{"id":1625,"date":"2017-03-04T10:20:03","date_gmt":"2017-03-04T10:20:03","guid":{"rendered":"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=1625"},"modified":"2018-03-04T11:51:14","modified_gmt":"2018-03-04T11:51:14","slug":"la-letteratura-come-nostalgia-della-vita-retablo-di-vincenzo-consolo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=1625","title":{"rendered":"La letteratura come nostalgia della vita.   Retablo di Vincenzo Consolo"},"content":{"rendered":"<p><a href=\"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2015\/11\/retablorid.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone size-medium wp-image-735\" src=\"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2015\/11\/retablorid-212x300.jpg\" alt=\"retablorid\" width=\"212\" height=\"300\" srcset=\"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2015\/11\/retablorid-212x300.jpg 212w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2015\/11\/retablorid.jpg 451w\" sizes=\"(max-width: 212px) 100vw, 212px\" \/><\/p>\n<p><\/a><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<p style=\"text-align: justify;\">Gianni Turchetta<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Rappresentazione e realt\u00e0<br \/>\nLa ricchezza linguistica e culturale della pagina di Vincenzo Consolo, la<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">stratificazione vertiginosa delle allusioni e delle citazioni nelle sue opere, potrebbero far sorgere l\u2019idea che la sua sia una scrittura non soltanto, come egli stesso ha detto, \u2018palinsestica\u2019 o addirittura \u2018palincestuosa\u2019,\u00a0ma addirittura esclusivamente giocata su una infinita deriva verbale, su qualcosa come la fuga senza fine delle parole e delle immagini, nell\u2019 impossibilit\u00e0, per la letteratura e per l\u2019arte in genere, di attingere la realt\u00e0. Tesi che \u00e8 peraltro balenata non di rado in alcune interpretazioni recenti.\u00a0Le parole, certo, sono altro dalla vita, e dall\u2019esperienza. Ma d\u2019altro canto alla letteratura spetta proprio la sfida senza fine di evocare comunque la\u00a0vita, di mettere in scena un testo costantemente teso a sfondare la propria\u00a0chiusura, a far saltare i limiti del linguaggio che pure lo costituisce. Per Consolo l\u2019arte tutta, e le rappresentazioni, e le parole, sono in qualche\u00a0modo una forma di nostalgia: in quanto tensione disperata verso una vita\u00a0comunque irraggiungibile, verso una realt\u00e0 che nessun\u2019arte, nessuna rappresentazione, e nessuna parola, sar\u00e0 mai in grado di restituire in tutta la\u00a0sua intensit\u00e0 e densit\u00e0. D\u2019altro canto, Consolo non smette mai di essere\u00a0scrittore profondamente etico, che muove dalla percezione, intimamente tragica, profondissima, e patita fino allo spasimo, del proprio essere scrittore come una limitazione, una condizione fatalmente segnata da un non\u00a0medicabile distacco dal mondo: un mondo che pure egli intende cambiare, denunciandone senza sosta l\u2019ingiustizia e la violenza. La scrittura\u00a0letteraria, cos\u00ec come l\u2019arte e l\u2019essere intellettuale, resta un valore: ma non\u00a0pu\u00f2 prescindere dalla sofferta consapevolezza del proprio essere altro rispetto alla realt\u00e0. La forza fascinosa della scrittura di Consolo mette cos\u00ec\u00a0radici anche e proprio nell\u2019 energia con cui la sua nostalgia del mondo si lascia pienamente sentire come desiderio, per quanto deluso e problematico, e proprio per questo non smette mai di comunicarci proprio quella densit\u00e0\u00a0del reale che dispera di raggiungere. Se questo accade un po\u2019 sempre nei libri di Consolo, forse Retablo porta all\u2019estremo la tensione fra, da un lato, un pessimismo, storico e meta-storico, acutissimo e, dall\u2019altro, una mai\u00a0perduta capacit\u00e0 di gustare la vita, e perci\u00f2 di amarla, di riaffermare sempre e comunque, le ragioni della vitalit\u00e0 (che non va in nessun modo confuso con il vitalismo, da Consolo sempre rifiutato e combattuto) e persino\u00a0dei sensi. Cos\u00ec, se \u00e8 certo vero che, come scrive Giuseppe Traina, \u201cRetablo\u00a0appare, almeno in parte, come un episodio alquanto eccentrico dell\u2019itinerario narrativo consoliano, sia rispetto ai romanzi che l\u2019hanno preceduto\u00a0sia rispetto a quelli che l\u2019hanno seguito\u201d (Traina 2004, 113), a guardarlo\u00a0da un punto di vista un po\u2019 diverso, Retablo pu\u00f2 legittimamente apparire\u00a0piuttosto come un\u2019opera esemplare nella carriera di Consolo, un romanzo\u00a0capace di mettere sotto tensione, al massimo grado, proprio l\u2019antitesi fra\u00a0pessimismo e vitalit\u00e0.