{"id":2008,"date":"2020-05-27T10:12:54","date_gmt":"2020-05-27T10:12:54","guid":{"rendered":"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=2008"},"modified":"2020-05-27T10:12:54","modified_gmt":"2020-05-27T10:12:54","slug":"il-rischio-della-fine-in-nottetempo-casa-per-casa-di-vincenzo-consolo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=2008","title":{"rendered":"IL RISCHIO DELLA FINE IN NOTTETEMPO, CASA PER CASA DI VINCENZO CONSOLO"},"content":{"rendered":"\n<p>\u00a0<\/p>\n\n\n\n<p> <\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p>ANITA VIRGA\n(University of the Witwatersrand) <\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-large\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"535\" height=\"833\" src=\"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2016\/11\/copertina-nottetempo.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-1360\" srcset=\"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2016\/11\/copertina-nottetempo.jpg 535w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2016\/11\/copertina-nottetempo-193x300.jpg 193w\" sizes=\"(max-width: 535px) 100vw, 535px\" \/><\/figure>\n\n\n\n<p>Questo saggio intende analizzare il romanzo di Vincenzo\nConsolo Nottetempo, casa per casa (1992) utilizzando il motivo della fine del\nmondo come chiave interpretativa dell\u2019opera ed elemento unificante i diversi\npiani su cui la narrativa si sviluppa. Se da una parte La nascita della\ntragedia di Friedrich Nietzsche costituisce un modello intellettuale di\nriferimento e di confronto per il romanzo consoliano, dall\u2019altra le\nconsiderazioni dell\u2019antropologo Ernesto De Martino sull\u2019apocalisse ci\npermetteranno di proporre Nottetempo come una risposta psicologica, culturale e\nletteraria al rischio della \u201cfine\u201d esperito in questi tre diversi ambiti.&nbsp; Nel volume postumo che raccoglie gli appunti\npreparatori all\u2019opera rimasta incompiuta La fine del mondo, De Martino\napproccia il tema dell\u2019apocalisse derivando una connessione tra il senso di\nfine del mondo vissuto nel disagio psicologico individuale e le grandi\napocalissi culturali elaborate dalle societ\u00e0 o da singoli attori collettivi\noperanti in esse. Anticipando i temi di questa ricerca in un articolo comparso\nun anno prima della morte dell\u2019antropologo su Nuovi argomenti, egli chiariva il\nnesso tra apocalisse individuale e apocalisse collettiva nei seguenti termini:\n\u201ci caratteri esterni delle apocalissi psicologiche sembrano riprodursi anche in\nquelle culturali, dato che anche le apocalissi culturali racchiudono l\u2019annunzio\ndi catastrofi imminenti, il rifiuto radicale dell\u2019ordine mondano attuale, la\ntensione estrema dell\u2019attesa angosciosa e l\u2019euforico abbandono alle\nimmaginazioni di qualche privatissimo paradiso irrompente nel mondo\u201d (De\nMartino, 1964:111). Il compito delle apocalissi culturali sar\u00e0 allora proprio\nquello di scongiurare la fine, costituendosi come difesa e reintegrazione del\nrischio della fine esperito nell\u2019apocalisse psicopatologica: esse, cio\u00e8, hanno\nil compito di rivalorizzare a livello collettivo e condiviso ci\u00f2 che nella\ncrisi personale diventa perdita di senso, incapacit\u00e0 di dare valore e incapacit\u00e0\ndi operare nel mondo quotidiano, decretandone cos\u00ec la sua fine. Tuttavia,\navverte De Martino, \u201cse il dramma delle apocalissi culturali acquista rilievo\ncome esorcismo solenne, sempre rinnovato, contro l\u2019estrema insidia delle\napocalissi psicopatologiche, \u00e8 anche vero che questo esorcismo pu\u00f2 riuscire in\nvaria misura, e di fatto pu\u00f2 sbilanciarsi sempre di nuovo verso la crisi\nradicale\u201d (De Martino, 1964:113). Anche le apocalissi culturali, dunque,\npossono incorrere nel rischio di essere \u201cnuda crisi\u201d senza possibilit\u00e0 di\nrinnovamento, \u201csenza escaton\u201d, rischio che De Martino intravedeva\nnell\u2019apocalisse dell\u2019occidente contemporaneo che \u201cconosce il tema della fine al\ndi fuori di qualsiasi ordine religioso di salvezza, e cio\u00e8 come disperata\ncatastrofe del mondano, del domestico, dell\u2019appaesato, del significante e\ndell\u2019operabile\u201d (De Martino, 2002:470). Il doppio piano della crisi\npsicopatologica individuale e della crisi esperita dalla societ\u00e0 nel suo\ninsieme \u00e8 colta da Consolo in Nottetempo attraverso il dispiegamento di una\nfantasmagoria di personaggi reali e fittizi e attraverso l\u2019ambientazione\nstorica. Il contesto storico nel quale tali personaggi operano (i primordi del\nFascismo), infatti, \u00e8 rappresentato&nbsp; e\ninterpretato secondo i modi di una apocalisse storica che rischia di essere\n\u201cnuda crisi\u201d, catastrofe senza rinnovamento. Essa, inoltre, fa eco e diventa\nmetafora per il presente: l\u2019inizio del Ventennio fascista, infatti, diventa\nanche il mezzo per parlare dell\u2019inizio della Seconda Repubblica1 \u2013 l\u2019anno\ndi&nbsp; <br>\n*&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;\n<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;1&nbsp; Lo stesso autore, chiarendo come il passato\nsia una metafora per il presente, evidenzia il carattere \u201capocalittico\u201d di tale\npassato e tale presente: \u201cDopo il Sorriso, ho continuato a scrivere romanzi\nstorici [&#8230;]. L\u2019ultimo, Nottetempo, casa per casa, \u00e8 ambientato negli anni <\/p>\n\n\n\n<p>**<\/p>\n\n\n\n<p>pubblicazione del libro si colloca proprio nel passaggio tra la fine di un mondo e l\u2019inizio di una nuova era per la societ\u00e0 italiana, nonch\u00e9 pare profeticamente avvertire la crisi culturale che sar\u00e0 presto inaugurata dall\u2019ascesa di Berlusconi al potere. Come De Martino, Consolo avverte nel presente il senso di una fine che non prevede un nuovo inizio, mentre individua nel passato eventi apocalittici che hanno segnato un rinnovamento: ne \u00e8 esempio concreto la rinascita della Val di Noto attraverso il barocco dopo il terremoto del 16932. Con Nottetempo siamo, dunque, nella Cefal\u00f9 dei primi anni Venti e un uomo corre forsennatamente nella notte, in preda al \u201cmale catubbo\u201d, una forma di depressione in cui l\u2019interpretazione popolare riconosce il licantropismo 3, o \u201cmale di luna\u201d, come aveva gi\u00e0 mirabilmente descritto Pirandello in una sua omonima novella. Veniamo in seguito a sapere che egli \u00e8 il padre di una famiglia tormentata dal male interiore, per cui il licantropismo cui \u00e8 soggetto non pu\u00f2 essere spiegato solamente con una diagnosi scientifica, ma ha ragioni ben pi\u00f9 profonde. La moglie (\u201ctroppo presto assente\u201d) \u00e8 morta e le due figlie sono affette da problemi psicologici: l\u2019una, Lucia (\u201cche sola e orgogliosa se n\u2019andava per altra strada\u201d), \u00e8 mentalmente instabile e verr\u00e0 rinchiusa in una clinica, l\u2019altra, Serafina (\u201ctorbida, di pietra\u201d, 106), vive in uno stato catatonico. Petro, il figlio eventi, \u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0<\/p>\n\n\n\n<p>, che mi sembrano terribilmente somiglianti a questi che\nstiamo vivendo, anni di crisi ideologica e politica, di neo-metafisiche, di\nchiusure particolaristiche, di scontri etnici, di teocrazie, integralismi [&#8230;]\nIl Sorriso e Nottetempo formano un dittico. [&#8230;] Nel primo ho voluto insomma\nraccontare la nascita di un\u2019utopia politica, della speranza di un nuovo assetto\nsociale; nel secondo, il crollo di quella speranza, la follia degli uomini e la\nfollia della storia, il dolore e la fuga\u201d (Consolo, 1993:47-48). 2&nbsp; Nel capitoletto La rinascita del Val di Noto\ncompreso in Di qua del faro, Consolo descrive il terremoto che distrusse la Sicilia\norientale alla fine del \u2019600 proprio usando il termine \u201capocalisse\u201d e\nriconoscendo nell\u2019arte barocca un valore escatologico: \u201cE per\u00f2 il Barocco non \u00e8\nstato solamente il frutto di una coincidenza storica. Quello stile fantasioso e\naffollato, tortuoso e abbondante \u00e8, nella Sicilia dei continui terremoti della\nnatura, degli infiniti rivolgimenti storici, del rischio quotidiano della\nperdita d\u2019identit\u00e0, come un\u2019esigenza dell\u2019anima contro lo smarrimento della\nsolitudine, dell\u2019indistinto, del deserto, contro la vertigine del nulla\u201d\n(Consolo, 2001a:99). 