{"id":152,"date":"1988-01-23T11:00:01","date_gmt":"1988-01-23T11:00:01","guid":{"rendered":"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=152"},"modified":"2015-06-23T11:03:46","modified_gmt":"2015-06-23T11:03:46","slug":"consolo-figlio-di-tanti-padri","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=152","title":{"rendered":"Consolo: figlio di tanti padri"},"content":{"rendered":"<p>Articolo per la rai Cultura periodo non precisato <\/p>\n<p>I libri di Consolo sono sempre nati da uno spunto di realt\u00e0 e da un punto di vista. Poi prendono una via che pu\u00f2 arrivare fino ad Ariosto. Nella sua officina letteraria convivono personaggi reali e diversissimi. E\u2019 il caso di Pirajno di Mandralisca, concentrato sui realia, e di Fabrizio Clerici, attento ai surrealia. Come convivono nella sua officina queste due figure che peraltro sono storiche? Fanno a pugni? \u201cSono due personaggi &#8211; spiega Consolo &#8211; non accostabili, di matrice diversa, di esito diverso e anche di funzione diversa. Il barone di Mandralisca era il personaggio storico e romanzato che mi serviva per dimostrare cos\u2019\u00e8 la responsabilit\u00e0 dell\u2019intellettuale in determinati momenti storici. L\u2019intellettuale non pu\u00f2 estranearsi dalla storia altrimenti diventa complice di determinati misfatti. Mandralisca, che era chiuso nella sua erudizione di malacologo e antiquario, \u00e8 stato costretto ad aprire gli occhi e vedere la realt\u00e0 tragica e drammatica delle rivolte contadine nel 1860. Quando usc\u00ec, il libro fu chiamato \u2018l\u2019anti-Gattopardo\u2019. Io non so se ne avevo consapevolezza tracciando questo personaggio, che modificai per quello che mi serviva. Non sapevo cio\u00e8 di scrivere \u2018l\u2019anti-Gattopardo\u2019, ma certo la mia concezione era assolutamente opposta a Lampedusa che vedeva nei cambiamenti storici una sorta di determinismo dove l\u2019intervento dell\u2019uomo sulla storia \u00e8, seppure con principi diversi, del tipo di quello di Verga: le classi nascono, si raffinano e tramontano come le stelle in un ciclo di ineluttabilit\u00e0 di cambiamenti epocali. Mentre Lampedusa giustificava anche quelle che chiamava \u2018le iene e gli sciacalli\u2019 dando loro una legittimazione deterministica, in me invece agiva una visione opposta della responsabilit\u00e0 dell\u2019intellettuale nei confronti della storia, nel senso che deve dare un giudizio sulla storia e intervenire\u201d. D. Clerici allora a che distanza sta dal Mandralisca? R. Quanto a Clerici, il gioco letterario \u00e8 pi\u00f9 scoperto. Avere spostato nel Settecento un personaggio contemporaneo mi \u00e8 servito per rivendicare nei confronti della storia e del romanzo di cronaca il primato della letteratura, rendendole un omaggio nel senso che tra i sentimenti dell\u2019uomo c\u2019\u00e8 l\u2019amore e c\u2019\u00e8 la passione. La scelta di questi temi era dovuta alla contingenza di quei tempi. Ho scritto Il sorriso dell\u2019ignoto marinaio in un momento di accensione storica qual \u00e8 stato quello degli anni Settanta quando tutto era messo in discussione con il dibattito culturale e politico del momento. Negli anni in cui ho scritto Retablo c\u2019era piuttosto un atteggiamento da parte di certi intellettuali e politici di disprezzo nei confronti della letteratura, vista come concezione borghese, sicch\u00e9 ho scritto quel libro per difendere la letteratura contro la storiografia. D. Lei ha frequentato generi disparati passando per esempio da una specie di introibo come fu Un sacco di magnolie, che \u00e8 anche un bozzetto verghiano insieme con Il fosso, per arrivare a sponde rivali come nel caso dello Spasimo di Palermo. Ci\u00f2 potrebbe fare pensare all\u2019itinerario lungo e sofferto di una persona insofferente e smaniosa. R. Racconti come Un sacco di magnolie rappresentano il tributo