{"id":1773,"date":"2011-12-05T07:53:27","date_gmt":"2011-12-05T07:53:27","guid":{"rendered":"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=1773"},"modified":"2021-10-31T18:45:24","modified_gmt":"2021-10-31T18:45:24","slug":"noi-sian-le-triste-penne-isbigotite","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=1773","title":{"rendered":"\u00abNoi si\u00e0n le triste penne isbigotite\u00bb."},"content":{"rendered":"<div>\n<h1 class=\"titoloarticolo\"><a href=\"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2016\/05\/cop.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone  wp-image-1113\" src=\"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2016\/05\/cop.jpg\" alt=\"\" width=\"212\" height=\"364\" \/><\/a><br \/>\n*<br \/>\n\u00abNoi si\u00e0n le triste penne isbigotite\u00bb.<br \/>\nLo spasimo di Palermo di Vincenzo Consolo.<\/h1>\n<div class=\"autore\">di Claudia Minerva<\/p>\n<\/div>\n<div class=\"autore\">\u00ab [\u2026] ti trovo bene, un po\u2019 pi\u00f9 magro\u2026\u00bb<\/div>\n<\/div>\n<div class=\"riga coloretesto testo15\">\n<p>Con l\u2019eccezione di pochissimi interpreti, in linea di massima la critica ricorre ad una approssimazione per definire\u00a0<em>Lo Spasimo di Palermo\u00a0<\/em>(1998) di Vincenzo Consolo: perlopi\u00f9 schivando il termine \u2018romanzo\u2019 (e Consolo ormai dichiarava il genere invilito e impraticabile), chiama questo oggetto letterario per nome (lo\u00a0<em>Spasimo<\/em>) oppure nelle varianti di \u2018opera\u2019, \u2018libro\u2019, \u2018testo; e lo dice \u2018vicino alla poesia\u2019, o \u2018vicino ai silenzi della poesia\u2019, agli \u2018approdi della lirica\u2019, avvalendosi di simili locuzioni, tutte versatili e debitamente laconiche, e apertissime alle inferenze del lettore. Espressioni insomma vagamente oracolari, concise e scontornanti insieme: che additano ad uno scarto rispetto ai libri precedenti dell\u2019autore, e forse accennano (ma assai\u00a0<em>in aenigmate<\/em>) a uno scavalcamento dei domin\u00ee specifici di prosa e poesia e allo squilibrio netto della narrazione in direzione di quest\u2019ultima; ma perifrasi che pure \u2013 e anche quando non siano diventate formule abusate (come accade), o maniera collaudata per sbrigarsi da un\u2019<em>impasse<\/em>, non soltanto classificatoria \u2013 pure sembrano aggirarsi, tra allarmate e reticenti, intorno a un nucleo di non detto.<br \/>\nPerch\u00e9 certo \u00e8 reale la dilagata \u2018verticalit\u00e0\u2019 della scrittura consoliana, la sua innegabilmente cresciuta e fortissima contiguit\u00e0 alla lirica; ma dacch\u00e9 poi sempre poetica \u00e8 stata la pagina dello scrittore siciliano \u2013 cadenzata, assonanzata, rimata; e gremita di echi letterari, colta, rara, di lingua incantata \u2013 a voler marcare le differenze rispetto al passato bisogner\u00e0 mettere da parte la retorica e puntare piuttosto al rasciugamento della lingua e all\u2019accentuarsi della contrazione testuale (della ritrazione autoriale); e dunque al modo ampiamente scorciato ed ellittico, allo \u2018spasimo\u2019, che \u00e8 del periodo e del racconto.<\/p>\n<p>Il mutamento, tuttavia, era annunciato. A guardare indietro, gli indizi stavano nell\u2019acuirsi di un disagio peculiare in Consolo: se vogliamo in una sorta di insicurezza, una perenne quasi scontentezza delle strade gi\u00e0 percorse, spesso anche ritentate, ma poi dismesse, accantonate; e in una crescente palpabile desolazione, nella fatica strana della penna. Le avvisaglie erano nei lunghi intervalli tra i libri tutto sommato pochi di questo autore che disperatamente e attardatamente ancora, nel pianeta ignorante e immorale, nel mercimonio globale, si ostinava a voltare le spalle al mercato e a voler fare Letteratura, a voler essere artista e scrittore \u2018impegnato\u2019, \u2018civile\u2019: un affabulatore, un incantatore, epper\u00f2 al tempo stesso l\u2019intellettuale utile ad arginare, curare, denunciare: magari a prevenire e a impedire il dolore del mondo, come insegnava una bellissima utopia di Vittorini. Le tracce si leggono nel succedersi dei testi: distanti uno dall\u2019altro non solo cronologicamente, ma veramente poi ognuno a suo modo, nella lingua e nello stile: ogni volta a riprovare la forza della scrittura per piccoli aggiustamenti o inversioni di rotta o a furia di rimaneggiamenti; e con esiti pi\u00f9 o meno felici, opachi o splendidi, ma forse, al fondo, con sempre meno entusiasmo. E stanno, le tracce, in una oscillazione tra due poli, nell\u2019opzione combattuta \u2013 d\u2019un tratto nettamente divaricata e poi stranamente mischiata, impazzita o violentemente turbata \u2013 tra \u2018scrivere\u2019 e \u2018narrare\u2019, tra certe punte aride, cronachistiche, e un progressivo spostarsi o arroccarsi nella zona della \u2018espressione\u2019. E vogliamo dire che il mutamento \u00e8 andato al passo con l\u2019approfondirsi di una riflessione (o di uno scoramento) che ha una radice antica, se \u00e8 vero, come sembra a noi, che \u00e8 dallo squieto interrogarsi del\u00a0<em>Sorriso dell\u2019ignoto marinaio\u00a0<\/em>(1976), dall\u2019assillo della \u2018scrittura-impostura\u2019 (ornamento, fiore bizantino, e comunque voce di secondo grado sempre: sempre finzione), se da quel tarlo discende il \u00abrimorso\u00bb dello\u00a0<em>Spasimo<\/em>. Un \u00abrimorso\u00bb che Consolo ha affrontato per gradi, da\u00a0<em>Catarsi\u00a0<\/em>(1989) e\u00a0<em>Nottetempo casa per casa\u00a0<\/em>(1992); e poi ha scandito in due tempi, nell\u2019<em>Olivo e l\u2019olivastro\u00a0<\/em>(1994) e qui, nel testo ultimo. Ci ha messo due libri per dircelo o per dirlo a se stesso, e lo ha fatto senza pi\u00f9 volute e riccioli e sontuosit\u00e0 barocche, togliendosi la cifra cos\u00ec sua e spettacolare di fasto e di vertigine, elidendo la bellezza. E non perch\u00e9 lo\u00a0<em>Spasimo\u00a0<\/em>non sia bello, al contrario. Ma se nessuno dei testi di Consolo \u00e8 facile, pi\u00f9 degli altri \u00e8 difficile questo: che porta il nome di un quadro della Passione, di una chiesa votata alla rovina, di un affanno che tortura, di \u00abuno scatto di tendini e nervi\u00bb per \u00aballucinato dolore\u00bb<a href=\"http:\/\/www.griseldaonline.it\/camporesi\/popolo\/lo-spasimo-di-palermo.html#nota1\">[1]<\/a>, e che come un dolore \u00e8 difficile; come la dichiarazione di una colpa, come la confessione di un fallimento, \u00e8 faticoso.<br \/>\nE davanti a questa scrittura quasi impossibile da realizzare e da sopportare \u2013 tutta a risalti e rilievi di pena, terremotata nella sintassi, smagrita nella lingua e nelle immagini, e tenace nella volont\u00e0 di tormentare se stessa \u2013 chiudere la vicenda e frettolosamente siglarla con l\u2019apparentamento spesso meccanicamente ripetuto con la lirica e i suoi \u00abardui approdi\u00bb o i suoi \u00absilenzi\u00bb, \u00e8 quasi un non voler guardare, pare il tentativo di aggirare e di scansare il silenzio verso cui davvero Consolo si \u00e8 mosso (e quanti \u2018addii\u2019 ci sono in questo libro?). La storia poi \u00e8 sempre uguale. Sembra, come davanti al\u00a0<em>Tramonto della luna\u00a0<\/em>di Leopardi, di trovarsi di fronte a un eguale imbarazzo della critica, al non voler prendere atto \u2013 allora come adesso \u2013 di una messa in liquidazione.<\/p>\n<p>Quando troppo sbrigativamente si afferma che la pagina di Consolo s\u2019\u00e8 fatta pi\u00f9 vicina ai silenzi della poesia, l\u2019impressione \u00e8 che pi\u00f9 sotto ci sia una questione semplicissima ma essenziale di cui si tace, quella di una scrittura che non vuole pi\u00f9 incantare. Dov\u2019\u00e8 infatti la lingua che gremiva ed affollava\u00a0<em>Lunaria\u00a0<\/em>(1985), la \u00abparola suavissima\u00bb, la \u00abnotte di Palermo\u00bb (\u00abNutta, nuce, mel\u00e0nia \/ [\u2026] deh dura perdura, [\u2026] non porgere il tuo cuore \/ alla lama crudele dell\u2019Aurora\u00bb;\u00a0<em>LUN<\/em>, 13-14)? Che fine ha fatto la Luna?<br \/>\nEra \u00ablucore\u00bb, \u00abfaro nittinno\u00bb, \u00abfiore albicolante\u00bb, la Luna: e cadeva, certo, nel sogno di un malinconico Vicer\u00e9, come in un sogno famoso di Leopardi (<em>Frammento XXXVII<\/em>); e veramente pioveva gi\u00f9 dal cielo, lentamente in garze si sfaldava, spariva, moriva, lasciava in alto solo vacuo nero, vuoto. Ma poi dopo, in una Contrada senza nome, in un luogo che aveva conservato le parole antiche, la memoria, magicamente si ricomponeva, bianchissima risorgeva; e favolosamente rifaceva il sipario della quiete, l\u2019inganno del cuore, la mal\u00eca, il \u00absogno che lenisce e che consola\u00bb, la Poesia.<br \/>\nPer i poeti \u00e8 un indicatore importante la Luna. Che pure nello\u00a0<em>Spasimo\u00a0<\/em>compare, per\u00f2 fugacemente, e per tre volte. La prima, in una rammemorazione, un idillio accennato e appena bruttato del tempo dell\u2019infanzia. Lei piena ed aprilina splende, e la luce e la sua bellezza spande sopra il mare, il paese, i pesci che vengono a galla affatturati; e sopra un corpo massacrato, un morto ammazzato (<em>SP<\/em>, 15)<a href=\"http:\/\/www.griseldaonline.it\/camporesi\/popolo\/lo-spasimo-di-palermo.html#nota2\">[2]<\/a>:<\/p>\n<p>Era luna lucente in quell\u2019aprile, gravida, incombente, notte di soste per anciove e sarde, di barche\u00a0 sui parati, di lampare spente, e conche d\u2019ombra ai platani, alle palme. Urlavano donne in cerchio sulla piazza, alzavano le braccia. Era al centro il corpo steso e morto del Muto che pittava sulle prore sirene draghi occhi apotropaici. Il sangue cagliava e s\u2019anneriva torno alla testa disgranata e pesta, al torso, al ventre.<\/p>\n<p>\u00c8 soltanto un momento, forse istintivamente canonico (ricorda un modo montaliano, o intimamente leopardiano : \u00abE tu dal mar cui nostro sangue irriga, \/ Candida luna, sorgi [\u2026]\u00bb): una rapida incarnazione dell\u2019indifferenza \u2013 e per\u00f2 c\u2019\u00e8 quasi una malignit\u00e0 sottesa in quel suo\u00a0<em>incombere\u00a0<\/em>di \u00abgravida\u00bb, che ce la mostra sovrastante, alta, e minacciosa di cascarci addosso, tutta peso.<br \/>\nPi\u00f9 inquietante \u00e8 la seconda messa in scena lunare, con il protagonista dello\u00a0<em>Spasimo\u00a0<\/em>che si aggira tra i barboni di Milano, ma il luogo potrebbe essere una qualsiasi metropoli con la sua risacca di rifiuti e di degrado, col suo moderno paesaggio di rovine (<em>SP<\/em>, 70-71):<\/p>\n<p>Stanno nel tempo loro, nell\u2019immota notte [\u2026]. Proni, supini, acchiocciolati contro balaustre, muri, statue che in volute di drappi, spiegamento d\u2019ali, slanci fingono l\u2019estro [\u2026]. La luna imbianca groppe, balze, il gioco delle mante. Da dove giungono questi pellegrini, quale giorno li vide camminare, eludere dogane, quale raggio scopr\u00ec crepe, frane, il velo sopra l\u2019occhio, la patina sul volto, i segni bassi della differenza? Sono gli stanziali dei margini, le sentinelle della voragine [\u2026], il segno dello squilibrio ingiusto, del cieco brulichio, dell\u2019ottusa prepotenza. La terrosa schiera, il canto o il silenzio delle rotte senza approdo.<\/p>\n<p>Non ha sempre questa tonalit\u00e0 cupa lo\u00a0<em>Spasimo<\/em>, questo colore impastato e vischioso, agglutinato nell\u2019allucinazione: il brano \u00e8 il rimaneggiamento di un testo composto per un catalogo d\u2019arte, nel 1995<a href=\"http:\/\/www.griseldaonline.it\/camporesi\/popolo\/lo-spasimo-di-palermo.html#nota3\">[3]<\/a>; e la tecnica del riuso (che sia recupero, tessitura, accostamento, incollaggio o inserimento spinto delle pagine gi\u00e0 scritte, delle proprie vecchie, sparse e disparate cose) \u00e8 una prassi di Consolo, pericolosamente frequente. Per\u00f2 torniamo alla Luna: Lei che<br \/>\nin un altro tempo era \u00abvirgilia\u00bb, guida e \u00abmalofora celeste\u00bb; che lieve e greve, malinconica atra o candente, faceva germogliare le parole, leniva la pena, accendeva e affollava il teatro delle meraviglie. E invece adesso sta in un rigo ed \u00e8 nome senza aggettivi: \u00abimbianca groppe\u00bb \u2013 non schiene; \u00abbalze\u00bb \u2013 si dice di un rilievo topografico, una roccia, una collina, un cumulo di terra; \u00abil gioco delle mante\u00bb di una statuaria desolante. \u00c8 una cosa, questa luna: un trasudamento o un faro freddo; e pare un sudario, una mano spessa di calcina sopra una umanit\u00e0 cascante imbozzolata in stracci, tra teriomorfa e minerale.<br \/>\nLa terza luna (<em>SP<\/em>, 98-9) sar\u00e0 di nuovo un simbolo, e la ritroveremo pi\u00f9 avanti; ma solamente in parte \u00e8 quella antica. Perch\u00e9 alla fine \u00e8 Lei (l\u2019incanto, il sogno, la scrittura) il rimorso di Consolo.