3&nbsp; Spiega Consolo:\n\u201cIl padre si ammala di depressione, che nel mondo contadino arcaico viene\nchiamata licantropia. Questo fenomeno \u00e8 stato studiato dalla principessa di\nLampedusa, che era una psicanalista che ha associato la licantropia alla depressione:\nnel mondo rurale questi poveretti che soffrivano terribilmente, uscivano fuori\ndi casa, magari urlavano e venivano scambiati per lupi mannari\u201d (Consolo,\n2001b). protagonista del romanzo, \u00e8 affetto dalla malinconia, da una tristezza\nle cui origini egli stesso rintraccia in un tempo primordiale, un tempo perso\nnel tempo, di cui il nome della famiglia, Marano4, ne \u00e8 spia: \u201c\u2018Da quale\noffesa, sacrilegio viene questa sentenza atroce, questa malasorte?\u2019 si chiedeva\nPetro. Forse, pensava, da una colpa antica, immemorabile. Da quel cognome suo\nforse di rinnegato, di marrano di Spagna o di Sicilia, che significava eredit\u00e0\ndi \u00e0nsime, malinconie, rimorsi dentro nelle vene\u201d (42). E pi\u00f9 oltre riflette\nancora che quel dolore sembra essere sorto \u201cda qualcosa che aveva preceduto la\nsua, la nascita degli altri\u201d (106). La famiglia del protagonista e Petro stesso\nrappresentano cos\u00ec un articolato inventario dell\u2019apocalisse psicopatologica:\nognuno, chiuso nella propria incomunicabile individualit\u00e0, esperisce solitariamente\nil \u201cdelirio di fine del mondo\u201d, cio\u00e8 la perdita della \u201cnormalit\u00e0\u201d del mondo e\ndella possibilit\u00e0&nbsp; dell\u2019intersoggettivit\u00e0\ndei valori che lo rendono un mondo possibile e umano.&nbsp; Del male che affligge la famiglia, tuttavia,\nsi intravede anche una motivazione pi\u00f9 contingente e precisa in quel\ncambiamento di status, peraltro non giustificato dalle convenzioni sociali, che\nverghianamente aleggia sulla famiglia come una rovina: il padre ha ricevuto\ninfatti l\u2019eredit\u00e0 di un signore locale che ha preferito beneficiare la famiglia\nMarano piuttosto che suo nipote, il barone Don Nen\u00e8, legittimo erede. La\nmenzione di questo avanzamento sociale, all\u2019origine anche dell\u2019inimicizia fra\nPetro e Don Nen\u00e8, viene lasciata cadere qua e l\u00e0 nel romanzo come fosse la\ncolpa da cui discende tutto il male che gravita sulla famiglia. La ragione\ndell\u2019impossibilit\u00e0 del matrimonio fra Lucia e Janu \u00e8 quella verghiana5 che\nimpedisce &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br>\n*&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;\n<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;4&nbsp; \u201cHo adottato questo nome perch\u00e9 ha due\nsignificati per me. Marano significa marrano, cio\u00e8 \u00e8 l\u2019ebreo costretto a\nrinnegare la sua religione e a cristianizzarsi, perch\u00e9 in Sicilia con la\ncacciata degli Ebrei nel 1492 \u2013 cos\u00ec come in Spagna, \u2013 ci furono quelli che\nandarono via ma anche quelli che rimasero e furono costretti a convertirsi. \u00c8\nstata una forma di violenza. Ho dato il nome di Marano a questa famiglia con\nquesta memoria di violenza iniziale e poi per rendere omaggio allo scrittore\nJovine che chiama il suo personaggio principale Marano ne Le terre del\nsacramento, quindi \u00e8 un omaggio a una certa letteratura\u201d (Consolo, 2001b).\n5&nbsp; E Verga, non a caso, costituisce\nmodello forte e necessario per Consolo, non solo a livello tematico in quanto\n\u201ccantore\u201d degli umili e ultimi, ma anche a livello stilistico in quanto\nsperimentatore: \u201cLa mia opzione \u00e8 stata sulla scrittura espressiva che aveva\ncome archetipo un mio conterraneo, Giovanni Verga, che \u00e8 stato il primo grande\nrivoluzionario stilistico nella letteratura moderna. Da lui si passava,\nattraverso altri scrittori, come Gadda e <\/p>\n\n\n\n<p>** <\/p>\n\n\n\n<p>inizialmente ad Alfio Mosca di prendere in moglie la Mena.\nLucia si innamorer\u00e0 poi di un uomo il cui mancato ritorno dalla guerra le\nprocurer\u00e0 la ferita fondamentale che la porter\u00e0 alla pazzia; Petro riflette\nallora che Janu \u201cquell\u2019uomo buono, schietto, avrebbe forse rasserenato la\nsorella [&#8230;], cambiato la sua sorte, e prov\u00f2 pena per lui, per Lucia, rabbia\nper quell\u2019assurdo vallone che s\u2019era aperto fra loro due\u201d (63). Ma su questo\nmotivo verghiano della condizione di classe si innesta quello della roba inteso\ncome voracit\u00e0 di accumulo sconsiderato di beni; si instaura il dubbio che la\nvera causa della perdita della ragione, il dolore che porta alla\npietrificazione, possa trovarsi in quell\u2019accumulo, in quella roba: \u201cPetro si diceva\ncome sarebbe stato meglio per Serafina, per Lucia, non aver avuto nulla, essere\nincerte nella roba, ma salde nella persona, nel volere, coscienti e attive\u201d\n(114). Si intravede qui, solo accennata, anche una critica al capitalismo\nsfrenato e al consumismo, che \u00e8 in definitiva accumulo di roba per la roba,\nsenza altra finalit\u00e0. La condizione psicopatologica individuale, dunque, prende\nforma e mette radice anche in una condizione di \u201cmalattia\u201d pi\u00f9 generale della\nsociet\u00e0 feticizzata, che per questa ragione non \u00e8 pi\u00f9 in grado di generare\nvalori umani ma si accascia su se stessa senza rinnovamento e nuovo\nsignificato. Accanto ai Marano, compare poi tutta una sfilza di personaggi che\nruotano attorno all\u2019arrivo a Cefal\u00f9 di un individuo alquanto eccentrico e realmente\nesistito, il satanista inglese Alastair Crowley, il quale si insedia in una\nvilla poco fuori paese e l\u00ec celebra i propri riti coinvolgendo diverse persone.\nLe proteste contadine e le azioni degli squadristi fascisti, infine, connotano\nil clima storico e sociale all\u2019interno del quale le vicende si muovono. <\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;Pasolini\u201d (Consolo,\n2001b). Lo stesso concetto \u00e8 ribadito qualche anno dopo in un\u2019altra intervista:\n\u201cin generale mi sono sempre mosso nel solco gaddiano (solco tracciato per\nprimo, nella letteratura italiana moderna, da Verga)\u201d (Ciccarelli, 2006:96). Si\nveda anche il commento di Ferroni: \u201cIl suo espressionismo tutto siciliano parte\nda Verga, dal serrato confronto con lo scrittore verista con il parlato e con\nla tradizione letteraria, e giunge come a rendere pi\u00f9 densa e aggrovigliata la\nmiscela verghiana\u201d (Adamo, 2007:7). Infine, si legga anche il capitolo\n\u201cVerghiana\u201d in Di qua dal faro. <\/p>\n\n\n\n<p>I tempi dell\u2019apocalisse consoliana: moto e impetramento <\/p>\n\n\n\n<p>Il senso della fine del mondo, cio\u00e8 la caduta o perdita di\nquesto mondo possibile, si manifesta nel romanzo attraverso due movimenti tra\nloro opposti che si estremizzano senza armonia: da una parte un moto vano e\ndall\u2019altra una stasi pietrificata. De Martino individua in questi due poli due\nsegni uguali e contrari della fine del mondo:&nbsp;\n<\/p>\n\n\n\n<p>Il mondo che diventa \u201cimmobile\u201d, il divenire che perde la\nsua \u201cfluidit\u00e0\u201d, la vita che si devalorizza costituiscono un momento vissuto\ndell\u2019ethos del trascendimento che muta di segno: l\u2019altro momento \u00e8 l\u2019universo\nin tensione, la onniallusivit\u00e0 dei vari ambiti in cerca di semanticit\u00e0, la\nforza che travaglia questi ambiti e li sospinge ad andare oltre i loro limiti\nin modo irrelato, e che li fa partecipare caoticamente a tutto il reale e a\ntutto il possibile, senza sosta e senza offrire mai un appiglio operativo\nefficace. La polarit\u00e0 di immobilit\u00e0 e tensione, di rigidezza e forza\nonniallusiva, di crollo degli appigli operativi e di irrelata scarica\npsicomotoria, porta il segno dell\u2019alterit\u00e0 radicale e dell\u2019essere-agito-da,\ncio\u00e8 il segno dell\u2019alienazione nel senso patologico del termine: in tutti i\nvissuti cui d\u00e0 luogo, si manifesta infatti il diventar altro proprio di ci\u00f2 che\nsta alla radice dell\u2019io e del mondo, l\u2019annientarsi dell\u2019energia valorizzante\ndelle presenza, il non poter emergere come presenza al mondo e l\u2019esperire la\ncatastrofica demondanizzazione del mondo, il suo \u201cfinire\u201d. (De Martino,\n2002:631) <\/p>\n\n\n\n<p>Tutti i personaggi di Nottetempo sono tesi ora verso un polo\nora verso l\u2019altro, manifestando e vivendo in maniera diversa il disagio della\ncatastrofe imminente. Il movimento cui si abbandonano alcuni personaggi, tra\ncui in primo luogo il satanista inglese \u2013 e che a livello sociale richiama\nanche l\u2019imperativo all\u2019azione degli squadristi fascisti \u2013 diventa un\u2019agitarsi\nvano e inconcludente, un muoversi legato al caos e irrelato al mondo degli\noggetti, dunque privo di significato e incapace di crearne. Questo agitarsi\nvano \u00e8 anche un modo per nascondere e non dover fermarsi a fissare il dolore\nche permea l\u2019esistenza umana; infatti, fissare questo dolore pu\u00f2 portare alla\npietrificazione, alla stasi completa, se non si riesce ad elaborare tale\nsofferenza in maniera produttiva. Osservare questa profonda realt\u00e0 in un\nmomento in cui l\u2019individuo o la societ\u00e0 nella sua interezza non riescono a\ncreare valore e significato per tale sofferenza pu\u00f2 essere tanto rischioso\nquanto guardare negli occhi la Gorgone: \u00e8 un atto che conduce alla\npietrificazione, la stasi, che racchiude in s\u00e9 tutto ci\u00f2 che \u00e8 mancante di\nmovimento, ma anche assenza di parola, impossibilit\u00e0 del dire, del\nrappresentare e del comunicare. A questa condizione dell\u2019esistenza umana\ncorrisponde in Consolo quella narrativa, sospesa tra il rischio di dire troppo\ndicendo nulla \u2013 il vuoto della retorica6 \u2013 e la pagina bianca, il non scrivere\ne il non dire.