali in Italia \u00e8 un triste\nproblema, mi pare.<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p><em>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; C.:<\/em>&nbsp; \u00c8 un triste\nproblema, si. C\u2019\u00e8 sempre questa nostra vilt\u00e0. L\u2019intellettuale, in questo paese,\n\u00e8 stato sempre considerato un ornamento del potere, ragion per cui\nl\u2019intellettuale \u00abdisorganico\u00bb viene subito additato, messo ai margini. \u00c8 sempre\nsuccesso. Da Dante in poi, quelli che non si sono voluti piegare al potere e\nche hanno adempiuto a quella che \u00e8 la funzione dell\u2019intellettuale, essere\ncoscienza critica, sono stati esclusi. Non pu\u00f2 essere il cantore alla mensa del\nprincipe, altrimenti diventa un cortigiano e l\u2019intellettuale che non vuole\nessere cortigiano viene naturalmente bandito: questa \u00e8 la sua sorte.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; \u00c8 successo sempre, fino a Pasolini, a\nSciascia e altri.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Tanti altri no.<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p><em>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; C.:<\/em>&nbsp; Durante il\nfascismo, i professori che non hanno prestato giuramento sono stati sei in\ntutta Italia. Tra questi, lo dico con orgoglio, c\u2019era Giuseppe Antonio Borgese,\nche stava qui a Milano, un siciliano, un grande scrittore: se n\u2019\u00e8 dovuto andare\nin America. Non so quanti fossero allora i professori universitari ma soltanto\nin sei non hanno prestato giuramento al fascismo.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Lei ricordava gli anni intorno al \u201968: la sua\nposizione \u00e8 sempre stata isolata o ha partecipato direttamente a quegli\navvenimenti? <\/strong><\/p>\n\n\n\n<p><em>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; C.:<\/em>&nbsp; No, guardi,\nquando sono arrivato qui mi sono trovato talmente spaesato che non ho avuto\nlegami con i movimenti politici e neppure con quelli intellettuali. Era un\nmondo che osservavo per la prima volta, perch\u00e9 mi portavo dietro un\u2019altra\nmemoria, la memoria del mondo contadino. Mi mancava la memoria del mondo\nindustriale, mi mancava quel linguaggio soprattutto. &nbsp;E quindi sopperivo a questa afasia letteraria\nfacendo attivit\u00e0 giornalistica. Scrivevo su \u00abL\u2019Ora\u00bb di Palermo e poi su \u00abIl\ntempo illustrato\u00bb, un settimanale molto vivace, molto bello e devo dire anche\nmolto libero, dove ci scrivevano in quegli anni Pasolini, Giorgio Bocca, Padre\nTuroldo. Ho pubblicato parecchie inchieste su quel giornale.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Poi ho capito che per tornare a scrivere e\nraccontare Milano sarei dovuto tornare di nuovo in Sicilia, non fisicamente ma\nalmeno con la memoria, ritornare al mio linguaggio, alla mia matrice culturale.\nE per questo, ho scelto il romanzo storico; lo sentii proprio come una\nnecessit\u00e0, questo di riandare indietro con il tempo per poter raccontare il\npresente.&nbsp; <\/p>\n\n\n\n<p><strong>Il suo gusto di reinventare la parola, il linguaggio?<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p><em>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; C.:<\/em>&nbsp; A parte Gadda,\nPasolini, Mastronardi e altri di allora, io avevo un grande sperimentatore che\nmi era pi\u00f9 congeniale: Verga, il primo che ha compiuto la rivoluzione\nlinguistica attuata abbassando a livello dialettale quello che era il codice\ntoscano.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; La sua conversione \u00e8 avvenuta proprio a\nMilano. Anche lui, se questo mi \u00e8 permesso, quando arriv\u00f2 a Milano nel 1872\nvenendo da Firenze (fino a quel punto aveva scritto dei libri, i cosiddetti\nromanzi \u00abmondani\u00bb), trov\u00f2 questa citt\u00e0 in preda alla prima rivoluzione\nindustriale; era una citt\u00e0 che stava subendo uno sconvolgimento: nuove stazioni\nferroviarie, nuovi cantieri. C\u2019era poi anche il movimento operaio e c\u2019erano i\nprimi conflitti. <\/p>\n\n\n\n<p>A Lodi si faceva un giornale\nche si chiamava \u00abLa plebe\u00bb; c\u2019erano i primi scioperi, quindi, da una parte,\nc\u2019era la rivoluzione industriale, e dall\u2019altra la presa di coscienza delle\nmasse popolari. Il tutto culmin\u00f2 con la esposizione universale dell\u201981, con il\nBallo Excelsior. E lui abitava proprio vicino a questa esposizione.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Verga sub\u00ec una sorta di spaesamento e da\nquesto venne la sua conversione. Torn\u00f2 con la memoria alla Sicilia. Ma quella\ndi Verga era una Sicilia della sua infanzia; Sapegno dice \u00abferma e\nintatta\u00bb.