<\/p>\n<p>Per fare chiarezza sugli elementi di novit\u00e0 dello\u00a0<em>Spasimo<\/em>, proviamo a mettere a confronto due momenti della scrittura dell\u2019autore, gli estremi temporali di una \u2018controstoria\u2019 d\u2019Italia costituita da testi autonomi e scandita per epoche di crisi \u2013 segnatamente il nodo dell\u2019Unificazione nel\u00a0<em>Sorriso dell\u2019ignoto marinaio<\/em>, gli anni dell\u2019avvento del fascismo in\u00a0<em>Nottetempo casa per casa<\/em>, e con\u00a0<em>Lo Spasimo di Palermo\u00a0<\/em>quelli dal dopoguerra fino ai giorni nostri, ai giudici ammazzati con le bombe. Specificando che la presenza decrescente di aulicismi e arcaicismi dipende dalla collocazione cronologica delle vicende narrate (dall\u2019et\u00e0 del Risorgimento all\u2019epoca attuale), e sottolineando che i nostri prelievi saranno necessariamente indicativi e non esaustivi, guardiamo dunque al\u00a0<em>Sorriso<\/em>, che non \u00e8 il primo libro dell\u2019autore siciliano ma il testo in cui si palesa la sua cifra stilistica gremita e riconoscibilissima; e quindi allo\u00a0<em>Spasimo<\/em>, che della trilogia sta a conclusione. Ne vengon fuori due lingue qualitativamente differenti (una vorticosa, l\u2019altra indurita e come rastremata) e l\u2019esistenza di due diversi tipi o gradi di complessit\u00e0:<\/p>\n<p>Parlai nel preambolo di sopra d\u2019una memoria mia sopra i fatti, d\u2019una narrazione che pi\u00f9 e pi\u00f9 volte in tutti questi giorni mi studiai redigere, sottraendo l\u2019ore al sonno, al riposo, e sempre m\u2019\u00e8 caduta la penna dalla mano, per l\u2019incapacit\u00e0 scopertami a trovare l\u2019avvio, il timbro e il tono, e le parole e la disposizione d\u2019esse per poter trattare quegli avvenimenti, e l\u2019imbarazzo e la vergogna poi che dentro mi crescean a concepire un ordine, una forma, i confini d\u2019un tempo e d\u2019uno spazio, a contenere quell\u2019esplosione, quella fulminea tromba, quel vortice tremendo; e le radici, ancora, le ragioni, il murmure profondo, lontanissimo da cui discendea? (<em>SIM<\/em>, 125)<\/p>\n<p>S\u00f9bito un murmure di onde, continuo e cavallante, una voce di mare veniva dal profondo, eco di eco che moltiplicandosi nel cammino tortuoso e ascendente per la bocca si sperdea sulla terra e per l\u2019aere della corte, come la voce creduta prigioniera nelle chiocciole, quelle vaghissime di forma e di colore della classe Univalvi Turbinati e specie Orecchiuto o B\u00f9ccina o Galeriforme, Flauto o Corno, Umbilicato o Scaragol, Nicchio, d\u2019una di quelle in somma\u00a0<em>vulgo\u00a0<\/em>Brogna, Tritone perciato d\u2019in sull\u2019apice, che i pescatori suonano per allettare i pesci o richiamarsi nel vasto della notte mare, per cui\u00a0<em>antique\u00a0<\/em>alcuni eran detti Conchiliari o Conchiti, onde Plauto:\u00a0<em>Salvete fures maritimi Conchitae, atque Namiotae, famelica hominum natio, quid agitis?\u00a0<\/em>E Virgilio \u2026 Ma che dico? Di echi parlavamo. (<em>SIM<\/em>, 142- 43)<\/p>\n<p>Il primo prelievo \u00e8 un campione di m\u00ecmesi linguistica accusata con posposizione del possessivo, soppressione di preposizione, elisione di articoli e preposizioni, enclisi, imperfetto debole in\u00a0<em>\u2013ea<\/em>, troncamento, e terna anaforica battuta sul deittico (<em>quel \/quella<\/em>); il secondo \u00e8 un esempio di fascinazione, una piccola cavata elencatoria nel \u2018barocco\u2019 di Consolo: un periodo che si slarga e si gonfia, che lievita e si espande; e che parrebbe poter continuare a crescere su se stesso divagando\u00a0<em>ad libitum<\/em>, o svolgendosi in volute, a spirale, per tortili virate. Che sia assedio o amore di vertigine (o entrambe le cose), si direbbe che la frase sogna: per incidentali, relative, similitudini e apposizioni.<br \/>\nQuesto invece \u00e8 Consolo adesso, questo \u00e8 lo\u00a0<em>Spasimo\u00a0<\/em>(<em>SP<\/em>, 25):<\/p>\n<p>Nella libera vita, elusione di regole e castighi, nel crollo d\u2019abitudini e costumi, rimescolio di stati, cadute di ritegni, privo d\u2019imposizioni e di paure, della voce, dello sguardo che ordina e minaccia, solo con Aurelia, Chino visse, nel marasma del paese, nella casa saccheggiata in ogni stanza, nel dammuso e nel catoio, il tempo suo pi\u00f9 avventuroso.<\/p>\n<p>Nel libro lo scrittore impiega pressoch\u00e9 esclusivamente il punto e la virgola<a href=\"http:\/\/www.griseldaonline.it\/camporesi\/popolo\/lo-spasimo-di-palermo.html#nota4\">[4]<\/a>: una interpunzione che spesso, o come qui, obbliga alla rilettura, dacch\u00e9 per comprendere il testo occorre trovarne il ritmo e la cadenza. Che non sono affatto intuitivi, ma sono questi:<\/p>\n<p><u>Nella libera vita<\/u>, [elusione di regole e castighi,] nel crollo d\u2019abitudini e costumi, [rimescolio di stati, cadute di ritegni,] privo d\u2019imposizioni e di paure, [della voce, dello sguardo che ordina e minaccia,] solo con Aurelia,\u00a0<u>Chino visse<\/u>[, nel marasma del paese, nella casa saccheggiata in ogni stanza, nel dammuso e nel catoio,]\u00a0<u>il tempo suo pi\u00f9 avventuroso<\/u>.<\/p>\n<p>Solo rileggendo, insomma, riusciamo ad impostare la voce, ad abbassare la curva intonativa accordandola al senso dell\u2019apposizione, del non altrimenti segnalato inciso, della parentetica. E si guardi alla costruzione peculiare del brano riportato sotto (<em>SP<\/em>, 24), al disorientante paritetico allinearsi dei membri di una sintassi tra accidentata e scomposta; e al rallentamento musicale prodotto da punteggiatura e ripetizioni \u2013 e qui veramente, con una impostazione grafica diversa, semplicemente andando a capo ad ogni virgola, diremmo che si tratta di una poesia:<\/p>\n<p>Lo strazio fu di tutti, di tutti nel tempo il silenzio fermo, la dura pena, il rimorso scuro, come d\u2019ognuno ch\u2019\u00e8 ragione, cosciente o meno, d\u2019un fatale arresto, d\u2019ognuno che qui resta, o di qua d\u2019un muro, d\u2019una grata, parete di fenolo, vacuo d\u2019una mente, davanti alla scia in mare, all\u2019arco in cielo\u00a0 che dispare, di cherosene.<\/p>\n<p>\u00c8 una sorta di procedimento (sklovskiano) della \u2018forma oscura\u2019: vale ad aumentare la durata della percezione di un oggetto (uno scritto, una musica, una tela), quindi ad accrescerne la permanenza e l\u2019impressione nella memoria rendendone impegnativa la decrittazione, impervia la comprensione. E pu\u00f2 essere che Consolo ci stia sfidando con la difficolt\u00e0 del testo, che voglia costringerci a restare su ogni pagina e a rileggerla finch\u00e9 non la teniamo a mente (nella memoria, appunto): finch\u00e9 sappiamo recitarla sentendoci dentro le pause, gli scatti, la curva della sua voce (della sua pena). Ma pure \u00e8 forte il sospetto che Consolo dal lettore abbia gi\u00e0 preso le distanze, e stia parlando con se stesso. E che la linea faticosa e \u2018spezzata\u2019 della scrittura sia un esteso correlativo oggettivo, o come la traccia di un cardiogramma, la mimesi di uno spasimo che si torce nella penna e spezza la voce, e che in tutto il libro sgrana e frantuma la\u00a0<em>fabula\u00a0<\/em>e il discorso. Perch\u00e9 questo non \u00e8 il passo disteso di un narratore, non c\u2019\u00e8 mai quell\u2019agio; e lo annunciava, in\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0<em>esergo\u00a0<\/em>del testo, il Prometeo eschileo :<br \/>\n\u00abIl racconto \u00e8 dolore, ma anche il silenzio \u00e8 dolore\u00bb \u2013 che significa: ogni cosa mi fa male, parlare o tacere; lo si voglia riferire alla persona dell\u2019autore o al protagonista del libro, Gioacchino Martinez.<br \/>\nTorniamo per\u00f2 al nostro confronto. Si potrebbe pensare, e in un certo senso \u00e8 cos\u00ec, che prevalentemente semantica sia la difficolt\u00e0 del\u00a0<em>Sorriso<\/em>, nel quale, sebbene la narrazione non si svolga piana come in un romanzo tradizionale, resta maggiore la disponibilit\u00e0 al racconto; e che sintattica sia invece quella dello\u00a0<em>Spasimo<\/em>, in cui la forma narrativa si contrae accentuando la tendenza a slogare un periodo solitamente paratattico che avanza come a gomiti, veramente si allarga a spigoli, slontanando soggetto verbo e oggetto (normalmente invertendo in iperbato l\u2019<em>ordo naturalis<\/em>) a mezzo di colate appositive. Ma si tratterebbe appunto di una verit\u00e0 parziale, poich\u00e9 la complessit\u00e0 sintattica \u00e8 anche un fatto, per quanto non il prevalente, del\u00a0<em>Sorriso\u00a0<\/em>(<em>SIM<\/em>, 143-144):<\/p>\n<p>Prendemmo a camminare in giro declinando. Sul pavimento a ciottoli impetrato ricoverti da scivoloso musco e da licheni, tra le pareti e la volta del cunicolo levigate a malta, jisso, a tratti come spalmate di madreperla pesta, pasta di vetro, vernice d\u2019India o lacca, lustre come porcellane della Cina, porpora in sulle labbra, sfumante in dentro verso il rosa e il latte, a tratti gonfie e scalcinate per penetrazioni d\u2019acqua, che dalla volta gocciola a cannolicchi c\u00e0lcichi, deturpate da muffe brune e verdi, fiori di salnitro e capelvenere a cascate dalle crepe: luogo di delizie\u00a0<em>origine<\/em>, rifugio di frescura pel principe e la corte lungo i tre giorni infocati di scirocco, come le cascatelle della Zisa, i laghi e i ruscelli a Maredolce, i giardini intricati di bergamotti e palme, le spalle a stelle di jasmino, trombette di datura e ricci d\u2019irac\u00f2, le cube e le cubale dei califfi musulmani, o come le fantasie contorte d\u2019acque sonanti e di verzure, di pietre e di conchiglie dell\u2019architetto Ligorio Pirro pel Cardinale D\u2019Este.<br \/>\nTutto questo, addio [\u2026].<\/p>\n<p>Introdotta da un periodo breve, fiorisce gigantesca su un imprendibile complemento di luogo la frase nominale che fra chiasmi, allitterazioni e paronomas\u00ece procede in corsa, balza in avanti a cascata gonfiandosi di immagini, aprendo ovunque rivoli, spandendo i suoi tentacoli, ingoiando le cose e generandone poi altre, e inarrestabilmente gremendosi, affollandosi. Ma \u00e8 un procedere, una estroversione: tagliata in barocco, certo; e al fondo e in superficie \u00e8 ansia: attorcigliata, srotolata o esplosa, \u00e8 sempre la solita danza su baratri e sbalanchi, una frenesia di copertura, la maschera sul vuoto: infine una modalit\u00e0 del tragico: un movimento disperato e affannoso, si sa, e incantatorio anche: sforzato e lanciato all\u2019infinito come se questo dire-toccare-accumulare fosse prendere e fermare le infinite cose, o salvarle e salvarsi; per\u00f2 resta un movimento verso fuori. Non \u00e8 quello introvertito dello\u00a0<em>Spasimo<\/em>: del periodo che si sfonda o si incava, che si avvolge e rif\u00e0 all\u2019indietro la sua spira; e non ingoia\u00a0 le cose, gli oggetti, il mondo, ma se stesso. Si ponga attenzione a questa ipotassi (<em>SP<\/em>, 52 \u2013 la messa in evidenza \u00e8 nostra), alla parentetica che si dilata tra il soggetto (alla fine della frase)\u00a0 e il suo complemento (all\u2019inizio della proposizione):<\/p>\n<p><u>Ma anche per lui<\/u>, per il padre, che pure della sciagura voleva parlare al figlio, dire finalmente, spiegare, e ora che partiva, ritornava laggi\u00f9, nella sua isola, ora che dal figlio di pi\u00f9 s\u2019allontanava, da quel fuggiasco costretto nell\u2019esilio,\u00a0<u>la presenza di Daniela era opportuna<\/u><\/p>\n<p>Il prelievo, poco illuminante a livello contenutistico, \u00e8 esemplare dell\u2019andamento macroscopico del racconto.<\/p>\n<p>Lo\u00a0<em>Spasimo\u00a0<\/em>\u00e8 la storia di un viaggio dalla Sicilia alla Sicilia, via Parigi e Milano. Consolo narra in terza persona, perlomeno prevalentemente; ma sembra che parli di s\u00e9. Gioacchino Martinez \u00e8 uno scrittore invecchiato che non scrive pi\u00f9 perch\u00e9 alla propria scrittura non crede. \u00c8 un padre che si accusa di non aver saputo salvare il figlio dal disastro di una ideologia manipolata, degenerata poi nella violenza degli \u2018anni di piombo\u2019; e a Parigi, nell\u2019ennesimo viaggio verso quel figlio con cui non sa parlare e che poco gli parla, da una fotografia sulla parete di un albergo, inizia a ricordare: l\u2019infanzia sull\u2019isola, lo sbarco degli americani nel \u201943, il rifugio suo di bambino: il \u00abmarabutto\u00bb, il posto per starsene lontano, col mondo tutto fuori, a immaginare; e il padre l\u00ec viene ammazzato dai tedeschi, e forse per colpa di Gioacchino. E ricorda, Martinez, l\u2019amore per la sposa luminosa e fragile, Lucia; la casa di Palermo con lei e il figlio: l\u2019oasi di una vita chiusa tra gli affetti e la scrittura, nel riparo di quelle mura, difesa dal bellissimo giardino; e poi le piante scerpate e avvelenate, la mafia che con le bombe si prende quella terra per lucrare sul cemento e i condomin\u00ee; e quindi la fuga dalla Sicilia, il viaggio verso Milano pensata umana e civile ma in breve divenuta un altro luogo di terrore e spari, e poi, craxiana, fatta teatro di ogni mercimonio, \u00a0della volgarit\u00e0 pi\u00f9 oscena. E dopo, l\u2019impazzire e il morire di Lucia, il figlio accusato di terrorismo che si rifugia in Francia, i tanti viaggi tra Parigi e Milano; e prosegue la storia fino al ritorno di Gioacchino a una Palermo incancrenita, dove lo scrittore muore, salta per aria nell\u2019attentato a un giudice che assomiglia a Borsellino. Questa, per amplissime linee, la vicenda del libro<em>.<\/em><br \/>\nMa non sappiamo dire, con la straordinaria sicurezza che pure \u00e8 di qualche interprete, che \u2018equivocheremmo\u2019 qualora sovrapponessimo le voci e le figure, se insomma scambiassimo l\u2019afasia di Martinez per una possibile (o temibile) afasia di Consolo<a href=\"http:\/\/www.griseldaonline.it\/camporesi\/popolo\/lo-spasimo-di-palermo.html#nota5\">[5]<\/a>. Perch\u00e9 in realt\u00e0 ci pare che sia proprio di Consolo il rifiuto o l\u2019impossibilit\u00e0 di scrivere del tragico protagonista dello\u00a0<em>Spasimo\u00a0<\/em>\u2013 una impossibilit\u00e0 che, per questa critica lontana dal dubbio, varrebbe a registrare \u00abun dato antropologico e sociale\u00bb nella generalissima questione (almeno cos\u00ec capiamo noi) del senso della funzione intellettuale oggi.<br \/>\nCerto non intendiamo appiattire lo\u00a0<em>Spasimo\u00a0<\/em>alla dimensione esistenziale dell\u2019autore: la separazione tra l\u2019<em>io che vive\u00a0<\/em>e l\u2019<em>io che scrive\u00a0<\/em>c\u2019\u00e8 sempre, innegabilmente; e la finzione, l\u2019invenzione, \u00e8 la condizione di qualunque narrazione, anche autobiografica. Ma pure se non sapessimo nulla di Consolo, anche se non riconoscessimo opaca in queste pagine un\u2019esperienza sua reale, comunque, davanti all\u2019opera che mette in scena uno scrittore che dichiara l\u2019<em>impasse<\/em>, e con fatica e con durezza ogni volta torna sul proprio fallimento, che le proprie parole sente false e della propria scrittura recita il\u00a0<em>mea culpa\u00a0<\/em>\u2013 non potremmo non pensare che chiunque sia l\u2019autore, in qualche modo stia parlando di s\u00e9, del suo rapporto con la Letteratura. E a maggior ragione nello\u00a0<em>Spasimo<\/em>, che di tutti i testi di Consolo \u00e8 veramente il pi\u00f9 \u2018sovrascritto\u2019 dacch\u00e9 qui la \u00abmetrica della memoria\u00bb \u2013 lo sfondarsi della pagina e il precipitare suo in verticale per il sovrappi\u00f9 di senso di cui la caricano le voci della Letteratura (e sono tante: Omero, Dante, Cervantes, Tasso, Manzoni, Leopardi, Verga, T.S. Eliot, Vittorini, Montale) \u2013 \u00e8 anche e principalmente memoria fortissima di s\u00e9, dei propri libri, di una storia letteraria personale e vera che costantemente richiama se stessa e si mostra per lacerti, accenni, rinvii: da\u00a0<em>Un giorno come gli altri\u00a0<\/em>a\u00a0<em>Le pietre di Pantalica\u00a0<\/em>a\u00a0<em>Catarsi\u00a0<\/em>all\u2019<em>Olivo e l\u2019olivastro<\/em>.