&nbsp; Nei poli dell\u2019apocalisse\nconsoliana possiamo riconoscere una degenerazione dei due impulsi che concorrono\na formare la tragedia greca cos\u00ec come \u00e8 descritta dal filosofo tedesco\nFriedrich Nietzsche in La nascita della tragedia greca: il dionisiaco e\nl\u2019apollineo. Il dionisiaco, che d\u00e0 origine al coro della tragedia, \u00e8 l\u2019ebbrezza\nestatica in cui grazie all\u2019annullamento della soggettivit\u00e0 l\u2019uomo pu\u00f2 entrare\nin contatto con l\u2019\u201cunit\u00e0 originaria\u201d del tutto e riconciliarsi con la natura; \u00e8\nmovimento, danza, musica, scatenamento degli istinti e delle pulsioni vitali.\nL\u2019apollineo, invece, \u00e8 contemplazione, sogno, creazione di immagini,\nrappresentazione; nella tragedia \u00e8 l\u2019\u201coggettivazione dello stato dionisiaco\u201d\n(Nietzsche, 2003:122) del coro, dunque la scena, il dramma. Nell\u2019apollineo si\nintravede la qualit\u00e0 statica della contemplazione, di immagini nelle quali si\nriduce l\u2019azione; una staticit\u00e0 che Nietzsche definisce come \u201csilenziosa\nbonaccia della contemplazione apollinea\u201d (Nietzsche, 2003:103). L\u2019interazione e\nl\u2019equilibrio tra l\u2019apollineo e il dionisiaco \u00e8 ci\u00f2 che dona forma alla tragedia\ngreca; Consolo, tuttavia, vede nella modernit\u00e0 la perdita di questo equilibrio\ne la perdita della forza creatrice dei due impulsi nietzschiani: il dionisiaco\ndiventa disumanit\u00e0, movimento falso, scatenamento di istinti bestiali che\ninvece di connettere l\u2019uomo con una supposta unit\u00e0 originaria, lo&nbsp;&nbsp; <br>\n*&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;\n<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;6&nbsp; \u201cLa rottura del rapporto tra intellettuale e\nsociet\u00e0 ha lasciato un vuoto di cui si \u00e8 impadronita una comunicazione che \u00e8\nsempre impostura; \u00e8 la voce del pi\u00f9 forte, la verit\u00e0 falsata del potere\u201d\n(Consolo in Papa, 2003:193). <\/p>\n\n\n\n<p>**<\/p>\n\n\n\n<p>disconnette dall\u2019umano, dalla comunit\u00e0 e non lo lega n\u00e9 alla\ndimensione del divino, n\u00e9 alla dimensione di una realt\u00e0 o verit\u00e0 profonda; e\nl\u2019apollineo \u00e8 pura stasi, \u00e8 l\u2019essere intrappolati nella contemplazione di\nimmagini di dolore. Questi due impulsi generano in Consolo un presente\ncaratterizzato da una tragedia degenerata, priva di catarsi, priva di\nconclusione; egli stesso lo spiega a commento della propria opera: \u201cl\u2019anghelos,\nil narratore, non appare pi\u00f9 sulla scena poich\u00e9 ormai la cavea \u00e8 vuota,\ndeserta. Sulla scena \u00e8 rimasto solo il coro, il poeta, che in tono alto,\nlirico, in una lingua non pi\u00f9 comunicabile, commenta e lamenta la tragedia\nsenza soluzione, la colpa, il dolore senza catarsi\u201d (Consolo 1996:258).&nbsp; In un\u2019opera successiva, L\u2019olivo e l\u2019olivastro\n(1994), lo scrittore individuer\u00e0 nella metafora dell\u2019\u201colivo\u201d, l\u2019albero\ninnestato, l\u2019albero che nasce dalla cultura e dalla civilt\u00e0, e\ndell\u2019\u201colivastro\u201d, l\u2019albero selvatico, un\u2019altra metafora per esprimere il senso\ndi perdita dell\u2019armonia di due opposti impulsi che, come l\u2019apollineo e il\ndionisiaco, dovrebbero formare il senso e il valore della civilt\u00e0, di un mondo\numanamente abitabile: \u201cspuntano da uno stesso tronco questi due simboli del\nselvatico e del coltivato, del bestiale e dell\u2019umano, spuntano come presagio di\nuna biforcazione di sentiero o di destino, della perdita di s\u00e9,\ndell\u2019annientamento dentro la natura e della salvezza in seno a un consorzio\ncivile, una cultura\u201d (Consolo, 2012a:13-14). Essi \u201cnon si combattono: al\ncontrario, si completano. Essi si uniscono in lui [in Ulisse] armoniosamente\ncome il ceppo materno e il ceppo paterno\u201d (Consolo, 1999:25). Ma il dramma\ndella modernit\u00e0, ci\u00f2 che porta la civilt\u00e0 occidentale a vivere la propria\napocalisse, \u00e8 il sopravvento dell\u2019olivastro sull\u2019olivo: \u201cEcco, nell\u2019odissea\nmoderna \u00e8 avvenuta la separazione tra il selvatico e il coltivato. L\u2019olivastro\nha invaso il campo\u201d (Consolo, 1999:25). Come l\u2019apollineo e il dionisiaco hanno\nperso la loro forma rendendo la tragedia moderna priva di catarsi, cos\u00ec l\u2019olivo\ne l\u2019olivastro non coesistono pi\u00f9 armonicamente nel tronco della civilt\u00e0\nportando questa verso il suo tramonto. <\/p>\n\n\n\n<p>Primo tempo: il movimento artificioso <\/p>\n\n\n\n<p>In Nottetempo, come gi\u00e0 accennato, il polo del movimento \u00e8\nrappresentato in primo luogo dall\u2019inglese satanista e reso con particolare\nefficacia in un capitolo, La Grande Bestia 666, che reca significativamente in\nesergo una citazione dall\u2019apocalisse di Giovanni. Aleister Crowley inscena un\nallucinante e allucinato rito orgiastico che dovrebbe in qualche modo rifarsi\nall\u2019Arcadia greca, riproporne i miti, riconnettersi con un mondo antico e\naureo, ma che nella realt\u00e0 non \u00e8 che una degradata imitazione di forme vuote e,\nsoprattutto, una degradata riproduzione di un rito dionisiaco in cui l\u2019ebrezza,\nla musica, la danza dovrebbero portare alla visione estatica. Il capitolo\nprincipia, infatti, con la descrizione di un ballo, che ci immette subito nella\nsfera del movimento senza arresto, nonch\u00e9 nel regno dionisiaco. \u00c8 Aleister,\nimmedesimato in una ballerina, a compiere prodezze sostenuto \u201cnella felice\ntrascendenza dai vapori d\u2019oppio, d\u2019etere, di hashish, di cocaina\u201d (85). Il\nritmo diventa sempre pi\u00f9 incalzante, i lunghi elenchi che riempiono la pagina\nriproducono il \u201csuono della vibrante cetra, dei cembali tinnanti,\ndell\u2019acciarino acuto, del timpano profondo\u201d (83) con cui si apre il capitolo;\nsi veda, a titolo di esempio, questa lista di nomi che connotano l\u2019essenza\nfittizia di Aleister, senza sosta, in un ritmo incalzante che toglie il fiato\nalla lettura: In lui c\u2019era stato il tebano Ankh-f-n-Khonsu, Ko Hsuan discepolo\ndi Lao-Tze, Alessandro VI Borgia, Cagliostoro, un giovane morto impiccato, il\nmago nero Heinrich Van Dorn, Padre Ivan il bibliotecario, un ermafrodita\ndeforme, il medium dalle orecchie mozze Edward Kelley, il dottor John Dee,\nl\u2019evocatore d\u2019Apollonio di Tyana, il gran cabalista Eliphas Levi, in lui, il\ngentiluomo di Cambridge, Aleister MacGregor, Laird di Boleskine, principe Chioa\nKhan, conte Vladimir Svareff, Sir Alastor de Kerval, in lui, la Grande Bestia\nSelvaggia, To Mega Th\u00e9rion 666, Il Vagabondo della Desolazione, Aleister\nCrowley (d\u00e0ttilo e troch\u00e8o). (84) <\/p>\n\n\n\n<p>\u00c8 un elenco dal ritmo vorticoso, che confonde in una sorta\ndi ubriacatura di parole: Consolo rende in tal modo, con un linguaggio che si\nfa nietzscheanamente metafora del suono7, il senso di un vano agitarsi. Questo\nmoto, sostenuto dall\u2019uso delle droghe, si connota come anormale e nella\ncollezione di identit\u00e0 in cui di volta in volta Aleister Crowley si identifica\npossiamo vedere un sintomo di schizofrenia e psicopatologia connessa a uno\nstato epilettico, analizzando il quale De Martino individua il principio del\nmoto distorto come una delle sue caratteristiche: \u201cin tutto sta in primo piano\nl\u2019elemento del moto: l\u2019alterazione del movimento, la perdita dell\u2019equilibrio,\nlo scuotimento della sicurezza e della tranquillit\u00e0 nel mondo delle cose,\nconducono alla conclusione: il mondo crolla, sprofonda\u201d (De Martino 2002:38).