\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Come ebbe a scrivere Giuseppe Pontiggia, a proposito di un altro\u00a0grande siciliano da Consolo amatissimo, Stefano D\u2019Arrigo, lo scopo dei\u00a0veri artisti \u00e8 alla fine quello di \u201caggiungere vita alla vita\u201d (Pontiggia 1984,\u00a0\u201cRetablo\u201d di Vincenzo Consolo<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">209). Sarei tentato a questo punto di citare tutto lo straordinario, travolgente incipit del romanzo, con l\u2019invocazione del fraticello Isidoro all\u2019amata\u00a0Rosalia; mi accontenter\u00f2 di citarne solo una parte: Rosalia. Rosa e lia. Rosa che ha inebriato, rosa che ha confuso, rosa che ha\u00a0sventato, rosa che ha r\u00f2so, il mio cervello s\u2019\u00e8 mangiato. Rosa che non \u00e8 rosa,\u00a0rosa che \u00e8 datura, gelsomino, b\u00e0lico e viola; rosa che \u00e8 pomelia, magnolia, z\u00e0gara e cardenia. Poi il tramonto, al vespero, quando nel cielo appare\u00a0la sfera d\u2019opalina, e l\u2019aere sfervora, cala misericordia di frescura e la brezza\u00a0del mare valica il cancello del giardino, scorre fra colonnette e palme del chiostro in clausura, coglie, coinvolge, spande odorosi fiati, olezzi distillati, balsami grommosi. Rosa che punto m\u2019ha, ahi!, con la sua spina velenosa in\u00a0su nel cuore.\u00a0Lia che m\u2019ha liato la vita come il cedro o la lumia il dente, liana di tormento,\u00a0catena di bagno sempiterno, libame oppioso, licore affatturato, letale pozio-\u00a0ne, lilio dell\u2019inferno che credi divino, lima che sordamente mi corrose l\u2019ossa,\u00a0limaccia che m\u2019invischi\u00f2 nelle sue spire, lingua che m\u2019attass\u00f2 come angue<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">che guizza dal pietrame, lioparda imperiosa, lippo dell\u2019alma mia, liquame\u00a0nero, pece dov\u2019affogai, ahi!, per mia dannazione. (Consolo 1987a, 369)\u00a0Ce n\u2019est qu\u2019un d\u00e9but \u2026 Opera straordinariamente coerente e compatta,\u00a0fin dal titolo Retablo (cio\u00e8 pala d\u2019altare, polittico) pone il problema del\u00a0rapporto fra rappresentazione e realt\u00e0, avviando un complesso gioco di\u00a0specchi fra letteratura e pittura, e fra parola e immagine: un gioco confermato anche dalla macro-struttura del libro, che si presenta come una\u00a0sorta di trittico, cio\u00e8 come una struttura a tre termini, con agli estremi\u00a0due capitoli molto brevi (\u201cOratorio\u201d e \u201cVeritas\u201d), analoghe alle due pale d\u2019altare laterali, pi\u00f9 piccole, e con al centro un capitolo molto pi\u00f9 lungo (\u201cPeregrinazione\u201d, che occupa tre quarti del libro), come pi\u00f9 largo \u00e8 di\u00a0solito il quadro centrale dei polittici: significativamente il tema principale\u00a0del capitolo centrale \u00e8 il viaggio. Fra i molti possibili riferimenti di questa\u00a0complessa operazione, mi piace ricordare il troppo poco citato Claude Simon, con il suo Le vent, che porta come sottotitolo Tentative de restitution\u00a0d\u2019un retable baroque (Simon 1957). A prescindere da possibili intertesti,\u00a0con ogni evidenza nel libro di Consolo l\u2019intreccio letteratura\/pittura, in Retablo come gi\u00e0 in Il sorriso dell\u2019ignoto marinaio, e in altre opere ancora, si fa anche costruzione di diversi livelli di realt\u00e0: un effetto strutturale che\u00a0Consolo moltiplica affidando sempre il racconto a narratori interni, in\u00a0prima persona, cio\u00e8 a una prospettiva soggettiva, parziale. Inoltre, ognuna delle tre parti di Retablo ha un narratore diverso, che interpreta la realt\u00e0\u00a0dal suo punto di vista, obbligando il lettore a cambiare a sua volta via via\u00a0prospettiva. Il gioco delle prospettive e dei livelli di realt\u00e0, a complicare\u00a0ancora di pi\u00f9 la complessit\u00e0 dell\u2019impianto narrativo, s\u2019intreccia inoltre con\u00a0la percezione, spagnolesca e barocca (da Cervantes a Calder\u00f3n de la Barca),\u00a0ma anche siciliana, pirandelliana e sciasciana, del mondo come teatro: e\u00a0dunque come illusione, mascherata e rappresentazione. Storia, fiction e metafora: fra idillio e orrore\u00a0Come si vede, i rapporti fra rappresentazione e realt\u00e0 vengono giocati,\u00a0problematicamente, su molti piani allo stesso tempo: col risultato, solo\u00a0apparentemente