<br \/>\nNeppure sappiamo dire con certezza se lo\u00a0<em>Spasimo\u00a0<\/em>debba chiamarsi romanzo, antiromanzo, o narrazione poematica; e potremmo aiutarci specificando che \u00e8 insieme tragedia, confessione, racconto del viaggio, o dell\u2019esperienza, oppure un\u2019espiazione, e un addio. Ma la questione dei nomi poi non muta la sostanza dell\u2019oggetto: di questa che \u00e8 (e rimane) una prosa, con le sue fortissime vibrazioni o fibrillazioni liriche; e che narra una storia, per quanto\u00a0 destrutturandola \u2013 con tristezza o con violenza, con qualche esibita trasandatezza, forse con una strana sprezzatura. Lasciamo quindi la definizione esatta dello\u00a0<em>Spasimo\u00a0<\/em>ai catalogatori esperti, ai teorici della letteratura; e in fondo anche \u2018romanzo\u2019 pu\u00f2 andar bene poich\u00e9 il genere, elasticissimo, \u00e8 per natura aperto a tutti gli attraversamenti, a ibridazioni e contaminazioni<a href=\"http:\/\/www.griseldaonline.it\/camporesi\/popolo\/lo-spasimo-di-palermo.html#nota6\">[6]<\/a>; e l\u2019avversione al romanzo, ormai pi\u00f9 volte espressa da Consolo, \u00e8 una polemica nei confronti del suo attuale scadimento, una provocazione e una dichiarazione di non-omologazione al mercato cultural-editoriale che di tale \u2018etichetta\u2019 costantemente abusa, amalgamando strame e opere di Letteratura<a href=\"http:\/\/www.griseldaonline.it\/camporesi\/popolo\/lo-spasimo-di-palermo.html#nota7\">[7]<\/a>. Ma indipendentemente dalle nostre incertezze classificatorie, e pure dal fatto che Consolo, dopo lo\u00a0<em>Spasimo<\/em>, abbia realmente scritto\u00a0 oppure no (e a quasi due anni dalla sua scomparsa, ancora non vien fuori\u00a0<em>L\u2019amor sacro,\u00a0<\/em>il \u00abromanzo storico-metaforico\u00bb (<em>sic<\/em>) che egli stesso annunci\u00f2 finito)<a href=\"http:\/\/www.griseldaonline.it\/camporesi\/popolo\/lo-spasimo-di-palermo.html#nota8\">[8]<\/a>\u00a0comunque non crediamo di sbagliare affermando che lo\u00a0<em>Spasimo di Palermo\u00a0<\/em>ha il modo di una parola ultima. E che \u00e8 difficile per chi lo legge perch\u00e9 \u00e8 difficile per chi, disperatamente, lo ha scritto.<\/p>\n<p>La disperazione, insieme alla diminuzione di s\u00e9, \u00e8 un tratto distintivo di Consolo: racconta una pena reale, crescente, e ossessivamente presente nell\u2019ultima sua produzione \u2013 si guardi, prima che al massacro pervicacemente operato da Gioacchino Martinez nei confronti di se stesso e della propria scrittura, all\u2019odio di s\u00e9 che gi\u00e0 nel 1989 si sbozzava nei toni gridati enfatici dell\u2019Empedocle di\u00a0<em>Catarsi\u00a0<\/em>(lo scienziato-poeta impazzito per la falsit\u00e0 che sente dentro le parole \u2013 anche le proprie \u2013 e il cui \u00abodio verso il mondo \u00e8 pari all\u2019odio per se stesso, pari al suo dolore, al suo rimorso\u00bb;\u00a0<em>Cat<\/em>, 58), o allo svilimento a \u00abinfimo Casella\u00bb, a<br \/>\n\u00aberoe patetico\u00bb che \u00e8 nell\u2019<em>Olivo e l\u2019olivastro\u00a0<\/em>(<em>OO<\/em>, 107). Dentro c\u2019\u00e8 la coscienza della \u00abcavea vuota\u00bb, il senso di parlare \u00abarditamente\u00bb \u2013 e a Consolo dov\u00e9 parere \u2018teatralmente\u2019 \u2013 al niente; forse il timore di perdersi nell\u2019alessandrinismo, nella tentazione dell\u2019ornato o nel vaniloquio della parola bella; e anche quello di scadere nella querimonia, nell\u2019infinito lamento del vecchio che si sente escluso, estromesso. E con tutto il valore estetico morale e civile di cui sempre ha considerato depositaria e custode la Letteratura, Consolo deve aver fatto fatica a non smarrire il senso del proprio lavoro, la spinta del proprio scrivere, del suo ostinarsi ad additare dei valori al nostro tempo di ignoranze, di coscienze assordite ed avvilite, ottuse. Probabilmente nello\u00a0<em>Spasimo\u00a0<\/em>\u00e8 il peso del disinganno che spezza e sgrana il racconto, che blocca il farsi del romanzo, della storia levigata e \u2018tonda\u2019; pure se indubbiamente esiste (e sarebbe fuorviante escluderlo), insieme al bisogno (ancora) di dire una parola \u2018utile\u2019 al mondo, il desiderio di misurarsi (ancora), di sperimentare la via diversa, il taglio che magari incida la corazza dell\u2019indifferenza mentre attinge un risultato alto, una compiutezza di stile. Meno cesellata e preziosa \u00e8 la lingua dello\u00a0<em>Spasimo\u00a0<\/em>(come gi\u00e0 quella delle\u00a0<em>Pietre<\/em>, dell\u2019<em>Olivo<\/em>) rispetto alla voltura ricchissima, alla esuberanza vertiginosa e tortile cui ci aveva abituato la penna dell\u2019autore siciliano; ma liricamente tesa, musicale per assonanze e rime interne, resta una partitura ritmica; e si presenta pi\u00f9 facile all\u2019approccio lessicale, porta i segni di una nuova asciuttezza, quasi la tendenza a una semplificazione che in qualche modo va a bilanciare il tratto singolare, internamente terremotato della struttura. Ma la questione \u00e8 complessa, se la distanza dalla voce antica \u00e8 aumentata progressivamente, disegnando e chiarendo un movimento, pi\u00f9 che di distacco, di rigetto.<\/p>\n<p>Mancano allo\u00a0<em>Spasimo\u00a0<\/em>le pezze d\u2019appoggio del\u00a0<em>Sorriso<\/em>, i documenti veri o contraffatti del romanzo di stirpe manzoniana misto di storia e d\u2019invenzione; gli manca l\u2019ironia, anche amara; e la quinta di teatro, la metafora di un tempo altro. Non ci sono i fatti del 1860 o gli anni Venti di\u00a0<em>Nottetempo\u00a0<\/em>per dire \u2018in figura\u2019 le cose di oggi, perch\u00e9 siamo nell\u2019oggi, e la Storia non si esplicita per nomi e date, ma sta inscritta nella scena metropolitana o nell\u2019iconografia stringata di una terra rovinata e guasta; e si aggruma ad ogni passo del racconto, lo incide di veloci apparizioni e di rumori (il traffico, gli spari, certi improvvisi boati) orientando e dirigendo la vicenda. E indubbiamente la narrazione mai facile di Consolo qui si fa pi\u00f9 sussultoria dacch\u00e9 sfronda e scolla pesantemente la trama fino a darcela esplosa, confondendoci. Spesso, in un unico capitolo, passato prossimo e remoto (Milano e la Sicilia), il presente degli eventi (all\u2019inizio Parigi, Palermo poi) e quello perenne di incubo e dolore stanno insieme: per paragrafi staccati, s\u00ec: epper\u00f2 uno via l\u2019altro e per continui salti, sempre in assenza di segnalazioni o di appigli che dicano chiari i tempi e i luoghi; e anche qui, per capire, siamo costretti a tornare indietro, a rifare la lettura. Pare sconnessa l\u2019architettura, franata<a href=\"http:\/\/www.griseldaonline.it\/camporesi\/popolo\/lo-spasimo-di-palermo.html#nota9\">[9]<\/a>. Che sia ormai insofferenza dell\u2019invecchiato autore, sfida orgogliosa a un uditorio assente, fretta o voglia di finire, l\u2019opera somiglia a un disegno impazzito: e costantemente pasticcia la sua struttura, la svisa, la fa sghemba: quasi a voler mostrare che la mano non sa (o non vuole) pi\u00f9 reggere i fili di una compiuta\u00a0<em>fabula<\/em>, che sta cedendo \u2013 ed \u00e8 vero \u2013 alla stanchezza. Ma a guardar bene, il disegno di Consolo \u00e8 tutt\u2019altro che confuso: lo\u00a0<em>Spasimo\u00a0<\/em>\u00e8 un congegno ben pensato, tagliato e montato per frammenti, tra analessi e prolessi,\u00a0<em>flashback\u00a0<\/em>e anticipazioni; e mentre gradualmente rivela la sua tramatura di \u2018simboli\u2019 (sono figure equivalenti il giudice, il padre, lo scrittore; e tutti i luoghi del rifugio \u2013 o della vilt\u00e0 \u2013 sono la scrittura) mentre che pare disperdersi o costruirsi quasi casualmente, si serra a cerchio intorno alla vicenda che si snoda nel presente: un\u2019azione che si interrompe gi\u00e0 alla seconda pagina del primo degli undici brevi capitoli del libro; che torna a svolgersi, si chiarisce e (provvisoriamente) si conclude tra il terzo e il quarto, che ancora si blocca in una rammemorazione e riprende poi a scorrere dal nono capitolo fino alla conclusione del testo. \u00c8 insomma il racconto di un viaggio di ritorno che comincia in\u00a0<em>medias res<\/em>, ritrova il suo principio per tornare poi al passo col presente, secondo uno schema antico, omerico. E veramente Consolo ha riscritto un\u2019<em>Odissea<\/em>, dal tempo dell\u2019<em>Olivo e l\u2019olivastro<\/em>: per\u00f2 nei modi sgangherati e tragici e con le afonie di un cantore moderno.<\/p>\n<p>Iperbati, anafore, assonanze e rime interne sono frequenti nello\u00a0<em>Spasimo<\/em>; consueta \u00e8 la cadenza degli endecasillabi e pure di senari, settenari, ottonari e novenari mascherati e fitti nel tessuto della prosa: ma \u00e8 un dato acquisito che ritmi e procedimenti topici della poesia da sempre contraddistinguano la pagina di Consolo. Lirica \u00e8 la pagina iniziale, quasi una protasi, amara e splendida; lirico e commovente l\u2019addio alla donna morta; e veramente mirabile (un gioiello da antologia) l\u2019addio a Milano (<em>SP<\/em>, 93-4) cos\u00ec lucido e fermo e dolente (e quanta vita, quanta fede letteraria, quante cose ci sono in questo addio fatto di luoghi di persone di scrittori di poeti) ma che poi cambia il tono suo pacato, si gela e si strozza in\u00a0\u00a0 una maledizione, in uno sputo \u2013 ma potremmo continuare a lungo. E sporgenze, affacci e approssimazioni ai modi della lirica stanno nelle aggettivazioni, parche e per\u00f2 puntute, folgorate, tutte rapprese; e nelle inserzioni citazionali di versi, nelle incongruenze sintattiche violente, in certa fortissima icasticit\u00e0 di dettato; e nei cataloghi dei nomi che adesso non sbocciano fastosi ed opulenti e non si affoltano in vorticosa danza a coprire il vuoto, ilaro-tragici e infebbrati di vertigine, ma in quello cascano o colano gravi, disanimati e nudi. Resta colta e non omologata la lingua di Consolo, per\u00f2 si \u00e8 incrudita: non gronda pi\u00f9 umori densi o olii soavissimi, non si espande per volute, non ricama i suoi vecchi e splendidi arabeschi, ma vuole incidere e pesare, come una pietra: a tratti si fa rasposa per asciuttezza e sempre ha in gola una dissonanza aspra, una caduta, uno stridore, la disarmonia che spezza l\u2019illusione la mal\u00eca il lenimento del canto (la tentazione dell\u2019incanto). Per distillazione e smagrimento, per erosione si \u00e8 rappresa in una bellissima economia verbale che coniuga torsioni incongruenze e lapidariet\u00e0 sintattiche allo sfondamento in profondit\u00e0 e in espansione, all\u2019appiombo verticale della parola poetica. Ma veramente quel che pi\u00f9 rileva e fa la differenza, rispetto al passato, di questa lingua sfrondata, \u00e8 l\u2019ispessirsi delle sue zone di silenzio: tanti sono gli spazi bianchi che si aprono fra i capoversi o fra i paragrafi staccati; e le virgole, anche ravvicinatissime, che spezzano il fluire del racconto, isolano segmenti quasi versicolari: sono pause che si leggono come se ci fosse un salto d\u2019aria in mezzo, come gli \u2018a capo\u2019 della poesia. E questo ispessimento deriva dal ricorrere di un procedimento che appunto porta in s\u00e9 il silenzio perch\u00e9 implica un margine di non detto, di non spiegato: l\u2019ellissi, che \u00e8 il vuoto su cui rallentiamo, ci fermiamo; che siamo chiamati a interpretare, o di cui dobbiamo prendere atto.<\/p>\n<p>Elide i nessi Consolo, spesso la consequenzialit\u00e0 narrativa; avanza per associazioni sue,\u00a0<em>per saltum<\/em>, e sembra (voler) perdere il filo, o volerlo ingarbugliare a noi. Agisce ellitticamente quando ci confonde sovrapponendo le maschere, le\u00a0<em>personae\u00a0<\/em>in cui si scorpora e parla la voce narrante (io, tu, egli: nello\u00a0<em>Spasimo\u00a0<\/em>\u00e8 lo stesso); o quando proditoriamente ci spiazza nel giro di una frase o di un capoverso con una posposizione che \u00e8 un repentino cambio del soggetto (<em>SP<\/em>, 26):<\/p>\n<p>Ricominci\u00f2 a poco a poco a frequentare l\u2019intrico dei vicoli dietro la sua casa, il quartiere tra la chiesa e la piazza di fondachi e di antri, casupole col mulo nella stalla, carretti ad aste all\u2019aria, gabbie d\u2019animali, buffette di scarpari, forge fumose, fermenti grassi, fioriture d\u2019untumi, afrori da porte e lucernari, lippi e limaglie tra i ciottoli, ai bordi dello scolo. Sulla soglia, mischiavano le donne vasellina e zolfo per la rogna. Si negava a quel meandro in ogni tempo, come posto dentro una caverna, sotto perenne nuvola di cenere dell\u2019Etna o sabbia del deserto, il sole che nelle cadenze, nel giro naturale temperava questa fascia del mondo, governava i giorni, le stagioni.<\/p>\n<p>Ellittico \u00e8 il discorso in cui tutte le parole funzionano come una stenografia e hanno dentro un\u2019eco, allargano e sfondano la pagina col peso; ellissi \u00e8 l\u2019accostamento straniante dei frammenti, oppure l\u2019omissione del verbo, o il comparire suo con impressionante ritardo (\u00e8 la prassi con cui Consolo sistematicamente ci disorienta) come nel fraseggio apparentemente nominale in chiusura di questa pagina che riportiamo intera ad esemplificare in sequenza quanto appena detto (<em>SP<\/em>, 42-3):<\/p>\n<p>Oblio di tempo e luogo in quella sosta di ristoro, estraniamento, ritaglio d\u2019un mondo prossimo e lontano, e Abdelkrim mostr\u00f2 il tramonto, il vuoto intorno, signific\u00f2 la chiusura del giardino, delle porte.<br \/>\n\u00abA demain, monsieur, \u00e0 demain\u00bb il sorriso sul viso nobile, caprigno.