&nbsp; Ma quando Janu, \u201cthis sicilian caprone\u201d (80)\n\u2013 il satiro \u2013 rifiuta di prendere parte al rito, di consumare l\u2019orgia, e\nscappa, il movimento vorticoso si arresta; il cielo di carta pirandellianamente\nsi squarcia e la messa in scena rivela il proprio carattere fittizio, scoprendo\nper un attimo la falsit\u00e0 della vita stessa che il rito attraverso il vortice\ndel ballo cercava di occultare: \u201cDeclam\u00f2 ancora pi\u00f9 forte la danzatrice in\nterra. Rest\u00f2 immobile. Attese. S\u2019era interrotta ogni musica, ogni nota, sospeso\nogni sussurro, fiato, il silenzio freddo era calato nella sala\u201d (88). \u00c8\nl\u2019assenza di movimento e di parola a rivelare la realt\u00e0, a svelarla:&nbsp; <\/p>\n\n\n\n<p>Sent\u00ec ch\u2019era sopraggiunto quel momento, quell\u2019attimo\ntremendo in cui cadeva dal mondo ogni velario, illusione, inganno, si\nfrantumava ogni finzione, fantasia, s\u2019inceneriva ogni estro, entusiasmo,\ndesiderio, la realt\u00e0 si rivelava nuda, in tutta l\u2019insopportabile evidenza, cava\nsi faceva la testa, arido il cuore. [&#8230;] Guardava il mondo in quello stato, si\nguardava intorno, e ogni cosa gli appariva squallida, perduta. (89) <\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;7&nbsp; Il linguaggio, secondo il filosofo tedesco,\nnasce da un impulso nervoso che si trasferisce in immagine e poi in suono. Il\nlinguaggio della poesia del canto popolare \u00e8 quello che meglio di qualunque\naltro riesce \u201cnella imitazione della musica\u201d (Nietzsche, 2003:101). <\/p>\n\n\n\n<p>\u00c8 il momento drammatico della rivelazione. Il rischio \u00e8 la\nstasi, ma Aleister la scongiura chiedendo che gli venga data altra droga per\nridiscendere nella condizione di trance e ricreare un mondo fittizio. Il\ncapitolo, tuttavia, si chiude bruscamente con un altro svelamento, un altro\nsquarcio che irrompe in questa realt\u00e0: l\u2019annuncio che l\u2019infante, il figlio di\nAleister, \u00e8 morto. Segue \u201ctutto un trambusto, un irrompere all\u2019aperto, un\ncorrere nella notte\u201d (99), ma ovviamente invano, perch\u00e9 la stasi suprema, la\nmorte, si \u00e8 gi\u00e0 impossessata della piccola Poup\u00e9e.&nbsp; Nella scomparsa dell\u2019infante \u00e8 da leggersi,\nmetaforicamente, la morte di ogni speranza e del futuro. \u00c8 anche presagio della\nfutura \u201capocalisse\u201d che si abbatter\u00e0 un ventennio dopo su tutta l\u2019Europa nella\nforma della Seconda Guerra Mondiale causata dai fascismi. Aleister, infatti,\nrappresenta anche l\u2019irrazionalit\u00e0 e la bestialit\u00e0 del fascismo, se \u00e8 vero che\nintorno a lui si convogliano personaggi simpatizzanti e legati al fascismo,\ncome il barone Nen\u00e8 e la sua cricca, e che lo stesso inglese viene nominato\ncome Superuomo, \u201ccolui che aveva varcato ogni confine, violato ogni legge, che\naveva osato l\u2019inosabile, lui, la Grande Bestia dell\u2019Apocalisse\u201d (90). Ed egli,\nnel tentativo di ricreare un mondo antico attraverso una messa in scena\nirrazionale, si fa simulacro del progetto di Mussolini e del Duce stesso, di\ncolui che ha \u201cvarcato ogni confine\u201d umano, reale e metaforico. Per Consolo\napocalisse \u00e8 anche questa: l\u2019andar oltre il limite, il troppo, il movimento che\ntravalica il confine, come l\u2019ultimo viaggio dell\u2019Ulisse dantesco oltre le\ncolonne d\u2019Ercole. In molti, infatti, hanno riconosciuto nei personaggi dello\nscrittore siciliano dei moderni Ulisse condannati a una continua peregrinazione\ndove non esiste l\u2019Itaca a cui tornare8 \u2013 tema d\u2019altronde, quello della perdita\ndi Itaca, comune a molta letteratura moderna italiana, per cui il ritorno \u00e8\nsempre impossibile, a iniziare dal \u2018Ntoni verghiano. E proprio i personaggi del\nromanzo di Aci Trezza sono descritti da Consolo in&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;\n<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;8&nbsp; Si veda su tutti l\u2019articolo di Massimo\nLollini \u201cLa testimonianza di Vincenzo Consolo, moderno Odisseo.\u201d Italica 82.1\n(Spring 2005), in cui l\u2019autore analizza le varie figure ulissiache di Consolo,\ntra cui il personaggio inglese Alastair, il barone Nen\u00e8 e Petro di Nottetempo.\nLollini arriva a far coincidere la figura di Ulisse con quella di Consolo\nstesso, testimone dello spaesamento e del peregrinamento dell\u2019uomo moderno,\ndescritto \u201cin toni che a tratti si fanno apocalittici\u201d (38), soprattutto quando\nlo sguardo cade sulle odierne devastazioni che occorrono lungo il Mediterraneo.\n<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019olivo e l\u2019olivastro come in continua preda di un\nmovimento, una frenesia che ha esplicitamente i caratteri dell\u2019apocalisse: \u201c[il\npopolo di formiche] visse in quell\u2019apocalisse del movimento rapido, nella\nvitalit\u00e0 guizzante, nella ferocia del possesso, nel tetro accumulo, nel tumore\ndivorante\u201d (Consolo, 2012a:40). L\u2019Ulisse consoliano \u00e8 privo di connotazioni\nromantiche ed eroiche, divenendo anzi spesso simbolo non solo dello spaesamento\ndell\u2019uomo moderno ma anche della sua folle ricerca di un superamento dell\u2019umano\ne dei suoi limiti contingenti: \u201cIl soggetto etico di cui i romanzi di Consolo\nsi fanno portavoce [&#8230;] insiste sull\u2019importanza di una riflessione sui limiti\nstessi della scrittura, che poi sono i limiti della civilt\u00e0, del tentativo di\napprezzare e definire i contorni di una cultura della finitudine umana\u201d\n(Lollini, 2005:34).&nbsp; Il movimento e il\ndionisiaco degenerato si connotano, perci\u00f2, in termini distruttivi e\napocalittici quando significano tentativo di superamento dell\u2019umano, che \u00e8\nanche sempre violenza disumana, bestiale. Il varcare le colonne d\u2019Ercole si\npone dunque per Consolo entro una dimensione etica che non riguarda pi\u00f9\nsolamente l\u2019individuo e il suo singolare confronto con la divinit\u00e0, con\nl\u2019oltre, ma riguarda l\u2019individuo in quanto parte di una comunit\u00e09: questo\nUlisse moderno senza possibilit\u00e0 di ritorno non \u00e8 un eroe solitario in lotta\ncontro forze superiori, ma \u00e8 uomo le cui scelte e le cui azioni sono e si\niscrivono sempre entro una dimensione etica che riguarda tutta la comunit\u00e0\ncircostante. In questo vediamo delinearsi la responsabilit\u00e0 del satanista\ninglese Alaister che non pu\u00f2 essere circoscritta geograficamente e\ntemporalmente all\u2019interno di ci\u00f2 che avviene nella villa a Santa Barbara, la\nvilla appartata che egli sceglie come dimora. Alaister diventa emblema e\nportavoce di un modello di ricerca che sfocia nel disumano e che ha come\nvittima il pi\u00f9 piccolo, nonch\u00e9 futuro, della comunit\u00e0. La vittima, tuttavia,\nnon \u00e8 prevista dal rito e perci\u00f2 non \u00e8 sacrificale; essa, rimanendo legati al significato\netimologico del termine, non entra nel regno del sacro e non si connette con\nuna spiritualit\u00e0 superiore, ma rimane ancorata al senso profano, alla\nmaterialit\u00e0 terrena, non assume nessun valore superiore.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;9&nbsp; Cos\u00ec, d\u2019altra parte, lo intende anche Dante,\ncollocando Ulisse nell\u2019inferno non gi\u00e0 perch\u00e9 ha sfidato gli dei, quanto\npiuttosto perch\u00e9 si \u00e8 allontanato dalla comunit\u00e0 degli uomini, trascinando alla\nrovina anche i suoi compagni. <\/p>\n\n\n\n<p>Diventa una morte disumana, legata al superamento del\nlimite, e non una morte sacra, una morte che pu\u00f2 trascendere nel significato. <\/p>\n\n\n\n<p>Secondo tempo: l\u2019incedere umano <\/p>\n\n\n\n<p>\u00c8, dunque, attraverso il recupero del senso dell\u2019umano che\nil movimento pu\u00f2 ritrovare il suo giusto ritmo, la sua misura, e non eccedere\nverso il limite dell\u2019apocalittico, che \u00e8 superamento dell\u2019umano. Un passo del\ncapitolo successivo a La Grande Bestia 666 collega le tematiche del movimento\napocalittico e della stasi con la ricerca di una dimensione umana che possa\nscongiurare i due estremi. La riflessione avviene in occasione dell\u2019incontro\ntra Petro e Janu, che per tanti mesi era scomparso e ora appare cambiato: <\/p>\n\n\n\n<p>Pens\u00f2 Petro a come si pu\u00f2 cangiare in poco tempo, al tempo\nche scorre, precipita e niente lascia uguale. Che solo la disgrazia, la pena\ngrave blocca il movimento, il cuore la memoria, come una bufera immota, un\nterremoto fermo, una paura assidua che rode, dissecca, spegne volere gioia. E\nsbianca e invecchia, mentre che dentro la ferita \u00e8 aperta, ferma a quel\nmomento, nella sfasatura, nella disarmonia mostruosa. Una suprema forza\nmisericordia immensa potrebbe forse sciogliere lo scempio, far procedere il\ntempo umanamente. (105, corsivo mio) <\/p>\n\n\n\n<p>Petro, dunque, minacciato costantemente come i suoi\nfamiliari dal pericolo dell\u2019arresto del tempo, dell\u2019immobilit\u00e0, scorge