paradossale, che il lettore ne riceve un effetto insieme\u00a0di esibito artificio e di realt\u00e0, per via di addensamento di un\u2019irriducibile\u00a0pluralit\u00e0 percettiva e interpretativa. A complicare ulteriormente il quadro\u00a0c\u2019\u00e8 anche la dimensione di romanzo lato sensu storico: anche Retablo, come Il sorriso dell\u2019ignoto marinaio, \u00e8 a suo modo un romanzo storico, \u2018un\u00a0componimento misto di storia e d\u2019invenzione\u2019, ambientato in questo caso\u00a0nel XVIII secolo. Per\u00f2, per quanto un po\u2019 sommariamente, possiamo dire\u00a0subito che Retablo \u00e8 molto meno romanzo storico del Sorriso dell\u2019ignoto\u00a0marinaio, anche se il principio di verosimiglianza, anche e proprio nel\u00a0senso della verosimiglianza storica, non viene mai intaccato in modo sostanziale. Anche a Retablo si potrebbero del resto premettere le stesse parole che Consolo metteva in epigrafe al suo primo romanzo: \u201cPersone,\u00a0fatti, luoghi sono immaginari. Reale \u00e8 il libro\u201d (Consolo 1963, 4). Certo, non mancano i riscontri puntuali con aspetti, eventi e personaggi storici, che Consolo sempre mette in scena solo dopo un pazientissimo lavoro di documentazione e di ricostruzione storica. Penso, per esempio, alle figure di Teresa Blasco, di Cesare Beccaria e dei fratelli Verri, dello scultore Giacomo Serpotta e dell\u2019abate e poeta dialettale Giovanni Meli. Ma, mentre ricostruisce attentamente il contesto, Consolo mette in atto pure, a contropelo, una serie consapevole di anacronismi. Anzitutto, e fondamentalmente, scegliendo come protagonista un Fabrizio Clerici, omonimo del\u00a0grande pittore e amico, nato nel 1913 (morir\u00e0 nel 1993), con il quale aveva\u00a0compiuto nel 1984 il viaggio che sar\u00e0 lo spunto per il romanzo, dopo la\u00a0comune partecipazione come testimoni al matrimonio dell\u2019amico regista Roberto And\u00f2\u202f1. Ma il gioco \u00e8 molto pi\u00f9 sottile. Infatti, la vicenda \u00e8\u00a0ambientata nel 1760-1761. Ma Serpotta era morto nel 1732 (era nato nel\u00a01656); in modo opposto e complementare, Giovanni Meli, nato nel 1740\u00a0Per la storia della genesi e dell\u2019elaborazione di Retablo, cf. Turchetta 2015, 1351-\u00a0(morir\u00e0 nel 1815), a quell\u2019epoca aveva vent\u2019anni, e non era certo un vecchio\u00a0abate bavoso, lesto a toccare Rosalia e poi a fuggire. Va notato, fra l\u2019altro,\u00a0che Giovanni Meli era gi\u00e0 un personaggio di Il consiglio d\u2019Egitto di Sciascia\u00a0(Sciascia 1963), opera fondamentale per Consolo, soprattutto per l\u2019ideazione di Il sorriso dell\u2019ignoto marinaio.\u00a0\u00a0N\u00e9 mancano, in questa Sicilia un po\u2019 sognata, le violenze e gli orrori, che rappresentano comunque un richiamo costante alla feroce durezza\u00a0della realt\u00e0: nella quale le catastrofi naturali si sovrappongono alle crudelt\u00e0 della storia, all\u2019evocazione degli strumenti di tortura, alla brutale ferocia di una sedicente giustizia, come accade, esemplarmente, nella scena delle prostitute frustate e mutilate:\u00a0Ci girammo e vedemmo quattro donzelle in fila, che aizzate da un bruto\u00a0con un nerbo, affannate correvan lacrimando in giro in giro per tutto quel\u00a0terrazzo. Al cui centro, imperioso e alto sopra una catasta di palle di granito,\u00a0stava il tronfio figlio del Soldano.\u00a0\u201cCos\u2019hanno queste fanciulle, perch\u00e9 subiscon una simile condanna?\u201d gli\u00a0chiesi avvicinandomi.\u00a0\u201cPuttane sono!\u201d risposemi sprezzante. \u201cSi fecero da me violare. E ora voglio\u00a0che sgravino, avanti d\u2019aver ricatti e il pensiero di mettere alla ruota i bastardelli\u201d.\u00a0Guardai con raccapriccio le fanciulle piangenti, il ceffo privo di naso, mozza-\u00a0togli di certo per condanna di ruffianeria, che ghignando le colpiva; guardai\u00a0quel ribaldo garzone compiaciuto, e non desiderai altro che fuggire presto\u00a0la casa di suo padre, abbandonar correndo quel paese. (Consolo 1987a, 400)\u00a0Inoltre, il viaggio in Sicilia diventa anche uno strumento per evocare Milano: s\u00ec, la Milano del XVIII secolo, ma non meno la Milano \u2018da bere\u2019\u00a0degli anni Ottanta e dell\u2019era Craxi, cio\u00e8 di un presente di superficialit\u00e0,\u00a0consumismo, corruzione:\u00a0O gran pochezza, o inanit\u00e0 dell\u2019uomo, o sua fralezza e nullit\u00e0 assoluta! O sua\u00a0ferocia e ferina costumanza! O secol nostro superbo di conquiste e di scienza, secolo illuso, sciocco