{"id":1684,"date":"2017-06-16T13:47:46","date_gmt":"2017-06-16T13:47:46","guid":{"rendered":"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=1684"},"modified":"2018-05-16T14:06:50","modified_gmt":"2018-05-16T14:06:50","slug":"vincenzo-consolo-e-la-matria-lingua-terra-e-madre","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=1684","title":{"rendered":"Vincenzo Consolo e la matria: lingua, terra e madre."},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2018\/05\/images-1.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone size-full wp-image-1685\" src=\"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2018\/05\/images-1.jpg\" alt=\"images (1)\" width=\"183\" height=\"275\" \/><\/a><br \/>\nPERIODICO QUADRIMESTRALE DI STUDI SULLA LETTERATURA E LE ARTI SUPPLEMENTO DELLA RIVISTA \u00abSINESTESIE\u00bb<\/p>\n<p>Sinestesieonline &#8211; N. 20 &#8211; Anno 6 &#8211; Giugno 2017<br \/>\ndi Carmela Rosalia Spampinato Vincenzo Consolo e la matria: lingua, terra e madre.<\/p>\n<p>Il 15 agosto del 2004 sul giornale La Sicilia viene pubblicato il racconto di <span style=\"color: #000080;\">Vincenzo Consolo La mia isola \u00e8 Las Vegas<\/span>, in cui compare l&#8217;hapax \u201cmatria\u201d. La matria \u00e8 una metafora di triplice natura: insieme lingua, terra e madre. Analizzando Retablo, Le pietre di Pantalica, L&#8217;olivo e l&#8217;olivastro, Il sorriso dell&#8217;ignoto marinaio e La mia isola \u00e8 Las Vegas si individuano attestazioni e ricorrenze. Dei tre versanti della complessa metafora, quello materno e femminile si rivela il pi\u00f9 articolato. On August 15, 2004 in the newspaper La Sicilia is published the story of Vincenzo Consolo My island is Las Vegas, in which the hapax &#8220;matria&#8221; appears. The matria is a triple nature metaphor: along with language, land and mother. AnalyzingAltarpiece, The Pantalica stones, The olive tree and the olive tree wild, The Smile of the unknown sailor and My island is Las Vegas are identified claims and celebrations. Of the three sides of the complex metaphor, maternal and feminine it reveals the most articulate.<br \/>\nNel racconto La mia isola \u00e8 Las Vegas, pubblicato da Vincenzo Consolo sul quotidiano \u00abLa Sicilia\u00bb il 15 agosto 2004, si legge per la prima ed unica volta il termine \u00abmatria\u00bb1 : \u00abSicilia, Sicilia mia, mia patria e mia matria, matria s\u00ec perch\u00e9 \u00e8 lei che mi ha dato i natali, mi ha nutrito, mi ha cresciuto, mi ha educato. Ora sono lontano da lei e ne soffro, mi struggo di nostalgia per lei\u00bb2 . Il termine \u00abmatria\u00bb si pu\u00f2 assumere come metafora e chiave di lettura per l\u201fintera produzione consoliana. L&#8217;incipit del racconto, fortemente evocativo, rimembra una terra lontana che \u00e8 la \u00abmatria\u00bb poich\u00e9 come una madre ha dato i natali allo scrittore, una terra che \u00e8 dunque donna, che pu\u00f2 essere America, tutte le terre insieme e nessuna, una terra che \u00e8 dialetto e nenia, canto popolare, ritornello dedicato alle arance: Sicilia mia, oh che nostalgia! Ricordo una bella canzoncina che m\u201fhanno fatto imparare quand\u201fero ancora picciriddu. Faceva cos\u00ec: \u201cDi Muncibeddu i figghinuisemu, ohi oh, \/ terra di canti e di ciuri e d\u201famuri, ohi oh, \/ \u201est\u201farancisulunui li pussiremu, ohi oh, \/ e la Sicilia nostra si fa onuri, ohi oh. \/ E di luntanuvenunu li furisteri a massa \/ dicennu la Sicilia chi ciauruca fa, \/ chi ciauruca fa\u2026\u201d. Mi viene da piangere a ricordare queste parole. Terra antica, nobile e ricca, la mia Sicilia. Terra importante3 . Ecco dunque il nucleo pi\u00f9 pro Vegas\u2013 si riscontrano le declinazioni della matria come: lingua, terra e madre5 . La lingua In primis, vi \u00e8 la lingua. Ripudiando la lingua moderna, appiattita dai mass media, violentata, privata delle sfumature, Consolo sceglie lo sperimentalismo, una lingua definita pastiche6 , la lingua della plurivocit\u00e07 , all&#8217;insegna della ricerca e della convivenza degli estremi \u2013 razionalismo, illuminismo e prosa da una parte, musicalit\u00e0 e poesia dall&#8217;altra. E ancora, lo scrittore riscopre il dialetto \u2013 spesso nella variante sanfratellana8 \u2013, culla dell&#8217;ultimo seme di autenticit\u00e0, e lo mescola a termini dotti, prestiti linguistici, latinismi, grecismi e neoformazioni, risacralizzando9 cos\u00ec le parole. Il dialetto \u2013 la lingua che si impara da piccoli, quella della prima nominazione e quindi dell&#8217;invenzione del mondo, carico di ricordi, pulsioni ed affetti \u2013 pu\u00f2 avere questa valenza forte e virginea. Il dialetto \u00e8 importante poich\u00e9 ha echi materni10 . 5 La metafora della matria si ritrova anche nelle altre opere di Vincenzo Consolo. 6 Salvatore Trovato afferma: \u00abStudiare la lingua di Consolo significa estrarre dal pastiche delle sue opere gli ingredienti, isolarli e analizzarli singolarmente, in s\u00e9 e in rapporto agli altri, nel testo singolo e nell&#8217;opera consoliana in genere. [\u2026] La lingua che [\u2026] possiamo fin da ora definire \u201cdialetto metaforico\u201d o, pascolianamente (ma senza allusioni alla complessa problematica decadentistica e simbolistica di Pascoli), la \u201clingua che pi\u00f9 non si sa\u201d\u00bb; S. C. Trovato, Italiano Regionale, Letteratura, Traduzione, Euno Edizioni, Leonforte, 2013, p.92. 