che fatalmente deve pagare un esordiente a quelli che sono i padri sacramentali della letteratura siciliana. Sfido chiunque scriva a dire di non avere avuto un minimo di eredit\u00e0 brancatiana e verghiana. Quello era il momento della fascinazione verghiana, dopo la quale \u00e8 venuta una presa di coscienza, la rivendicazione di una propria identit\u00e0. D. Certo, ma passare da Verga a Eliot \u00e8 come un \u201csalto mortale\u201d. R. Non c\u2019\u00e8 dubbio. Sono sempre stato affascinato dalla poesia di Eliot che ho scoperto attraverso Montale gi\u00e0 al tempo de La ferita dell\u2019aprile. Lo stesso titolo \u00e8 di tipo eliotiano, perch\u00e9 Eliot dice che \u201caprile il pi\u00f9 crudele dei mesi\u201d, talch\u00e9 io ho identificato la crudelt\u00e0 dell\u2019aprile con l\u2019adolescenza che era quella dell\u2019io narrante, ma era anche l\u2019ennesima adolescenza della Sicilia dopo la guerra, e dunque il momento della rinascita. Naturalmente questa ferita pu\u00f2 rimarginarsi e diventare una \u201cmaturezza\u201d come dice Pirandello oppure una cancrena. Io ho constatato che l\u2019adolescenza in Sicilia \u00e8 diventata una cancrena e che quella ferita \u00e8 rimsta ancora aperta. Di Eliot mi affascinano i correlativi oggettivi, il passare da un\u2019immagine a un\u2019altra. E nello Spasimo di Palermo mi ha accompagnato questa continua cifra eliotiana. D. Da un viatico verghiano passa dunque a un libro vittoriniano quale La ferita dell\u2019aprile e chiude una sua prima stagione con Quasimodo e la Sicilia rimpianta. Ma c\u2019\u00e8 un secondo Consolo che ha ascoltato Dolci, Levi e Sciascia. Il salto \u00e8 dall\u2019empireo all\u2019impegno. R. Io non vedo questo salto. \u00c8 un processo di maturazione e di ricerca anche dal punto di vista linguistico e stilistico. Quando scrissi La ferita dell\u2019aprile avevo consapevolezza piena di quello che facevo, della scelta di campo che operavo: avevo seguito la stagione del neorealismo, la memorialistica e tutto il meridionalismo, da Gramsci a Danilo Dolci fino poi a Carlo Levi e lo Sciascia delle Parrocchie. Voglio dire che l\u2019esordio, a parte i racconti dei primi passi, \u00e8 del tutto cosciente del contesto storico, sociale e stilistico perch\u00e9 questo libro \u00e8 segnato da un forte impatto linguistico. Lo mandai a Sciascia e mi rispose chiedendomi spiegazioni su una particolarit\u00e0 linguistica che in effetti mi ha sempre accompagnato come diversit\u00e0 storica e sociale: cio\u00e8 il dialetto galloitalico di San Fratello. Nella lettera che gli scrissi mi dissi debitore delle sue Parrocchie. D. La ferita dell\u2019aprile sta a lei come Le parrocchie di Regalpetra stanno a Sciascia, con la differenza che Le parrocchie sono una prova di realismo storico mentre La ferita di realismo mitico. Perch\u00e9 allora si sente debitore di Sciascia e non di Vittorini? R. Perch\u00e9 i miei temi non erano di tipo esistenziale e psicologico, ma storico-sociale. Ho cercato di raccontare attraverso gli occhi di un adolescente cosa sono stati la fine della guerra, il dopoguerra, la ricomposizione dei partiti, la ripresa della vita sociale, le prime elezioni del \u201947, la vittoria del Blocco del popolo, denunciando l\u2019ennesima impostura che si perpetuava attraverso le vocazioni religiose, i &#8220;microfoni di Dio&#8221;, fino alla vicenda di Portella e la pietra tombale delle elezioni del \u201948. Ho voluto rappresentare tutto questo con una cifra assolutamente diversa, prendendo le distanze da quella comunicativa di Sciascia e mettendomi su un piano di espressivit\u00e0. D. Perch\u00e9 se la corrente era in senso contrario? R. Ho le mie spiegazioni a posteriori di queste scelte. L\u2019ho fatto perch\u00e9 non mi sentivo di praticare lo stile della generazione che mi aveva preceduto, Moravia, Calvino, Sciascia. C\u2019era lo scarto di