e involuto! Arrasso, arrasso, mia nobile signora,\u00a0arrasso dalla Milano attiva, mercatora, dalla stupida e volgare mia citt\u00e0 che\u00a0ha fede solamente nel danee, ove impera e trionfa l\u2019impostore, il bauscia, il\u00a0ciarlatan, il falso artista, el teatrant vacant e pien de vanitaa, il governante\u00a0ladro, il prete trafficone, il gazzettier potente, il fanatico credente e il poeta\u00a0della putrida grascia brianzola. Arrasso dalla mia terra e dal mio tempo, via,\u00a0via, lontan! (Consolo 1987a, 433)\u00a0D\u2019altro canto, la riconoscibilit\u00e0 dei personaggi nei termini della storia ufficiale, per quanto rilevante, tutto sommato non appare qui decisiva, a\u00a0differenza di quanto accadeva nel Sorriso. Diciamo che lo scenario in cui si\u00a0svolgono le vicende di Retablo \u00e8 \u2018antico\u2019, prima che storico: tanto che qualche recensore, esagerando in senso opposto, ebbe a parlare persino di \u2018fiaba\u2019, o di \u2018sogno\u2019. Ma Consolo \u00e8 molto pi\u00f9 lucido, oltre che letterariamente\u00a0pi\u00f9 bravo, dei molti autori di romanzi pseudo-storici, o para-fantastici,\u00a0degli ultimi trent\u2019anni circa. Riprendendo liberamente un\u2019acuta categoria\u00a0interpretativa del mio maestro Vittorio Spinazzola, riferita proprio al romanzo siciliano del XIX e del XX secolo (Spinazzola 1990), potrei dire che\u00a0anche Retablo \u00e8 un romanzo anti-storico: dove, in particolare, la regressione nel tempo e l\u2019allontanamento dal presente sono costruite in esplicita\u00a0opposizione con la violenza della storia, oltre che in aperta polemica con la\u00a0barbarie del presente. Nel passato, certo, si ritrovano altre violenze e altre\u00a0barbarie: ma resta importante proprio il movimento di fondo, il gesto di\u00a0distacco, conspevolmente esibito, insieme dal presente e dalla storia: che\u00a0implica comunque un moto polemico e critico, senza il quale il testo consoliano sarebbe in buona sostanza incomprensibile.\u00a0In prima approssimazione, Retablo si presenta come un trittico, che\u00a0evoca la struttura di quel tipo di pala d\u2019altare definito appunto retablo;\u00a0ma la struttura programmaticamente pittorica si doppia nell\u2019impostazione teatrale della narrazione, cos\u00ec costituendo il testo tutto a partire da una\u00a0irriducibile pluralit\u00e0 strutturale:\u00a0Retablo \u00e8 teatro, pur nella forma narrativa o romanzesca. Il termine \u2018retablo\u2019,\u00a0recita il dizionario, \u2018\u00e8 l\u2019insieme di figure dipinte o scolpite, rappresentanti\u00a0in successione lo svolgimento d\u2019un fatto, d\u2019una storia\u2019. Appartiene dunque\u00a0il termine (che deriva dal latino retrotabulum) alla sfera dalla pittura o della scultura (in Sicilia abbiamo retabli dei Gagini). Ma il termine trapassa poi in Spagna dalla pittura al teatro. \u00c8 teatro (t\u00ectere: teatro di marionette, di pupi) in Lope de Vega e soprattutto in Cervantes, nell\u2019 intermezzo El retablo de las\u00a0maravillas e nel Don Chisciotte: qui vi \u00e8 il racconto del retablo o teatrino di\u00a0Mastro Pietro. Nel grande ironico spagnolo retablo \u00e8 metafora dell\u2019arte, pittura teatro o racconto: \u00e8 inganno, illusione, ma illusione necessaria per fugare il sentimento della caducit\u00e0 della vita, per lenire il dolore. Il mio Retablo\u00a0\u00e8 dunque pittura (a partire dalla sua struttura) e insieme racconto. Racconto\u00a0di un viaggio in Sicilia (la coppia dei viaggiatori Fabrizio e Isidoro sono proiezioni, ombre labili, quanto si vuole, di don Chisciotte e Sancio), viaggio nel\u00a0tempo e nella storia, nella miseria e nelle nobilt\u00e0 umane. Ed \u00e8 teatro ancora,\u00a0Retablo, per il linguaggio, che \u00e8 ampiamente dispiegato in quella che \u00e8 la mia\u00a0sperimentazione stilistica. (Consolo e Ronfani 2001, 9-10)\u00a0Sulla ben percepibile strutturazione a trittico, pittorica e per\u00f2 anche teatrale, il complesso impianto narrativo di Retablo innesta e intreccia due\u00a0\u201cRetablo\u201d di Vincenzo Consolo\u00a0storie principali. La prima \u00e8 quella dell\u2019amore del fraticello Isidoro per la\u00a0bella Rosalia: un amore che gli fa abbandonare il convento, e che viene\u00a0riecheggiato un po\u2019 per tutto il libro dalla presenza quasi ossessiva del nome di Santa Rosalia, oltre che dalla presenza di un\u2019altra Rosalia. Quest\u2019ultima fa balenare persino il sospetto di essere la stessa amata da Isidoro, e\u00a0d\u00e0 luogo a sua volta a un\u2019altra