7 Cfr. Consolo: \u00abNel solco della sperimentazione linguistica di Gadda e Pasolini dicevo. Senza dimenticare il solco per me pi\u00f9 congeniale di Verga. La mia sperimentazione per\u00f2 non andava verso la verghiana irradiazione dialettale del codice toscano n\u00e9 verso la digressione dialettalgergale di Pasolini o la deflagrazione polifonica di Gadda, ma verso un impasto linguistico e una \u201cplurivocit\u00e0\u201d, come poi l&#8217;avrebbe chiamata Segre (nell\u201fintroduzione al Sorriso dell\u2019ignoto marinaio), che mi permettevano di non adottare un codice linguistico imposto\u00bb V. Consolo, Fuga dall&#8217;Etna. La Sicilia e Milano, la Memoria e la Storia, Donzelli Editore, Roma, 1993, p.16. 8 \u00abNo, le parole non si trovano nel Devoto-Oli n\u00e9 nel Fanfani o nel Tommaseo. Non sono per\u00f2 parole inventate, ma reperite, ritrovate. Le trovo nella mia memoria, nel mio patrimonio linguistico, ma sono frutto anche di mie ricerche, di miei scavi storico-lessicali. Sin dal primo libro sono partito da una estremit\u00e0 linguistica, mi sono collocato, come narrante, in un&#8217;isola linguistica, in una colonia lombarda di Sicilia, San Fratello, dove si parla, un antico dialetto, il gallo-italico. [\u2026] Quelle parole, irreperibili nei vocabolari italiani, hanno per\u00f2 una loro storia, una loro dignit\u00e0 filologica: la loro etimologia la si pu\u00f2 trovare nel greco, nell&#8217;arabo, nel francese, nello spagnolo&#8230;. Quei materiali lessicali li utilizzo per una mia organizzazione di suoni oltre che di significati\u00bb Ivi p.54. 9 \u00ab\u201cRisacralizzazione\u201d non \u00e8 sinonimo di aulicizzazione. La mia ricerca letterario-filologica \u00e8 volta al recupero di parole che abbiano una loro intrinseca purezza, una verginit\u00e0 non ancora imbrattata e degradata, che portino una intima risonanza di luce e verit\u00e0\u00bb D. Calcaterra, Vincenzo Consolo: le parole, il tono, la cadenza, Prova d&#8217;Autore, Catania, 2007, p.169. 10 \u00abSi potrebbe ipotizzare che la scelta linguistica di Consolo \u2013 che egli stesso connette all&#8217;uccisione del padre e che si pu\u00f2 ricondurre alla profondit\u00e0 naturale e \u201cmaterna\u201d del dialetto (anzi, dei dialetti: il siciliano standard e i dialetti gallo-italici, come il sanfratellano [\u2026]) \u2013 si situi in un equilibrio difficile con la proiezione storica (e dunque \u201cpaterna\u201d) della sua ispirazione: \u00e8 la stessa ricerca di equilibri fra \u201cmondo dei padri\u201d e \u201cmondo delle madri\u201d perseguita da Vittorini e, La scrittura consoliana, si serve dell&#8217;innesto e dello scavo archeologico: portando in auge termini dimenticati e ormai seppelliti, mescidandoli con altri, sperimenta un linguaggio nuovo e potente, che non scade mai nel tono medio. Tutti gli elementi della lingua consoliana richiamano fortemente la Sicilia. Narrando di una terra che d\u00e0 i natali, che segna nel profondo l&#8217;uomo, la lingua diventa il mezzo per esprimere l&#8217;identit\u00e0, la vocazione, l\u201fappartenenza. Consolo afferma infatti: Mi sono ispirato, narrando, a questo mio paese, mi sono allontanato da lui per narrare altre storie, di altri paesi, di altre forme. Per\u00f2 sempre, in quel poco che ho scritto, ho fatalmente portato con me i segni incancellabili di questo luogo. [\u2026] Credo, infine, di non aver mai smesso di essere uomo di quest\u201fisola, figlio di questo paese. A cui sono grato di tutto quanto mi ha dato, con i suoi segni, con la sua luce, con i suoi accenti11 . Attraverso le parole del racconto Memorie, si congiungono i tre vertici della matria: vi sono la lingua, una madre e la terra, di cui lo scrittore afferma di essere figlio. 2. La terra Dunque la matria \u00e8 anche terra. \u00c8 la Sicilia. E per Vincenzo Consolo: \u00abS\u00ec, si pu\u00f2 cadere su questo mondo per caso, ma non si nasce in un luogo impunemente. Non si nasce, intendo, in un luogo senza essere subito segnati, nella carne, nell&#8217;anima da questo stesso luogo. Il quale, con gli anni, con l&#8217;inesorabile, crudele procedere del tempo, si fa per noi sempre pi\u00f9 sacro\u00bb12. E ancora, ne Le pietre di Pantalica afferma: Io non so che voglia sia questa, ogni volta che torno in Sicilia, di volerla girare e girare, di percorrere ogni lato, ogni capo della costa, inoltrarmi all&#8217;interno, sostare in citt\u00e0 e paesi, in villaggi e luoghi sperduti, rivedere vecchie persone,conoscerne nuove. Una voglia, una smania che non mi lascia star fermo in un posto. Non so. Ma sospetto sia questo una sorta d&#8217;addio, un volerla vedere e toccare prima che uno dei due sparisca13 . La Sicilia \u00e8 sempre nei pensieri dello scrittore: \u00abIo porto in me questo punto unico del mondo, questo paese14\u00bb. Da una parte \u00e8 l&#8217;isola santa(\u00abla Sicilia! La Sicilia! Pareva qualcosa di vaporoso laggi\u00f9 nell&#8217;azzurro tra mare e cielo, ma era l&#8217;isola santa!15 \u00bb), dall\u201faltra \u00e8 anche la terra delle contraddizioni, degli orrori, della in forme meno palesi, da Sciascia. Un equilibrio che [\u2026] si rivela sempre precario, frutto comunque di un azzardo lacerante\u00bb G. Traina, Vincenzo Consolo, Cadmo, Fiesole, 2001, p.56. 11V. Consolo, Memorie, in Id., La mia isola \u00e8 Las Vegas, cit. pp.137-138. 12Ivi p.135 13V. Consolo, Le pietre di Pantalica, cit. p.632 14V. Consolo, Memorie, cit. p.135. 