dentro\ns\u00e9 una via diversa da quella del satanista inglese o del fascismo: movimento\ns\u00ec, movimento che significa vita, ma che \u201cproceda umanamente\u201d. Appare evidente\nil contrasto con il movimento vorticoso, ossessivo, ritmico e in definitiva\nartificiale che ha animato il rito delle pagine precedenti. Solo nel tempo\numano c\u2019\u00e8 la possibilit\u00e0 di salvarsi dall\u2019apocalisse. \u00c8 questo il tempo della\nmemoria, il tempo che pu\u00f2 essere articolato dalla coscienza umana, il tempo\nentro cui pu\u00f2 risiedere l\u2019umano. \u00c8 perci\u00f2 anche progetto di scavo, archeologia del tempo, del passato da\ncui recuperare frantumi, frammenti di umanit\u00e0, come nota Bouchard: \u201cConsolo\nallows the ruins of the past to haunt the surface of his narratives with the\nintent of making current the wounds and the lacerations of history. Since these\nare wounds and lacerations that can no longer be abreacted by a successful work\nof mourning, they give rise to an interminable writing of melancholy that\ndisplaces the ontological certainty of our reality while pointing towards a\nbetter future that can only be built out of the memory traces of the past\u201d\n(Bouchard, 2005:17). <\/p>\n\n\n\n<p>Terzo tempo: \u201cil male di pietra\u201d <\/p>\n\n\n\n<p>Il tempo che scorre umanamente \u00e8 costantemente minacciato\ndall\u2019altra possibilit\u00e0: dall\u2019arresto. \u00c8 questa la metafora pi\u00f9 efficace e\npregnante in Consolo, poich\u00e9 \u00e8 il rischio che egli stesso in quanto scrittore \u2013\ne in quanto uomo \u2013 corre, \u00e8 il pericolo che costantemente gravita sulla sua\nscrittura e che ritorna quasi ossessivamente da una pagina all\u2019altra: \u00e8 il\npericolo che incombe su chi acquista la consapevolezza della realt\u00e0, chi sente\nla sofferenza declinata sia come male di vivere dell\u2019uomo sia nella sua\ncontingenza come male dell\u2019epoca contemporanea. Consolo, rifiutando l\u2019uso di un\nlinguaggio comune troppo abusato e vuoto, cio\u00e8 la parola che danza ma non dice,\ncede inevitabilmente il passo alla pietrificazione, alla stasi della parola. Ed\n\u00e8 dunque su questo punto che si arrovella, \u00e8 questo il cruccio della sua\nscrittura nonch\u00e9 quasi il paradosso dell\u2019urgenza del dire in un mondo dove non\n\u00e8 pi\u00f9 possibile dire. \u00c8 questa la degenerazione apollinea di una\nrappresentazione, qui propriamente intesa come drama, che si pietrifica in\nun\u2019unica immagine di sofferenza. Ben giustamente Arqu\u00e9s cita Calvino e il suo\nsaggio sulla leggerezza a proposito di Consolo, ma lo fa per stabilire un\nparallelo tra la narrazione storica dello scrittore siciliano e Perseo, o,\nmeglio, tra la realt\u00e0 presente e la Gorgone, che non pu\u00f2 essere guardata negli\nocchi, pena la pietrificazione. La metafora, tuttavia, acquista maggior\npertinenza se nella figura della Gorgone non proiettiamo semplicemente il\npresente, ma il dolore, la realt\u00e0 profonda che soggiace a ogni esistenza, quel\nmale di vivere che non pu\u00f2 essere nominato se non con una descrizione e che a\nseconda di chi parla e del momento pu\u00f2 assumere forme diverse, ma che \u00e8 anche\nsostrato universale che accomuna l\u2019uomo di tutte le epoche e i luoghi. \u00c8 quel\nsenso di verit\u00e0 e dolore che, appunto, se viene fissato direttamente, scoperto\ne guardato nella sua cruda interezza pietrifica, proprio come il mostro\nmitologico. Calvino user\u00e0 allora la leggerezza come specchio per guardare\nquella pesantezza dell\u2019esistere; Consolo, invece, sa che anche il linguaggio \u00e8\ncostantemente minacciato dal vano agitarsi di parole e perci\u00f2 sente di non\npoter pi\u00f9 praticare una lingua troppo tarata da forme vuote; correr\u00e0 perci\u00f2\nsempre il rischio, come i suoi personaggi, di pietrificarsi fissando la medusa.\nIn Nottetempo il personaggio cui \u00e8 assegnata la sfida di trovare la giusta\nmisura, il tempo umano, \u00e8 Petro, che nel nome porta chiaramente il significato\ndi quel cadere nella contemplazione del male d\u2019esistere. Il primo capitolo, nel\nquale si svolge l\u2019inseguimento notturno di Petro nei confronti del padre\naffetto dal \u201cmale catubbo\u201d, stabilisce il campo semantico entro cui ci dobbiamo\nconfrontare: il licantropismo, fenomeno dell\u2019uomo tramutato in lupo, ci pone\nnel regno delle metamorfosi. Qui il riferimento classico \u00e8 ovviamente Ovidio10,\ndi cui la studiosa Galvagno riconosce una caratteristica fondamentale: \u201cLa\nm\u00e9tamorphose ovidienne, soit humaine, animale, v\u00e9g\u00e9tale, liquide ou min\u00e9rale (y\ncompris les catast\u00e9rismes), pr\u00e9suppose comme son moyau le plus intime une\np\u00e9trification, une immebolit\u00e9, une fixit\u00e9 de l\u2019\u00eatre m\u00e9tamorphos\u00e9\u201d (Galvagno,\n2007:179). Ora tale tratto della pietrificazione dell\u2019essere sarebbe presente,\nsecondo la studiosa, nella scrittura di Consolo \u2013 e abbiamo gi\u00e0 citato, non\ncasualmente, il mito di Perseo.&nbsp; Tutto in\nNottetempo sembra essere sull\u2019orlo della pietrificazione: personaggi, azioni,\neventi, il tempo, la scrittura. Pietrificazione&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;\n<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;10&nbsp; Esistono differenti possibilit\u00e0 di\ninterpretazione e stratificazioni di significato nella figura dell\u2019uomo\ntrasformato in lupo, nonch\u00e9 naturalmente differenti storie e tradizioni e\nappropriazioni di tali tradizioni da parte della letteratura,&nbsp; ma vale forse qui la pena ricordare il\nracconto che fa Ovidio di Lic\u00e0one, trasformato in lupo da Giove perch\u00e9\nprogettava di uccidere il dio. Giove&nbsp;\nracconta: \u201c[&#8230;] io con fuoco vendicatore faccio crollare quella casa\nindegna del suo padrone. Lui fugge, atterrito, e raggiunti i silenzi della\ncampagna si mette a ululare: invano si sforza di emettere parole\u201d (Ovidio,\n1994:15). E dopo Giove invocher\u00e0 l\u2019apocalisse: la distruzione del genere umano,\nperch\u00e9 indegno, corrotto e criminale. Si legga, per confronto, il passo di\nConsolo: \u201cSi spalanc\u00f2 la porta d\u2019una casa e un ululare profondo, come di dolore\ncrudo e senza scampo, il dolore del tempo, squarci\u00f2 il silenzio di tutta la\ncampagna\u201d (6). E subito dopo l\u2019episodio del lupo mannaro, comparir\u00e0 sulla scena\nil satanista Aleister. richiama sia la stasi, l\u2019assenza di movimento, di\nparola, sia il senso del peso, come aveva rilevato Calvino: la pesantezza\ndell\u2019essere. E infatti chi si pietrifica \u00e8 chi fissa, immobile, e contempla\ntale pesantezza, diventando egli stesso o ella stessa di pietra, avvertendo su\ndi s\u00e9 tutta la pesantezza del male e sprofondando nel silenzio. Il silenzio e\nl\u2019impossibilit\u00e0 dell\u2019esprimersi si associano all\u2019assenza di movimento, alla\npietrificazione, divenendo l\u2019uno spia dell\u2019altro. Fanno da contraltare le urla\ndisumane, suoni che spesso non si articolano in parole intellegibili (come gli\nululati del lupo mannaro) e che esprimono al pari del silenzio il dolore umano;\nmolte volte l\u2019urlo e il silenzio si ritrovano insieme come due espressioni\ndello stesso concetto di sofferenza. Molti sono gli esempi sparsi nel testo che\nesprimono il senso della stasi e\/o del silenzio; si leggano questi: \u201cil confine\ndel dolore fermo, del vuoto immoto\u201d (9), \u201cma l\u00e0 era silenzio e stasi, era\nriposo\u201d (9), \u201cGuardava il silenzio sulle case, ad ogni strada, piano, baglio,\nil silenzio al meriggio\u201d (13), \u201cnella sublime assenza, nella carenza di\nragione\u201d (37), \u201c\u2018Uuuhhh&#8230;\u2019 ulul\u00f2 prostrato a terra \u2018uuhh&#8230; uhm&#8230; um&#8230;\nmmm&#8230; mmm&#8230; mmm&#8230;\u2019\u201d (38, e questa volta \u00e8 Petro che emette suoni\nincomprensibili), \u201cnell\u2019attasso del cuore, canto del pendolo bloccato\u201d (42),\n\u201cnella segreta sua torre d\u2019urla, di lamento\u201d (51), \u201cSiamo un riboll\u00eco celato\nd\u2019emozioni, un rattenuto pianto\u201d (66), \u201cE tu, e noi chi siamo? Figure\nemergenti, palpiti, graffi indecifrati. Parola, sussurro, accenno, passo nel\nsilenzio\u201d (67), \u201cla pena grave blocca il movimento\u201d (103), \u201cSerafina torbida,\ndi pietra\u201d (106), \u201cla pietra del dolore\u201d (135). Sono tutte espressioni di\nsofferenza e legate alla consapevolezza della sofferenza, alla sua contemplazione\nche sottrae l\u2019azione e la parola. Gi\u00e0 nel Sorriso dell\u2019ignoto marinaio (1976)\nera presente l\u2019idea della pietrificazione come espressione del male, essa per\u00f2\nera legata a una contingenza \u2013 i cavatori di pomice&nbsp; \u2013 che diventava metafora per una sofferenza\npi\u00f9 generale, quella degli ultimi: \u201c\u2018Male di pietra\u2019 continu\u00f2 il marinaio \u2018\u00c8 un\ncavatore di pomice di Lipari. Ce ne sono a centinaia come lui in quell\u2019isola.