storia nella storia, quella raccontata, ancora una volta in prima persona, nel capitolo \u201cConfessione\u201d, che si incastra esattamente al centro del capitolo centrale, e dunque al centro del libro\u00a0tutto: \u00e8 la confessione di Rosalia Granata, che racconta la propria seduzione ad opera del proprio confessore, frate Giacinto, che la obbligher\u00e0 poi\u00a0ad avere rapporti con altri tre conversi, uno dei quali, innamorato, la liberer\u00e0 uccidendo il corruttore. Questa ulteriore storia inserita, ma verrebbe\u00a0voglia di dire intarsiata, crea un ulteriore gioco di specchi e di rimandi\u00a0interni, arricchendo e complicando la polisemia del libro, anche perch\u00e9 appare vergata in corsivo sul verso di una serie di pagine pari del romanzo\u00a0(Consolo 1987a, 416, 418, 420, 422), alternate alla narrazione normale, in\u00a0tondo nelle pagine dispari. Queste pagine infatti si rivelano essere il verso\u00a0dei fogli di una risma di carta consegnata a Fabrizio Clerici perch\u00e9 possa\u00a0disegnare, ma sono anche scritti effettivamente sul verso delle pagine del romanzo pubblicato, cos\u00ec che la storia di Rosalia Granata sfonda la separazione fra mondo della rappresentazione e mondo del lettore, perch\u00e9 va a\u00a0toccare direttamente la realt\u00e0 materiale al tempo stesso dei fogli che sono\u00a0in mano a Fabrizio e delle pagine del libro che il lettore ha per le mani: \u201cEcco la carta, ecco la carta che vi manda frat\u2019Innocenzo, col fraterno saluto\u00a0e la benedizione sua paterna\u201d. Cos\u00ec dicendo uno dei due messi porse una r\u00ecsima di carta vecchia, gialla e spessa al capo suo don Vito. Il quale, contento,\u00a0con un profondo inchino me la porse. Io la sogguardai e subito m\u2019accorsi\u00a0ch\u2019erano alcuni di quei fogli scritti su una faccia, in righe sconnesse e con una scrittura svolazzante. E sono quei fogli questi su cui, nella faccia opposta\u00a0e immacolata, ho continuato a scrivere il diario di viaggio oltre che sugli\u00a0altri fogli vergini e ingialliti. Sembra un destino, quest\u2019incidenza, o incrocio\u00a0di due scritti, sembra che qualsivoglia nuovo scritto, che non abbia una sua\u00a0tremenda forza di verit\u00e0, d\u2019inaudito, sia la controfaccia o l\u2019eco d\u2019altri scritti. Come l\u2019amore l\u2019eco d\u2019altri amori da altri accesi e ormai inceneriti. E il mio\u00a0diario dunque ha proceduto, vi siete accorta, come la tavola in alto d\u2019un retablo che poggia su una predella o base gi\u00e0 dipinta, sopra la memoria vera,\u00a0vale a dire, e originale, scritta da una fanciulla di nome Rosalia. Che temo\u00a0sia la Rosalia amata da don Vito Sammataro, per la quale uccise, e si convert\u00ec\u00a0in brigante. O pure, che ne sappiamo?, la Rosalia di Isidoro. O solamente la Rosalia d\u2019ognuno che si danna e soffre, e perde per amore. (Consolo 1987a,\u00a0421 e 423)\u00a0Tornando a Isidoro, questi perde tutte le comodit\u00e0 della condizione di\u00a0fraticello, e si ritrova da un giorno all\u2019altro sulla strada e per di pi\u00f9 non ritrova l\u2019amata per la quale si \u00e8 appena rovinato; ma per fortuna incontra il cavalier Fabrizio Clerici, che lo prende al suo servizio. Si apre cos\u00ec la seconda storia principale del romanzo, quella appunto del viaggio di Fabrizio, alla ricerca di oggetti archeologici. In questo modo, la vicenda di Isidoro servo di Fabrizio evoca palesemente, come del resto accennato dallo stesso Consolo, la coppia don Chisciotte &#8211; Sancio Panza: coppia che a sua volta rimanda a un ulteriore palese riferimento a Cervantes, presente\u00a0fin dal titolo, che, oltre a richiamare il genere pittorico del retablo, \u00e8 anche\u00a0pi\u00f9 specifica citazione di El retablo de las maravillas, uno degli entremeses di\u00a0Cervantes. Inoltre, l\u2019avvio del viaggio in Sicilia rimanda visibilmente non\u00a0solo al modello odeporico in genere, ma specificamente al Viaggio in Italia\u00a0di Goethe, per il quale Consolo aveva scritto una introduzione pubblicata,\u00a0corrispondenza certo non casuale, proprio nel 1987, lo stesso anno di Retablo (Consolo 1987b). A moltiplicare ancora i rimandi interni, e i livelli di realt\u00e0 del testo,\u00a0Fabrizio Clerici, come si \u00e8 visto, \u00e8 anche il nome di chi ha realmente disegnato le illustrazioni del volume: a conferma dei molteplici interscambi\u00a0fra letteratura e pittura, da un lato, ma anche, pi\u00f9 fondamentalmente, tra\u00a0realt\u00e0 e finzione. Abbiamo cos\u00ec un amore parallelo ad un viaggio, dove il\u00a0primo innamorato, Isidoro, si metter\u00e0 in viaggio con Fabrizio. Ulteriore\u00a0parallelismo, si scoprir\u00e0 che anche Fabrizio in realt\u00e0 \u00e8 innamorato: e se\u00a0l\u2019amore di Isidoro \u00e8 un amore non realizzato, non consumato, il viaggio\u00a0di Fabrizio \u00e8 stato intrapreso per sfuggire all\u2019amore, per non lasciarsene\u00a0afferrare: \u201cIo avvertii il male al suo apparire, come s\u2019avverte il sole al primo roseggiar dell\u2019aurora, e assunsi subito il mio contravveleno del viaggio.