15V. Consolo, Il sorriso dell&#8217;ignoto marinaio, in Id., L&#8217;opera completa, cit. p.176. violenza e della forzatura: E cosa non \u00e8 forzatura, cosa non \u00e8 violentazione in quest&#8217;Isola? Che cosa non arriva al limite della vita, della follia? Tutto quello che non precipita, che non si disgrega, che non muore, \u00e8 verdello, cedro lunare, \u00e8 frutto aspro, innaturale, ricco d&#8217;umore e di profumo; \u00e8 dolorosa saggezza, disperata intelligenza16 . E proprio del paradosso e di un inspiegabile grumo di odio e amore si alimenta il siciliano e lo scrittore. Per Consolo, narratore\u2013viaggiatore\u2013siciliano, la Sicilia non \u00e8 mai semplice sfondo, muto e incolore, ma vera innegabile protagonista. Per Consolo, la terra \u00e8 un culto, rappresenta la devozione di un figlio nei confronti della madre. A riprova di ci\u00f2, le parole scelte per la Sicilia sono di eco materna. Le citt\u00e0 vengono descritte come donne, la terra raccontata come una madre, verso cui riservare le medesime attenzioni: I campi vogliono la vicenda: ora grano, ora fave, e un anno riposo. Non bisogna sfruttare eccessivamente la terra: se troppo le chiedi, ti rende meno. D\u00e0llemodo di rafforzarsi e nutrirsi: essa \u00e8 come la nutrice, che ha bisogno di riposo e di buon nutrimento per avere buon latte17 . Ecco come la matria appare ben riconoscibile. La metafora tripartita, la trinit\u00e0 laica, mostra i propri vertici. Li intreccia. 3. La madre E con la presenza materna, si introduce il vertice pi\u00f9 importante dell\u201fhapax. La matria \u00e8 donna. Elemento femminile. Natura profonda. La matria \u00e8 madre. Metafora del \u00abgrembo\u00bb 18, recesso pi\u00f9 interno e proibito19. Di volta in volta muta, si trasforma, si declina. Grazie a un&#8217;attenta ricognizione nei dizionari constatiamo che il termine \u00abmatria\u00bb ha nel panorama letterario italiano solo tre antecedenti: M\u00e0tria, sf. Letter. Luogo natio, patria. Tasso20 , II-379: Ne godo fra me stesso per molte cagioni, delle quali la prima, ch&#8217;ella sia di quella nobil patria de la quale io mi vanto; e potrei gloriarmene pi\u00f9 ragionevolmente, s&#8217;io la chiamassi la mia cara matria, secondo l&#8217;usanza antica dei creti. M. ni21 ,3-4-338: La Patria e la Matria (per parlare al presente, come dicono i Cretesi), la 16V. Consolo, Le pietre di Pantalica, cit. p.631 17Ivi p.523. 18V. Consolo, Retablo, cit. p.427. 19Ivi, p.437. 20T. Tasso, Dialoghi, a cura di E. Raimondi, 4 voll., G. C. Sansoni, Firenze, 1958, p.379. 21M. Adriani, Opuscoli morali di Plutarco volgarizzati, 6 voll., Stamperia Piatti, Firenze, 1819- 1820, p.338. quale \u00e8 pi\u00f9 antica, a cui siamo pi\u00f9 forte obbligati che ai genitori, parimente \u00e8 di lunga vita. &#8211; Figur. Gioberti22 , 1-71: La Chiesa \u00e8 la patria, e per, usare la bella espressione dei Cretesi, legittimata da Platone, la &#8216;matria&#8217; dell&#8217;uman genere, perch\u00e9 comprende, rannoda e restringe con vincolo interno, sacro e tenace, tutte le patrie speciali. = Formazione dotta, dal lat. matermatris &#8216;madre&#8217;, sul modello di patria23 . Tasso, Adriani e Gioberti scelgono il termine richiamando la tradizione cretese. \u00c8 il luogo natio, insieme impasto affettivo e culturale. La matriacustodisce l&#8217;elemento sacro e diviene il cantuccio dei ricordi. Consolo, che si rif\u00e0 alla lezione bizantina24 per la sacralit\u00e0 della lingua, alla cultura greca, all&#8217;oralit\u00e0 araba e allo stile makamet25, sembrerebbe stato memore anche della lezione cretese, dell&#8217;interpretazione antica di luogo natio, di dea e madre. Potrebbe aver usato il termine tanto come neoformazione che come riferimento alle attestazioni passate. Entrambe le intenzioni rappresentano la poetica dello scavo archeologico e dell\u201finnesto. Infatti ripescando una tradizione matriarcale profondissima e sepolta, di matrice siciliana (e non solo), Consolo modifica il termine tradizionale \u00abpatria\u00bb e lo adatta al fine di raccontare una storia diversa, personale, affettiva e materna. L&#8217;etimologia di \u00abmatria\u00bb \u00e8 \u00abmater\u00bb. E questa madre si porta dietro un modello archetipo di valori, tradizioni, culti, storie, miti26 . 22V. Gioberti, Il gesuita moderno \u2013 Apologia, Dalla Stamperia del Vaglio, Napoli, 1848, p.71 23Battaglia, S. Barberi Squadrotti, G. (a cura di) [1961-2004], Grande dizionario della lingua italiana. Torino, Utet, 21 voll. + Supplemento + Indice degli Autori citati a cura di G. Ronco. 24\u00abGli scrittori bizantini nel momento in cui la loro grande civilt\u00e0 stava finendo, scavavano ossessivamente nel linguaggio, cercando disperatamente di recuperare la loro matrice che era classica greca. Reinventarono una scrittura ricca e complessa, che non corrispondeva al momento storico che stavano vivendo ma era un modo per riaffermare la loro identit\u00e0 proprio mentre scomparivano dalla storia. Avevano i barbari alle porte e scrivevano in modo straordinario (p.15 e p.10)\u00bb SINIBALDI (1988); cit. in S. C. Sgroi, Scrivere Per Gli Italiani Nell&#8217;Italia Post-Unitaria, Franco Cesati Editore, Firenze, 2013, p.374. 25\u00ab[la prosa consoliana] credo che appartenga alla tradizione della narrazione orale. La narrazione epica dell&#8217;antica Grecia era orale. Ma anche nella tradizione araba, passata poi in Sicilia, la narrazione era orale. [\u2026] I poemi narrativi credo che siano nati cos\u00ec, dall&#8217;oralit\u00e0, avevano bisogno di un ritmo, proprio per un fatto mnemonico. Nella tradizione araba c&#8217;\u00e8 uno stile che si chiama makamet, che consiste inuna sorta di prosa ritmica, nata per ragioni pedagogiche, nella mia scrittura c&#8217;\u00e8 uno slittare dalla prosa verso un ritmo poetico. Sento la necessit\u00e0 di far questo perch\u00e9 credo che la lingua della narrativa ha bisogno di \u201crisacralizzarsi\u201d (non solo, certo, attraverso l&#8217;espediente esterno del ritmo), di ritrovare dignit\u00e0\u00bb V. Consolo, Fuga dall&#8217;Etna. La Sicilia e Milano, la Memoria e la Storia, cit., p.52. 