{"id":2047,"date":"1994-09-03T13:53:49","date_gmt":"1994-09-03T13:53:49","guid":{"rendered":"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=2047"},"modified":"2020-09-18T11:19:02","modified_gmt":"2020-09-18T11:19:02","slug":"consolo-disperazione-in-sicilia-2","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=2047","title":{"rendered":"Consolo, disperazione in Sicilia"},"content":{"rendered":"\n<p>L&#8217;intervista Viaggio, reportage, discesa agli inferi: esce \u00abUdivo e l&#8217;olivastro\u00bb. Cos\u00ec lo scrittore racconta il suo ritorno a casa.<br><br><strong>E\u2019 <\/strong>un risentimento profondo, non so se chiamarlo odio. L&#8217;odio. in fondo, \u00e8 furore per un amore tradito, per un&#8217;offesa, ha la stessa intensit\u00e0 dell&#8217;amore: se si arriva all&#8217;odio significa che si ama tantissimo\u00bb. <em>L&#8217;olivo e l&#8217;olivastro <\/em>\u00e8 il titolo del prossimo libro di Vincenzo Consolo. E sin dal titolo si rivela quell&#8217;accostamento di opposti che d\u00e0 forma a tutto il \u00abromanzo\u00bb: amore e odio, appunto, dolcezza e atrocit\u00e0, fuga e desiderio di ritorno, passione e violenza, umanesimo e irrazionalit\u00e0, lussureggiante bellezza e disfacimento. Insomma, olivo e olivastro. Romanzo? Forse. Ma anche diario di viaggio in diciassette capitoli, anche reportage, anche pamphlet, leggenda, invettiva, poesia, persino saggio. Racconto: per esempio, nel capitolo dedicato al breve e disperato soggiorno di Caravaggio a Siracusa. Memoria: nelle bellissime pagine in cui si rievoca la madre ormai incapace di riconoscere il figlio. Un libro ad albero, dal cui tronco spuntano rami nervosi, rami spogli, rami frondosi e mobili. Olivo e olivastro: nati da un unico ceppo e indissolubilmente intrecciati tra loro, come nel cespuglio sotto cui Ulisse si nascose appena giunto nell&#8217;isola di Scheria, abitata dai Feaci. \u00abL&#8217;immagine dell&#8217;olivo e dell&#8217;olivastro &#8211; dice Consolo &#8211; compare nell&#8217;Odissea, quando l&#8217;eroe \u00e8 al massimo della degradazione umana: ferito, nudo, solo. Omero dice che da uno stesso arbusto vengono fuori rami d&#8217;olivo e d&#8217;olivastro. E\u2019 una specie di indicazione di quel che Ulisse si era lasciato alle spalle e di quel che lo aspettava nel futuro: da una parte la natura malvagia e minacciosa, il selvatico, il bestiale: dall&#8217;altra il coltivato, l&#8217;umano, l&#8217;armonia. Infatti, arrivato nell&#8217;isola dei Feaci, Ulisse trover\u00e0 una citt\u00e0 molto alta, un&#8217;utopia, un modello di perfezione. Ulisse poteva rimanere l\u00ec, in quel regno beato, ma sente l&#8217;urgenza della realt\u00e0 e della storia, la necessit\u00e0 di tornare a Itaca\u00bb. Urgenza del ritorno, urgenza della memoria: \u00abAnche per me \u00e8 un desiderio che brucia. &#8211; dice Consolo &#8211; e quando torno provo molto dolore e pochissimo conforto, tutto mi pare omologato nel male, nella perdita. Io ho sentito l&#8217;esigenza di raccontare il disastro\u00bb. Niente giornalismo, per\u00f2, tiene a precisare Consolo: \u00abLa differenza tra giornalismo e letteratura \u00e8 che la letteratura lavora con la memoria\u00bb. E viene in mente la polemica aperta recentemente da Bocca. \u00abLo scrittore, attraverso la memoria. riesce a dare spessore al presente\u00bb, Un viaggio nell&#8217;isola delle meraviglie e della barbarie, ma un viaggio universale, nello strazio della nostra civilt\u00e0. A Milazzo, dove accanto allo stabilimento esploso, alle canne fumarie delle industrie, ai morti carbonizzati, cresce il gelsomino delicato. A Siracusa, dove nella dissoluzione urbanistica si rimane inebriati dal profumo intenso del basilico. Il viaggiatore, come Ulisse che cerca la sua Itaca, non riconosce pi\u00f9 la sua terra. Ovunque trova desolazione: a Gela, a Catania, a Palermo, a Ortigia. Non riconosce pi\u00f9 il barocco di Noto, un tempo rigoglioso, vede Cefal\u00f9. Trapani, Segesta devastate dai terremoti, si inoltra nell&#8217;inferno