{"id":1608,"date":"2018-01-08T17:36:41","date_gmt":"2018-01-08T17:36:41","guid":{"rendered":"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=1608"},"modified":"2021-01-08T12:01:02","modified_gmt":"2021-01-08T12:01:02","slug":"le-chesterfield","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=1608","title":{"rendered":"Le Chesterfield"},"content":{"rendered":"<p>*<\/p>\n<p>Tutti i miei libri in effetti ne fanno uno. Un libro sulla Sicilia<br \/>\nche tocca i punti dolenti del passato e del presente e che<br \/>\nviene ad articolarsi come la storia di una continua sconfitta<br \/>\ndella ragione.<br \/>\nLeonardo Sciascia<\/p>\n<p>Veniva gi\u00f9 da via Redentore un uomo piccolo e bruno, di trentatr\u00e9<br \/>\nanni, capelli lisci sopra l\u2019alta fronte. Camminava pensoso,<br \/>\ngli occhi neri e acuti che esploravano la strada, con guizzi d\u2019attenzione,<br \/>\nilluminazioni di brio, adombramenti, a seconda dello<br \/>\nspettacolo della vita di quelle prime ore del mattino.<br \/>\nE venivano gi\u00f9 per corso Umberto, salivano su da corso Vittorio<br \/>\nEmanuele, sbucavano da Santa Maria degli Angeli, da Santo<br \/>\nSpirito, dalle Grazie, da vie e viuzze, braccianti, muratori e<br \/>\nzolfatari, convergevano tutti nella piazza Garibaldi.<br \/>\nAllo slargo di corso Umberto, dov\u2019\u00e8 la chiesa del Collegio,<br \/>\nl\u2019uomo non pot\u00e9 fare a meno di sostare davanti alla vetrina d\u2019un<br \/>\nlibraio. Vi spiccavano dei bei libretti di poesie e prose, disposti<br \/>\nuno accanto all\u2019altro a fare macchia bianca, un quadrato luminoso<br \/>\ne calmo nel colorato e chiassoso panorama delle copertine<br \/>\nintorno. Erano libri di Pasolini, Marin, La Cava, Uccello&#8230; E<br \/>\ninsieme, bianca anch\u2019essa, una rivista letteraria che si stampava<br \/>\na Roma, \u201cNuovi Argomenti\u201d, sulla cui copertina era impresso<br \/>\nl\u2019indice, con in basso il nome dell\u2019uomo davanti alla vetrina, e<br \/>\nun titolo, Cronache scolastiche: il suo diario d\u2019un anno di maestro<br \/>\nelementare. Si sarebbe aggiunto, a quelle cronache, il Diario elettorale,<br \/>\nche aveva finito di stendere qualche giorno avanti e che<br \/>\naveva l\u00ec, in fogli dattiloscritti, dentro una borsa. Diario elettorale<br \/>\ndelle elezioni del giugno appena scorso, da cui ancora una<br \/>\nvolta la Democrazia Cristiana era uscita trionfante.<br \/>\nL\u2019uomo volt\u00f2 le spalle alla vetrina e accese una Chesterfield,<br \/>\nsigarette che fumava dall\u2019arrivo delle truppe americane in Sicilia.<br \/>\nCome Montale le Giubek dal tempo della guerra d\u2019Africa.<br \/>\nFumava tanto, e quelle forti, grasse sigarette americane. Strati<br \/>\ndi nicotina s\u2019interponevano ormai tra lui e quel mondo intorno,<br \/>\ncome argini di sabugina e malta, rinforzi di cemento a puntellare<br \/>\nmuri che, per ognuno nato nell\u2019Isola, sono sul punto sempre<br \/>\ndi crollare, dissolversi nel marasma e nel furore. Massa di<br \/>\nnicotina a saldare libri, conci di libri chiari e solidi, bugnati, da<br \/>\nsopra i quali poter guardare senza pi\u00f9 rischio, poter studiare,<br \/>\npoter capire quella bufera grande che \u00e8 la realt\u00e0 della Sicilia.<br \/>\nDiuturno rischio, di vita e di ragione. Come nel ventre della<br \/>\nterra, nel cuore della zolfara. Da cui non s\u2019esce mai. O, se usciti,<br \/>\nsi guarda questo mondo con stupore di fanciullo \u2013 la Luna,<br \/>\n\u201cgrande, placida, come in un fresco, luminoso oceano di silenzio\u201d,<br \/>\nsu nel cielo \u2013 o nudamente, senza pi\u00f9 illusioni. S\u00ec, sapeva<br \/>\nbene l\u2019uomo che nei vapori dello zolfo, che ambedue avevan<br \/>\nrespirato dalla nascita, era la somiglianza, ma nella sorte d\u2019essersi<br \/>\ntrovati dentro o fuori la zolfara era la differenza fra s\u00e9 e lo<br \/>\nscrittore grande di Girgenti, nei cui sofismi, nei cui fantasmi o<br \/>\npersonaggi ognora s\u2019imbatteva.