appena dieci anni con questi scrittori che avevano vissuto il fascismo e la guerra. Nel \u201943, quando avevo dieci anni, loro nutrivano la speranza di comunicare con una societ\u00e0 pi\u00f9 armonica sicch\u00e9 la loro scelta illuminista e razionalista era nel senso della speranza. Quando io sono nato come scrittore questa speranza era caduta e ho cercato di raccontare perch\u00e9 si era restaurato un assetto politico che non era come si sperava, ancora una volta iniquo, che lasciava marginalit\u00e0, oppressioni e sfruttamento. Ho scelto il registro espressivo e sperimentale non vedendo una societ\u00e0 armonica con la quale comunicare. La speranza che avevano nutrito quelli che mi avevano preceduto in me non c\u2019era pi\u00f9. D. Detto adesso sembra facile, ma allora lei aveva di fronte le ultime risacche del neorealismo e le prime correnti del Gruppo 63. R. Gi\u00e0, ma io avevo consumato questa esperienza. Il prete bello, Libera nos a Malo e la memorialistica di quanti erano reduci dalla guerra. Che non era diventata letteratura ma mera restituzione di un\u2019esperienza. D. Ma quella sua prova fu fortemente innotiva e poco sciasciana. R. Senza dubbio. Ma \u00e8 curioso che Sciascia sia stato impressionato dalla particolarit\u00e0 di questo libro. Poi, quando \u00e8 uscito Il sorriso, a distanza di anni, con pi\u00f9 consapevolezza e con la mimesi dell\u2019erudito ottocentesco, Sciascia a Sant\u2019Agata di Militello lo present\u00f2 e disse che quel libro era un parricidio. Voleva dire che avevo cercato di uccidere lui, come del resto avviene sempre. Dice Sklovskij che la letteratura \u00e8 una storia di parricidi e di adozioni di zii. Debiti dunque s\u00ec nei confronti di Sciascia, ma la scelta di campo \u00e8 stata diversa. La ricerca si inquadrava fatalmente sulla linea verghiana, gaddiana, pasoliniana della sperimentazione del linguaggio, della \u201cdisperata vitalit\u00e0\u201d, come la chiamava Pasolini. D. C\u2019\u00e8 un campo che \u00e8 stato poco investigato circa la sua ricerca ed \u00e8 quello del reportage. Penso a Il rito sulla morte di Rossi, o a Per un po\u2019 d\u2019erba ai limiti del feudo, &#8220;pezzi&#8221; giornalistici che l\u2019hanno impegnata per due decenni. Come ha fatto a scrivere reportage mentre scriveva La ferita e poi Il sorriso? R. Mi sembravano due scritture diverse, della restituzione di una realt\u00e0 immediata nel modo pi\u00f9 originale la prima, senza per\u00f2 arrivare allo stile sciatto giornalistico, dando significati altri alla cronaca raccontata. Quando Sciascia stava facendo l\u2019antologia sui narratori di Sicilia con Guglielmino pensava di mettere un mio brano della Ferita, ma quando lesse il racconto su Carmine Battaglia lo scelse perch\u00e9 gli sembr\u00f2 pi\u00f9 consono come sigillo di una certa realt\u00e0 siciliana. D. A me piacerebbe davvero fare chiarezza sui suoi debiti perch\u00e9 non si \u00e8 capito se sia figlio di Sciascia o di Vittorini. \u00c8 un fatto che, per quanto sia stata importante per lei l\u2019Odissea, a un certo punto dice che ci \u00e8 arrivato attraverso Vittorini e non Sciascia. E allora mi chiedo chi \u00e8 il suo padre putativo. Sembra amare di pi\u00f9 Sciascia, ignora Vittorini in Di qua dal faro ma in verit\u00e0 ha ben conosciuto Vittorini e lo ha molto osservato. R. Dunque. A proposito di parricidi, nella Ferita ho fatto morire all\u2019inizio il padre dell\u2019io narrante e ho adottato uno zio che poi \u00e8 diventato padre avendo impalato la madre del ragazzo. Poi faccio morire anche questo patrigno. Io sono figlio di tanti padri che poi regolarmente cerco di uccidere. Certo, Vittorini l\u2019ho ignorato nei saggi perch\u00e9 Vittorini mi interessava per certe sollecitazioni di tipo teorico che lui dava circa la concezione letteraria. Sciascia, a una seconda lettura di Conversazione in Sicilia, dice di