di acidi e diossine che esalano dalle raffinerie di Melilli. Torna a Trezza, il paese dei Malavoglia. Parte da Gibellina e la ritrova irrimediabilmente deformata. \u00abCos&#8217;\u00e8 successo, dio mio, cos&#8217;\u00e8 successo? \u00bb, si chiede con rabbia. Viaggio agli inferi. \u00abCredo che la letteratura siciliana &#8211; dice Consolo &#8211; sia letteratura della stasi. Il pi\u00f9 statico \u00e8 il mondo verghiano, dominato dal fato. <strong><em>&nbsp;<\/em><\/strong>Quello che ha cercato di rompere il \u00abcerchio della fatalit\u00e0 e della condanna \u00e8 stato Pirandello, attraverso la<strong><em> <\/em><\/strong>dialettica e il ragionamento: ma tra \u00absferiva la chiusura del mondo contadino e marinaro in un&#8217;altra chiusura, piccolo-borghese: \u00e8 quella che Macchia ha chiamato la camera della tortura. Poi Vittorini, con c<em>onversazione in Sicilia, <\/em>ha portato il viaggio nella letteratura siciliana. Io oscillo tra questi due opposti. Ma l&#8217;esigenza di muoversi o di star fermi dipende anche dalle speranze che si nutrono nella storia. Questo \u00e8 un libro di grande disperazione, anche se ci sono qua e l\u00e0. piccoli barlumi di sopravvivenza\u00bb. E poi il libro di Consolo ci parla di letteratura: si apre con una dichiarazione di apparente sfiducia: \u00abOra non pu\u00f2 narrare\u00bb. Come, non pu\u00f2 narrare? \u00abNel libro &#8211; dice Consolo viene agitato il tema dell&#8217;afasia. Ci sono momenti in cui la disperazione \u00e8 tale che non trovi pi\u00f9 interlocutori e ti viene voglia di chiuderti. Ci sono due tipi di afasia: quella del potere, che per definizione non vuole comunicare, e quella dell&#8217;artista che si oppone a questo potere. Per narrare bisogna essere angeli, messaggeri, avere degli interlocutori in cui trovare comprensione. Se viene meno questa speranza, lo scrittore rischia l&#8217;afasia: basta pensare a Empedocle, a Ezra Pound, a H\u00f2lderlin\u00bb. E c&#8217;\u00e8 l&#8217;afasia del vecchio Verga, raccontata in un capitolo del libro. Eccolo, l&#8217;autore dei <em>Malavoglia, <\/em>al suo ottantesimo compleanno, chiuso nel suo soliloquio, nell&#8217;amarezza dell&#8217;incomprensione, insensibile ai festeggiamenti e muto persino davanti a Pirandello chiamato a celebrarne ufficialmente la grandezza: \u00abVerga ha subito una grave ingiustizia. E&#8217; l&#8217;ingiustizia perpetrata ogni volta nei confronti degli scrittori che non adottano il codice linguistico imperante. Io ho voluto narrare il momento del suo risentimento e della sua ritrazione. Fu preso per un traditore, perch\u00e9 a un certo punto abbandon\u00f2 il linguaggio mondano, assolutamente comunicabile, che piaceva tanto nei salotti nobili milanesi. Quando riscopre la memoria, sceglie una lingua intraducibile ma di estrema verit\u00e0 e poesia: a quel punto non viene pi\u00f9 capito\u00bb. Dalla parte di Verga, della sua lingua, una scelta che oltrepassa la superficie formale e che affonda nelle profondit\u00e0 della narrazione. Come le esplosioni barocche di Consolo, che da sempre bruciano nel corpo del suo racconto: \u00abIn una lettera, Calvino scriveva a Sciascia: io sento che tu raffreni la matrice barocca che c&#8217;\u00e8 dentro la tua scrittura&#8230; Forse Sciascia aveva paura di sconfinare. Sono convinto che qualsiasi scrittore periferico sia spinto verso l&#8217;uso di un linguaggio eccentrico. Sciascia diceva che era un cultore del pensiero e che non sapeva pensare in dialetto. In me c&#8217;\u00e8 questo bisogno, forse perch\u00e9 sono nato alla confluenza tra due mondi antitetici: la Sicilia orientale, contrassegnata dalla presenza della natura, dell&#8217;Etna, dei terremoti e quindi portata al lirismo; e la Sicilia occidentale, pi\u00f9 razionalistica, attratta dallo storicismo. Ecco, io vorrei essere un illuminista ma la mia scrittura mi porta irresistibilmente verso il barocco. Vivo in continua oscillazione tra questi due poli\u00bb. L&#8217;olivo e l&#8217;olivastro. <br> Paolo Di Stefano <br> Corriere della Sera, 3 settembre 1994<br>**<br><strong>Consolo (Mondadori, pagine 149,)<\/strong><br><strong>Gibellina: un sudario di calce<\/strong><br><em>di <\/em>Vincenzo Consolo<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Da \u00abL&#8217;olivo e l&#8217;olivastro\u00bb <\/strong><\/p>\n\n\n\n<p><em>Nel nudo, nel crudo terreno, nella desolata vaghezza,<\/em> <em>nella memoria dissolta, nell&#8217;estraneit\u00e0,<\/em> <em>nell&#8217;assenza, sorge l&#8217;arroganza, l&#8217;offesa, il teatro di<\/em> <em>marmo, di cemento, di bronzo, sorge alto sopra l&#8217;asfalto<\/em> <em>il fiore stridente, la stella texana, la porta per<\/em> <em>la fiera del vuoto, per la citt\u00e0 metafisica. Di larghe<\/em> <em>strade, di rampe, di scale, di spalti, portici, logge,<\/em> <em>vaste piazze, anfiteatri deserti, folgorati dal sole, tagliati<\/em> <em>dall&#8217;ombra, di cubi, sfere, coni, cilindri, giardini<\/em> <em>di pietra, ghirigori di ferro, porte di marmo, cancelli,<\/em> <em>cerchi, ellissi, frecce, rombi, triangoli, sibillini<\/em> <em>alfabeti, il sarcasmo della reliquia innestata del<\/em> <em>frammento, l&#8217;arco il portale il timpano infranto.<\/em> <em>L&#8217;ombra alle spalle e il rimbombo sopra le lastre,<\/em> <em>fra le astratte sculture imponenti, le architetture della<\/em> <em>citt\u00e0 costruita dai proci, il labirinto dello spaesamento, della squadra, del compasso, dello scoramento, della malinconia, dell&#8217;ansia<\/em> <em>perenne (&#8230;).<\/em> <em>Ora tu, eroe sconfuto, vieni fuori da<\/em> <em>una casa del nuovo paese, cammini sulla<\/em> <em>strada deserta, li guardi intorno smarrito,lo t&#8217;incontro, ti chiedo.<\/em> <em>\u00abSono nato a Gibellina, di anni ventitr\u00e9&#8230;<\/em> <em>\u00bb, rispondi. \u00abChe dico?&#8230; Mi chiamo<\/em> <em>Nicola, sono nato a Gibellina, ho<\/em> <em>lavorato nelle cave di Meirengen. vicino<\/em> <em>Basilea. Ho l\u00e0 moglie, figli che non vogliono<\/em> <em>pi\u00f9 tornare in questo paese\u00bb. \u00abTi<\/em> <em>riconosco, Nicola, e son passati tanti anni,<\/em> <em>sei incanutito&#8230; T&#8217;ho incontrato alla stazione di<\/em> <em>Milano&#8230;\u00bb.<\/em> <em>\u00abAnch&#8217;io ti riconosco, e sei vecchio, hai una faccia<\/em> <em>diversa&#8230; Vorrei rivedere l&#8217;altro paese\u00bb. Andiamo<\/em> <em>per quella campagna brulla, di radi alberi, di rocce,<\/em> <em>di stoppie, di palme solitarie. Arriviamo al colle, ai<\/em> <em>ruderi spianati e coperti da un&#8217;immensa colata di<\/em> <em>cemento, da una coltre bianca, da un sudario di<\/em> <em>calce.<\/em> <em>Non so dov&#8217;era la mia casa, dov&#8217;era il castello,<\/em> <em>la piazza, la chiesa&#8230;\u00bb, lamenta Nicola. <br> <\/em><strong><em>L&#8217;emigrazione, i terremoti, lo sfascio del paesaggio<\/em><\/strong> <strong><em>la violenza, la corruzione delle coscienze:<\/em><\/strong> <strong><em>\u00abLa mia letteratura? La trovo tra Verga e Vittorini\u00bb<\/em><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p><br><img decoding=\"async\" class=\"wp-image-2050\" style=\"width: NaNpx;\" src=\"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/1994\/09\/1994.pdf\" alt=\"\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"150\" height=\"208\" class=\"wp-image-2052\" style=\"width: 150px;\" src=\"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/1994\/09\/1994-jpeg.jpg\" alt=\"\" srcset=\"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/1994\/09\/1994-jpeg.jpg 756w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/1994\/09\/1994-jpeg-216x300.jpg 216w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/1994\/09\/1994-jpeg-737x1024.jpg 737w\" sizes=\"(max-width: 150px) 100vw, 150px\" \/> <\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>L&#8217;intervista Viaggio, reportage, discesa agli inferi: esce \u00abUdivo e l&#8217;olivastro\u00bb. Cos\u00ec lo scrittore racconta il suo ritorno a casa. 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