<br \/>\nFrate Agrippino, in parlatorio, si ferm\u00f2 a guardare un quadro,<br \/>\nun ex-voto raffigurante zolfatari, due picconieri e un caruso, quasi<br \/>\nsepolti dai massi pel franamento interno d\u2019una galleria, un San<br \/>\nMichele in aria, in un alone d\u2019oro, l\u2019Anime ardenti in basso del<br \/>\nsanto Purgatorio. La scena lo port\u00f2 col pensiero al suo paese, a<br \/>\nMineo, nome che forse proveniva da una miniera; a sua madre,<br \/>\nIgnazia, che nelle fiamme ancor si consumava; a s\u00e9, quasi sepolto<br \/>\ndalle pietre dei padri gesuiti ma che la spada d\u2019oro della<br \/>\nvera fede ormai aveva portato in salvamento.<br \/>\nSi scosse, s\u2019accorse della valigia che reggeva e si ricord\u00f2 della<br \/>\ncorriera. Corse, via dal convento, per la contrada Bal\u00e0te, si perse<br \/>\nin un labirinto di vicoli e di strade, senza riuscire a trovare la<br \/>\nstazione. In preda ormai all\u2019angoscia, corse per tutta via Testasecca,<br \/>\nvia Palmeri, e sbuc\u00f2 in corso Umberto, andando quasi a<br \/>\nsbattere contro l\u2019uomo che, scostatosi dalla vetrina del libraio,<br \/>\naveva ripreso la sua strada.<br \/>\n\u00abLa corriera, la corriera per Mazzarino!&#8230;\u00bb gli grid\u00f2 implorante<br \/>\nfrate Agrippino.<br \/>\n\u00abIn piazza Marconi\u00bb rispose l\u2019uomo. \u00abC\u2019\u00e8 tempo, parte alle<br \/>\nsette e mezzo.\u00bb<br \/>\n\u00abE dov\u2019\u00e8, dov\u2019\u00e8 questa piazza Marconi?\u00bb<br \/>\n\u00abVenga con me, anch\u2019io prendo la corriera.\u00bb<br \/>\nFrate Agrippino, rassicurato dalle parole dell\u2019uomo, gli si affianc\u00f2,<br \/>\nsi attacc\u00f2 a lui come a una guida, un protettore.<br \/>\n\u00abAnche lei va a Mazzarino?\u00bb gli chiese.<br \/>\n\u00abNo, vado a Regalpetra, in provincia di Girgenti.\u00bb<br \/>\n\u00abPeccato! Io sono forestiero, vengo da Roma, ma sono nativo<br \/>\ndi Mineo\u00bb gli disse frate Agrippino.<br \/>\n\u00abIl paese di Capuana\u00bb disse l\u2019uomo.<br \/>\n\u00abEh, Capuana. Non era un buon cristiano&#8230;\u00bb<br \/>\nL\u2019uomo sorrise, divertito.<br \/>\n\u00abPerch\u00e9?\u00bb chiese per spingerlo a parlare.<br \/>\n\u00abMah! Prima di tutto, ha scritto cose licenziose. Poi, viveva<br \/>\nmore uxorio con la serva. Terzo, praticava lo spiritismo,<br \/>\nche \u00e8 proibito dalla Chiesa, inquietava le Animuzze Sante del<br \/>\nPurgatorio.\u00bb<br \/>\n\u00abMa le animuzze sante non sono contente di farsi ogni tanto<br \/>\nun bel viaggio qui sulla terra?\u00bb<br \/>\n\u00abEh no! Ch\u00e9 poi il tempo che perdono lo devono scontare lo<br \/>\nstesso, e devono riprendere a bruciare, a bruciare&#8230;\u00bb<br \/>\n\u00abMa almeno gli serve come pausa, come refrigerio.\u00bb<br \/>\n\u00abLo chiama refrigerio tornare in quest\u2019inferno, in questa geenna,<br \/>\nin questa valle di peccato, di dannazione? Morire bisogna,<br \/>\nmorire subito, anche volontariamente, in grazia di Dio, e andarsene,<br \/>\nandarsene&#8230; Ma io non posso parlare, non posso parlare&#8230;\u00bb<br \/>\nfece frate Agrippino; e quindi, abbassando la voce:<br \/>\n\u00abI Gesuiti, i Gesuiti mi perseguitano!\u00bb e fiss\u00f2 negli occhi<br \/>\nl\u2019uomo, con i suoi occhi spiritati. L\u2019uomo, che prima aveva<br \/>\nsorriso divertito, si fece serio, triste, scoprendo all\u2019improvviso<br \/>\ndi trovarsi faccia a faccia col male misterioso e endemico<br \/>\ndi questa sua terra. E gli capitava spesso, a lui cultore della<br \/>\nrazionalit\u00e0, del pensiero chiaro e ordinato, amante dell\u2019ironia<br \/>\ne del piacere dell\u2019intelligenza, d\u2019imbattersi in persone che lo<br \/>\nincuriosivano per la loro originalit\u00e0, per la loro comica eccentricit\u00e0,<br \/>\nche gli facevano pregustare spasso, gioco lieve e ameno,<br \/>\ne che scoprivano invece, come denudandosi all\u2019improvviso,<br \/>\nla malata pelle della pazzia. E gli si rivoltava allora tutto<br \/>\nin amaro, in penoso.