26Per ulteriori approfondimenti: E. Neumann, La grande madre. Fenomenologia delle configurazioni femminili dell\u2019inconscio, con 74 figg. e 186 tavv. fuori testo, Casa Editrice Astrolabio \u2013 Ubaldini Editore, Roma, 1981, ed. it. e trad. a cura di Antonio Vitolo; E. Neumann, La psicologia del femminile, Casa Editrice Astrolabio \u2013 Ubaldini Editore, Roma, 1975, trad. di Matelda Talarico; J. J. Bachofen, Il matriarcato. Ricerca sulla ginococrazia del mondo antico nei suoi aspetti religiosi e giuridici, tomo I e tomo II, Giulio Einaudi Editore S.p.a., Torino, 1988, ed. it. a cura di Giulio Schiavoni; I. Magli, Matriarcato e po- 3.1. Le divinit\u00e0 femminili La prima manifestazione femminile della matria \u00e8 di natura divina. La matria \u00e8 dea. Un catalogo di dee. In Retablo, la Sicilia \u00e8 la terra della coppia indissolubile Demetra e Persefone\u2013 Kore. La dea ammantata di nero27 che ha subito l&#8217;oltraggio \u00e8 il simbolo della fertilit\u00e0, delle messi e dei campi. \u00c8 la madre della figlia rapita e sposa di Ade, signore della morte. Demetra collerica alterna alla fertilit\u00e0 l&#8217;aridit\u00e0 della terra, fino al momento in cui le \u00e8 concesso il ricongiungimento alla figlia sfortunata. Dunque vita e morte diventano facce della medesima metafora. Alla madre si lega la terra, alla coppia madre\u2013figlia si lega il dolore e l&#8217;oltraggio, simboli della Sicilia pi\u00f9 antica e ferina. La matria \u00e8 mito e terra. I luoghi delle dee e della mitologia sono luoghi sacri, carichi di significato e tradizione. Luoghi di magia e mito, silenzio e meraviglia. Alla madre disperata \u00e8 riservato il luogo sacro, il temenos inviolabile e inviolato. Alla dea spettano i templi, i grandi luoghi misteriosi della Sicilia. Mediante le parole dello scrittore si rintraccia l&#8217;antichissimo nucleo del mistero. In Retablo riguardo Egesta, Consolo scrive: Porta o passaggio [\u2026] verso l\u201fignoto, verso l\u201feternitate e l\u201finfinito. L\u201fignoto oltre la vita, metafisico, che nei riti notturni e sotto il cielo stellato le madri, per la gran Madre comune e originaria, vollero sondare; [\u2026] l\u201finfinito oltre questo tempio, [\u2026] oltre quest\u201fisola dal passato morto, dal presente tumultuoso e tragico per cui ora mi sogno di viaggiare28 . La matria si manifesta con i connotati pi\u00f9 regali. A Selinunte, per il protagonista Fabrizio Clerici solcare i luoghi mitici vuol dire immergersi nel cuore della metafora. O mia Medusa, mia Sfinge, mia Europa, mia Persefone, mio sogno e mio pensiero, cos\u201f\u00e8 mai questa terribile, meravigliosa e oscura vita, questo duro enigma che l\u201fuomo sempre ha declinato in mito, in racconto favoloso, leggendario, per cercar di rispecchiarla, di decifrarla per allusione, per metafora? E qui tremo, pavento, poich\u00e9 mi pare di toccare il cuor della metafora, e qui come mai mi pare di veder la vita, di capirla e amarla, d\u201famare questa terra come fosse mia, la terra mia, la terra d\u201fogni uomo.29 Nel mistero pi\u00f9 oscuro, vi \u00e8 posto per un altro culto, per un&#8217;altra donna dea e madre \u2013 anche se le due divinit\u00e0 spesso coincidono, come ne Le Pietre di tere delle donne, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano, 1978; E. Ciaceri, Culti e miti nella storia dell\u2019antica Sicilia, Arnaldo Forni Editore, Sala Bolognese (BO), 1981. 27V. Consolo, Le pietre di Pantalica, cit. p.580. L&#8217;intero capitolo Maloph\u00f2ros risulta assolutamente denso e utile al fine dello studio della metafora materna e divina insieme. 28 V. Consolo, Retablo, cit. p.414. 29Ivi, p. 436. Pantalica \u2013, la Molle e Umida, la Maloph\u00f2ros, letteralmente \u00abportatrice di mela\u00bb: \u00abLei, la grande Dea, la figlia del Tempo, la Signora, la Regina, la madre dolente e ammantata di nero, la Portatrice di spighe, la generosa nutrice\u00bb30 . Lo scrittore mostra un panorama di figure antiche femminili e divine, dee e ninfe, sante. Vi \u00e8 spazio anche per Ecate Triforme, degna di attenzione per la natura tripartita, ricorrente in Consolo e nella tradizione siciliana: Traversato il ponticello sul fiume, arrivammo alla collina delle divinit\u00e0 catactonie, sotterranee, di Demetra Maloph\u00f2ros, la portatrice di mela, di Persefone, di EcateTriformis [\u2026] : stazione dei cortei funebri verso la vicina necropoli e recinti di culti segreti, di sacri misteri31 Inoltre questa divinit\u00e0 viene associata secondo alcune varianti del mito alla luna e proprio la luna \u00e8 simbolo della vita e della morte, insieme donna fertile e malinconia di luponario, protagonista del sogno teatrale Lunaria32 e di Nottetempo, casa per casa33 . E volendo inoltrarsi ancor di pi\u00f9 nelle pagine dello scrittore agatese, in Retablo ritroviamo altri due importanti culti femminili e materni: la Grande Dea Madre Astarte e la Celeste Madre Tanit. Era quello il cimitero ove i Fenici di quest&#8217;isola di Mozia seppellivano i fanciulli dopo averli sacrificati ai loro d\u00e8i. Il primo nato sacrificavano gli sposi, la primizia, estrema privazione e suprema offerta, come l&#8217;offerta del primo fiore o frutto d&#8217;una pianta, alla celebre madre Tanit o Astarte34 . Una delle manifestazioni pi\u00f9 potenti della madre divina \u00e8 ancora tra le pagine di Retablo, in cui il pastore Mastro Curatolo venera una Matre Santa, secondo un antichissimo culto che si tramanda di padre in figlio e la cui origine \u00e8 ormai dimenticata. &#8211; Mastro curatolo, don Nino, che santa \u00e8 quella? &#8211; La pi\u00f9 santa &#8211; rispose l\u201fuomo. &#8211; E si chiama? &#8211; La Matre santa. &#8211; E dove la si venera? &#8211; Qua, per intanto, nella mia cas\u00e8na. &#8211; Ma lo sanno i monaci, i parroci che avete in casa questa santa? &#8211; Lo so io e basta. Come lo seppe mio padre, da cui l\u201fereditai. Che l\u201feredit\u00f2 dal padre suo e cos\u00ec arrere, fino a che si perde la memoria, memoria dico della mia famiglia.35 3.2. Rosalia e la matrazza 30V. Consolo, Le pietre di Pantalica, cit. p.580. 