\nNon arrivano neanche ai quarant\u2019anni\u2019\u201d (Consolo, 2010:8). Ma successivamente in\nL\u2019olivo e l\u2019olivastro la metafora \u201cmale di pietra\u201d si approfondisce e diventa\nl\u2019ossessione costante con cui dire la sofferenza umana. Nelle pagine iniziali\nritornano i cavatori come a stabilire quel paragone, fondare quella metafora\ndella pietra che poi diventa il nucleo lessicale fondamentale per esprimere il\ndolore: \u201c[&#8230;] entr\u00f2 nelle caverne della pomice, parl\u00f2 con i cavatori\nsilicotici [&#8230;] Erano secchi e grigi i cavatori, avevano denti corrosi dalla\npolvere, prendevano anelettici, cardiotonici: cresceva dentro loro poco a poco\nuna corazza di pietra, il cuore s\u2019ingrossava, si smorzava il fiato, si\nspegneva\u201d (Consolo, 2012a:26-27). E qui in questo testo allora abbondano non\ntanto \u2013 o non solo \u2013 espressioni diverse che indicano l\u2019impossibilit\u00e0 del dire\ne del fare, quanto piuttosto in maniera pi\u00f9 specifica lemmi legati alla radice\n\u201cpietra\u201d: \u201cChe arrest\u00f2 al suo accadere, pietrific\u00f2 illusioni, speranze, rese di\nlava la vita\u201d (34), \u201cun vecchio poeta afasico, irrigidito nel giovanile errore,\npietrificato nella follia ribelle\u201d (36), \u201cUna barca di pietra, la pietra in cui\nsi mut\u00f2 la barca feacica che aveva portato in patria l\u2019eroe punito, l\u2019eroe\nassolto dopo il lungo racconto\u2013che in pietra si muti la barca, si saldi al\nfondale prima d\u2019ogni ritorno, poich\u00e9 nel ritorno, cos\u00ec nel racconto, consiste\nlo strazio\u201d (39), \u201csi pietrifica per il dolore, perde vigore e ragione\u201d (41),\n\u201cla Catania pietrosa e inospitale\u201d (52), \u201cla ferma maschera, quasi impietrita\ndel nobile vegliardo\u201d (59), \u201cla loro tragedia s\u2019\u00e8 svolta in un attimo lasciando\nimpietriti\u201d (125). La pietrificazione \u00e8 legata all\u2019esperienza personale, alla\nscrittura, ma anche alla societ\u00e0. In un articolo pubblicato sul Corriere della\nSera nel 1977, Paesaggio metafisico di una folla pietrificata, e che O\u2019Connell\nriconosce come uno degli avantesti di Nottetempo per quell\u2019incipit del tutto\nsimile, Consolo attribuisce alla Sicilia, che sta sempre in rapporto\nsineddotico con la societ\u00e0, quell\u2019impulso alla pietrificazione come forma\ngenerale e risposta alla consapevolezza del male: \u201cc\u2019\u00e8 una depressione pi\u00f9\ninclemente e disumana di questa, ed \u00e8 quella che non arriva all\u2019estremo\nlivello, ma si ferma al di qua, a un passo dall\u2019insopportabilit\u00e0. \u00c8 lo stadio\nche blocca la vita, la congela, la pietrifica\u201d (Consolo 1977:1). E la Sicilia\nsembra, per lo scrittore, bloccata \u201cin questo limbo, in questa metafisica\nparalisi\u201d, unica reazione con cui ha controbattuto il movimento artificiale,\ndel quale ne diviene simbolo l\u2019autostrada, \u201cmoderno feticcio dell\u2019accelerazione\nspasmodica\u201d. E pure qui la contrapposizione si ritrova anche sul piano della\ncomunicazione, poich\u00e9 in questa Sicilia \u201csequestrata e pietrificata\u201d chi ha\ncercato \u201cdi fare e di dire\u201d, cio\u00e8 di cambiare la situazione, \u00e8 stato costretto\nal silenzio e sulla lunga tradizione letteraria isolana, da Verga a Sciascia,\nora domina \u201cla parola vuota, l\u2019inutile incanto, la retorica\u201d (Consolo, 1977:1).\nIn questo precedente di Nottetempo c\u2019\u00e8 dunque l\u2019esplicitazione di come la\nmetafora dell\u2019impetramento e del movimento, del silenzio e della \u201cvuota parola\u201d,\nche permea il romanzo sia da leggersi anche sempre come condizione sociale\noltrech\u00e9 intellettuale ed esistenziale. Queste considerazioni ci riportano a De\nMartino e all\u2019associazione tra l\u2019apocalisse psicopatologica e quella culturale.\nSe gli stati epilettici e la schizofrenia sono caratterizzati da un senso di\nmoto che in ultima analisi veicola il senso della fine del mondo, lo stato\ncatatonico \u00e8 l\u2019insania che al contrario si lega all\u2019assenza di movimento e\ndiventa negazione del tempo e della storia, cio\u00e8 ancora del mondo: \u201cTutte le\ncose sono diventate immobili, in uno stato senza tempo. Il corpo risponde a\nquesto mondo non muovendosi pi\u00f9: il catatonico sta fermo e dritto come una\nstatua in un museo di curiosit\u00e0, mentre per noi, non catatonici, il mondo parla\ncos\u00ec chiaramente di movimento, \u00e8 cos\u00ec visibilmente in \u201cmoto\u201d, che possiamo\nrispondere al suo appello solo con i movimenti del nostro corpo\u201d (De Martino,\n2002:57). Se per il non catatonico il mondo pu\u00f2 procedere secondo un tempo che\n\u00e8 umano, il catatonico bloccandosi come una statua rifiuta tale tempo e porta\nil mondo al suo precipitare. In Petro e nella famiglia Marano l\u2019arresto e la\ncatatonia concretizzano la metafora di \u201cfolla pietrificata\u201d in una societ\u00e0\nsull\u2019orlo dell\u2019apocalisse. <\/p>\n\n\n\n<p>La torre dell\u2019urlo e del silenzio <\/p>\n\n\n\n<p>Le sorelle di Petro, come abbiamo gi\u00e0 accennato, sono chiuse\ne sprofondate nell\u2019impetramento dell\u2019anima e del corpo. Serafina, col nome\nprogrammatico di chi non appartiene a questo mondo e di chi ha una pace che non\n\u00e8 terrestre, \u00e8 immobile in uno stato quasi catatonico, persa in vagheggiamenti\nreligiosi che non hanno pi\u00f9 alcun referente nel contingente: \u201cE Serafina,\nch\u2019aveva preso prima il ruolo della madre e poi s\u2019era seduta, fatta muta ogni\ngiorno, immobile, di pietra, dentro nella scranna, il solo movimento delle dita\nche sgranano il rosario di poste innumerevoli, di meccaniche preghiere senza\nsosta\u201d (42). Serafina nella storia non c\u2019\u00e8, \u00e8 personaggio serrato in questa impossibilit\u00e0\ndi essere e di comunicare; \u00e8 solamente evocata e l\u2019unica volta che compare \u00e8\nun\u2019immagine di chiusa pazzia: \u201cEra prona la sorella, ai piedi del com\u00f2\nacconciato come altare, pieno il marmo di fiori ceri avanti a quadri,\nimmaginette, duplicati nello specchio. Faceva un canto mesto, come un lamento\u201d\n(158); ma naturalmente le sue parole sono inintelligibili.&nbsp;&nbsp; L\u2019altra sorella, invece, Lucia, cade in una\npazzia che prima ancora di essere assenza e distanza \u00e8 urlo innaturale, parole\nsconclusionate11, perse in un passato disordinato e non recuperabile. In Lucia,\ninfatti, si racchiude anche il tema fondamentale del recupero del passato, ma\nun recupero che fallisce, poich\u00e9 il disordine dei frammenti rimane un disordine\nche non \u00e8 in grado di tracciare nessuna via, per quanto precaria e labile. Il\nricordo delle ferite che riemerge in lei \u00e8 un ricordo che riproduce\nmeccanicamente il trauma ma non lo supera mai; si legga la scena fondamentale\ndove, dopo l\u2019\u201coltraggio\u201d sub\u00ecto dalla famiglia Marano a causa dell\u2019antagonismo\nfra Petro e Don Nen\u00e8, Lucia farnetica pezzi di frasi che riportano alla luce un\npassato non attinente all\u2019evento appena accaduto e incapaci di produrre\nconoscenza, comunicazione o presa sulla realt\u00e0: \u201c\u2018Ah, tana di cani corsi, di\nmastini [&#8230;]\u2019 riprese a dire la sorella \u2018Ah, quanto piangere di madri,\nd\u2019innocenti [&#8230;] Attento, Petro, non uscire!\u2019 [&#8230;] \u2018Che fa Janu, non viene?\nDobbiamo andare o no alla mandra, a mangiare la ricotta? [&#8230;] Si fece tardi\normai [&#8230;] No, no, aiuto! [&#8230;]\u2019 e indietreggi\u00f2, si port\u00f2 le mani alle\norecchie\u201d (158).