&nbsp; Era una Sicilia un poco\ncristallizzata, mitizzata nella sua memoria, seppure di un mito negativo,\nquella della irredimibilit\u00e0 del destino umano.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Per esempio, quando usc\u00ec la prima inchiesta in Sicilia di Franchetti e Sonnino del 1876, dove si cominci\u00f2 a parlare di mafia e della malavita siciliana, dei rapporti fra il potere politico e la mafia, Verga si ribell\u00f2.Diceva che era una diffamazione della Sicilia, non lo voleva ammettere\u2026Come poi non ammise i movimenti dei solfatari e dei contadini siciliani del \u201993.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Verga, nella vita, era considerato un reazionario e ci\u00f2 \u00e8 dovuto a questa sua idea di una Sicilia mitica, quella, ripeto, della sua infanzia. Per\u00f2 questo gli permise di scrivere dei capolavori.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; La sua rivoluzione avvenne prima con i. racconti, con le <em>Novelle rusticane <\/em>e poi con quel poema straordinario che \u00e8 <em>I Malavoglia<\/em>.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>La follia ha un ruolo preciso nei suoi romanzi. Nel <em>Sorriso<\/em>, per esempio\u2026<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p><em>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; C.:<\/em>&nbsp; Ci sono due\nforme di follia, per la verit\u00e0: il libro si apre con un gesto di follia,\ncompiuto nell\u2019antefatto dalla ragazza Atena (che non \u00e8 una folle, \u00e8\nun\u2019intellettuale), fidanzata con Giovanni Interdonato, che \u00e8 questo capo\nrisorgimentale rivoluzionario. Lei sfregia il quadro di Antonello da Messina\nproprio per una sorta di impazienza, perch\u00e9 era animata dal desiderio di uscire\nfuori della ragione dall\u2019alto, attraverso la fantasia creatrice, che pu\u00f2 essere\nanche una fantasia politica (lei aveva immaginato un nuovo ceto sociale).<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; E quindi l\u2019assunto dal quale io sono\npartito \u00e8 che dalla ragione \u2013 che \u00e8 rappresentata da questo quadro, da questo\nsorriso ironico \u2013 si pu\u00f2 uscire dall\u2019alto, attraverso appunto la fantasia\ncreatrice, l\u2019arte, attraverso questi furori che sono furori positivi.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Oppure per la disgregazione della ragione,\ndal basso, Il monaco \u2013 un monaco allucinato \u2013 \u00e8 proprio l\u2019altra faccia di\nquesto gesto di insania della ragazza. Poi lei non compare pi\u00f9 come\npersonaggio, per\u00f2 \u00e8 quella che muove tutta l\u2019azione, \u00e8 una specie di\nAnnunciazione.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; L\u2019ambizione mia \u00e8 stata di dare una\nstruttura originale al libro; non ho voluto scrivere il romanzo storico di tipo\nottocentesco, sapienzale, con l\u2019autore che dall\u2019alto dirige le fila della vicenda.&nbsp; Il mio romanzo parte dall\u2019assunto\ndell\u2019inattendibilit\u00e0 della storia, della responsabilit\u00e0 di chi scrive la\nstoria, di chi ha il potere della struttura, anche di chi scrive letteratura\ninsomma; e quindi ho voluto far vedere due aspetti della struttura e cio\u00e8\nquello storiografico e quello letterario.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Si \u00e8 anche tolto da una cronaca di denuncia, quale pu\u00f2\naver fatto Vassalli con la sua ricostruzione del Seicento.<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p><em>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; C.:<\/em>&nbsp; S\u00ec. Vorrei\ndire che non \u00e8 che io scelga gli argomenti di carattere storico casualmente.\nNon \u00e8 che mi interessino tanto i personaggi collocati nella storia, mi\ninteressano le epoche storiche, che siano anche metaforiche. C\u2019\u00e8 la lezione del\nManzoni, insomma. Ci sono dei momenti storici che somigliano ai nostri; si\nscandaglia il passato per poter capire questo nostro presente. \u00c8 quello che ci\nha insegnato il Manzoni.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Altrimenti diventano storie romanzate e\nallora si possono prendere infinite storie.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Basterebbe prendere spunti d\u2019archivio, lei dice. In\nquesto non si differenzia da Sciascia, che ha fatto invece un recupero davvero\nd\u2019archivio, di lettura documentale?