31Ibidem. 32Lunaria, pu\u00f2 considerarsi una sorta di favola teatrale e viene pubblicata per la prima volta nel 1985 dalla casa editrice Einaudi. Ora in: V. Consolo,L\u2019opera completa, cit. pp.261-364. 33 Il romanzo \u00e8 pubblicato da Mondadori nel 1992 e vince il premio Strega. \u00c8 incluso in: V. Consolo, L\u2019opera completa, cit. pp.647-755. 34V. Consolo, Retablo, cit. p. 445. 35Ivi, pp. 408-409. Retablo \u00e8 forse l&#8217;opera in cui la metafora della matria si manifesta con maggiore poeticit\u00e0 e con un numero elevato di ricorrenze. Infatti \u00e8 il romanzo di una coppia madre\u2013figlia36 (che richiama Demetra\u2013Persefone): una figlia, che \u00e8 fiore37, statua, simbolo dell\u201feros, metafora della Veritas e una madre, una matrazza38viva e terrena, una madre bagascia39, \u00abla &#8216;gna Cristina Ins\u00e0lico, vedova Guarnaccia\u00bb40. I connotati di questa madre sono negativi. A tal proposito tornano utili le ricerche svolte sui vocabolari del siciliano-italiano, poich\u00e9 tanto nell&#8217;Antonino Traina41quanto nel Giorgio Piccitto42 il termine \u00abmatria\u00bb si attesta col significato di \u00abmatrigna\u00bb. Dunque la matriaconsoliana pu\u00f2 essere anche la matrigna siciliana. Il romanzo di Demetra e della fanciulla con il nome di fiore parla anche di questa donna terribile. E Rosalia, l&#8217;altra met\u00e0 dell&#8217;innesto materno, \u00e8 tante Rosalie insieme. A partire dall&#8217;incipit in cui si tramuta in tanti fiori, \u00e8 rosa e giglio43 , malia e maledizione, amore agognato e maledetto, angelo e diavola, mag\u00e0ra44 , si sdoppia, acquista pi\u00f9 forme e diviene pi\u00f9 donne. \u00c8 Rosalia di Isidoro, ma \u00e8 anche Rosalia Granata, \u00e8 Teresa Blasco, \u00e8 Ortensia, \u00e8 \u00abla Rosalia d&#8217;ognuno che si danna e soffre, e perde per amore\u00bb45. Siamo dinanzi a un personaggio che non \u00e8 pi\u00f9 personaggio, a un corpo mitizzato e sfumato46, a un soggetto che \u00e8 metafora e destinatario indefinito di tutto l&#8217;amore. E Rosalia diviene anche soggetto artistico. In Retablo la statua della Veritas, realizzata dal Serpotta, ha le sue sembianze e provoca la reazione folle di Isidoro nelle prime pa36 \u00abGi\u00e0 nel primo incontro Isidoro vede Rosalia in coppia con la madre, dettaglio quest&#8217;ultimo da non trascurare, poich\u00e9 il ritratto della figlia si confonde talvolta coi tratti materni, fino a costituire un curioso corpo ibrido\u00bb R. Galvagno, Il corpo metamorfico di \u00abRosalia\u00bb in Retablo di Vincenzo Consolo, Comunicazione presentata al Convegno della Mod, Scritture del corpo, tenutosi a Catania il 22-24 giugno 2016 (in corso di stampa). 37Rosalia \u00e8 rosa, giglio, gelsomino. Prende il nome di \u00abOrtensia\u00bb nella parte finale del romanzo, altro fiore. Cfr R. Galvagno, L&#8217;inno a \u00abRosalia\u00bb in Retablo di Vincenzo Consolo, in corso di stampa, nel quale si analizza l&#8217;incipit del romanzo e si enunciano i vari riferimenti al mondo floreale. 38V. Consolo, Retablo, cit. p.373. 39Ivi, p.370. 40Ivi, p.375. 41 \u00abMatria. V. MATRIGNA. In quel di Modica.\u00bb A. TRAINA, Vocabolario siciliano-italiano illustrato, 2 voll., Edizioni Sore, Palermo, 2\u00aa ed., 1977. 42 \u00abMatria (Spa., Tr., Av., Ma., ecc., RG7) f. matrigna.\u00bb G. PICCITTO, (a cura di), Vocabolario Siciliano, 5 voll., Centro di studi filologici e linguistici siciliani, Catania \u2013 Palermo, 1977. 43Secondo le parole della madre: \u00abla figlia mia ch&#8217;\u00e8 giglio, regina\u00bbV. CONSOLO, Retablo, in Id., L&#8217;opera completa, cit. p.373. 44 V. Consolo, Retablo, cit. p.370. 45Ivi, p.423. 46\u00abQuale corpo femminile \u00e8 allora in questione nei due casi? Non \u00e8, in definitiva, che un corpo fantasmatico, puro oggetto della pulsione quello di Rosalia; un oggetto altamente idealizzato quello di Teresa Blasco; ma entrambi investiti dal furore dei loro amanti\u00bb R. Galvagno, Il corpo metamorfico di \u00abRosalia\u00bb in Retablo di Vincenzo Consolo, cit. gine del romanzo. Nel penultimo capitolo invece viene contemplata con ammirazione da Fabrizio Clerici47 . Ma Consolo dissemina nel testo molti riferimenti alla Veritas. Infatti \u00abVERITAS\u00bb \u00e8 il titolo dell\u201fultima sezione del romanzo, nella quale Rosalia\u2013Ortensia racconta la propria verit\u00e0 nella lettera dettata a Don Gennaro. Queste pagine malinconiche sono impreziosite dall\u201fironica anafora \u00abBella la Verit\u00e0!\u00bb. Anche Rosalia Granata racconta una verit\u00e0, la verit\u00e0 di una \u00absmarrita pecorella, peccatora inveterata, anima confusa\u00bb48. La confessione, scritta in corsivo rispetto al tondo del testo, parla d\u201famore ma anche di abusi e violenza. Attraverso Rosalia, la statua della Veritas e i vari riferimenti alla verit\u00e0, Consolo affronta un tema a cui tiene particolarmente. In Retablo, nel Sorriso e in altre opere, mediante metafore, ekfraseis, rimanti pi\u00f9 o meno celati e riflessioni, lo scrittore cerca e trova la propria verit\u00e049 . 