&nbsp;&nbsp; Lucia, in un certo\nsenso, \u00e8 andata oltre il limite umano, ha varcato un confine oltre il quale\nl\u2019uomo non pu\u00f2 accedere rimanendo uomo, tanto che Petro osserva parlando all\u2019amico\nJanu: \u201cN\u00e9 io n\u00e9 tu possiamo pi\u00f9 raggiungerla\u201d (68). Ella rappresenta attraverso\nl\u2019urlo e il movimento irragionevole ci\u00f2 che Serafina rappresenta attraverso la\nstasi e il silenzio. Lucia, al contrario della sorella, \u00e8 visibile, agisce, ha\nuna personalit\u00e0 forte e inquieta, va per la campagna con il fratello Petro e\nl\u2019amico Janu, \u00e8 promessa sposa; ma il giovane che ha chiesto la sua mano non\ntorna dalla guerra. In quel dolore Lucia si chiude, si&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; <br>\n*&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;\n<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;11&nbsp; Ancora con De Martino possiamo leggere: \u201cIn\ngenerale il dominio della follia diventa comprensibile come caduta dell\u2019ethos\ndel trascendimento, della presentificazione valorizzante, e come costruzione di\ndifesa fittizia che accentuano il recedere verso l\u2019incomunicabile, il privato,\nil senza-valore-intersoggettivo\u201d (De Martino, 2002:85). <br>\n**<\/p>\n\n\n\n<p>pietrifica, ma esplode in urlo piuttosto che cadere nel\nsilenzio, esplode in suoni che non possono articolare e razionalizzare quel\ndolore: \u201cFinch\u00e9 un giorno, un mezzogiorno che Petro tornava dalla scuola, non\nsi mise a urlare disperata dal balcone, a dire che dappertutto, dietro gli\nulivi le rocce il muro la torre la sipale, c\u2019erano uomini nascosti che volevano\nrapirla, farla perdere, rovinare\u201d (46). E poco oltre: \u201cLanci\u00f2 improvviso un\nurlo e scapp\u00f2 via, si mise a correre, correre per il sentiero, come presa da\nfrenesia, da tormenti\u201d (47). \u00c8 la fuga di Lucia oltre il limite dell\u2019umano,\neppure anch\u2019ella \u00e8 figura statica, immobile, figura che s\u2019impetra nel dolore e\nlo fissa perdendo la capacit\u00e0 di vedere altro e cio\u00e8 anche la capacit\u00e0 di\ncreare e vedere altre visioni apollinee: rimane una sola visione senza drama e\nin essa Lucia si ferma. Cos\u00ec ecco che anche il suo nome acquista pregnanza, nel\nmomento in cui il testo ci ripete insistentemente nello stretto volgere di un\nparagrafo che Lucia \u2013 che vuol dire luce ma che \u00e8 anche patrona dei non vedenti\ne degli oculisti \u2013 non vede pi\u00f9, \u00e8 diventata cieca nella fissit\u00e0: \u201cLa port\u00f2 via\nda casa [&#8230;] perch\u00e9 si dissolvesse in lei l\u2019idea fissa. [&#8230;] Ma era come lei\nnon vedesse [&#8230;] era come se avesse gli occhi sempre altrove, fissi dentro un\npozzo\u201d (47) \u2013 dove quel \u201cpozzo\u201d sta per la profondit\u00e0 del dolore. Lucia \u00e8 anche\nfigura pietrificata in quel suo guardarsi continuamente allo specchio, atto\nautoriflessivo che non comunica con il mondo esterno ma ricade sulla persona\nmedesima; ella fissa se stessa e la sofferenza che ha guardato con i propri\nocchi ora riflessi allo specchio. Atto solipsistico e chiuso, come chiusa \u00e8 lei\nnella propria camera: \u201cE stava ore e ore chiusa nella stanza, avanti alla\ntoletta a pettinarsi, in incantesimo, il guardo trasognato, perso nel guardo\nsuo di fronte dentro lo specchio\u201d (46).&nbsp;\nLa sofferenza familiare si racchiude metaforicamente nella concretezza\ndella \u201ctorre\u201d, ovviamente fatta in pietra (\u201cla sua voce roca sembrava vorticare\nper le pietre della torre\u201d 37), che assurge a simbolo di chiusura e solitudine\n\u2013 torre \u00e8 quel tipo di edificio caratterizzato da una dimensione in altezza\nnettamente maggiore rispetto alla dimensione della base e che dunque si isola\nrispetto alle costruzioni circostanti; torre per antonomasia \u00e8 quella di\nBabele, dove regna il caos, il disordine e la confusione, principio delle\nlingue diverse che impedirono all\u2019uomo di comunicare l\u2019uno con l\u2019altro12. Nella\ntorre dove sono chiusi i membri della famiglia Marano la comunicazione non \u00e8\npossibile, le parole non assumono un significato che possa essere compreso\ndagli altri, decifrato: \u201c\u2018Piet\u00e0, piet\u00e0\u2019 implor\u00f2 in quella solitudine sicura,\ndentro quel rifugio della torre, quel segreto oratorio d\u2019urla, pianto, sfogo\u201d\n(38). L\u2019urlo \u00e8 il simbolo di questo dolore, sfogo inarticolato, contraltare del\nsilenzio: \u201cnella segreta sua torre d\u2019urla\u201d (51), \u201cE nella torre ora, dopo le\nurla, il pianto\u201d.&nbsp;&nbsp; L\u2019urlo, come il\nsilenzio, \u00e8 una comunicazione bloccata. Petro allora si rende conto che \u00e8\nnecessario recuperare le parole per uscire dalla torre. \u00c8 questo un momento\nfondamentale del testo, che \u00e8 sia riflessione sulla sofferenza umana sia sulla\nscrittura cui \u00e8 affidato il compito di esprimere tale sofferenza. Nottetempo \u00e8\nallora anche e \u201cinnanzitutto la storia di una vocazione alla scrittura\u201d\n(Traina, 2001:92). Il tentativo di uscire dalla torre di pietra e scongiurare\nl\u2019afasia si pone come uno dei temi centrali del testo. Attraverso questo percorso\ndel protagonista, si assiste anche alla lotta che lo stesso Consolo conduce per\nnon cadere nell\u2019impetramento della scrittura, nell\u2019impossibilit\u00e0 del dire, del\nparlare, nell\u2019apocalisse della parola. <\/p>\n\n\n\n<p>Afasia <\/p>\n\n\n\n<p>Nottetempo \u00e8 anche romanzo autobiografico, non tanto perch\u00e9\nci siano elementi biografici dello scrittore che possano essere riconosciuti\nnella vicenda di Petro, quanto piuttosto perch\u00e9 la storia di Petro, la sua\nuscita dalla torre, \u00e8 anche il viaggio intellettuale dello scrittore Consolo.\nRiconosciuta l\u2019oppressione del silenzio familiare e dell\u2019esilio dalla ragione e\ndalla parola delle due sorelle, nel protagonista del romanzo nasce il desiderio\ndi uscire dalla torre ricomponendo un linguaggio attraverso cui poter di nuovo\ncomunicare una realt\u00e0, riconnettersi con essa: <\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp; *&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;\n<\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;12&nbsp; \u201cMa il Signore scese a vedere la citt\u00e0 e la\ntorre che gli uomini stavano costruendo. Il Signore disse: \u2018Ecco, essi sono un\nsolo popolo e hanno tutti una lingua sola; questo \u00e8 l\u2019inizio della loro opera e\nora quanto avranno in progetto di fare non sar\u00e0 loro impossibile. Scendiamo\ndunque e confondiamo la loro lingua, perch\u00e9 non comprendano pi\u00f9 l&#8217;uno la lingua\ndell\u2019altro\u2019\u201d (Genesi 11:5-7). <\/p>\n\n\n\n<p>**<\/p>\n\n\n\n<p>Sent\u00ec come ogni volta di giungere a un limite, a una soglia\nestrema. Ove gli era dato ancora d\u2019arrestarsi, ritornare indietro, di tenere\nvivo nella notte il lume, nella bufera. E s\u2019aggrapp\u00f2 alle parole, ai nomi di\ncose vere, visibili, concrete. Scand\u00ec a voce alta: \u201cTerra. Pietra. S\u00e8nia. Casa.\nForno. Pane. Ulivo. Carrubo. Sommacco. Capra. Sale. Asino. Rocca. Tempio.\nCisterna. Mura. Ficodindia. Pino. Palma. Castello. Cielo. Corvo. Gazza.\nColomba. Fringuello. Nuvola. Sole. Arcobaleno [&#8230;]\u201d scand\u00ec come a voler\nrinominare il mondo, ricreare il mondo. (38-39) <\/p>\n\n\n\n<p>Questo elenco precede quello che poi ritroveremo nelle\npagine dedicate al rito satanico di Alaister e si pone su uno stesso piano di\ncomplementariet\u00e0: come quello nasceva dal movimento artificioso del dionisiaco\ndegenerato, questo nasce dall\u2019impetramento afasico dell\u2019apollineo degenerato.\nIn entrambi la parola \u00e8 mimesi del gesto: l\u00ec c\u2019\u00e8 la ricreazione del movimento,\nin cui il segno della virgola d\u00e0 il senso del ritmo della danza e della musica,\nqui c\u2019\u00e8 la riproduzione della stasi, marcata dal punto che segue ogni parola e\nche indica la pausa, una cesura di tempo e di spazio, la difficolt\u00e0\ndell\u2019esprimere una parola dietro l\u2019altra, l\u2019inarticolazione di un discorso. E\nse l\u00e0 il vortice delle parole serviva a confondere, ad allontanare dalla\nrealt\u00e0, qui c\u2019\u00e8 l\u2019avvicinamento, o per lo meno il tentativo di avvicinarsi a\nqualcosa che si \u00e8 perso da tempo \u2013 o mai avuto. \u00c8 un elenco di parole semplici,\nin cui tuttavia si pu\u00f2 riconoscere una catena logica di riferimenti che dalla\nterra vanno al cielo, dalla \u201cpietra\u201d al senso di libert\u00e0 del volo degli uccelli\ne alla luce del sole. Attraverso questo \u201crinominare il mondo\u201d Petro cerca di\nriattivare un legame con la realt\u00e0, o, per dirla ancora con Nietzsche, cerca\nparole che non esprimono altro che \u201crelazioni delle cose con gli uomini\u201d\n(Nietzsche, 1964:359); cerca dunque di ritrovare questa relazione con le\ncose.&nbsp;&nbsp; Nel processo dell\u2019elencare\nriemerge una realt\u00e0 frantumata, che si d\u00e0 appunto solo in frammenti; ed \u00e8 solo\ncos\u00ec, in quei frantumi testimoniati dall\u2019accumulo di lemmi che si pu\u00f2 cogliere\nuna realt\u00e0 la cui unit\u00e0, come il discorso, come il narrare, non pu\u00f2 essere &nbsp;(ri)composta. Anche la scrittura, infatti, si\narresta, si blocca sull\u2019orlo dell\u2019impossibilit\u00e0 di esprimere, di connettere\nparole con realt\u00e0; cos\u00ec fallisce il tentativo di Petro: \u201ccerc\u00f2 di scrivere nel\nsuo quaderno \u2013 ma intinge la penna nell\u2019inchiostro secco, nel catrame del\nvetro, nei pori della lava, nei grumi dell\u2019ossidiana, cosparge il foglio di\npolvere, di cenere, un soffio, e si rivela il nulla, l\u2019assenza di ogni segno,\nrivela l\u2019impotenza, l\u2019incapacit\u00e0 di dire, di raccontare la vita, il patimento\u201d\n(53).