<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p><em>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; C.:<\/em>&nbsp; Ma i romanzi\nstorici di Sciascia erano estremamente metaforici; scaturivano proprio dalla\nlezione manzoniana. Il suo <em>Consiglio\nd\u2019Egitto e Morte dell\u2019inquisitore <\/em>erano nati soprattutto dalla lettura\ndella <em>Colonna Infame<\/em>: niente di pi\u00f9\nattuale, di pi\u00f9 eternamente attuale, purtroppo, dell\u2019impostura, delle menzogne,\ndella violenza. L\u2019assillo del Manzoni era la giustizia e ha scelto il Seicento\nperch\u00e9 era un secolo estremamente ingiusto. E ha preso questa distanza storica\nper poter raccontare l\u2019Ottocento.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Dopo di che lei prende l\u2019Ottocento per poter\nraccontare\u2026<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p><em>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; C.:<\/em> A me interessavano altre cose oltre la giustizia,\naltri tipi di ingiustizia; oltre ai principi generali della dignit\u00e0 dell\u2019uomo,\ndella libert\u00e0, mi interessavano anche la sorte delle classi emarginate, di\ntutti quelli che non hanno il potere della scrittura.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Quello di Manzoni e di Sciascia \u00e8\nchiaramente un assunto pi\u00f9 di tipo illuministico; il mio, se vuole, \u00e8 un\nassunto di tipo marxiano: questa forse \u00e8 la differenza: Io faccio un discorso\nanche di classe.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>E di speranza nella storia.<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p><em>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; C.:<\/em>&nbsp; Di speranza\nnella storia e di ammettere che nella storia ci sia giustizia per tutti gli\nstrati, soprattutto per quelli socialmente pi\u00f9 deboli. Questa \u00e8 la mia utopia,\nl\u2019utopia da cui parto io. <\/p>\n\n\n\n<p><strong>E che scrive, mi pare benissimo, nel capitolo\nintroduttivo alla relazione sui fatti\u2026 <\/strong><\/p>\n\n\n\n<p><em>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; C.:<\/em>&nbsp; S\u00ec. Il libro\nparla della crisi di un intellettuale, che era chiuso nella sua scienza, nella\nsua torre d\u2019avorio: era un privilegiato, questo barone Mandralisca! Quando poi\nsbatte il naso contro la storia, siccome \u00e8 un uomo di coscienza, non un cinico,\nentra in crisi. La sua soluzione \u00e8 quella di donare tutti i suoi beni al Popolo\ndi Cefal\u00f9. Pu\u00f2 sembrare retorica demagogica, per\u00f2 il personaggio era un\npersonaggio ottocentesco, quello che poteva fare lui, era questo.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>C\u2019\u00e8 un po\u2019 di autobiografia in questo?<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p><em>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; C.:<\/em>&nbsp; Io sono\ntutt\u2019altro che un barone. Tuttavia negli anni Settanta, quando ho scritto quel\nlibro, uno dei temi che si dibattevano era proprio il ruolo dell\u2019intellettuale\ndi fronte alla storia. Rappresentando un intellettuale ho inteso rappresentare\nanche me stesso nel momento in cui scrivo e cosa significhi questo mio scrivere\nun romanzo storico.<\/p>\n\n\n\n<p><strong><em>Nottetempo, casa per casa<\/em><\/strong><strong> \u00e8\nambientato invece negli anni Venti.&nbsp;&nbsp; <\/strong><\/p>\n\n\n\n<p><em>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; C.:<\/em>&nbsp; Questo libro\nl\u2019ho concepito veramente non solo come un poema, ma anche come una sorta di\ntragedia. Ogni capitolo \u00e8 come una scena di una rappresentazione tragica.\nDentro poi ho aperto delle pause con delle digressioni, dove l\u2019autore viene in\nprima persona (\u00e8 la funzione del coro) a commentare i fatti che accadono man\nmano, con un tono un po\u2019 pi\u00f9 alto, pi\u00f9 lirico.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Certo ci sono anche dei capitoli di\nsarcasmo, di ironia, di comicit\u00e0\u2026 Ci sono dei personaggi negativi che cerco di\nconnotare anche beffardamente, come il dannunziano barone Cicio. Per\u00f2 il tema \u00e8\nla follia: la follia privata, esistenziale, e la follia della storia, questa\nperdita di razionalit\u00e0. Mentre quella privata \u00e8 una follia tragica, pietosa,\nquella della storia \u00e8 una follia colpevole, perch\u00e9 stiamo insieme e abbiamo il\ndovere della razionalit\u00e0. Io sono convintissimo (leopardianamente, diciamo, io\nnon ho fedi di sorta, non credo ai mondi al di l\u00e0 di questa vita) che la vita,\nche l\u2019esistenza sia dolorosa, anche se \u00e8 una cosa meravigliosa, per\u00f2 \u00e8 dolore,\ne che questo dolore si possa correggere soltanto \u00abcon la confederazione degli\nuomini tra loro\u00bb diceva Leopardi, si possa correggere con il contesto storico,\ncon lo stare civilmente assieme.