\u00a0Laonde posso serenamente stendere per voi le note che qui stendo, e nel\u00a0contempo parlare serenamente dell\u2019amore. Siete felice voi, o mia signora,\u00a0siete felice?\u201d (Consolo 1987a, 393). En passant, uno dei personaggi pi\u00f9 riconoscibili rispetto alla realt\u00e0 storica \u00e8 la donna amata da Fabrizio: donna\u00a0Teresa Blasco (cognome fondamentale nei Vicer\u00e9 di De Roberto, \u00e7a va sans\u00a0dire), che sposer\u00e0 Cesare Beccaria, e che dunque \u00e8 la nonna di Alessandro Manzoni\u202f2 \u2026 Ma, si noti, Fabrizio si distacca dall\u2019amata e dall\u2019amore\u00a0per eccesso di amore: e per eccesso di amore si mette a scrivere. Senza il\u00a0distacco, non riuscirebbe a scrivere; tuttavia, se non amasse verrebbe a\u00a0perdere la conditio sine qua non della scrittura.\u00a0Una raffinata e puntuale ricostruzione delle vicende di Teresa Blasco, nel contesto\u00a0della Milano dei Verri e di Beccaria, \u00e8 quella di Albertocchi 2005.\u00a0\u00a0\u201cPrima viene la vita\u201d\u00a0Entrambe le storie rappresentano comunque una condizione di distanza,\u00a0di non contatto. Non a caso, Consolo riprende l\u2019immagine della scrittura\u00a0come viaggio, arricchendola di una complessa stratificazione di significati\u00a0aggiuntivi:\u00a0Ascesi, come procedendo in sogno, o come in uno di quei disegni trasognati\u00a0che i viaggiatori oltremontani lasciaro di questo sogno, del sogno intendo di quest\u2019antichitate indecifrata (perch\u00e9 viaggiamo, perch\u00e9 veniamo fino\u00a0in quest\u2019isola remota, marginale? Diciamo per vedere le vestigia, i resti del\u00a0passato, della cultura nostra e civiltate, ma la causa vera \u00e8 lo scontento del tempo che viviamo, della nostra vita, di noi, e il bisogno di staccarsene, morirne, e vivere nel sogno d\u2019\u00e8re trapassate, antiche, che nella lontananza\u00a0ci figuriamo d\u2019oro, poetiche, come sempre \u00e8 nell\u2019irrealt\u00e0 dei sogni, sogni\u00a0intendo come sostanza de\u2019 nostri desideri. Mai sempre tuttavia il viaggio,\u00a0come distacco, come lontananza dalla realt\u00e0 che ci appartiene, \u00e8 un sogna E sognare \u00e8 vieppi\u00f9 lo scrivere, lo scriver memorando del passato come\u00a0sospensione del presente, del viver quotidiano. E un sognare infine, in suprema forma, \u00e8 lo scriver d\u2019un viaggio, e d\u2019un viaggio nella terra del passato.\u00a0Come questo diario di viaggio che io per voi vado scrivendo, mia signora Mi chiedo: sogno, chiuso nella mia casa deserta di Milano, o egli \u00e8 vero che io\u00a0sto viaggiando, che mi trovo ora qui, sul suolo della celebre Segesta?), ascesi,\u00a0per un sentiero d\u2019agavi fiorite, macchie d\u2019acanto, di cardi mezzo gli anfratti\u00a0delle rocce di candido calcare, al colmo di quel colle, ai piedi del maestoso e\u00a0chiaro, misterioso templo \u2026 (Consolo 1987a, 413)\u00a0Come si vede, ancora una volta Consolo assume un atteggiamento duplice, ambivalente, nei confronti della letteratura e pi\u00f9 in generale dell\u2019arte:\u00a0da un lato, infatti, egli le esibisce e svela come frutto di una rinuncia e di\u00a0un rifiuto, consapevolmente arrischiandosi a sottolinearne persino il valore consolatorio, come esito proprio della fuga dalla violenza del mondo,\u00a0dagli orrori della realt\u00e0. Da un altro lato, per\u00f2, proprio la coscienza di\u00a0questa debolezza dell\u2019arte diventa la sua forza: l\u2019arte pu\u00f2 accostarsi al reale\u00a0senza mistificazioni proprio perch\u00e9 sa di non identificarsi col reale stesso,\u00a0e proprio cos\u00ec resta sempre in grado, mentre ci fa sfuggire al reale con l\u2019illusione, di rivelarci questo stesso reale, di farcelo indirettamente afferrare,\u00a0in modo apparentemente paradossale.