essere rimasto deluso, e lo capisco perch\u00e9 il libro \u00e8 contrassegnato da una forte implicazione di tipo rondista con innesti di americanismo. Per\u00f2 \u00e8 vero che per la prima volta appariva nella letteratura siciliana il movimento, l\u2019atteggiamento attivo nei confronti della storia, la fuoriuscita dalla stasi verghiana, insomma una grande lezione per me quella del movimento. D. Lei ha fatto la stessa cosa che ha fatto Vittorini e che racconta in un\u2019intervista a Giuseppe Traina: ha disegnato per Il sorriso la carta topografica di Cefal\u00f9, vicolo per vicolo, come Vittorini fece con la Sicilia per Le citt\u00e0 del mondo. R. Gi\u00e0. Un modo per entrambi di essere pi\u00f9 siciliani possibile, pi\u00f9 precisi e acribitici. D. In Un giorno come gli altri lei pone una questione non risolta: quella della scelta tra lo scrivere e il narrare, dove scrivere significa cambiare il mondo e narrare soltanto rappresentarlo, secondo una definizione di Moravia. \u00c8 importante quel racconto perch\u00e9 segna la sua scesa in campo politico. E lei dice che \u00e8 meglio scrivere. R. Pensavo che la scrittura di tipo comunicativo-razionalistica avesse pi\u00f9 incidenza che quella di tipo espressiva che io praticavo e che chiamo \u201cil narrare\u201d, implicata com\u2019\u00e8 con lo stile e la ricerca lessicale. Lo stile non ha impatto con la societ\u00e0 e il movimento \u00e8 dal lettore verso il libro, mentre in quella comunicativa il movimento \u00e8 al contrario. I libri di Sciascia hanno fatto capire cos\u2019era la mafia, Moravia ha fatto capire cos\u2019era la noia durante il fascismo. La scrittura espressiva ha un destino diverso, com\u2019\u00e8 per la poesia. La narrazione non cambia il mondo. D. Lei ha fatto una scelta a favore del cot\u00e9 espressivo. R. Ho organizzato la mia prosa attorno alla forma poetica, seguendo un procedimento che riporta alle narrazioni arcaiche, orali, dove il racconto prendeva una scansione ritmica e mnemonica. D. Vediamo la vicenda sotto un altro aspetto. Lei e Basilio Reale, entrambi messinesi, avete avuto uguali trascorsi: a Milano insieme e nello stesso periodo, per\u00f2 lei va verso la prosa mentre lui verso la poesia. E si chiede come succeda questo fenomeno. R. Lo trovo infatti inspiegabile. D. Mentre poi dice di essere pi\u00f9 votato alla poesia quando Reale ha dato poi prova di essere buon prosatore. R. Se parla delle sue Sirene siciliane, siamo di fronte a strumenti psicoanalistici. Io non so perch\u00e9 uno nasce con la tendenza verso la musica e un altro verso la pittura. Con Reale ci siamo incontrati all\u2019universit\u00e0 di Milano giovanissimi. A Messina non ci eravamo mai visti. Quando ci siamo conosciuti c\u2019era un altro confr\u00e9re, Raffaele Crovi che frequentava Vittorini pi\u00f9 da vicino. Mi raccontava Ginetta Varisco, che ho frequentato dopo la morte di Vittorini, che Crovi veniva da uno strato sociale povero e quando andava a casa loro Elio le diceva &#8220;Cucina molta pasta perch\u00e9 questi ragazzi hanno molta fame&#8221;. D. I suoi libri sono giocati in forma autobiografica. Il Petro Marano che lascia la Sicilia o il Gioacchino Martinez che viene in Sicilia sono sempre trasposizioni di s\u00e9. \u00c8 sempre stato lei, sin dai reportage; e non ha parlato che di s\u00e9. R. S\u00ec, ma in maniera molto mascherata. La mia esperienza personale mi serve come chiave di lettura della realt\u00e0 e del momento storico che vivo. Ma nel Sorriso ci sto poco. Sciascia vi vedeva pi\u00f9 Piccolo che me. D. Verga e Pirandello, anche loro andati via, sono per\u00f2 riusciti a scrivere di Milano, Roma e di salotti borghesi. Mentre lei, Sciascia, ma anche Vittorini, pur stando fuori non siete riusciti che a scrivere sempre della Sicilia. E c\u2019\u00e8 un motivo: perch\u00e9 bisogna conoscere il linguaggio e averne memoria, come