&nbsp; <\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Se, per\u00f2, questo non avviene, allora\nabbiamo infelicit\u00e0 sui due fronti: abbiamo l\u2019infelicit\u00e0 dell\u2019esistenza e\nl\u2019infelicit\u00e0 della storia, come succede al protagonista di questo libro, a\nMarano.&nbsp; Ci sono tanti significati,\ninsomma. Il nome Marano viene da \u00abmarrano\u00bb. <\/p>\n\n\n\n<p>\u00abMarrani\u00bb in Sicilia, come in\nSpagna del resto, erano quelli di origine ebraica, che avevano dovuto abdicare\nalla propria identit\u00e0 religiosa e culturale e convertirsi al cristianesimo per\nnon essere cacciati via. Quindi c\u2019era, da parte di questa famiglia, la memoria\ndi perdita di identit\u00e0, di marginalit\u00e0, di persecuzione. Poi questa famigliola\ndi contadini era diventata una famigliola di piccoli proprietari terrieri\ngrazie a questo suo protettore eccentrico che la fa cambiare di classe. Questo\ncambiamento comporta da parte dei componenti l\u2019abbandono della loro cultura e\nil dover adottare leggi di classe che non erano le loro. E quindi il sacrificio\nda parte della sorella, che non pu\u00f2 sposare il pastorello di cui \u00e8 innamorata e\nrinunzia alla vita, impazzisce, per l\u2019impazzimento dovuto proprio a questo\ncambio di classe, a questa negazione all\u2019amore.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; E il senso, e qui \u00e8 metaforico, il senso \u00e8\nche noi tutti abbiamo perso il contatto con quella che \u00e8 la nostra identit\u00e0 di\nclasse, di cultura. Oggi abbiamo perso tutti i legami con la nostra classe e\nsiamo diventati \u00abmassa\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; E, quindi, in questa civilt\u00e0 di massa abbiamo\nperso quella che \u00e8 la nostra cultura e la nostra identit\u00e0 e soffriamo di questa\nforma di follia, di alienazione.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Questo voleva essere, non so se ci sono\nriuscito\u2026<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Il ragazzo Marano \u00e8 un piccolo\nintellettuale di paese, che, di fronte a questo carico di dolore famigliare,\naveva creduto di poterlo distribuire nella societ\u00e0 e per questo si era\nimpegnato politicamente. Anche lui viene deluso, poveretto, e quindi trova\nanche la follia fuori casa. Poi fa questo gesto estremo, di mettere la finta bomba\ned \u00e8 costretto a scappare, ad andare via.&nbsp;\nL\u2019unica cosa che gli rimane \u00e8 quella di scrivere tutto quello che aveva\nsofferto, che aveva visto.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Dopo il crollo dei regimi dell\u2019Est la sua speranza\nmarxiana nella storia \u00e8 ancora in vita?<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p><em>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; C.:<\/em>&nbsp; C\u2019\u00e8 stato il\ncrollo delle ideologie, il crollo di tante utopie, di tante speranze che ci\neravamo costruiti in questi anni. Ci \u00e8 crollato tutto, e io vivo in questa\ngrande angoscia, di vedere questi orizzonti che si sono fatti bui.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Non c\u2019\u00e8 ancora un lume di speranza.<\/p>\n\n\n\n<p>Le uniche cose che vedo, di\nquesto lume che la fanciulla tiene in mano, sono certe forme di solidariet\u00e0\nspontanea, come il volontariato dei giovani\u2026&nbsp;\nE anche certi ecologisti, che cercano di salvare questo nostro patrimonio,\nche \u00e8 l\u2019unico che abbiamo, di rendere vivibile questo nostro pianeta.<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Queste sono cose che veramente mi lasciano\nsperare molto, per\u00f2 il ceto politico\u2026<\/p>\n\n\n\n<p><strong>&nbsp;&nbsp; A cura di Lia De Pra Cavalleri<\/strong><br>Dalla rivista &#8220;Verifiche&#8221; gennaio febbraio 1994<br><\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-large\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"202\" height=\"175\" src=\"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2016\/05\/images.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-1137\"\/><\/figure>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>A colloquio con lo scrittore siciliano Conversazione con Vincenzo Consolo Ho sentito il bisogno di incontrare Vincenzo Consolo dopo aver letto uno a poca distanza dall\u2019altro, due dei suoi romanzi, Il sorriso dell\u2019ignoto marinaio del 1976 e Nottetempo casa per casa del 1992. 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