<br \/>\nAncora spinto dal caso, nel cieco vagolare, nelle luci e nelle ombre della sera.<br \/>\nPortavano i passi verso il luogo dov\u2019era la ragione del viaggio, del suo persistere nel mondo, verso quell\u2019uomo esplicito e sfuggente, quel figlio che si negava a ogni confidenza, tentativo di racconto, chiarimento.<br \/>\nFurtivo avanti la libreria a spiare nella sala fumosa e affollata, lui con altri al tavolo, sorridente e ironico, accanto al profetico scrittore riccioluto.<\/p>\n<p>\u201cPiangevi per le nuvole, pei tuoni, ti stringevi a me forte, le nule le nule \u2013 lamentavi \u2013, t\u2019ostinavi a contare le stelle, a scovare le cicale, dicevi del veliero sopra il Monte, dei fuochi sopra l\u2019onde, e lei che ridendo pi\u00f9 in dentro ti spingeva nelle fole.\u201d<\/p>\n<p>Dentro frotte, masse, che non credea non credea che tante, notturne e inebetite, per viali passaggi impasses, angoli scuri, insegne lampeggianti, video e ordigni sessuali, negre maestose e vecchie consumate, club, guardiani ch\u2019afferrano pel braccio, spacciatori, giovani piegati e barcollanti, uno stordimento, un fiume trascinava, in fondo, fino alla foce calma, alla penombra sotto un arco, ombre immobili e scorrenti.<\/p>\n<p>Il periodo in apertura della citazione mostra due maniere allineate: quella nominale (\u00abOblio di tempo \u2192 lontano\u00bb) e quella predicativa (\u00abe Abdelkrim \u2192 delle porte\u00bb); elidono i verbi<br \/>\n\u00abA demain \u2192 caprigno\u00bb (e ci lampeggia dentro Saba), \u00abAncora spinto \u2192 della sera\u00bb, \u00abFurtivo avanti\u2192 riccioluto\u00bb; e sono modi scorciati e rappresi, intervallati dall\u2019ordito pi\u00f9 tradizionale di \u00abPortavano \u2192 chiarimento\u00bb (con le anaforiche riprese melodrammatiche e l\u2019euritmia retorica della terna sinonimica in chiusa) e dal frammento di sapore pascoliano<br \/>\n\u00abPiangevi \u2192 fole\u00bb.<br \/>\nIn questo contesto, l\u2019eliotiano-dantesco \u00abDentro frotte, masse \u2192 scorrenti\u00bb, ci sembra immediatamente anch\u2019esso privo di predicato; ma \u00e8 un\u2019impressione indotta dalla sintassi che procede centripeta tra slogature e agglutinazioni, per membri sbrancati. Il periodo infatti ha<br \/>\n\u00abfiume\u00bb per soggetto, \u00abtrascinava\u00bb per verbo, \u00abombre\u00bb come oggetto e tre complementi di luogo: \u00ab<em>d<\/em>entro\u00bb, \u00abper\u00bb e \u00abfino\u00bb; il primo (\u00ab<em>d<\/em>entro\u00bb) complicato dalla citazione che dovrebbe contenere e riportare il commento del protagonista Gioacchino, di cui il libro narra in terza persona; e che per\u00f2 innesta un ulteriore effetto di sbandamento per l\u2019ambiguo sovrapporsi di soggetto narrato e voce narrante, e forse per l\u2019improvviso baluginare o il chiarirsi della identit\u00e0 delle\u00a0<em>personae\u00a0<\/em>grammaticali, di\u00a0<em>egli<\/em>-Martinez e di\u00a0<em>io<\/em>-Autore-Consolo, dacch\u00e9 l\u2019imperfetto debole\u00a0<em>credea\u00a0<\/em>indubbiamente vale per entrambe le persone, terza e prima; ma appunto la memoria dantesca ed eliotiana (e sono presenze capitali nello\u00a0<em>Spasimo<\/em>) generano o rivelano la \u2018confusione\u2019; e istintivamente leggiamo come se a parlare fosse la prima (\u00abe dietro le ven\u00eca s\u00ec lunga tratta |di gente,\u00a0<em>ch\u2019i\u2019 non averei creduto\u00a0<\/em>|che morte tanta n\u2019avesse disfatta\u00bb;\u00a0<em>If<\/em>, III, 54-57; \u00abA crowd flowed over London bridge, so many, \/<em>I had not thought\u00a0<\/em>death had undone so many\u00bb;\u00a0<em>WL<\/em>, 61-63; la sottolineatura \u00e8 nostra).<br \/>\nAd ogni modo, reputare omesso il predicato \u00e8 un errore che Consolo ci spinge a compiere. O meglio, lo commettiamo perch\u00e9 lo\u00a0<em>Spasimo\u00a0<\/em>ha una orchestrazione sinfonica, una sua musica: l\u2019autore prende un tema, cambia strada, lo lascia, e poi a distanza, magari dopo molti altri toni e altri motivi, ci ritorna, lo riprende, lo continua. A rigore infatti, nel caso appena esaminato, Consolo sta continuando un \u2018tema\u2019 precedente, e ad essere pi\u00f9 precisi avremmo dovuto parlare della elisione di un avverbio o di un periodo (o di una serie di periodi) che stanno due pagine prima di quella citata: \u00abVia fino al Quais des C\u00e9lestins [\u2026]. Via da quella zattera di pietra [\u2026], dentro borghi, strade, piazzette di dimenticanza, bistrots e librerie, volumi aperti su pagine istoriate, inchiostri multicolori, scrittura ondosa e sibillina. Quindi davanti al muro bianco, alla cupola smagliante, al minareto della moschea\u00bb (<em>SP<\/em>, 40); ma potremmo anche fare come se fosse sottinteso il \u00ab<em>g<\/em>irovag\u00f2\u00bb dell\u2019inizio del capitolo (\u00e8 lontanissimo, a pagina 33); oppure, veramente, \u2018andava\u2019: perch\u00e9 il continuo e affannoso\u00a0\u00a0 movimento, il desolato e interminabile peregrinare \u00e8 un motivo che ritorna (ma ce ne sono altri: la colpa, il rimorso, il rifugio, l\u2019addio), una nota dolorosa che lo\u00a0<em>Spasimo\u00a0<\/em>(questo libro che racconta un viaggio) perde e poi riprende. E \u2018andava\u2019 sar\u00e0 il predicato saltato pi\u00f9 avanti, in un diverso tempo e luogo della vicenda, a Milano anzich\u00e9 a Parigi; ma il modo ellittico \u2013 la ripresa del tema che compare a distanza, come fosse un\u00a0<em>refrain<\/em>, in pagine differenti \u2013 \u00e8 analogo a quello indicato in precedenza:<\/p>\n<p>\u00abAndava nell\u2019ora antelucana per la citt\u00e0 ignota, per vie, larghi senza nome, per scale, passaggi pedonali, nel neutro lampare dei semafori. Gli egri ippocastani attorno al monumento marcivano le bacche [\u2026]\u00bb (<em>SP<\/em>, 69).<\/p>\n<p>E dopo altri coagulati motivi, altri rappresi pensieri (la fiumana del progresso, il Gran Ballo Excelsior, Verga che torna in Sicilia, gli scontri degli anni \u201970 a Milano) \u2018andare\u2019 torna in anafora (<em>SP<\/em>, 70) in un altro capoverso:<\/p>\n<p>\u00abAndava in quel crepuscolo, fra lo sbarramento di portoni, di serrande, nel giallo dei fanali, nel vuoto, nell\u2019arresto mattutino. Guardie infilavano i biglietti[\u2026]\u00bb;<\/p>\n<p>E pi\u00f9 gi\u00f9, dopo la descrizione della citt\u00e0 desolata, la comparsa in scena di Manzoni<a href=\"http:\/\/www.griseldaonline.it\/camporesi\/popolo\/lo-spasimo-di-palermo.html#nota10\">[10]<\/a>, l\u2019apocalissi dei barboni (questa pagina, che in parte abbiamo citato, staccata dal racconto, separata e chiusa tra due spazi bianchi) lontano insomma, ma ancora eliso, sottinteso, c\u2019\u00e8 il predicato, \u2018andava\u2019:<\/p>\n<p>\u00abDentro il fitto intrico della cerchia e la curva larga in cui nei muri, negli accessi, erano ancora i segni del Naviglio\u00bb (<em>SP<\/em>, 71).<\/p>\n<p>E muovendoci anche noi per salti, arriviamo all\u2019avvio del testo, che \u00e8 prologo o protasi o una specie di \u2018a se stesso\u2019, o un \u2018a parte\u2019: leggiamo l\u2019<em>incipit\u00a0<\/em>della scrittura \u00abpoematica\u00bb dolorosa e franta, l\u2019inizio del viaggio (<em>SP<\/em>, 9):<\/p>\n<p><em>Allora tu, i doni fatui degli ospiti beffardi, l\u2019inganno del viatico, l\u2019assillo della meta (nella gabbia dell\u2019acqua, nella voliera del vento hai chiuso i tuoi rimorsi), ed io, voce fioca nell\u2019aria clamorosa, relatore manco del lungo tuo viaggio, andiamo.<\/em><\/p>\n<p>Ma pi\u00f9 indietro \u2013 ch\u00e9 questo libro \u00e8 un perenne ritornare di Consolo su di s\u00e9, sul suo mestiere, i suoi libri, la sua funzione di scrittore \u2013 c\u2019\u00e8 l\u2019<em>andare<\/em>, il\u00a0<em>fermarsi<\/em>, lo\u00a0<em>scendere<\/em>, l\u2019<em>entrare<\/em>, il\u00a0<em>correre\u00a0<\/em>del reduce \u00abpatetico\u00bb e \u00absmarrito\u00bb, del viaggiatore disperato di una Sicilia perduta:\u00a0 c\u2019\u00e8 l\u2019odissea spezzata e fallimentare dell\u2019<em>Olivo<\/em>; e Consolo doveva tornare su qualcosa che l\u00ec, con quel cammino, aveva incominciato a dire.<\/p>\n<p>La parola \u00abrimorso\u00bb sta all\u2019inizio e alla fine dell\u2019<em>Olivo e l\u2019olivastro<\/em>; poi compare (ed \u00e8 un indicatore di rotta) nell\u2019avvio dello\u00a0<em>Spasimo<\/em>; e in realt\u00e0 sono numerose e tutte rilevanti le occorrenze del termine in queste due variazioni tragiche sul tema della colpa e sul viaggio di matrice omerica, sull\u2019impossibile ritorno a un\u2019Itaca scomparsa.<br \/>\nSi chiama cos\u00ec\u00a0<em>L\u2019Olivo e l\u2019olivastro\u00a0<\/em>perch\u00e9 fra quegli arbusti, nell\u2019intrico fitto e armonico di selvatico e coltivato, ripara Ulisse quando scampa al suo lungo naufragare e tocca un mondo solido, o comunque pi\u00f9 solido del mare: Scher\u00eca incantata, la terra dei Feaci. Al personaggio del mito Consolo dedica un intero capitolo (il secondo del libro) rendendo esplicito il parallelismo tra due viaggi che si svolgono nel testo, entrambi di ritorno, epper\u00f2 segnati\u00a0 da esiti differenti. Perch\u00e9 se Odisseo alla fine del suo travaglioso peregrinare raggiunge Itaca, il protagonista dell\u2019<em>Olivo\u00a0<\/em>approda invece a un\u2019isola mutata, devastata: una Sicilia sconciata cementificata incancrenita dannata, ormai dominio dei Proci, del selvatico soltanto, della barbarie. E certamente narra di s\u00e9, Consolo: a descrivere il disastro \u00e8 un personaggio senza nome di cui parla in terza persona ma che in tutto gli somiglia. Prescindendo tuttavia in questa sede dal moltiplicarsi dei \u2018giochi a nascondere\u2019 (e qui gli specchi dell\u2019autore sono tanti), ci interessa il carattere espiatorio del cammino dei due erranti: l\u2019antico eroe greco e il moderno protagonista dell\u2019<em>Olivo\u00a0<\/em>accomunati dal \u00abrimorso\u00bb (otto sono le occorrenze del lemma, solo a contarle da pagina 9 a pagina 28 del testo) e dunque dall\u2019aver commesso una colpa. E per\u00f2 quale?<br \/>\nUlisse \u00e8 l\u2019ideatore degli inganni, l\u2019inventore dell\u2019idolo di legno che nasconde nel ventre la morte feroce, le braccia armate che distruggono Troia; e lui che ha coltivato\u00a0<em>m\u00e9tis\u00a0<\/em>e\u00a0<em>techn\u00e9\u00a0\u00a0<\/em>per un fine letale (questa \u00e8 la lettura di Consolo) \u00e8 il pi\u00f9 colpevole degli Achei ma pure l\u2019unico a salvarsi. Non \u00e8 il guerriero pi\u00f9 forte, o il pi\u00f9 degno, il pi\u00f9 valoroso; e lo sa. Perci\u00f2 \u00e8 il pi\u00f9 carico di rimorsi: quelli che dovr\u00e0 affrontare (per una sorta di contrappasso) materializzati in mostri (Ciclopi, Lestr\u00ecgoni, Sirene, la \u00abrovina immortale\u00bb di Scilla e di Cariddi); e prima ancora, quelli che deve propriamente confessare nella reggia di Antinoo: perch\u00e9 nello<br \/>\n\u00abstrazio\u00bb del racconto \u00e8 l\u2019ammenda per cui l\u2019eroe \u00e8 assolto (<em>OO<\/em>, 45); e questa specifica \u2018catarsi\u2019 \u00e8 necessaria (dire, narrare, confessare la colpa) acch\u00e9 il ritorno in patria possa compiersi. Ulisse dunque piange e narra: \u00abnarra fluente la sua odissea [\u2026] diventa [\u2026] l\u2019aedo e\u00a0 il poema [\u2026] il narrante e il narrato, l\u2019artefice e il giudice, diventa l\u2019inventore d\u2019ogni fola, menzogna, l\u2019espositore impudico e coatto d\u2019ogni suo errore, delitto, rimorso\u00bb (<em>OO<\/em>, 19); e ne vien fuori una strana mistione di vero e falso, confusamente l\u2019impressione che dentro il racconto si insinui e stia acquattata una simulazione, una menzogna di fatto imprescindibile; ma la questione (metaletteraria) della possibile \u00abimpostura\u00bb della scrittura (che \u00e8 un assillo tipicamente consoliano) pare solamente accennata qui, nell\u2019<em>Olivo<\/em>, e si svilupper\u00e0 poi, dolorosamente, nello\u00a0<em>Spasimo<\/em>.<br \/>\nQuanto all\u2019autore che nell\u2019<em>Olivo\u00a0<\/em>dice di s\u00e9 in terza persona \u2013 che in apertura del testo dichiara l\u2019impossibilit\u00e0 a narrare (\u00abOra non pu\u00f2 pi\u00f9 narrare\u00bb) e tuttavia, in furia o in pianto, pure dietro una maschera, racconta \u2013 anch\u2019egli porta una colpa: \u00abcon un bagaglio di rimorsi e pene \u00bb (<em>OO<\/em>, 9) lasci\u00f2 l\u2019Isola bellissima e terribile (lei che tra calcinacci e tufi, corsa dai randagi e abitata dai corvi, \u00e8 gi\u00e0 terra votata all\u2019abbandono, pare fatta di polvere); e se ne and\u00f2 via, lontano (lontano anche da quella ingombrante imbattibile Natura: rigogliosa o riarsa o minacciosa di lave e terremoti e sempre troppo imparentata con qualche Assoluto: sempre comunicante con l\u2019inutilit\u00e0 del fare, con un impietramento, con l\u2019oblio); via verso la Storia, il cambiamento, una vita di impegno, di lavoro; epper\u00f2 adesso, dopo tanti anni, lo schiaccia un peso pi\u00f9 gravoso e sono \u00abrimorsi\u00bb, ancora: ma \u00abun infinito tempo\u00bb di quelli e di \u00aborrori, fughe, follie, vergogne\u00bb (<em>OO<\/em>, 16). Sembra insomma accusarsi, Consolo: lui che dalla Sicilia part\u00ec per andare a vivere, per scrivere a Milano. Si accusa di essere fuggito \u2013 ma non crediamo che intenda semplicemente dall\u2019Isola; piuttosto, ci sembra, di non aver fatto quanto andava fatto, o comunque non abbastanza per evitare la frana di una civilt\u00e0, di una cultura (ma poi che cosa pu\u00f2 in concreto sulla vita, sulla Storia, per la manutenzione del mondo, la penna di uno scrittore, la parola della Letteratura?). E nello smarrimento e nella indignazione, per tagli, in un lunghissimo e angoloso\u00a0<em>plahn\u00a0<\/em>tra cronaca e poesia, veramente nell\u2019<em>Olivo\u00a0<\/em>Consolo corre l\u2019Isola intera in un frenetico andare senza soste, con l\u2019urgenza di dirla tutta e dirne lo scempio, quasi che nominare il male lo potesse veramente fermare, o come fosse a salvamento: di lei (Isola e cultura e Storia e mondo) e di s\u00e9, di un impegno civile, del lavoro di chi scrive. Per\u00f2, dall\u2019ira che a volte con fatica monta, e forse ripete le sue parole quasi uguali (pare infatti di stare come fermi, per quanto sempre ci si muova, in questo inferno), da un affanno che \u00e8 nel dire e maledire, dal lamento continuato, dalla sintassi narrativa che si spezza e ti inciampa (e ti stanca anche, con qualche pesante monotonia) senti che si \u00e8 incrinata, che \u00e8 diventata disperata quella superstizione volontaria (o era la fede letteraria) antica.