\u00a0\u00a0 Fabrizio (nome carico di risonanze romanzesche, a cominciare da Fabrizio del Dongo) viaggia dunque alla ricerca di antichit\u00e0, di oggetti antichi, e dunque fugge la vita inseguendo la storia e la cultura, spendendo\u00a0il proprio tempo alla ricerca di oggetti doppiamente distanti dal presente\u00a0in quanto arte e in quanto appartenenti al passato. Si noti, per\u00f2, che, a\u00a0fronte del pericolo di naufragio durante una tempesta, una preziosa statua\u00a0greca verr\u00e0 gettata in mare, consentendo alla nave di riequilibrarsi e ai\u00a0viaggiatori di salvarsi: a conferma che la cosa pi\u00f9 importante resta sempre\u00a0e comunque la vita; l\u2019arte pu\u00f2 anche prendere il comando della nostra esistenza, ma solo finch\u00e9 ci aiuta a vivere: quando entra in conflitto aperto\u00a0con l\u2019esistenza deve essere messa da parte, persino a rischio della distruzione:\u00a0\u201cPericolo c\u2019\u00e8, ah?, don Giacomino? Io non so natare &#8230;\u201d disse con voce rotta.\u00a0\u201cPericolo &#8230; pericolo &#8230; mastr\u2019Isidoro &#8230; \u2019sto marmo \u00e8, che non sta fermo! &#8230;\u201d.\u00a0E guard\u00f2 me, il marinaro, come responsabile, pel mio capriccio di trasportare in Trapani la statua: capriccio incomprensivo di forastiero, d\u2019uomo ricco &#8230;\u00a0Una pi\u00f9 alta onda, a un certo punto, sferzando fortemente la fiancata, fece\u00a0rotolare ancora, e trasbordare, tranciando scalmi, inabissar nell\u2019acqua, salvandoci sicuramente da naufragio, la mia statua.\u00a0Vai, dunque, vai, giovine di Mozia, atleta o iddio, sagoma, effigie vera o\u00a0ideale, chiunque tu ti sia, pace e quiete a te in fondo al mare, a noi sopra la\u00a0barca, e a terra, quando v\u2019arriveremo e fino a che duriamo. Tutto viene dal\u00a0mare e tutto nel mare si riduce. Addio. Prima viene la vita, quella umana,\u00a0sacra, inoffendibile, e quindi viene ogni altro: filosofia, scienza, arte, poesia, bellezza &#8230; Quanti Fenici o Greci navigando, giovani e prestanti al par di te, ma vivi, veri, Matar di nome oppur Alchibiades, si persero nel mare, si sciolsero\u00a0finanche nelle ossa &#8230; Tu perduri nella tua petrosa consistenza e forse un\u00a0giorno, chi sa?, sospinto da correnti o trascinato da sciabiche, pur incrostato\u00a0di madr\u00e8pore, coralli, risorgerai dal mare, ridestando ancora sulla terra maraviglia. Ma tu, squisita fattura d\u2019uomo, fiore d\u2019estrema civilt\u00e0, estrema arte,\u00a0tu, com\u2019ogni arte, non vali la vita, un fiato del pi\u00f9 volgare o incolto, pi\u00f9 debole o sgraziato uomo. Questo, o di questo genere, fu l\u2019ultimo pensiero ch\u2019io\u00a0gli rivolsi, mentre la barca andava equilibrandosi sgravata finalmente di quel\u00a0peso. E il vento a regredire, e il mare a rabbonirsi. (Consolo 1987a, 452- 453)\u00a0D\u2019altro canto, se Fabrizio, cercando reperti archeologici, fugge dalla\u00a0realt\u00e0, allo stesso modo egli testimonia di realt\u00e0 perdute, adempiendo a\u00a0una necessaria pietas storica, che \u00e8 un compito fondamentale dell\u2019arte e,\u00a0pi\u00f9 in generale, del lavoro intellettuale. La stessa lingua di Consolo, del\u00a0resto, con la sua raffinata e inesauribile ricerca di parole e giaciture sintattiche, con lo scialo sontuoso di lingue diverse rimescolate in modo inatteso (italiano antico, dialetti siciliani, spesso proprio nelle varianti meno\u00a0conosciute e non vocabolarizzate, altre lingue antiche e altri dialetti, gerghi, lessici tecnici) e di registri diversi (con il calcolato contrasto fra registri alti e registri bassi), nasce anche e proprio dall\u2019esigenza di difendere\u00a0strenuamente, per cos\u00ec dire, le bio-diversit\u00e0 del linguaggio, di contrastare\u00a0l\u2019oblio delle parole, per difendere almeno la memoria delle cose e delle\u00a0persone a cui si riferiscono. La ricerca delle parole risponde cos\u00ec, certo, a esigenze di concentrazione simbolica, ma, ancora una volta, nasce, nel\u00a0profondo, da un\u2019esigenza etica, che, per riprendere il punto di partenza del\u00a0nostro discorso, fa tutt\u2019uno con l\u2019amore per gli infiniti aspetti del mondo,\u00a0per le cose e le persone che la scrittura si sforza di preservare in qualche\u00a0modo, per impedire che la morte coincida con la sparizione definitiva anche dalla memoria degli uomini, che la violenza vinca due volte, inabissando anche nel nulla dell\u2019oblio quanto ha gi\u00e0 sconfitto nella realt\u00e0. Diventa\u00a0cos\u00ec tutto sommato secondaria la questione della storicit\u00e0 o meno della\u00a0rappresentazione di Retablo, nella prospettiva di una possibile attribuzione\u00a0di genere letterario. Da questo punto di vista, infatti, tutte le scritture di\u00a0Consolo sono profondamente storiche: di una storia, per la precisione,\u00a0che in ogni momento si mescola, felicemente, allo sguardo antropologico;\u00a0come del resto confermano, ad abundantiam, i saggi di Vincenzo. E la sua irriducibile esigenza etica non entra affatto in contrasto, ma finisce anzi\u00a0per coincidere con la sua carnale passione per il mondo, per le cose che\u00a0restano fuori dalle pagine, ma che pure la letteratura riesce a far balenare.