3.4. Il corallo e l&#8217;arancio\/arancia All&#8217;interno del catalogo femminile di Consolo, la donna finir\u00e0 con l\u201fassumere anche i tratti del corallo e dell&#8217;arancia, due potenti rappresentazioni poetiche. Il corallo, sublime pi\u00f9 di ogni altra pietra \u00e8 sensuale e seducente, perch\u00e9 il colore suo morbido e carnale rimemora le carni femminine, [\u2026] il corallino pallido le carni ascose, immaginate, quello acceso, le carni in vista delle labbra, delle dita, degli orecchi, del canale pettorino\u2026 [\u2026] Di questa pietra o fior sottomarino che, pur raffigurando Annunziate, sante Rosalie, Maddalene, sante Caterine, Immacolate, sante Ninfe o Susanne, sono sempre carne, carne, che risveglia ogni senso e appetito.50 L&#8217;arancia e l&#8217;arancio richiamano la maternit\u00e0, la fertilit\u00e0 umida del grembo, la conca intima, il miracolo. In diverse opere, al frutto e alla pianta sono dedicate le pagine pi\u00f9 liriche, pi\u00f9 cariche d&#8217;amore e nostalgia. Come la madeleine di Proust, il ricordo dell&#8217;arancia provoca l&#8217;epifania del passato, l&#8217;apparizione improvvisa della terra natia, il ricordo, una fitta al cuore. In Retablo, don 47\u00abL&#8217;immagine su cui lo scrittore posa il suo sguardo narrativo, alla fine del viaggio di Clerici, \u00e8 quella ambigua, esemplata in una statua del Serpotta, in cui \u00e8 raffigurato il corpo reale di Rosalia e l&#8217;idea della Veritas. Vera e propria Morgana di un reperimento di senso, costituisce la figura pi\u00f9 affascinante ed emblematica di un tentativo di mediazione tra reale ed immaginario, immagine concreta e simbolo ideale. Emblema infine del doppio insito in una narrazione ai limiti dell&#8217;artificio barocco, ove protagonista principale \u00e8 la coscienza di una ricerca costantemente disillusa. La figura ariostesca di una Rosalia-Angelica, sempre sfuggente ai desideri e ai ritrovamenti dell&#8217;amato, si compone enigmaticamente nella realt\u00e0 inattingibile della statua\u00bb F. Di Legami, Vincenzo Consolo, la figura e l&#8217;opera, Editrice Pungitopo, Marina di Patti, 1990, p.41. 48V. Consolo, Retablo, cit. p.416. 49Per un\u201fanalisi approfondita, vedi: R. Galvagno, \u00abBella la verit\u00e0\u00bb. Figure della verit\u00e0 in alcuni testi di Vincenzo Consolo, in V. Consolo, \u00abDiverso \u00e8 lo scrivere\u00bb, Scrittura poetica dell&#8217;impegno in Vincenzo Consolo, a cura di Rosalba Galvagno e con Introduzione di Antonio di Grado, Biblioteca di Sinestesie, Avellino, 2015, pp.39-64. 50Ivi, pp.457-458. Carmelo Al\u00f2si, \u00abd&#8217;una Sicilia remota\u00bb51, dedica una struggente preghiera d&#8217;addio alla pampinella vergine, alla fanciulla fantasiosa, alla figlia e sposa bambina: Addio, promessa d\u201fogni essenza, sorgente di fragranza, corona delle zagare, goliera dell\u201faurora. Addio ramo di miele, fanciulla fantasiosa, stellaria vanigliata, regina dei giardini. Spero che gli innesti arcani compiuti nel grembo tuo di nardo fruttino la fantasia di spere multicolori, di scrigni di sapori impareggiabili. [\u2026] Bevi rugiada e ambrosia, o Mora, cresci, Bionda, Sanguinella, Tarocchina, divieni donna piena, fruttifera, amorosa, a te la buona sorte, vergine ingallata, zingara maliosa, figlia e sposa mia bambina, narancia affatturata.52 E ancora: Nel tepore del grembo, nutrito dagli umori, il seme gonfia, s\u201fapre, emette il suo germoglio. E in poco tempo, il semenzale, la pampinella vergine, \u00e8 pronta per lo squarcio e per l\u201finnesto. [\u2026] Volevo che la mia prima amante si tramutasse in donna singolare, si facesse sogno, irrealt\u00e0, chimera. Io la contemplavo, le parlavo, le rivolgevo fiati e sillabe d\u201eamore per tutto il tempo dell\u201eincubazione e dell&#8217;attesa. E quindi, tolta la fasciatura della rafia, gridai al miracolo.53 La terra delle arance \u00e8 Mazzar\u00e0. Anche il paese diventa cos\u00ec donna e madre: \u00abMazzar\u00e0: grembo, nutrice, madre d&#8217;ogni pianta d&#8217;agrume, limone o arancio, cedro o lumia, bergamotto, mandarino o chinotto che si trovi in questa terra di Sicilia e oltre. Luogo privilegiato, conca umida e calda riparata&#8230;\u00bb54 . Nel racconto Arancio, sogno o nostalgia55 il profumo inebriante di un aranceto d\u00e0 vita alla narrazione di una Sicilia arabaantica e perduta: Ricordo, nostalgia \u00e8 l&#8217;arancio, o il limone o il cedro, ma anche sogno, desiderio. Simbolo, accanto al tempio dorico, alla cavea di granito d&#8217;un teatro, al luminoso pario d&#8217;una Venere, d&#8217;un Sud d&#8217;antica civilt\u00e0. [\u2026] Non ci sar\u00e0 pi\u00f9 storia, per gli agrumi, per gli aranci di Sicilia, per questo pomo cos\u00ec antico, cos\u00ec mitico, per questo frutto dei poveri e dei reali56? L&#8217;arancia diventa vana illusione, ricerca di speranza e domanda priva di risposta. Consolo si chiede se potr\u00e0 esserci ancora un futuro per l&#8217;arancia di Sicilia, se potr\u00e0 esserci ancora un futuro per la sua metafora, per il mistero di una terra senza tempo e di un popolo senza speranza. 51Ivi, p.426. 52Ivi, pp.426-427. 53Ivi, p.429. 54Ivi, p.427. 55 Arancio, sogno o nostalgia viene pubblicato per la prima volta sul giornale \u00abSicilia Magazine\u00bb, nel dicembre 1988 (con traduzione inglese a fronte). \u00c8 trascorso circa un anno da Retablo. Nonostante i rispettivi anni di pubblicazione, \u00e8 probabile che la stesura del racconto sia stata antecedente o contemporanea al romanzo. 