<br \/>\nCerto ha degli slarghi narrativi l\u2019<em>Olivo<\/em>: a tratti prende la forma e il ritmo del racconto breve e incastona le vicende di nativi, reduci o pellegrini di Sicilia \u2013 e tutti come toccati dall\u2019Isola, ammalati (ci sono Verga e Caravaggio, Maupassant, Zummo, von Platen, fra questi\u00a0 ulissidi incupiti o pazzi o moribondi); e pure Consolo continua una sua intenerita o storta e tragica Odissea. Ma il libro \u00e8 principalmente la cronaca del viaggio dentro una \u2018terra guasta\u2019, tutt\u2019altro che vittoriniana: offesa da ignoranza cemento liquami speculazioni e mafie, e chiamata \u2013 con l\u2019attuale degrado e con la bellezza violentemente deturpata \u2013 a far da emblema di una devastazione in atto, del macroscopico processo che ovunque azzera e imbarbarisce le coscienze cancellando insieme Storia, memoria, umanit\u00e0 e cultura. Pi\u00f9 avanti ci fermeremo sui luoghi di questo nervoso periplo siciliano che da Gibellina parte e l\u00ec ritorna cos\u00ec chiudendo il suo percorso irregolare e zigzagante: e tante sono le tappe, accomunate dallo stesso orrore, e generalmente articolate sullo schema del confronto, della visione sincronica di un abominevole presente e di un passato splendido e svanito. Per\u00f2 a Segesta, in cima al teatro, lontano dal rumore, dallo spettacolo della reliquia violata e offerta alle mandrie dei turisti distratti, lontano dalla scena in cui si compie simbolicamente una diuturna e commercialissima dissacrazione \u2013 a Segesta il viandante dell\u2019<em>Olivo\u00a0<\/em>si ferma e sogna; e come sempre accade a questo tristissimo innamorato dell\u2019antico (o potremmo dire del lontano, del perduto) \u00abprova sollievo nella fuga, nel rapimento\u00bb (<em>OO<\/em>, 127). Ma un\u2019altra volta \u2013 la terza e ultima sta alla fine del libro \u2013 Consolo qui dentro dice \u2018io\u2019 (per quanto provi ancora a confonderci indossando un\u2019altra maschera, di un altro ulisside).<br \/>\nLeopardiana al fondo, ma pi\u00f9 cupa che in\u00a0<em>Retablo<\/em>, \u00e8 la contemplazione dell\u2019architettura del tempio che si spalanca al cielo \u00abcome porta verso l\u2019infinito o come pausa, sosta d\u2019un momento, quale la vita dell\u2019uomo nel processo del tempo inesorabile ed eterno\u00bb (<em>OO<\/em>, 128). E la voce che dice \u2018io\u2019 mentre che si smarrisce a guardare il tempio, la notte, le stelle, questa che adesso parla in prima persona (e forse sta ripetendo una cosa che era gi\u00e0 dentro le\u00a0<em>Pietre di Pantalica<\/em>), sta esprimendo un desiderio di fine, di morte (<em>OO<\/em>, 128):<\/p>\n<p>[\u2026] all\u2019infinito spazio, mi pongo arreso, supino, e vado, mi perdo [\u2026] nella scrittura abbagliante delle stelle, dei soli remoti [\u2026]. Rimango immobile e contemplo, sprofondo estatico nei palpiti, nei fuochi, nei bagliori, nei frammenti incandescenti che si staccano, precipitano filando, si spengono, finiscono nel pi\u00f9 profondo nero.<\/p>\n<p>Lo stesso che torna nella pagina finale dell\u2019<em>Olivo<\/em>, quando tra i ruderi, nel teatro allestito sul colle della scomparsa Gibellina antica, si recita un episodio della guerra romano-giudaica,\u00a0 un moderno adattamento della tragedia di Masada narrata da Giuseppe Flavio. Consolo \u00e8 di nuovo dietro uno schermo, ma in qualche modo crediamo di riconoscerlo nel tono e nei gesti di questi assediati che scelgono di togliersi la vita (<em>OO<\/em>, 148-9):<\/p>\n<p>Avanza dal fondo Eleazar, il comandante della fortezza, in mezzo ai soldati.<\/p>\n<p>&#8211; Da gran tempo avevamo deciso, o miei valorosi, di non riconoscere come nostri padroni n\u00e9 i romani n\u00e9 alcun altro all\u2019infuori del dio\u2026 In tale momento badiamo a non coprirci di vergogna\u2026Siamo stati i primi a ribellarci a loro e gli ultimi a deporre le armi. Credo sia una grazia concessa dal dio questa di poter morire con onore e in libert\u00e0\u2026Muoiano le nostre mogli senza conoscere il disonore e i nostri figli senza provare la schiavit\u00f9\u2026<\/p>\n<p>Narra una voce.<\/p>\n<p>&#8211; Cos\u00ec, mentre carezzavano e stringevano al petto le mogli, sollevavano sulle braccia i figli baciandoli tra le lacrime per l\u2019ultima volta, al tempo stesso, come servendosi di mani altrui, mandarono ad effetto il loro disegno.<\/p>\n<p>Tirano poi a sorte chi di loro avrebbe ucciso i compagni.<br \/>\nE cos\u00ec l\u2019ultimo, anche per l\u2019orrore, il rimorso, rivolge il ferro contro se stesso.<br \/>\nI romani, con tute di pelle, con caschi, irrompono sopra motociclette, corrono rombando dentro le crepe del cretto, squarciano il buio coi fari.<br \/>\nTrovano corpi, fiamme, silenzio.<\/p>\n<p>Lo \u00abstrazio\u00bb del racconto non \u00e8 dunque servito al viaggiatore dell\u2019<em>Olivo\u00a0<\/em>per ritrovare la sua Itaca \u2013 mutata \u00e8 l\u2019isola: non si torna a un mondo che ha smesso di esistere. E l\u2019ultimo soldato di Masada, che uccide i compagni per risparmiare loro il peggio che sicuramente verr\u00e0, pu\u00f2 solo morire, si uccide. E pu\u00f2 essere che il \u00abrimorso\u00bb sia in questa resa, in questo abbassare le armi e rivolgerle contro se stesso, nel dovere alle fine ammettere che non c\u2019\u00e8 speranza o letteratura che tenga.<\/p>\n<p>Guardiamo adesso le occorrenze del termine \u00abrimorso\u00bb all\u2019interno dello\u00a0<em>Spasimo di Palermo<\/em>. Superato l\u2019<em>esergo\u00a0<\/em>eschileo, il testo si apre con una pagina in corsivo che \u00e8 insieme fuori e dentro il racconto, e in certo modo \u00e8 la sua chiave. Il nostro lemma \u00e8 nel paragrafo iniziale (che abbiamo gi\u00e0 citato), e tuttavia il proemio vogliamo leggerlo intero. Il tema \u00e8 ancora quello del viaggio e della colpa, e il \u2018tu\u2019 dell\u2019allocuzione non \u00e8 il lettore (<em>SP<\/em>, 9-10):<\/p>\n<p><em>Allora tu, i doni fatui degli ospiti beffardi, l\u2019inganno del viatico, l\u2019assillo della meta (nella gabbia dell\u2019acqua, nella voliera del vento hai chiuso i tuoi rimorsi), ed io, voce fioca nell\u2019aria clamorosa, relatore manco del tuo lungo viaggio, andiamo.<\/em><br \/>\n<em>Solca la nave la distesa piana, la corrente scialba, tarda veleggia verso il porto fermo, le fantasime del tempo. La storia \u00e8 sempre uguale.<\/em><br \/>\n<em>S\u2019\u00e8 placata la tempesta, nella grotta, sulla giara sepolta s\u2019aggruma la falda della spuma. Speri che il cerchio \u2013 stimme, macule, l\u00e8uci ferventi \u2013 quieto si richiuda. Ignora il presagio, il dubbio filologico se per te lontano o dal mare possa giungere. Il segreto che sta nelle radici, nel tronco di quell\u2019albero non sai a chi svelarlo, \u00e8 vuota la tua casa, il richiamo si perde per le stanze. Avanzi in corridoi di ombre, ti giri e scorgi le tue orme. Una polvere cadde sopra gli occhi, un sonno nell\u2019assenza. Il fumo dello zolfo serva alla tua coscienza. Ora la calma t\u2019aiuti a ritrovare il nome tuo d\u2019un tempo, il punto di partenza:<\/em><\/p>\n<p>In the beginning is my end<\/p>\n<p><em>Ma pure in questa cala urlano sirene, aggallano carcami, approdano navigli clandestini, l\u2019alba apre il volo a uccelli di passaggio. A coppie vanno gendarmi e artificieri, a schiere anime disciolte, a volte si confondono voci volti vie porte d\u2019ingresso e di sortita.<\/em><br \/>\n<em>Ricerca nel solaio elenchi mappe, riparti dalle tracce sbiadite, angoscia \u00e8 il deserto, la pista che la sabbia ha ricoperto. T\u2019assista l\u2019eremita l\u2019esule il recluso, ti guidi la fiamma di lucerna, il suono della sera, t\u2019assolva la tua pena, il tuo smarrimento.<\/em><\/p>\n<p>Le marche letterarie forti, l\u2019attacco, slogato in Consolo epper\u00f2 riconoscibilissimo della\u00a0<em>Love song of J. Alfred Prufrock\u00a0<\/em>(\u00abLet us go then, you and I [\u2026]\u00bb) e la memoria aggettivale dantesca (\u00e8 Virgilio chi \u00abper lungo silenzio parea fioco\u00bb;\u00a0<em>Inf<\/em>., I, 63) operano gi\u00e0 per accumulo, orientandoci contemporaneamente in due direzioni apparentemente divergenti ma contigue e sovrapponibili: un moderno girovagare metropolitano in assenza di senso, e un antico viaggio penitenziale; in entrambi i casi (considerata anche l\u2019epigrafe \u2018infernale\u2019 di\u00a0<em>Prufrock<\/em>:\u00a0<em>Inf<\/em>., XXVII, 61-66) un viaggio nella desolazione, o comunque nel dolore; e a compierlo (almeno cos\u00ec sembra) due viaggiatori tristi ancora sfocati: un \u2018tu\u2019 con l\u2019ansia tormentosa di arrivare \u2013 ha con s\u00e9 i doni inconsistenti di ospiti che pare lo abbiano deriso e un viatico che non serve (\u00e8 la provvista del pellegrino, o la benedizione che si d\u00e0 ai morenti?): \u00e8 un \u2018tu\u2019 che non ha niente e porta un peso, un carico di \u00abrimorsi\u00bb che non gli \u00e8 riuscito di chiudere da nessuna parte, dentro nessun bagaglio (gli fanno una bufera intorno, devono essergli esondati addosso, perch\u00e9 non ci sono gabbie o sbarre che tengano l\u2019acqua, o che fermino il vento); e poi c\u2019\u00e8 un \u2018io\u2019 di voce \u00abfioca\u00bb, dice parole che non si sentono nell\u2019aria strepitosa, piena di rumori: e non \u00e8 nessun Virgilio (sbagliavamo): \u00e8 un relatore insufficiente, uno che riporta, per\u00f2 a strappi e a brani \u2013 forse con poco talento (\u00ab[\u2026] mi perdo nel ristagno dell\u2019affetto, l\u2019opacit\u00e0 del lessico, la vanit\u00e0 del suono [\u2026].\u00bb;\u00a0<em>SP<\/em>, 88) \u2013 il lungo andare dell\u2019altro.<br \/>\nQualcuno insomma stanco o forse vecchio (canonicamente \u00abtarda veleggia\u00bb la sua imbarcazione) viaggia per qualche placato mare, metaforico o reale (nella \u00abcorrente scialba\u00bb sembra purgatoriale), naviga verso un \u00abporto fermo\u00bb, una quiete; e viene da pensare a quella definitiva, alla morte (indipendentemente dai ricordi letterari, che ci sono, cominciando da Petrarca e Foscolo) perch\u00e9 la metafora \u00e8 semplice: il cerchio che il \u2018tu\u2019 spera si richiuda, che non ha ancora concluso il proprio giro e che contiene, come in un crogiuolo, quello che lo ha composto: piaghe e macchie, ma pure luci abbaglianti bianche e ribollenti, pu\u00f2 essere la vita; e pu\u00f2 essere che il viaggio sia della memoria, che il porto fuori da ogni scorrere, fuori dal mutamento, sia quello che \u00e8 stato, il passato, i fantasmi \u2013 che a riguardarli rivelano una storia \u00absempre uguale\u00bb, come fissata in una ripetizione. Pare finita l\u2019erranza, e prende terra questa barca in un riparo, la grotta in cui affiora una \u00abgiara sepolta\u00bb, lambita dalla schiuma \u2013 un relitto appropriato alla scena marina, o magari una memoria infantile, un pezzo di storia privata di questo reduce, che \u00e8 inutile affannarsi a interpretare. Anche se rileva notare che il lemma \u00absepolta\u00bb, nello\u00a0<em>Spasimo<\/em>, torna due volte soltanto, e sempre associato ad una colpa (\u00abcolpe sepolte e obliate\u00bb,\u00a0<em>SP<\/em>, 47; \u00abcolpa sepolta\u00bb,\u00a0<em>SP<\/em>, 98).<br \/>\nE diventa criptico il discorso rivolto al \u2018tu\u2019 dal suo cronista, si fa ellittico: \u00abIgnora il presagio, il dubbio filologico se per te lontano o dal mare possa giungere\u00bb. Manca infatti il soggetto della proposizione ipotetica: il \u00abrelatore manco\u00bb non dice cosa possa giungere \u00abdal mare\u00bb (evidentemente, lui e questo \u2018tu\u2019 silenzioso condividono un codice, si capiscono benissimo), anche se per il lettore l\u2019appiglio alla comprensione sta probabilmente nella figura precedente, nella metafora del cerchio che si chiude. Ma c\u2019\u00e8 un\u2019indicazione, una traccia letteraria palese che aiuta a sciogliere la contrazione della scrittura mentre che ispessisce e complica la fisionomia del viaggiatore triste. Il \u00absegreto che sta nelle radici\u00bb \u00e8 quanto fonda\u00a0 e tiene la casa di Odisseo: il \u00abletto ben fatto\u00bb (<em>Od<\/em>, XXIII, 189) che non si pu\u00f2 spostare e\u00a0 che Ulisse scolp\u00ec solido nel tronco di un ulivo centenario (\u00abC\u2019era un tronco ricche fronde, d\u2019olivo, dentro il cortile, \/ florido, rigoglioso; era grosso come una colonna: \/ intorno a questo murai la stanza [\u2026]\u00bb;\u00a0<em>Od<\/em>, XXIII, 190-192) \u2013 la radice \u00e8 la casa: ci\u00f2 che uno \u00e8, che ha costruito e che trasmette: la vita la storia gli affetti l\u2019esperienza la cultura. Ed \u00e8 la marca omerica a gettare luce all\u2019indietro sul presagio, la profezia ambigua di Tiresia a Ulisse: la morte (perch\u00e9 era lei il soggetto saltato della proposizione) ti verr\u00e0 \u03b5\u03be \u03ac\u03bb\u03cc\u03c2 (questo il \u00abdubbio filologico\u00bb): \u00abdal mare\u00bb oppure da fuori del mare, \u00ablontano\u00bb da quello; anche se poi, per questo nostro navigante, solo dal mare la morte pu\u00f2 arrivare dacch\u00e9 veramente per lui non c\u2019\u00e8 terra: l\u2019Odissea \u00e8 (come nell\u2019<em>Olivo<\/em>) rovesciata, l\u2019approdo \u00e8 apparente, imperfetto \u00e8 il ritorno e la casa \u00e8 vuota: non c\u2019\u00e8 nessuno con cui parlare (\u00abil richiamo si perde tra le stanze\u00bb), nessuno a cui tramandare un \u00absegreto\u00bb che non serve.