\u00a0Significativamente, l\u2019ultimo capitolo, la pala che chiude il polittico, evoca la figura di un cantante e maestro di canto, don Gennaro Affronti, sopranista dalla voce sublime, ma perch\u00e9 \u00e8 stato castrato: Io sono dunque ormai creatura di don Gennaro. Il quale, meschino, da caruso, fu mutilato della sostanza sua mascolina per esser tramutato in istromento dolcissimo di canto. E ha avuto ricchezza, onori e risonanza, ma gli\u00a0\u00e8 mancata la cosa pi\u00f9 importante della vita: l\u2019amore, come quello nostro, Isidoro mio. Mi dice: \u201cAh, come t\u2019avrei adorata, Rosalia, se fossi stato uguale come gli altri!\u201d. E ancora, sospirando: \u201cC\u2019est la vie: chi canta non vive e\u00a0chi vive non canta!\u201d. E mi guarda, alla vigilia del mio inizio, con gran malinconia. \u201cSiamo castrati, figlia mia\u201d, aggiunge \u201csiamo castrati tutti quanti vogliamo rappresentare questo mondo: il musico, il poeta, il cantore, il\u00a0pintore &#8230; Stiamo ai margini, ai bordi della strada, guardiamo, esprimiamo,e talvolta, con invidia, con nostalgia struggente, allunghiamo la mano per\u00a0toccare la vita che ci scorre per davanti\u201d. (Consolo 1987a, 473)\u00a0Del resto: [\u2026] non la conoscenza di un luogo ci trasmettono gli uomini come Goethe, i poeti, ma la conoscenza del Luogo, del sempre sconosciuto, misterioso luogo, bellissimo e tremendo, che si chiama vita. (Consolo 1987, 1224) Riferimenti bibliografici\u00a0Albertocchi, Giovanni. 2005. \u201cDietro il Retablo. \u2018Addio Teresa Blasco, addio Marchesina Beccaria\u2019\u201d. Leggere Vincenzo Consolo. Quaderns d\u2019Itali\u00e0 (Universitat\u00a0Aut\u00f3noma de Barcelona) 10: 95-111 (poi in Giovanni Albertocchi, \u2018Non vedo l\u2019ora di vederti\u2019. Legami, affetti, ritrosie, nei carteggi di Porta, Grossi &amp; Manzoni, 141-159. Firenze: Clinamen, 2011).\u00a0Consolo, Vincenzo. 1963. La ferita dell\u2019aprile. Milano: Mondadori (poi in Vincenzo\u00a0Consolo, L\u2019opera completa, a cura di Gianni Turchetta, con un saggio introduttivo di Gianni Turchetta e uno scritto di Cesare Segre, 3-121. Milano:\u00a0\u00a0Mondadori, 2015). Consolo, Vincenzo. 1987a. Retablo. Palermo: Sellerio (poi in Vincenzo Consolo, L\u2019opera completa, a cura di Gianni Turchetta, con un saggio introduttivo di\u00a0e uno scritto di Cesare Segre, 365- 475. Milano: Mondadori, 2015).Consolo, Vincenzo. 1987b. \u201cIntroduzione\u201d. In Johann Wolfgang Goethe, Viaggio in Sicilia. Siracusa: Ediprint (poi in Vincenzo Consolo, Di qua dal faro. Milano: Mondadori, 1999; ora in Vincenzo Consolo, L\u2019opera completa, a cura di Gianni Turchetta, con un saggio introduttivo di Gianni Turchetta e uno scritto di Cesare Segre, 1219-1224. Milano: Mondadori, 2015). Consolo, Vincenzo, e Ugo Ronfani. 2001. Retablo, versione teatrale a cura di Ugo\u00a0Ronfani. Catania: La Cantinella &#8211; Istituto di Storia dello Spettacolo Siciliano.Pontiggia, Giuseppe. 1984. \u201cUn eroe moderno\u201d. In Giuseppe Pontiggia, Il giardino\u00a0\u00a0delle Esperidi, 208-220. Milano: Adelphi. Sciascia, Leonardo. 1963. Il consiglio d\u2019Egitto. Torino: Einaudi. 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Milano: Mondadori.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Gianni Turchetta Rappresentazione e realt\u00e0 La ricchezza linguistica e culturale della pagina di Vincenzo Consolo, la stratificazione vertiginosa delle allusioni e delle citazioni nelle sue opere, potrebbero far sorgere l\u2019idea che la sua sia una scrittura non soltanto, come egli stesso ha detto, \u2018palinsestica\u2019 o addirittura \u2018palincestuosa\u2019,\u00a0ma addirittura esclusivamente giocata su una infinita deriva verbale, &hellip; <a href=\"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=1625\" class=\"more-link\">Continua a leggere <span class=\"screen-reader-text\">La letteratura come nostalgia della vita.   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