ha osservato lei stesso. R. Di Milano io non so fare metafora mentre della Sicilia s\u00ec. Di Milano posso restituire una cronaca, l\u2019ambiente vissuto da studente, mentre la Milano che ho vissuto dopo mi serve per leggere meglio la Sicilia e creare paralleli tra questi due mondi antitetici e opposti. Non sono caduto in crisi come Verga, se mi \u00e8 permesso: vivendo in questa realt\u00e0 milanese non mi sono ripiegato verso l\u2019infanzia dorata. Ho scoperto invece un\u2019altra Sicilia, quella pi\u00f9 vera e infelice, la continua ingiustizia e perdita e smarrimento dell\u2019identit\u00e0. I miei libri sono contrassegnati da questa spinta a varcare la soglia della ragione per andare nella terra dello smarrimento. Vittorini dal canto suo ha scritto su temi non siciliani i libri meno riusciti, cos\u00ec come Verga ha scritto Per le vie che sono le novelle meno felici. Io di argomento non siciliano ho scritto solo qualche racconto come Porta Venezia. D. E\u2019 dunque d\u2019accordo che si pu\u00f2 staccare un siciliano dalla Sicilia ma non si pu\u00f2 staccare la Sicilia da un siciliano? R. Certo. Nel bene e nel male non si pu\u00f2 strappare la Sicilia a un siciliano. D. Ma c\u2019\u00e8 un ultimo Consolo smaniato da intenti umoristici. Ner\u00f2 metallic\u00f2 ne \u00e8 un esempio. R. Di pi\u00f9 c\u2019\u00e8 forse Il teatro del sole. E\u2019 il rovescio del tragico. Musco a chi dice &#8220;Domani il sole illuminer\u00e0 il cadavere di uno dei due&#8221; domanda &#8220;E si chiovi?&#8221;. E se piove? D. Lei ha riflettuto lo stesso sentimento di Vittorini quando davanti al mondo industriale capiva di poter raccontare solo quello contadino. Le citt\u00e0 del mondo nasce da questo stato d\u2019animo. R. Vittorini aveva creduto generosamente in un\u2019utopia. Pensava che l\u2019industrializzazione della Sicilia fosse possibile. Aveva avuto l\u2019esempio olivettiano dell\u2019industria a misura d\u2019uomo e riteneva che la scoperta da parte di Mattei del petrolio risvegliasse finalmente i siciliani. Ed ecco nelle Citt\u00e0 del mondo i contadini a cavallo che convergono al centro della Sicilia. Ma la realt\u00e0 ha infranto la sua mitizzazione. Gli esiti li abbiamo visti. Gela, Augusta, Priolo, obbrobriosi e nefasti. Ecco cosa ne \u00e8 stato dell\u2019industrializzazione della Sicilia. Ci fu una polemica tra Sciascia e un giornalista dell\u2019Avanti: Sciascia, che scriveva su L\u2019Ora, aveva cominciato ad avanzare dubbi sull\u2019industrializzazione e il giornalista gli contest\u00f2 la mancanza di ottimismo concludendo &#8220;Benedetti letterati&#8221;. E Sciascia rispose: &#8220;Adesso si vede che anche loro, i socialisti, hanno la facolt\u00e0 di benedire, come i democristiani&#8221;. Vittorini avrebbe voluto che la Sicilia uscisse dalla condizione di inferiorit\u00e0 e di soggezione incamminandosi verso un mondo di progresso. Non credeva nei dialetti individuali ma nella commistione delle lingue, ma non sapeva che gli immigrati siciliani a Torino la sera uscivano per imparare il piemontese e mimetizzarsi. D. Se lo sguardo di Vittorini \u00e8 utopico, il suo \u00e8 nella trilogia certamente molto amaro. R. Ero pi\u00f9 avveduto e avevo gli strumenti per esserlo. Avevo constatato la realt\u00e0 qual era. Io mi direi, ricordando Eco, un apocalittico realista, avendo visto la realt\u00e0 italiana dal dopoguerra ad oggi: una continua deriva verso i valori pi\u00f9 bassi di un mondo che non accetto sotto nessun punto di vista.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Articolo per la rai Cultura periodo non precisato I libri di Consolo sono sempre nati da uno spunto di realt\u00e0 e da un punto di vista. Poi prendono una via che pu\u00f2 arrivare fino ad Ariosto. Nella sua officina letteraria convivono personaggi reali e diversissimi. 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