<br \/>\nForse sulla maceria, nel vuoto, in questa nicchia di niente, ora che non c\u2019\u00e8 pi\u00f9 da andar per mare, affrontare la tempesta, ancora cercare; forse ora che non c\u2019\u00e8 neanche la rabbia inquieta della giovinezza, ora, nella vecchiezza, in questo porto abborracciato, si pu\u00f2 provare a rifare la storia (nella memoria) a cercarne il senso o la crepa: ora che da dove si era partiti si \u00e8 tornati, per finire. \u00abIn my beginning is my end\u00bb, nel mio principio \u00e8 la mia fine \u2013 e la citazione dai\u00a0<em>Four quartets\u00a0<\/em>di Eliot qui non significa nessuna trascendenza, non allude a nessuna rinascita: sta solo nella\u00a0<em>pars destruens<\/em>, come un\u2019epigrafe; ci sta rappresa un\u2019incombenza: un\u2019imminenza (la conclusione \u00e8 prossima, \u00e8 vicinissima) e una necessit\u00e0 (l\u2019impossibilit\u00e0 di una conclusione diversa da quella che stava scritta nel principio, o anche il dovere di ripensare a partire da quel principio).<br \/>\nPer\u00f2 la cala del rifugio non ripara dalla pena e non isola dal mondo: a urlare qui non sono\u00a0 le sirene del mito, ma, pi\u00f9 prosaicamente, quelle di ambulanze e polizie; e le carcasse che nell\u2019acqua \u00abaggallano\u00bb potranno anche essere metaforicamente i punti morti, gli errori, le colpe che mordono il \u2018tu\u2019 che si \u00e8 messo a ricordare, ma assomigliano alle carogne reali del Mediterraneo odierno, le navi a quelle degli attuali contrabbandi e degli sbarchi clandestini. E la ronda di \u00abgendarmi e artificieri\u00bb, il presidio della zona minacciosa e minacciata dagli ordigni, camminata da \u00abschiere\u00bb di \u00abanime disciolte\u00bb (significa vaganti? sbrancate? che si disfano? liquefatte?) svelano il quadro presagito dall\u2019inizio (schiere di anime dannate si ammucchiano in attesa di Caronte [<em>Inf<\/em>, III, 120]; a \u00abschiera larga e piena\u00bb [<em>Inf<\/em>, V, 41] vanno \u00abdi qua, di l\u00e0, di gi\u00f9, di su\u00bb, come le mena la bufera) e mostrano la terra desolata dell\u2019approdo,\u00a0 la \u2018citt\u00e0 irreale\u2019 che in questo libro far\u00e0 spesso da sfondo (Parigi, Milano, Palermo \u00e8 lo stesso: \u00abA crowd flowed over London Bridge, so many [\u2026] \u00bb; \u00ab[\u2026] ch\u2019i\u2019 non averei creduto \/ che morte tanta n\u2019avesse disfatta [\u2026]\u00bb); e forse il rischio ora \u00e8 l\u2019allucinazione, la confusione \u2013 o il non voler vedere, l\u2019astrazione.<br \/>\nMa anche se l\u2019inferno batte vicinissimo, pure se la casa \u00e8 vuota, sparita, anche se non c\u2019\u00e8\u00a0 pi\u00f9 nessuno ad ascoltare, \u00abriparti\u00bb: fruga nella polvere, scava nella sabbia la \u00abpista\u00bb che il deserto ha ricoperto (mantieni la memoria) \u2013 cos\u00ec dice il cronista di \u00abvoce fioca\u00bb al reduce sperduto, al cercatore di mappe e di reliquie che dovr\u00e0 essere assistito dagli angeli strani dell\u2019isolamento e dell\u2019esclusione (\u00abl\u2019eremita, l\u2019esule, il recluso\u00bb) e avr\u00e0 per guida solo una \u00abfiamma di lucerna\u00bb e il \u00absuono della sera\u00bb: questo \u2018tu\u2019 che nella solitudine, dentro il silenzio, forse nel breve cono di luce di una lampada, somiglia a uno scrittore nel suo studio (l\u2019attitudine \u00e8 quella, l\u2019immagine \u00e8 topica);\u00a0 e immediatamente abbiamo pensato a Montale,\u00a0 a lui che con la sardana fuori scatenata, chiuso dentro il guscio, la sfera luminosa del suo pensiero, componeva un diverso (ugualmente amaro, ma quanto pi\u00f9 fiero)\u00a0<em>Piccolo testamento\u00a0<\/em>(\u00abQuesto che a notte balugina \/ nella calotta del mio pensiero [\u2026]. Solo quest\u2019iride posso\/ lasciarti a testimonianza \/ d\u2019una fede che fu combattuta [\u2026].\u00bb); e ci siamo ricordati di Fortini, che mentre fuori la stessa follia imperversa, la stessa tempesta, in una stanza, al proprio tavolo, traduce le parole di un poeta, si obbliga a farle parlare ancora, a non lasciarle morire:<br \/>\n\u00abScrivi mi dico, odia \/ chi con dolcezza guida al niente \/ [\u2026]. La poesia \/ non muta nulla. Nulla \u00e8 sicuro, ma scrivi\u00bb (<em>Traducendo Brecht<\/em>). Non siamo lontani da Consolo: pure se tutto \u00e8 perduto, scrivi; anche se \u00e8 dolore, racconta: questo l\u2019invito al viaggio che d\u00e0 avvio al libro (\u00ab<em>Allora tu\u00a0<\/em>[<em>\u2026<\/em>]\u00a0<em>ed io\u00a0<\/em>[<em>\u2026<\/em>]\u00a0<em>andiamo<\/em>\u00bb), l\u2019esortazione rivolta al \u2018tu\u2019 che forse \u00e8 semplicemente un doppio dell\u2019 \u2018io\u2019, forse \u00e8 uno scrittore, forse \u00e8 il protagonista dello\u00a0<em>Spasimo<\/em>, forse \u00e8 Consolo che parla a se stesso. A un \u2018tu\u2019 dolente e smarrito che cerca assoluzione (\u00ab[\u2026]\u00a0<em>t\u2019assolva la tua pena, il tuo smarrimento<\/em>\u00bb). E deve raccontare una colpa, come Ulisse nell\u2019<em>Olivo\u00a0<\/em>\u2013 deve scrivere questa storia. Che inizia subito dopo, ma disorientandoci (<em>SP<\/em>, 11):<\/p>\n<p>E poi il tempo apre immensi spazi, indifferenti, accresce le distanze, separa, costringe ai commiati \u2013 le braccia lungo i fianchi, l\u2019ombra prolissa, procede nel silenzio, crede che un altro gli cammini accanto.<\/p>\n<p>L\u2019afflato lirico, il modo scorciato (e il viaggio, la solitudine, gli addii) sono ancora quelli del proemio e difatti sembra che il testo si stia sviluppando esattamente di l\u00ec: un\u2019impressione che non dura, perch\u00e9 gi\u00e0 al secondo rigo ci accorgiamo di non capire \u2018chi\u2019 stia parlando e\u00a0 \u2018di chi\u2019 stia parlando. Non c\u2019\u00e8 pi\u00f9 insomma n\u00e9 l\u2019\u2018io\u2019 n\u00e9 il \u2018tu\u2019, bens\u00ec qualcuno (un autore)\u00a0\u00a0 che dice di una terza persona: il soggetto sottinteso (egli) che cammina solo e silenzioso\u00a0 con \u00able braccia lungo i fianchi\u00bb (ha le mani vuote, abbandonate, non ha niente) e che scambia per un-altro-a-fianco-a-s\u00e9 la sua stessa \u00abombra prolissa\u00bb (che si stampa grande o lunga\u00a0 su una strada o contro un muro di questo paesaggio che non si connota e pare quasi uno spazio metafisico; ma possiamo anche pensarla sovrabbondante quest\u2019ombra, e quindi cascante, stanca). \u00c8 Gioacchino Martinez il soggetto narrato in terza persona, e certo assomiglia agli attori del proemio: \u00e8 vecchio, \u00e8 solo, \u00e8 uno scrittore smarrito; anche lui torner\u00e0 (per finire) alla sua terra (al suo principio), in Sicilia, e non ritrover\u00e0 la sua isola; e anche lui, che porta un carico di \u00abrimorsi\u00bb, cerca \u00abremissione\u00bb (<em>SP<\/em>, 12).<\/p>\n<p>Un\u2019altra occorrenza del termine \u00abrimorso\u00bb abbiamo incontrato esaminando la sintassi dello\u00a0<em>Spasimo<\/em>. Siamo intorno al \u201943, dopo lo sbarco americano in Sicilia, quando Martinez\u00a0 ha circa dieci anni. Il padre (con cui il bambino ha un rapporto conflittuale) aiuta un disertore, lo porta in un rifugio; ma i tedeschi li scovano e li uccidono. A rivelare il nascondiglio probabilmente \u00e8 lo spaventato Gioacchino (<em>SP<\/em>, 24):<\/p>\n<p>Lo strazio fu di tutti, di tutti nel tempo il silenzio fermo, la dura pena, il rimorso scuro, come d\u2019ognuno ch\u2019\u00e8 ragione, cosciente o meno, d\u2019un fatale arresto, d\u2019ognuno che qui resta, o di qua d\u2019un muro, d\u2019una grata, parete di fenolo, vacuo d\u2019una mente, davanti alla scia in mare, all\u2019arco in cielo\u00a0 che dispare, di cherosene.<\/p>\n<p>La colpa di cui Martinez sente il peso \u00e8 quella di aver determinato, \u00abcosciente o meno\u00bb, la morte del padre (di averla anche in certi momenti, per rabbia, desiderata); ma a noi interessa questa specie di \u2018sintomatologia dell\u2019arresto\u2019: l\u2019immobilit\u00e0, la paralisi, l\u2019\u00abestraniamento\u00bb che stanno insieme al \u00abrimorso\u00bb e nello\u00a0<em>Spasimo\u00a0<\/em>gli si accompagnano sempre; e dacch\u00e9 il libro tesse una rete sotterranea di simboli, forse non \u00e8 senza importanza che il posto in cui viene ammazzato il padre di Chino (il posto che da questo momento rappresenta e significa il \u00abrimorso\u00bb) sia proprio quello in cui il bambino realizza il suo isolamento volontario, la sua fuga dal reale. Ma dobbiamo essere pi\u00f9 chiari.<\/p>\n<p>C\u2019\u00e8 un luogo che si ripete nello\u00a0<em>Spasimo<\/em>, un luogo che ogni volta si rif\u00e0 e torna magari con un nome diverso, ma in fondo \u00e8 sempre lo stesso, quello in cui Gioacchino si nasconde e sogna. \u00c8 il suo rifugio segreto, il \u00abmarabutto\u00bb (viene dagli arabi la parola antica: indicava la dimora dell\u2019eremita, la sua tomba): uno stanzone vuoto \u2013 lo strame a terra, la volta a cupola, una parete con le figurine saracene: un ricovero di capre mezzo sepolto dal terriccio, celato dalle frasche. Qui corre e si ripara Chino, ombroso, senza madre; qui si intana in odio\u00a0 al padre o a tutto il mondo, deciso a stare sempre lontano, solo; e nella finta caverna, nella solitudine, dentro la mezza luce la pena si quieta, vengono le figure; e inizia ogni racconto,\u00a0 il cinema, l\u2019incanto (<em>SP<\/em>, 20):<\/p>\n<p>Corse al marabutto, al rifugio incognito, segreto, ov\u2019era deciso a rimanere sempre, solo, fuori da tutti, il mondo, sempre fino alla morte, avrebbe visto il padre, s\u00ec, avuto scorno, rimorso infine, pentimento.<br \/>\nS\u2019accucci\u00f2 in un lato, contro il muro, riguard\u00f2 ogni cosa, le figure sul fondo celestino, le tortore fra i rami, i veli trasparenti della donna, i seni tondi, la sciarpa svolazzante intorno al corpo, e il cielo cavo della cuba. Ora la lama non piombava netta traverso la fessura, ma s\u2019effondeva in chiaria lieve, lambiva le pareti, i lippi secchi e freschi, i fiori di salnitro, i gechi squamosi e palpitanti.<br \/>\nGli si fecero appresso ad una ad una, e insieme circonfuse, tutte le donne, la giovane maestra che leggeva a scuola il suo componimento, Urelia col suo caldo e l\u2019ansia acuta d\u2019aglio, la siracusana bella e pregna di confetto, Lucia dorata e crespa, e la madre bianca pi\u00f9 del letto, smunta, straziata, che lenta se n\u2019andava.<\/p>\n<p>Tanti nomi per dire una tendenza alla separatezza che \u00e8 peculiare di Martinez: questa \u00abtana\u00bb (<em>SP<\/em>, 18), lo \u00abstanzino\u00bb in cui si chiude da bambino (<em>SP<\/em>, 21), il \u00abcapanno\u00bb che si inventa da ragazzo tra le radici pendule di un ficus: la sfera di \u00abseparazione, occultamento, letture fantasie proponimenti, nel meriggio pieno, nel silenzio\u00bb, la cortina che lo cela e lo protegge mentre spia e vede le cose fuori, da s\u00e9 distanti (<em>SP<\/em>, 47); e poi l\u2019oasi \u00abdegli innesti e delle chimere sorprendenti\u00bb (si badi: in tutta la produzione consoliana il \u2018luogo degli innesti\u2019 ha sempre valenza metaletteraria): il giardino della casa di Palermo con le infinite piante e i fiori esorbitanti chiamato a fare da barriera intorno alla \u00abquiete fragile\u00bb di Gioacchino ormai adulto (<em>SP<\/em>, 75), al suo sogno di una \u00abvita sequestrata\u00bb (<em>SP<\/em>, 78) difesa dalla violenza e dall\u2019orrore del presente, conclusa tra gli affetti e la scrittura; e ancora, in certo modo, l\u2019Isola stessa, la Sicilia in cui, anziano, sente il bisogno di tornare per \u00abchiudersi, occultarsi, finire nell\u2019oblio\u00bb l\u2019avventura della vita (<em>SP<\/em>, 53). E una separatezza, seppure differente, \u00e8 il \u00absilenzio\u00bb del vecchio: il rifiuto di scrivere detto in questo lamento come a spigoli d\u2019affanno, con una sorta di precipitosa stanchezza nel modo cumulativo, negli incisi che di primo acchito non si distinguono, nella punteggiatura \u2018difficile\u2019 dell\u2019avvio (<em>SP<\/em>, 37):<\/p>\n<p>S\u2019era chiuso nel silenzio, nel dominio della notizia, invasione del resoconto, scomparsa di memoria, nell\u2019assenza o sordit\u00e0 dell\u2019uditorio, vana era ormai ogni storia, finzione e rimando del suo senso diceva e si diceva. Ma sapeva che suo era il panico, l\u2019arresto, sua l\u2019impotenza, l\u2019afasia, il disastro era nella sua vita.<\/p>\n<p>Vanit\u00e0 dunque \u00e8 raccontare ancora, ostinatamente parlare quando nessuno ascolta; vanit\u00e0 continuare a fare il \u2018letterato\u2019 in mezzo a \u00abchiasso\u00bb e \u00abscadimento\u00bb (<em>Sp<\/em>, 37), la \u00abvoce fioca\u00bb contro l\u2019urlo potente delle mode, dei giornali, delle televisioni, del mercato culturale coi\u00a0 suoi mille imbonitori \u2013 per la Letteratura non c\u2019\u00e8 posto; ma resta che a produrre l\u2019afasia \u00e8 l\u2019\u00abimpotenza\u00bb propria, la scrittura insufficiente, che non \u00e8 servita a niente.<br \/>\nE un\u2019ultima variante. Sempre nella vecchiezza, un giorno, a Parigi, scampando a un\u2019aggressione, Martinez di nuovo si nasconde: trova riparo \u00abin una cantina fatiscente, davanti a un film osceno\u00bb; ed \u00e8 solo una contingenza, da quel luogo uscir\u00e0 immediatamente, per\u00f2 pronunciando un \u2018atto di dolore\u2019 o una sorta di anatema, inorridito, pi\u00f9 che dalla scena squallida, da se stesso: \u00abVilt\u00e0 di sempre, fuga dal reale, menzogna e adattamento. Via dalla caverna del rifugio, fuori per la porta d\u2019emergenza [\u2026]\u00bb (<em>SP<\/em>, 43). Forse insomma nella<br \/>\n\u00abcaverna del rifugio\u00bb si annida il \u2018vizio\u2019, la vilt\u00e0, la colpa che sta al fondo.<\/p>\n<p>\u00abRimorso\u00bb ed estraneazione appaiono di nuovo affiancati, e cominciano a chiarire un legame stretto, nel colloquio tra lo scrittore e Mauro, da tempo rifugiato in Francia; il figlio nei cui confronti Martinez sente di aver fallito come padre, e che lo giudica con una punta di sufficienza, forse di disprezzo. La prima battuta \u00e8 di Gioacchino (<em>SP<\/em>, 53-54):<\/p>\n<p>\u00ab [\u2026] Il tempo, la memoria esalta, abbellisce ogni pochezza, ogni squallore, la realt\u00e0 pi\u00f9 vera. Per la memoria, la poesia, l\u2019umanit\u00e0 si \u00e8 trasfigurata, \u00e8 salita sull\u2019Olimpo della bellezza e del valore.\u00bb<br \/>\n\u00abNe hanno combinate i letterati!\u00bb ironizz\u00f2 Mauro.