56V. Consolo, Arancio, sogno o nostalgia, in Id., La mia isola \u00e8 Las Vegas, cit. pp.129-133. Anche ne L&#8217;olivo e l&#8217;olivastro un tenue lamento \u00e8 dedicato al frutto dorato, al \u00abprofumo d&#8217;arancio edi nardo\u00bb57 . E infine nel capitolo del Sorriso intitolato L&#8217;albero delle quattro arance, la pianta \u00e8 ricamata su una tovaglia. Questa immagine capovolta si trasforma nella penisola, in cui le arance finiscono per rappresentare le bocche dei tre vulcani di Sicilia58. Ancora una volta torna il numero tre, ancora una volta i vertici siciliani, ancora una volta la metafora. 3.5. Il carcere\/labirinto, la chiocciola e la lumaca La metafora diventa altro ed altrove. Diventa carcere e discesa nell&#8217;antro recondito, nel profondo nucleo materno. Echi vittoriniani si avvertono nel romanzo Il Sorriso dell&#8217;ignoto marinaio, in cui la prigione ha forma circolare e richiama la chiocciola. Il simbolo della chiocciola59, il suo guscio a forma di conchiglia rappresentano il riferimento pi\u00f9 arcaico della metafora materna60 . La chiocciola \u00e8 l&#8217;origine61. E il ritorno all&#8217;origine significa ritorno alla madre ed alla terra natia62, preghiera alla donna, circolarit\u00e0 dell&#8217;immagine. Dentro il labirinto, i detenuti invocano le proprie donne con preghiere incise sui muri. \u00abMammuzza mia\u00bb63, scrive un povero diavolo, e si legge anche Rosa64 e Serafina65, giacch\u00e9 la donna \u00e8 sogno e ristoro, attesa e sollievo. Dunque la metafora matria\u2013madre\u2013donna diviene carcere\u2013labirinto\u2013conchiglia\u2013 chiocciola\u2013lumaca. 3.6. L&#8217;ermafrodita e il castrato \u00c8 necessario riflettere ancora sul simbolo della lumaca poich\u00e9 rappresenta anche l&#8217;ermafroditismo. Insieme maschio e femmina, la metafora si alimenta cos\u00ec di dicotomie per affermare la propria potenza. La lumaca non \u00e8 il solo riferimento all&#8217;ermafroditismo nelle pagine dello scrittore agatese. Infatti pi\u00f9 volte viene 57V. Consolo, L&#8217;olivo e l&#8217;olivastro, cit. p.773. 58V. Consolo, Il sorriso dell&#8217;ignoto marinaio, cit. p.168. 59 Per la metafora della chiocciola cfr: S. Grassia, La ricreazione della mente. Una lettura del \u00abSorriso dell\u2019ignoto marinaio\u00bb,Sellerio editore, Palermo, 2011. 60Riguardo la metafora materna nel Sorriso, cfr.: G. Traina, Vincenzo Consolo, cit. pp.27-29 e pp.62-63. 61V. Consolo, Il sorriso dell&#8217;ignoto marinaio, cit. p.236. 62 Attilio Scuderi si sofferma sulle metafore malinconiche di Consolo: \u00abConclude il libro l&#8217;effigie della chiocciola, vera parola fine del manifesto della poetica di Consolo; come se il libro volesse farsi anch&#8217;esso pietra, per rientrare nel ciclo della Terra-Madre concludendo una goethiana discesa nel luogo delle matrici originarie del tutto\u00bb A. SCUDERI, Scrittura senza fine. Le metafore malinconiche di Vincenzo Consolo, Il Lunario, Enna, 1997, p.33. 63V. Consolo, Il sorriso dell&#8217;ignoto marinaio, cit. p.239. 64Ivi, p.246. 65Ivi, p.248. citato l&#8217;indovino Tiresia, personaggio mitologico sia uomo che donna per sette anni, alter ego di Consolo. E se narrare vuol dire inventare un mondo altro66 , dunque narratore e indovino finiscono per coincidere. L&#8217;attivit\u00e0 del narrare cos\u00ec \u00e8 paragonabile alla magia e meritevole delle peggiori condanne dantesche (\u00abGrande peccatore, che merita una pena, come quella dantesca degli indovini, dei maghi, degli stregoni [\u2026]. Ed anche \u201cdi maschio femmina\u201d, diviene, come Tiresia, il narratore67 \u00bb). Dunque se Tiresia \u00e8 l&#8217;indovino cieco sia uomo che donna, se indovino \u00e8 anche il narratore, Consolo diviene il custode della metafora femminile. Altra figura importante \u00e8 quella del castrato, che si ritrova in Retablo, nei panni del personaggio di Don Gennariello. Figura apparentemente secondaria e marginale, il castrato \u00e8 anche l&#8217;artista. Infatti \u00e8 proprio Don Gennariello a scrivere la malinconica e poetica lettera di Rosalia\/Ortensia. E proprio in un&#8217;affermazione di questo personaggio si manifesta un&#8217;importante chiave della poetica consoliana: \u201cSiamo castrati, figlia mia\u201d aggiunse, \u201csiamo castrati tutti quanti vogliamo rappresentare questo mondo: il musico, il poeta, il cantore, il pittore&#8230; Stiamo ai margini, ai bordi della strada, guardiamo, esprimiamo, e talvolta, con invidia, con nostalgia struggente, allunghiamo la mano per toccare la vita che ci scorre per davanti\u201d68 Ed \u00e8 castrato anche l&#8217;Ulisse moderno de L&#8217;Olivo e l&#8217;olivastro, uomo senza nome e ormai senza via. A Scheria, dinanzi a Nausicaa si copre i genitali e mediante l&#8217;inconscio gesto manifesta la propria privazione69 . Ulisse ha toccato il punto pi\u00f9 basso dell&#8217;impotenza umana, della vulnerabilit\u00e0. Come una bestia ora, nuda e martoriata, trova riparo in una tana, tra un olivo e un olivastro [\u2026], si nasconde sotto le foglie secche per passare la notte paurosa che incombe. \u00c8 svegliato al mattino dalle voci, dalle grida gioiose e aggraziate di fanciulle, di Nausicaa e delle sue compagne. Esce dal riparo e si presenta a loro, il sesso schermato da una 66Per Consolo, scrivere e narrare sono due attivit\u00e0 differenti. Egli si definisce un narratore e questo vuol dire aver la capacit\u00e0 di inventare un mondo nuovo, altro. Vedi: V. Consolo, Un giorno come gli altri, in Id., La mia isola \u00e8 Las Vegas, cit. pp.87-97. 67Ivi. pp. 92-93. 