&nbsp; Petro \u00e8 come l\u2019uomo dionisiaco\ndescritto da Nietzsche: simile a lui cerca la salvezza nell\u2019arte, cerca\nun\u2019\u201cillusione\u201d che lo salvi dallo sguardo che ha gettato sull\u2019orrore delle\ncose; egli ha la conoscenza del dolore e rischia per via di essa di rimanere\npietrificato, di perdere la volont\u00e0 dell\u2019azione e dire \u201cno\u201d alla vita. \u201cIn\nquesto senso\u201d dice Nietzsche \u201cl\u2019uomo dionisiaco \u00e8 simile ad Amleto: entrambi\nuna volta hanno gettato uno sguardo vero nell\u2019essenza delle cose, hanno\nconosciuto, e agire li nausea; poich\u00e9 la loro azione non pu\u00f2 cambiare niente\nnell\u2019essenza eterna delle cose, essi sentono come ridicolo o infame che venga\nloro chiesto di rimettere in sesto il mondo uscito fuori dai cardini\u201d (113).\nConsolo, attraverso il personaggio di Petro, ci descrive allora il viaggio\nverso l\u2019esaltazione dionisiaca, che qui altro non \u00e8 che volont\u00e0 e capacit\u00e0 di\nesserci ancora, di agire in questo mondo \u2013 e di scrivere, di dire. Assistiamo\ncos\u00ec all\u2019uscita metaforica di Petro dalla torre, alla sua presa di coscienza\npolitica (che passa tramite lo sputo al barone, l\u2019amicizia con il Miceli, la\npartecipazione alle manifestazioni di piazza, l\u2019\u201coltraggio\u201d subito e infine\nl\u2019attentato perpetrato) e alla promessa, a fine romanzo, di una nuova scrittura\nattraverso cui sciogliere il grumo del dolore: \u201cPens\u00f2 al suo quaderno. Pens\u00f2\nche ritrovata calma, trovate le parole, il tono, la cadenza, avrebbe racconto,\nsciolto il grumo dentro. Avrebbe dato ragione, nome a tutto quel dolore\u201d\n(171).&nbsp; Questa scrittura, sappiamo, sar\u00e0\nil rifiuto delle parole cerimoniose e della falsa retorica, si distanzier\u00e0\ntanto dal libro dell\u2019anarchico lasciato cadere in mare quanto dalle \u201cparole\nrare e abbaglianti\u201d di D\u2019annunzio o quelle \u201croboanti\u201d (112) di Rapisardi. La\nvicenda di Petro si conclude perci\u00f2 in quella dei satiri del coro, nel recupero\nattraverso la scrittura di un dionisiaco non degenerato: Nella coscienza di una\nverit\u00e0, ormai contemplata, l\u2019uomo adesso vede dappertutto soltanto l\u2019orrore o\nl\u2019assurdit\u00e0 dell\u2019essere [&#8230;]. Qui, in questo supremo pericolo della volont\u00e0,\nsi avvicina, come maga che salva e risana, l\u2019arte: soltanto essa pu\u00f2 piegare\nquei pensieri nauseati per l\u2019orrore o l\u2019assurdit\u00e0 dell\u2019esistenza in\nrappresentazioni con cui si possa vivere. (Nietzsche, 2003:114) &nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Questo \u00e8 anche il percorso intrapreso dal Consolo scrittore,\nche approda alla tragedia di Catarsi (1989) come simbolo di un modo di\nscrivere; dice nel saggio Per una metrica della parola: \u201cLa tragedia\nrappresenta l\u2019esito ultimo della mia ideologia letteraria, l\u2019espressione\nestrema della mia ricerca stilistica. Un esito, come si vede, in forma teatrale\ne poetica, in cui si ipotizza che la scrittura, la parola, tramite il gesto\nestremo del personaggio, si ponga al limite dell\u2019intellegibilit\u00e0, tenda al\nsuono, al silenzio\u201d (Consolo, 2002:250).&nbsp;\nCome ultima possibilit\u00e0 in una societ\u00e0 dalla lingua corrotta e\ndegradata, dallo sfaldamento della comunicazione, dalla rottura del rapporto\ntra scrittore e suo pubblico, suo referente in tale societ\u00e0, come ultima\nrisorsa prima di cadere nell\u2019afasia, nel silenzio, c\u2019\u00e8 il recupero dello\nspirito dionisiaco (e apollineo) che si esprime pi\u00f9 compiutamente nel coro\ndella tragedia, come si verifica nel Prologo a Catarsi: <\/p>\n\n\n\n<p>La tragedia \u00e8 la meno convenzionale,&nbsp; la meno compromessa delle arti, la parola\npoetica e teatrale,&nbsp; la parola in gloria\nraddoppiata, la parola scritta e pronunciata. Al di l\u00e0 \u00e8 la musica. E al di l\u00e0\n\u00e8 il silenzio. Il silenzio tra uno strepito e l\u2019altro del vento, tra un boato e\nl\u2019altro del vulcano. Al di l\u00e0 \u00e8 il gesto. O il grigio scoramento,&nbsp; il crepuscolo, il brivido del freddo, l\u2019ala\ndel pipistrello; \u00e8 il dolore nero,&nbsp; senza\nscampo, l\u2019abisso smisurato; \u00e8 l\u2019arresto oppositivo, l\u2019impietrimento. (Consolo,\n2002:13) <\/p>\n\n\n\n<p>Allora in Nottetempo dobbiamo leggere questo approdo al\ncanto del coro della tragedia, approdo di Petro dietro cui non sar\u00e0 difficile\nriconoscere il percorso della scrittura e della poetica di Consolo stesso, teso\ntra il rifiuto della parola vuota e l\u2019attrazione per quel silenzio che\nracchiude tutto il dolore.&nbsp; Petro \u00e8\ndunque il personaggio che incrocia tutti e tre i piani tematici su cui si\ndispone il romanzo e su cui si dispiega il senso dell\u2019apocalisse: quello esistenziale,\nquello storico-culturale e quello della scrittura. A livello narrativo egli\nfunziona come elemento unificatore di questi piani e, a livello contenutistico,\nsi configura come chiave per trascendere il pericolo dell\u2019apocalisse nel valore\nche possa rinnovare i mondi (quello interiore, quello sociale e quello\nletterario) infondendo loro nuovo significato. Pi\u00f9 che romanzo \u201capocalittico\u201d,\ndunque, Nottetempo \u00e8 romanzo del \u201crischio della fine\u201d e dell\u2019inserimento di\ntale rischio in un\u2019ottica che ne accenni e ne indichi il superamento e la reintegrazione.\n<\/p>\n\n\n\n<p>Bibliografia <\/p>\n\n\n\n<p>Adamo, G. 2007 La parola scritta e pronunciata. Nuovi saggi sulla narrativa di Vincenzo Consolo. Lecce: Manni. Arqu\u00e9s 2005 Teriomorfismo e malinconia. Una storia notturna della Sicilia: Nottetempo, casa per casa di Consolo. Quaderns D\u2019Itali\u00e0 10:7994. Calvino, I. 2000 Lezioni americane. Milano: Mondadori. Bouchard, N. 2005 Vincenzo Consolo and the Postmodern Writing of Melancholy. 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Fiesole (FI): Cadmo. <br> <br> <\/p>\n\n\n\n<p style=\"color:#0024a3\" class=\"has-text-color\"> <br> <br> Abstract This essay aims to analyse the novel, Nottetempo, casa per casa (1992), by Vincenzo Consolo, considering the motif of the end of the world as a central and unifying element of the different levels on which the narrative unfolds. While The Birth of Tragedy by Friedrich Nietzsche is the intellectual reference for the novel, the considerations by the anthropologist Ernesto De Martino on the apocalypse allows us to interpret Nottetempo as a response to the psychological, cultural and literary risk of the \u201cend\u201d experienced in these three different areas. <br> <br> Italian Studies in Southern Africa\/Studi d&#8217;Italianistica nell&#8217;Africa Australe Vol 27 No 2 (2014)<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>\u00a0 ANITA VIRGA (University of the Witwatersrand) Questo saggio intende analizzare il romanzo di Vincenzo Consolo Nottetempo, casa per casa (1992) utilizzando il motivo della fine del mondo come chiave interpretativa dell\u2019opera ed elemento unificante i diversi piani su cui la narrativa si sviluppa. Se da una parte La nascita della tragedia di Friedrich Nietzsche &hellip; <a href=\"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=2008\" class=\"more-link\">Continua a leggere <span class=\"screen-reader-text\">IL RISCHIO DELLA FINE IN NOTTETEMPO, CASA PER CASA DI VINCENZO CONSOLO<\/span><\/a><\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":0,"comment_status":"open","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[144,4],"tags":[712,716,711,336,162,318,246,77,598,368,634,24,715,713,717,17,139,464,145,707,37,676,116,64,260,20,83,151,110,635,718,95,18],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/2008"}],"collection":[{"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=2008"}],"version-history":[{"count":1,"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/2008\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":2009,"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/2008\/revisions\/2009"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=2008"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=2008"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=2008"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}