<br \/>\nGiunsero nella vasta piazza Garibaldi, dove due chiese, Santa<br \/>\nMaria la Nova e San Sebastiano, si fronteggiavano, gareggiavano<br \/>\nin monumentalit\u00e0 e fasto, e dove al centro, occhio verde e<br \/>\ndrammatico, s\u2019apriva una gran fontana dalla cui acqua stagnante<br \/>\naffioravano pietre limacciose e le statue in bronzo d\u2019un cavallo<br \/>\nmarino trattenuto da un tritone, di fantastici animali, i denti<br \/>\ndigrignati, riversi sul dorso, la pancia in aria, simili a blatte,<br \/>\nbatraci, basilischi giganti.<br \/>\nLa piazza brulicava d\u2019uomini, a coppie, a crocchi, fermi, in<br \/>\nmovimento. Conversavano, vociavano, entravano e uscivano<br \/>\ndai caff\u00e8, dalle pasticcerie, dalle tabaccherie che s\u2019aprivano sulla<br \/>\npiazza, s\u2019ammassavano davanti al furgoncino del panellaro.<br \/>\nSembrava domenica mattina dopo l\u2019uscita della messa cantata.<br \/>\nSolo ch\u2019erano tutti in vestito da lavoro, rattoppato, stinto,<br \/>\ne questo era il raduno del mattino, col pretesto del caff\u00e8, delle<br \/>\nsigarette, del pane e panelle, per rincontrarsi, rivedersi, riparlarsi,<br \/>\nprima d\u2019andare in campagna, alle zolfare, ai cantieri. Fra<br \/>\npoco sarebbero partiti, la piazza si sarebbe fatta deserta. Fino<br \/>\na quando non sarebbero arrivati i maestri, i professori, gli impiegati,<br \/>\ni geometri, i cancellieri, gli avvocati, i giudici. E sarebbe<br \/>\nricominciato nella piazza il voc\u00eco, il brulich\u00eco, il movimento.<br \/>\n\u00abLo prende il caff\u00e8?\u00bb chiese l\u2019uomo a frate Agrippino.<br \/>\n\u00abCaff\u00e8?! Io ingoio tasso e fiele! Aah, aah&#8230;\u00bb fece, accostando<br \/>\ndi colpo la sua faccia a quella dell\u2019altro, aprendo tutta la bocca,<br \/>\ntirando fuori, sopra i peli neri della barba, una gran lingua<br \/>\nbianca e secca, crepata \u00abVede? Sono attossicato.\u00bb<br \/>\nL\u2019uomo ebbe un involontario scatto della testa all\u2019indietro, per<br \/>\nl\u2019improvviso gesto di quell\u2019altro e per scansare quel fiato pesante,<br \/>\narso e amaro di reserpina, che tuttavia lo invest\u00ec. Accese subito<br \/>\nun\u2019altra Chesterfield e aspir\u00f2 profondamente.<br \/>\n\u00abAndiamo,\u00bb disse \u00abl\u2019accompagno alla corriera\u00bb e si chiuse<br \/>\nin un silenzio spesso, cal\u00f2 in una sconsolazione, in una malinconia<br \/>\nsenza rimedio.<br \/>\nVincenzo Consolo<br \/>\n1988\u00a0Le pietre di Pantalica<\/p>\n<p><a href=\"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2018\/01\/scansione0010.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone size-medium wp-image-1609\" src=\"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2018\/01\/scansione0010-300x223.jpg\" alt=\"scansione0010\" width=\"300\" height=\"223\" srcset=\"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2018\/01\/scansione0010-300x223.jpg 300w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2018\/01\/scansione0010-768x570.jpg 768w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2018\/01\/scansione0010-1024x760.jpg 1024w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><br \/>\n<\/a>Foto di Tano Cuva Villa Piccolo<br \/>\nNella foto Leonardo Sciascia Lucio Piccolo Vincenzo Consolo<br \/>\narchivio Casa letteraria di Vincenzo Consolo<br \/>\ncastello Gallego Sant&#8217;Agata di Militello<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>* Tutti i miei libri in effetti ne fanno uno. 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