<br \/>\nC\u2019era stata ancora intenzione nella frase? Sospettava o aveva conoscenza? Rapida si present\u00f2, unita come sempre al suo rimorso, emblema fisso d\u2019ogni astrazione, latitanza, la sagoma bianca del fantastico bibliotecario, del cieco poeta bonaerense ch\u2019era andato quella volta ad ascoltare nell\u2019affollato anfiteatro.<br \/>\n\u00abChe c\u2019\u00e8, s\u2019\u00e8 risentito lo scrittore?\u00bb fece il figlio.<br \/>\n\u00abSai bene che non sono pi\u00f9 scrittore, se mai lo sono stato. Ma perch\u00e9 ti rivolgi sempre a me in modo impersonale? Mai per quel che sono, tuo padre.\u00bb<br \/>\n\u00abPadre si trova solo nei romanzi, nelle tragedie [&#8230;]. Ma che discorsi, che discorsi&#8230; siamo tornati indietro di un po\u2019 d\u2019anni, tu giovane, io adolescente&#8230;\u00bb e rise Mauro.<br \/>\n\u00ab\u00c8 il mio vizio, lo sai, la mia paralisi.\u00bb<\/p>\n<p>Viene punto nel vivo il \u00abletterato\u00bb; e il suo trasalire ha a che fare con le pratiche della trasfigurazione artistica, della compensazione estetica, col tarlo di una \u2018finzione\u2019 che intimamente lo rode; ma probabilmente c\u2019entra anche il \u00abtornare indietro\u00bb, lo stare sempre fermo sui\u00a0 suoi assilli; e c\u2019entra che il figlio non lo chiami \u2018padre\u2019, gli neghi quel nome, la funzione di chi indica la strada, educa, guida, addita una direzione. Il \u00abvizio\u00bb, la \u00abparalisi\u00bb che Martinez confessa \u00e8 poi la scrittura, questo luogo suo di arresto (la sua compensazione, il suo rifugio); e sta direttamente in rapporto con un \u00abrimorso\u00bb di cui Borges \u00e8 l\u2019\u00abemblema\u00bb: la \u00absa goma bianca\u00bb (quasi una apparizione, uno spettro) in cui si incarnano del pari \u00abastrazione\u00bb e \u00ablatitanza\u00bb. Borges che incantava con gli scacchi, gli specchi, le immense biblioteche impossibili e sperdenti, i labirinti, i libri magici, i giochi della mente: con l\u2019infinito proliferare della Letteratura da se stessa, l\u2019autofecondazione inarrestabile (mostruosa) che partorisce favole, trame, sogni, enigmi irrisolvibili, in una condizione di totale autosufficienza \u2013 di allontanamento dal mondo, di separatezza. E non a caso Borges pi\u00f9 avanti ritorner\u00e0 associato a\u00a0 una \u00abillusione rovinosa\u00bb (<em>SP<\/em>, 80): quella di Mauro perduto dietro l\u2019esaltazione politica negli anni della contestazione studentesca, ma pi\u00f9 in profondit\u00e0 la propria, quella di lui, Martinez: \u00abinerte, murato\u00bb e ugualmente perduto nell\u2019inseguimento di un miraggio, dietro a un \u00abfolle azzardo letterario\u00bb (<em>SP<\/em>, 126). E nel continuato \u2018esame di coscienza dello scrittore\u2019 che \u00e8 lo\u00a0<em>Spasimo<\/em>, durissimo e costante (ossessivo) \u00e8 l\u2019autoaccusarsi del protagonista. Si guardi a questo stranito e quasi-teatrale dialogo ancora tra il padre e il figlio. Le parentesi valgono a riportare il non detto, il non espresso nel colloquio; ma forse siamo di fronte a una specie di\u00a0<em>Secretum.\u00a0<\/em>Inizia Mauro (<em>SP<\/em>, 35):<\/p>\n<p>\u00ab [\u2026] ti trovo bene, un po\u2019 pi\u00f9 magro\u2026\u00bb<br \/>\n\u00abLa vecchiaia\u2026 [\u2026] anticipa poi l\u2019ulteriore smagrimento, e assoluto.\u00bb<br \/>\n\u00abDi chi queste allegrie?\u00bb<br \/>\n\u00abMie, solo mie.\u00bb<br \/>\n\u00abFai progressi. Ancora un poco e sei alla poesia.\u00bb<br \/>\n(Sempre uguale la tua ironia, costante il tuo rifiuto d\u2019ogni incrinatura, cedimento) (Il tuo lamento, il tuo bisogno di aggrapparti)<br \/>\n(Ti sei nutrito d\u2019astrazioni, dottrine generali, ed ostinato credi che ancora possano salvare)<br \/>\n(Le parole con cui ti mascheri e nascondi sono solo una pazzia recitata, un teatro dell\u2019inganno)<\/p>\n<p>Si pu\u00f2 dedurre che Martinez rimproveri al figlio l\u2019eccessiva durezza e una pervicace astrazione ideologica (ma il testo \u00e8 volutamente ambiguo: \u00abnutrito d\u2019astrazioni\u00bb, in fondo, \u00e8 pure lo scrittore con la sua chimera, la sua \u2018missione letteraria\u2019); e che a sua volta Mauro ferocemente e silenziosamente irrida il padre, il costante suo \u00ablamento\u00bb, il tono da tragedia, il patetico ostinarsi a interpretare un ruolo intellettuale mancato o inconsistente, l\u2019insufficienza ad agire sulla storia, i destini, il presente; che disprezzi le parole dietro le quali il vecchio ha mentito e si \u00e8 nascosto (e dopotutto ancora e sempre \u00e8 evaso, si \u00e8 consolato, dal reale si \u00e8 allontanato: fuori del mondo ha sognato come nella tana antica, nel marabutto). E certo potrebbe essere cos\u00ec: ma dimenticheremmo che molta parte del dialogo (tutto il sottinteso) si svolge\u00a0<em>in interiore homine,\u00a0<\/em>e che probabilmente \u00e8 solo Martinez a riempire i vuoti della conversazione coi suoi implacati assilli, con l\u2019orrore che ha di s\u00e9. Tanto pi\u00f9 che nello\u00a0<em>Spasimo<\/em>, ad ogni occasione, questo scrittore che non pu\u00f2 e non vuole pi\u00f9 scrivere, di s\u00e9 fa strazio: non salva niente. Impietosamente liquida la propria opera: poco talentuosa, perduta \u00abnel ri stagno dell\u2019affetto, l\u2019opacit\u00e0 del lessico, la vanit\u00e0 del suono\u2026\u00bb (<em>SP<\/em>, 88); e tutti i suoi libri (che poi, richiamati dal testo, sono veramente i libri di Consolo) definisce \u00abstorie perenti, lasche prosodie, tentativi inceneriti, miseri resti della sua illusione, del suo fallimento\u00bb (<em>SP<\/em>, 66).<br \/>\nHa \u00abripugnanza\u00bb della propria scrittura Martinez (<em>SP<\/em>, 66): di un piacere estetico atteggiato a impegno intellettuale e che invece era latitanza, astrazione, mascherata vilt\u00e0. E non ha salvato nessuno: la moglie dalla paura, il figlio dalla violenza, il presente dal disastro.<\/p>\n<p>\u00ab<em>R<\/em>imorsi\u00bb assalgono Gioacchino che ancora pensa al figlio, al \u00abcandido ribelle\u00bb col quale non ha mai saputo parlare e che non \u00e8 stato in grado di sorreggere, di aiutare, di avvisare\u00a0 dei rischi di una ideologia che poi tutti i pi\u00f9 puri ha tradito; pensa a Mauro che scampando il carcere \u00e8 fuggito dal paese e \u00abda ogni padre imbelle, ipocrita e impotente\u00bb (<em>SP<\/em>, 89) \u2013 si \u00e8 allontanato da lui, Martinez (<em>SP<\/em>, 81):<\/p>\n<p>S\u2019affrettarono i giudici a dichiarare \u00abil padre no, non c\u2019entra\u00bb. E invece s\u00ec. Come ogni padre, ogni complice allora di quel potere, di quello stato, ogni responsabile della ribellione, dei misfatti di quei giovani.<\/p>\n<p>\u00c8 un nodo importante dello\u00a0<em>Spasimo\u00a0<\/em>questa tragica e inabile figura paterna: \u00e8 un\u2019immagine speculare dello scrittore che ha fallito il suo compito, il suo dovere di guida. Poi fallir\u00e0 anche l\u2019altro che lo stesso dovere incarna, il giudice \u2013 all\u2019inizio del libro, Judex, il personaggio di un film muto, \u00e8 l\u2019eroe del bambino Chino: un portatore di giustizia, un riparatore di torti; e nella conclusione dello\u00a0<em>Spasimo\u00a0<\/em>un magistrato in carne ed ossa che ne ricorda un altro da vicino, che come Borsellino muore in un attentato (e insieme a lui Gioacchino) e soccombe non per sua incapacit\u00e0 o vilt\u00e0, ma perch\u00e9 lo uccide la mafia, perch\u00e9 \u00e8 pi\u00f9 forte il mondo.<br \/>\nCome scrittore, come padre e come giudice \u2018insufficiente\u2019, Martinez si accolla la responsabilit\u00e0 e porta il peso della rovina che non ha fermato \u2013 l\u2019attuale degrado, l\u2019involuzione culturale, la perdita di valori, la bestialit\u00e0 e la volgarit\u00e0 imperanti; e lo sbando di una generazione \u00abincenerita\u00bb, s\u00ec, \u00abda un potere criminale\u00bb, ma smarrita e perduta perch\u00e9 \u00abfiglia di padri illusi\u00bb anch\u2019essi naufragati (<em>SP<\/em>, 39): quelli che dopo la guerra \u00abavrebbe<em>ro\u00a0<\/em>dovuto ricostruire [\u2026] formare una nuova societ\u00e0, una civile, giusta convivenza\u00bb (<em>SP<\/em>; 126).<br \/>\nAlla fine prende la penna, Gioacchino, e scrive al figlio (<em>SP<\/em>, 126-128):<\/p>\n<p>Abbiamo fallito, prima di voi e come voi dopo, nel vostro temerario azzardo.<br \/>\nCi rinnegate, e a ragione, tu anzi con la lucida ragione che ha sempre improntato la tua parola, la tua azione. Ragione che hai negli anni tenacemente acuminato, mentre in casa nostra tenacemente rovinava, nell\u2019innocente tua madre, in me, inerte, murato nel mio impegno, nel folle azzardo letterario.<\/p>\n<p>In quel modo volevo anch\u2019io rinnegare i padri, e ho compiuto come te il parricidio. La parola \u00e8 forte, ma questa \u00e8.<br \/>\n[\u2026] rimaneva in me il bisogno della rivolta [\u2026] nella scrittura. Il bisogno di trasferire sulla carta [\u2026] il mio parricidio, di compierlo con logico progetto [\u2026] per mezzo d\u2019una lingua che fosse contraria a ogni altra logica, fiduciosamente comunicativa, di padri o fratelli \u2013 confr\u00e8res \u2013 pi\u00f9 anziani, involontari complici pensavo dei responsabili del disastro sociale.<br \/>\nHo fatto come te, se permetti, la mia lotta, e ho pagato con la sconfitta, la dimissione, l\u2019abbandono della penna.<br \/>\nCompatisci, Mauro, questo lungo dire di me. \u00c8 debolezza d\u2019un vecchio, desiderio estremo di confessare finalmente, di chiarire.<\/p>\n<p>La lettera poi si interromper\u00e0, forse la confessione non \u00e8 intera; ma il \u00abrimorso\u00bb di Martinez lo conosciamo ormai: la coscienza di non aver salvato niente, di non aver fatto abbastanza col proprio mestiere letterario (ed era gi\u00e0 la colpa dell\u2019<em>Olivo<\/em>) che si accompagna a un acre giudizio di s\u00e9, alla condanna feroce della propria scrittura tutta ridotta a menzogna, autoinganno, fuga dal reale, sonorit\u00e0 e cascame.<\/p>\n<p>E siamo arrivati all\u2019ultima occorrenza del \u00abrimorso\u00bb e finalmente alla terza e ultima luna di Consolo, con Gioacchino che ritorna in Sicilia:<\/p>\n<p>Tornava nell\u2019isola, il porto da cui era partito, in cui si sarebbe conclusa la sua avventura, la sua vita. Disvio, mora, sottrazione, anestesia, tormento della sorte [\u2026]. Vita ferita [\u2026]. Spoglia sospesa alla fronda lenta, all\u2019inganno, al miraggio letterario.<br \/>\nMa ogni viaggio, sapeva, era tempesta, tremito, perdita, dolore, incanto e oblio, degrado, colpa sepolta, rimorso, assillo senza posa.<br \/>\nEra la notte placida, le stelle, l\u2019immacolata luna, la primavera dei risvegli, l\u2019alba della promessa, l\u2019amore che invade, trasfigura [\u2026].<br \/>\nEra il miracolo dell\u2019arte, la consolazione della ginestra, il fraterno affetto, la mano porta al naufrago, l\u2019idea fresca, collettiva di volgere la storia, lenire l\u2019esistenza.<\/p>\n<p>\u00c8 vero che lo\u00a0<em>Spasimo\u00a0<\/em>somiglia alla poesia: lo attesta anche la struttura grafica di questa pagina (<em>SP<\/em>, 98-9) in cui l\u2019a capo \u00e8 quello di una composizione in versi liberi, non di un romanzo o di un racconto. Bisogna intendere: \u00abogni viaggio [\u2026] era tempesta [\u2026] era la notte placida [\u2026] era il miracolo dell\u2019arte [\u2026]\u00bb; e il \u00abviaggio\u00bb del testo, dello scrittore e padre fallito Gioacchino Martinez e della sua vita \u00absospesa [\u2026] all\u2019inganno, al miraggio letterario\u00bb, \u00e8\u00a0 la scrittura: la fabbrica delle consolazioni, l\u2019incanto artificiale, il sogno indotto della \u00abimmacolata luna\u00bb. Lei che \u00e8 astrazione e latitanza, rifugio, oblio colpevole e \u00abrimorso, assillo senza posa\u00bb, Lei questo spasimo.<\/p>\n<p>Sull\u2019inutilit\u00e0 e il danno della letteratura, sui consuntivi amarissimi, disperatamente in negativo, in tanti hanno gi\u00e0 fatto storia: Verga fingeva di scrivere, chiuso nel silenzio offeso degli ultimi anni a Catania; e prima di lui Foscolo scomponeva e ricomponeva nevroticamente le\u00a0<em>Grazie\u00a0<\/em>senza poterle mai finire; Manzoni disprezzava e negava il suo romanzo \u2013 \u00abtiritera\u00bb lo chiama, \u00abcantafavola\u00bb<a href=\"http:\/\/www.griseldaonline.it\/camporesi\/popolo\/lo-spasimo-di-palermo.html#nota11\">[11]<\/a>, menzogna; l\u2019elegantissimo Leopardi gettava al macero tutte le illusioni col\u00a0<em>Tristano<\/em>, e nel\u00a0<em>Tramonto della luna\u00a0<\/em>faceva precipitare l\u2019astro bianco, a morte metteva la sua Regina antica, la seppelliva: e con lei la propria voce, il desiderio, il canto,\u00a0 il cuore. C\u2019entra naturalmente l\u2019esperienza, la maturit\u00e0 (che \u00absenz\u2019altra forza\u00a0 atterra\u00bb), c\u2019entra anche la vecchiezza in Consolo, la perdita fisiologica dell\u2019entusiasmo. Ma la scrittura dello\u00a0<em>Spasimo<\/em>, o diciamo meglio, la questione dello spasimo di questa scrittura faticosa e contratta, e difficile per dolore, non pu\u00f2 andar disgiunta da un particolare malessere che si produce in chi si ostini, oggi, a fare Letteratura alta e civile \u2013 cose, oggi, entrambe azzardate e anacronistiche.<br \/>\nPu\u00f2 essere che in assenza di un uditorio reale, a furia di parlare per o con se stesso, il poeta moderno finisca col dimenticare o col prendere per favola l\u2019urgenza stessa e il valore del\u00a0 suo dire; che addirittura finisca col credere di aver recitato (di aver mentito) per vanit\u00e0 e gusto di esibizione, per il piacere solitario della forma splendida e sonante. E pu\u00f2 essere che il disincanto che sta in ogni vecchiezza, assieme alla indisponibilit\u00e0 totale e vera della contemporaneit\u00e0, abbiano spinto Consolo ad una severit\u00e0 eccessiva, e come a travedere: ad accusarsi, intendiamo dire, di colpe che forse aveva anche rasentato, ma che non gli appartenevano. Perch\u00e9 non era finta la sua disperazione, e neppure erano finti l\u2019impegno, l\u2019arte, l\u2019indignazione; eppure questo autore non ha avuto nessuna piet\u00e0 per la sua opera, per il suo mestiere: \u00ablasche prosodie\u00bb, ha detto delle sue cose, lo ripetiamo, \u00abrifugio\u00bb, \u00abvizio dell\u2019assenza\u00bb, \u00abvanit\u00e0\u00bb, \u00abcolpa\u00bb, \u00abmalattia\u00bb.