68V. Consolo, Retablo, cit. p. 473 69\u00abIl capitolo II del libro rievoca il tremendo viaggio di Ulisse fino a Scheria, il suo naufragionostos come segno di una colpa storica: lo scempio della guerra ma anche l&#8217;abbandono colpevole della Terra-madre. Troviamo qui \u2013 nella rievocazione del racconto omerico dell&#8217;approdo dell&#8217;eroe, nel suo coprirsi i genitali dinanzi alla vergine Nausicaa il segno di \u201csimbolica autocastrazione\u201d &#8211; una completa psicologia del n\u00f2stos: luttuoso; l&#8217;espiazione consiste nel doloroso passaggio attraverso \u201cquell&#8217;utero tremendo di nascita o di annientamento: Scilla e Cariddi\u201d, simboli della \u201cmetafora dell&#8217;esistenza\u201d che diventa quel braccio di mare, metafora di una vera ordalia in cui il soggetto pu\u00f2 perdere la ragione o recuperare l&#8217;utopia, la sua felice Scheria, la sua Itaca; infine l&#8217;autocastrazione e la remissione colpevole nel ventre materno, nel ventre-Sicilia\u00bb A. Scuderi, Scrittura senza fine. Le metafore malinconiche di Vincenzo Consolo, cit., pp.95-96. fronda, come per simbolica autocastrazione, per non allarmare le vergini, come umile supplice, dimesso70. 3.7. La madre, stanca Nessuna Penelope attende l&#8217;eroe. Vi \u00e8 solo una madre stanca, dimentica, irriconoscibile, che sonnecchia indifferente sulla poltrona71. Approda a questo la matriaconsoliana. Diventa vecchia la donna regale di un tempo. Non pi\u00f9 Demetra, non pi\u00f9 dea. Ora solo Euridice. Non basta pi\u00f9 la poesia. Resta solo il silenzio. Un \u00abmah\u00bb emesso tra i denti, a labbra strette. Il viaggio all&#8217;interno della matria, delle metafore femminili e materne si conclude con l&#8217;immagine pi\u00f9 forte, pi\u00f9 vera. Questa matria \u00e8 antica, questa madre stanca&#8230; Dopo anni, anni d\u201fassenza, lontananza, dopo sconfitte, perdite, follie, afflizioni, ritornava sovente, rimaneva nel paese. Ritornava e stava chiuso nella casa, seduto a parlare con la madre. Parlare\u2026 era lei, quando non chiudeva gli occhi e s\u201fassopiva. Lui rispondeva alle domande. &#8211; Chi sei? &#8211; Tuo figlio. &#8211; Mah\u2026 Pensava fosse quella la vecchiaia, quello sfilacciarsi, rompersi di legami, allontanarsi a poco a poco, procedere a ritroso. [\u2026] La guardava, ne studiava la faccia, la pelle sottile e bianca, le venuzze azzurre, il neo sulla tempia, i capelli fini e lisci fermati dietro con la crocchia, la bocca a grinze, le orecchie trasparenti, i buchi allungati dei lobi da cui pendevano gli orecchini. Ma presto provava imbarazzo, distoglieva lo sguardo, gli sembrava di violare l\u201fintimit\u00e0 indifesa di quella donna ch\u201fera stata sempre candida, innocente, il suo privato e lento allontanarsi. [\u2026] La madre s\u201fera addormentata. [\u2026] Pensava ch\u201fera stato lui per primo a rompere gli ormeggi, allontanarsi, via per tanto tempo. Cosa credeva? Che quella donna, sua madre, fosse rimasta sempre l\u00ec, uguale, come il giardino, le barche, le isole, con il ricordo di lui sempre acceso? Il dolore sempre vivo per gli altri figli andati, scomparsi? Aveva mollato pure lei (ma quando, come?) e s\u201fera messa a camminare per la sua strada. Voleva annullare quel tempo, ritornare, lui, al punto di partenza, far tornare lei, la vecchia Euridice, di l\u00e0 dall\u201fombra dell\u201fobl\u00eco? &#8211; Mamma, o ma\u201f\u2026 &#8211; Chi sei? &#8211; Tuo figlio. &#8211; Quale figlio? 70V. Consolo, L&#8217;olivo e l&#8217;olivastro, cit. pp.767-768. 71\u00abIl ritorno alla vera patria, al paese natio, potrebbe essere allora un rimedio allo scempio, anche perch\u00e9 comporta il vero e proprio ritorno vittoriniano, alle madri. E l&#8217;ulisside [\u2026] incontra la madre, che per\u00f2 \u00e8 una presenza attonita: sonnecchia, lo riconosce appena, non fa altro che evocare la propria madre, giusto sul filo della continuit\u00e0 matriarcale. Un ritorno inutile, che provoca sola la rievocazione dell&#8217;antico bisogno di partenza\u00bb G. Traina, Vincenzo Consolo, cit., pp.101-102. [\u2026] Cos\u201fera quel sostare nella casa della madre? Era per cancellare un insopportabile presente, la Tauride dell\u201fesilio e dell\u201foffesa, saldare la frattura, colmare l\u201fincolmabile voragine. [\u2026] Osserv\u00f2 ancora quella faccia, quegli occhi vivi, ma lontani. I quali poi si chiusero e diedero al volto l\u201faspetto d\u201funa maschera severa72 . 72V. Consolo, L&#8217;olivo e l&#8217;olivastro, cit. pp.848-850, c.n.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>PERIODICO QUADRIMESTRALE DI STUDI SULLA LETTERATURA E LE ARTI SUPPLEMENTO DELLA RIVISTA \u00abSINESTESIE\u00bb Sinestesieonline &#8211; N. 20 &#8211; Anno 6 &#8211; Giugno 2017 di Carmela Rosalia Spampinato Vincenzo Consolo e la matria: lingua, terra e madre. Il 15 agosto del 2004 sul giornale La Sicilia viene pubblicato il racconto di Vincenzo Consolo La mia isola &hellip; <a href=\"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=1684\" class=\"more-link\">Continua a leggere <span class=\"screen-reader-text\">Vincenzo Consolo e la matria: lingua, terra e madre.<\/span><\/a><\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":0,"comment_status":"open","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[7,144,4],"tags":[336,514,117,392,516,101,119,19,517,116,518,154,110,515,459,29,519,18],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/1684"}],"collection":[{"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=1684"}],"version-history":[{"count":1,"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/1684\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":1686,"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/1684\/revisions\/1686"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=1684"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=1684"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=1684"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}