<br \/>\nLasciamo stare quanto potesse essere necessario a Consolo un rasciugamento, o quanto la \u2018autocorrezione\u2019, lo scarnimento dello\u00a0<em>Spasimo\u00a0<\/em>lo abbiano preservato dal rischio di farsi eco di s\u00e9, della lamentazione estenuata o di una barocca e vorace\u00a0<em>esmesuranza<\/em>. La parabola di questa scrittura, il suo ridursi a una nuova e scabra essenzialit\u00e0 rinunciando all\u2019alone favoloso, alla meraviglia e anche all\u2019orpello, \u00e8 un approdo che comunque sorprende, pure se viene dalla stanchezza; ed \u00e8 una evoluzione, uno scatto, un movimento anomalo e vitale all\u2019interno dell\u2019ambito generalmente conservativo della prosa. Un modo diverso, che gi\u00e0 faceva le prove nelle\u00a0<em>Pietre\u00a0<\/em>e nell\u2019<em>Olivo<\/em>, assai lontano dai lenimenti classici e barocchi, dai sogni della luna, dai fasti tutti d\u2019oro e neri al fondo di\u00a0<em>Retablo<\/em>, del\u00a0<em>Sorriso<\/em>; ed \u00e8 la forma pi\u00f9 dura e acuminata di una tragedia da sempre percepita ma che adesso alza i toni; e nella sua bellissima nudit\u00e0 \u00e8 la voce pi\u00f9 dolente dell\u2019autore, e la pi\u00f9 sincera.<br \/>\nPer\u00f2 resta l\u2019impressione che Consolo abbia attinto la sua nuova maniera come punendosi, tagliandosi la vena che era sua di vertigine e cascame, di febbrile incessante e\u00a0 violentissimo rigoglio; e che della lingua propria abbia finito col provare fastidio, quasi il rimorso di una cosa falsa; e per questo abbia preso a resecarla, fino al rischio di cancellarla. Come con l\u2019intento di adeguarla al silenzio furioso che si \u00e8 sentito intorno.<\/p>\n<p>Claudia Minerva<\/p>\n<div class=\"spazionote\">Note:<\/p>\n<p><a id=\"nota1\"><\/a>[1]\u00a0E. SICILIANO, Lo Spasimo di Palermo, \u00abLa Repubblica\u00bb, 11 novembre 1998; poi in L\u2019isola. Scritti sulla letteratura siciliana, Manni, Lecce 2003.<\/p>\n<p><a id=\"nota2\"><\/a>[2]\u00a0Tutte le citazioni da Consolo recano tra parentesi la sigla e il numero arabo che individuano il luogo da cui la citazione \u00e8 tratta. Queste le sigle (tra parentesi quadre indico la prima edizione; fuori della parentesi quadra\u00a0 \u00e8 data l\u2019edizione di riferimento):<br \/>\n<em>SIM\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0<\/em>=\u00a0<em>Il sorriso dell\u2019ignoto marinaio\u00a0\u00a0<\/em>[1976],\u00a0 Mondadori,\u00a0 Milano 2002.<br \/>\n<em>LUN\u00a0\u00a0<\/em>=\u00a0<em>Lunaria\u00a0\u00a0<\/em>[1985],\u00a0 Mondadori,\u00a0 Milano 2003.<br \/>\n<em>PP\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0<\/em>=\u00a0<em>Le pietre di Pantalica\u00a0\u00a0<\/em>[1988],\u00a0 Mondadori,\u00a0 Milano 1990.<br \/>\n<em>OO\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0<\/em>=\u00a0<em>L\u2019olivo e l\u2019olivastro\u00a0\u00a0<\/em>[1994],\u00a0 Mondadori, Milano 1999.\u00a0<em>SP\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0<\/em>=\u00a0<em>Lo Spasimo di Palermo\u00a0<\/em>[1998],\u00a0 Mondadori, Milano 2000.<br \/>\nAltre citazioni sono da OMERO,\u00a0<em>Odissea\u00a0<\/em>(trad. R Calzecchi Onesti), Einaudi, Torino 1963; DANTE ALIGHIERI,<br \/>\n<em>Inferno<\/em>; T.S. ELIOT,\u00a0\u00a0<em>The Waste Land<\/em>. Le sigle adoperate sono rispettivamente\u00a0<em>Od<\/em>,\u00a0<em>Inf<\/em>,\u00a0<em>WL<\/em>.<\/p>\n<p><a id=\"nota3\"><\/a>[3]\u00a0Sulle molte versioni del testo I barboni, scritto da Consolo per il catalogo dell\u2019artista Ottavio Sgubin, cfr. D. O\u2019CONNELL, Consolo narratore e scrittore palincestuoso, \u00abQuaderns d\u2019Itali\u00e1\u00bb, 13, 2008, pp. 161-184. Riassumendo: Barboni, simbolo inquietante del nuovo medioevo, \u00abIl Messaggero\u00bb, 3 marzo 1996; poi, Barboni e Natura morte, in Sgubin, Opere 1988-1997, Marsilio, Venezia 1997; poi, in Ottavio Sgubin, edizioni Mario Jerone, ottobre 1999; poi, Barboni, segno dei nostri fallimenti, \u00abL\u2019Unit\u00e0\u00bb, 29 Ottobre 2003; infine I barboni di Ottavio Sgubin, in Ottavio Sgubin pittore, aprile 2003.<\/p>\n<p><a id=\"nota4\"><\/a>[4]\u00a0Sono del tutto assenti nello Spasimo i due punti e il punto e virgola; raro \u00e8 l\u2019impiego del punto interrogativo, dell\u2019esclamativo e dei puntini di sospensione fuori delle (poche) battute di dialogo; sporadico (ricorre una decina di volte) l\u2019uso del trattino.<\/p>\n<p><a id=\"nota5\"><\/a>[5]\u00a0Cfr. M. ONOFRI, Nel magma italiano: considerazioni su Consolo scrittore politico e sperimentale, in (a cura di) E. PAPA, Per Vincenzo Consolo, Manni, Lecce 2004, pp. 59-67. Diversamente, ci sembra, all\u2019indomani della scomparsa di Consolo e sull\u2019aver presentito, nello Spasimo, un \u00abcongedo\u00bb dell\u2019autore, cfr. ancora M. ONOFRI, Vincenzo Consolo, scrittore antagonista in lotta con il potere, \u00abLa Nuova Sardegna\u00bb, 24 gennaio 2012.<\/p>\n<p><a id=\"nota6\"><\/a>[6]\u00a0Cfr. G. FERRONI, Il mondo salvato da uno scriba, in \u00abCorriere della Sera\u00bb, 30 novembre 1998. Di \u2018romanzo\u2019 parla Ferroni (di una \u00abdizione essenziale\u00bb dello Spasimo) e insieme di pagine \u00abvolte verso una liricit\u00e0 lacerante\u00bb, di una \u00abprosa poetica\u00bb che addensa su di s\u00e9 la fatica dell&#8217;esistenza, della storia, della cultura, dell&#8217;alterarsi del mondo\u00bb: una spinta a narrare continuamente controllata dal \u00abrifiuto dell&#8217;illusione del narrare\u00bb, contigua alla fluida disponibilit\u00e0 al racconto tipica di certa disinvoltura postmoderna. In questo libro che \u00absgomenta\u00bb, tuttavia, il critico legge tuttavia un segno di speranza nella \u00abostinata narrazione poetica\u00bb, nel dialogo con la grande Letteratura, nell\u2019ostinarsi delle parole, nel loro insistere e resistere a cercare giustizia e verit\u00e0, come mostrerebbe la preghiera muta con cui il libro si chiude: \u00abO gran manu di Diu, ca tantu pisi, \/ cala, manu di Diu, fatti palisi!\u00bb. Cfr anche L. CANALI, Che schiaffo, la furia civile di Consolo, \u00abl\u2019Unit\u00e0\u00bb, 7 ottobre 1998. Lo Spasimo \u00e8 forse \u00abil pi\u00f9 bello\u00bb dei libri di Consolo, dice lo studioso; \u00e8 \u00abil pi\u00f9 duro e compatto\u00bb; ed \u00e8 \u00abun violento schiaffo\u00bb a tanta odierna \u00abletteratura di basso consumo\u00bb. \u00c8 testo \u00abimpervio\u00bb, \u00aborgoglioso\u00bb, \u00abdifficile\u00bb; simile (dice Canali) a una alternanza di deverbia e cantica, come nella tragedia e nella commedia antiche; ed \u00e8 pieno di una poesia amarissima, \u00abconsapevole della inesorabile sconfitta, non solo personale, ma collettiva, delle istituzioni, dello Stato, dei pochi giusti destinati a soccombere alla violenza criminale o alle tresche segrete dei potenti. E questa attitudine \u00e8 un altro schiaffo dato a chiunque, nel \u2018mondo delle lettere\u2019 non creda pi\u00f9 nell\u2019impegno civile e anzi talvolta lo beffeggi. \u00c8 dunque una singolarit\u00e0, questo \u2018romanzo\u2019 di Consolo: ad un massimo di tensione stilistica, semantica, lessicale, culturale, che potrebbe sfociare in un parnassianesimo fatto di essoterismo estetizzante, corrisponde invece un massimo di denuncia sociale sia pure consapevole della probabile inutilit\u00e0 del proprio sacrificio. Mai, come in questo libro, la furia, questa s\u00ec dissacrante, di Consolo, e il romanticismo idealistico della sua ispirazione, si erano tanto avvicinati alla lezione dei \u2018classici\u2019\u00bb.<\/p>\n<p><a id=\"nota7\"><\/a>[7]\u00a0Riportiamo la bella intervista rilasciata da Consolo ad A. Properi nel 1992 (V. CONSOLO, Il suddetto e i parrucconi, \u00abL\u2019Indice\u00bb, 5, 1992). Sul mondo della letteratura di oggi e i suoi meccanismi editoriali cos\u00ec si esprime lo scrittore siciliano: Diciamo letteratura, ma dobbiamo intendere narrativa, romanzo o racconto. Ch\u00e9, la poesia, imperturbata e ignorata, procede sempre pi\u00f9 nella sua sacra lontananza, nel suo infernale Eliso o nel suo celeste Olimpo. Procede, lei figlia della Memoria, verso l&#8217;oblio, in questo nostro presente immenso dell&#8217;estrema frontiera del profitto. Presente che ha mutato ogni valore in merce, ogni espressione in assoluta, squallida comunicazione. Il romanzo sta morendo o \u00e8 gi\u00e0 morto (no, non \u00e8 il ritornello avanguardistico) e mai come oggi si sono prodotti tanti romanzi, mai se ne sono consumati cos\u00ec tanti. E ognuno d&#8217;essi \u00e8 imbonito come capo d&#8217;opera, come sommo frutto della pi\u00f9 autentica letteratura, ognuno \u00e8 imposto come indispensabile all&#8217;esistenza o quanto meno alla permanenza nello stato sociale in cui ci si \u00e8 posti. Produce cos\u00ec, l&#8217;industria, come avviene per ogni altra merce, il romanzo per le masse, tristi e misere imitazioni d&#8217;altri tipi di moderne narrazioni, giornalistiche o televisive, e il romanzo di lusso per l&#8217;\u00e9lite, riproposte di vecchie, gi\u00e0 sepolte squisitezze letterarie, neorondismi di professori pensionati o neomanierismi di anemici o brufolosi scolaretti. I quali, professori e scolari, frenetici cottimisti, solitari e alienati lavoratori a domicilio, sono obbligati a produrre sempre pi\u00f9 affannosamente per essere sempre pi\u00f9 presenti nell&#8217;affollata e vociferante borsa dei &#8220;titoli&#8221;, sempre disponibili nel modesto mercatino rionale o nelle grandi fiere internazionali; sono obbligati a calcare pateticamente ribalte, a cavalcare tigri, a urlare, farsi inverecondi finanche nelle finte, recitate ritrosie. Chi in questa sede \u00e8 invitato a confessarsi dichiara allora che, dotato di una forte inclinazione a delinquere, ha cercato, fin da quando ha mosso i primi passi nel territorio letterario, di violare le leggi oppressive della comunicazione e del mercato. Ha scritto poco e in un modo in cui la comunicazione era ridotta al minimo necessario, spostando proditoriamente la sua scrittura verso l&#8217;espressione, la forma incongrua e irritante della poesia, praticando un linguaggio che fa a pugni, stride fortemente con il codice linguistico stabilito dal potere; s&#8217;\u00e8 tenuto sempre igienicamente lontano dalle accademie, dalle consorterie, dalle massonerie, dai gruppi d&#8217;ogni sorta, d&#8217;avanguardia o retroguardia. Tutti questi delitti hanno fatto s\u00ec che i tutori dell&#8217;ordine lo punissero, che i gendarmi lo tenessero sotto controllo come elemento antisociale. Cos\u00ec a ogni rara uscita, a ogni nuovo libro del suddetto, i parrucconi, i piazzisti della merce, istericamente si scompongono, cominciano a urlare: &#8220;\u00c8 siciliano, non scrive in italiano, \u00e8 barocco, \u00e8 oscuro, \u00e8 pesante come una cassata, le sue narrazioni non sono filate, fruibili: ma chi crede di essere, ma come si permette?.<\/p>\n<p><a id=\"nota8\"><\/a>[8]\u00a0Cfr. \u00abIl Piccolo\u00bb, 11 giugno 2011; \u00abLa Repubblica\u00bb, 30 giugno 2011.<\/p>\n<p><a id=\"nota9\"><\/a>[9]\u00a0Una stroncatura viene da C. TERNULLO, Vincenzo Consolo, Dalla \u2018Ferita\u2019 allo \u2018Spasimo\u2019, Prova d\u2019Autore, Catania 1998: parla di \u00abscadimento\u00bb, il critico; di una \u00abpertinace sentenziosit\u00e0\u00bb dell\u2019autore che insisterebbe a \u00abfarsi \u2018cattiva coscienza\u2019 dei tempi\u00bb senza per\u00f2 possedere l\u2019equilibrio di Sciascia; e di una \u00abchiara disunit\u00e0\u00bb del libro, di un \u00abaccostamento forzato e insincero dei segmenti narrativi\u00bb (p.66-7), di un rasentare l\u2019horror nella descrizione della vecchiaia (p. 69) \u2013 giudizio ingeneroso e quasi intemperante, come si vede; e del resto, ognuno ha il proprio (ricordiamo comunque a Ternullo che le \u00abvoci di dannunziana memoria\u00bb alle quali si riferisce a p. 42 del suo libretto, sono leopardiane).<\/p>\n<p><a id=\"nota10\"><\/a>[10]\u00a0SP, 70: \u00abQuel contrapposto di gale e di cenci, di vanit\u00e0 e miseria\u00bb; segnalata dalle virgolette basse, \u00e8 citazione dal capitolo XXVIII dei Promessi sposi, con la carestia a Milano.<\/p>\n<p><a id=\"nota11\"><\/a>[11]\u00a0\u00c8 quanto Manzoni scrive a Monti (15 giugno 1827) e a Cioni (10 ottobre 1827); lo leggo in A. LEONE DE CASTRIS, L\u2019impegno del Manzoni, Sansoni, Firenze 1965, p. 246.<\/p>\n<\/div>\n<\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>* \u00abNoi si\u00e0n le triste penne isbigotite\u00bb. Lo spasimo di Palermo di Vincenzo Consolo. di Claudia Minerva \u00ab [\u2026] ti trovo bene, un po\u2019 pi\u00f9 magro\u2026\u00bb Con l\u2019eccezione di pochissimi interpreti, in linea di massima la critica ricorre ad una approssimazione per definire\u00a0Lo Spasimo di Palermo\u00a0(1998) di Vincenzo Consolo: perlopi\u00f9 schivando il termine \u2018romanzo\u2019 (e &hellip; <a href=\"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=1773\" class=\"more-link\">Continua a leggere <span class=\"screen-reader-text\">\u00abNoi si\u00e0n le triste penne isbigotite\u00bb.<\/span><\/a><\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":0,"comment_status":"open","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[7,144,4],"tags":[336,162,318,576,77,578,577,58,215,70,202,139,19,16,36,707,528,37,187,20,40,29,579,18],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/1773"}],"collection":[{"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=1773"}],"version-history":[{"count":2,"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/1773\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":2369,"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/1773\/revisions\/2369"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=1773"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=1773"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=1773"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}