{"id":1510,"date":"1999-01-19T08:33:23","date_gmt":"1999-01-19T08:33:23","guid":{"rendered":"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=1510"},"modified":"2017-06-19T16:38:40","modified_gmt":"2017-06-19T16:38:40","slug":"uomini-e-paesi-dello-zolfo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=1510","title":{"rendered":"Uomini e paesi dello zolfo"},"content":{"rendered":"<p>*<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">UOMINI E PAESI DELLO ZOLFO<br \/>\nInviato da Vincenzo Consolo di Vincenzo Consolo<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">[\u2026] Ma continuiamo il nostro viaggio all\u2019 interno dell\u2019isola, dove altre piante, altri simboli s\u2019incontrano. E altro paesaggio. Ci accorgiamo che, a poco a poco, le curve dei colli calvi, che si sciolgono in pendii, in vallate, si spezzano, s\u2019increspano, s\u2019accavallano, si fanno dure e aspre: dai bruni o grigi terreni a mano a mano s\u2019alzano frastagli di rocce calcaree, i fianchi dei colli, ora ripidi, mostrano le radici di quelle rocce, gli strati; le fiumare hanno tagliate netti quei fianchi, hanno scavato tra un colle e l\u2019altro profondi abissi. E quelle rocce biancastre, lungo i fianchi, sui profili delle alture sembrano residui d\u2019ossa calcinate di giganteschi animali preistorici. Nei loro fianchi, negli anfratti, cresce lo spino, l\u2019agave, l\u2019ampelodesmo, il cardo, la giummara, la ginestra spinosa, il pomo di Sodoma&#8230; E sopra vi volteggiano i neri corvi&#8230; Sembrano luoghi, questi, di maledizione biblica, luoghi come la disumana, barbara, d\u2019atroce esilio per Ifigenia, terra dei Tauri (\u201cin questa terra estrema, desolata\u201d, dice Euripide). E qui, dove la roccia si frantuma e s\u2019allarga, \u00e8 il chiarchi\u00e0ru [&#8230;] Ma andiamo avanti, avanti, e, come in una paurosa digressione onirica, in una metafisica discesa agli Inferi, arriviamo in luoghi ancora pi\u00f9 desolati, se \u00e8 possibile, pi\u00f9 disumani. L\u00e0, dove il calcare si sfalda, si fa poroso, friabile, argilla e gesso giallognolo, cristalli di gesso, tuffu niuru (tufo nero), marna turchina, l\u00e0 \u00e8 lo zolfo. Siamo nel cosiddetto altipiano dello zolfo, quello che va da Caltanissetta ad Agrigento. Se si guarda una cartina geologica della Sicilia, come la francese Carte Sulfuri\u00e8re de la Sicile del 1874, dove i giacimenti di zolfo sono segnati a macchie rosse, si vede che le sparse tracce, partendo dalla periferia, dal Palermitano (Calatafimi, Lercara Friddi), dal Catanese e dall\u2019Ennese (Assoro, Licodia Eubea), a mano a mano s\u2019infittiscono, s\u2019addensano, tra Cianciana e Valguarnera, divengono un continuo lago rosso attorno a Girgenti, da Aragona a Serradifalco. Vasto luogo infernale, crosta, volta d\u2019un mondo sotterraneo dove malvagie divinit\u00e0 catactonie si manifestano in alto per acque salmastre, gorgogl\u00eci di pozze motose, soffi di vapori gassosi; dove Plutoni sarcastici si acquattano in attesa di Kore innocenti che non saranno mai rese alla luce, alla piet\u00e0 delle madri. Siamo scivolati insensibilmente nel mito, ma avvolto nel mito doveva essere in antico lo zolfo, religioso e magico il suo uso. \u201cMa egli parl\u00f2 alla cara nutrice Euriclea: \/ \u2014 Porta lo zolfo, o vecchia, il rimedio dei mali; portami il fuoco: \/ voglio solfare la sala\u201d (Odissea, XXII). Cos\u00ec Odisseo pu-rifica i luoghi dove sono stati uccisi i Proci. Solo sotto i Romani abbiamo notizia che lo zolfo affiorante viene raccolto, quello sotterraneo viene scavato, fuso (E cuniculis effusum, perficitur igni, Plinio), solidificato in pani (\u00e8 attestato dalle lastre di terracotta con marchio delle officine di Racalmuto conservate al Museo nazionale di Palermo), largamente impiegato in medicina e nell\u2019industria tessile. E c\u2019\u00e8 un piccolo particolare nella storia della Sicilia sotto i romani, nel II secolo a.C., di un frammento di zolfo che si fa simbolo di rivolta e di riscatto. Racconta Diodoro Siculo, e con lui ripetono gli storici ottocenteschi siciliani, da Nicol\u00f2 Palmeri a Isidoro La Lumia, che lo schiavo Euno, per acquistar prestigio presso i compagni, emetteva dalla bocca fiamme miste ad oracoli, fiamme con l\u2019artificio di una noce svuotata e riempita di zolfo. E fiamme di zolfo uscivano dalla sua bocca guidando gli schiavi ribelli alla conquista di Enna. Altre fiamme di zolfo, altre rivolte vedremo pi\u00f9 avanti, in tempi molto pi\u00f9 vicini, se non di schiavi, di quelli che possiamo chiamare i dannati del sottosuolo: gli zolfatari. S\u00ec, si hanno ancora notizie della conoscenza in Sicilia dei giacimenti di zolfo nel periodo arabo, normanno, angioino e ancora nel Quattro, Cinque, Seicento, ma quella che \u00e8 la storia vera e propria dell\u2019industria zolfifera dell\u2019isola, dell\u2019estrazione sistematica dello zolfo e della sua esportazione, comincia nel Settecento, sotto i Borboni, con la prima rivoluzione industriale, con la scoperta di un nuovo metodo per la preparazione dell\u2019acido solforico, che larghissimo impiego aveva nell\u2019 industria tessile, e della soda artificiale. Zolfo allora si chiedeva alla Sicilia, da dove veniva inviato su velieri fino al mercato di Marsiglia. Sul finire del Settecento, miniere attive erano a Palma di Montechiaro, Petralia Sottana, Racalmuto, Riesi, San Cataldo, Caltanissetta, Favara, Agrigento, Comitini, Licodia Eubea. Novantamila cant\u00e0ri se ne esportavano, al prezzo di un ducato a cant\u00e0ro. Ed ecco che le sotterranee divinit\u00e0 plutoniche, signore delle tenebre e della morte, si trasformano in benigne divinit\u00e0 della speranza. Il mito si distrugge, si razionalizza, i pozzi e le gallerie che inseguono la vena gialla dello zolfo non nascondono pi\u00f9 paure metafisiche, ma reali, concreti pericoli di crolli, d\u2019allagamenti, di scoppi, di incendi. La febbre dello zolfo prende tutti, proprietari terrieri, gabelloti, partitanti, picconieri, commercianti, bottegai, magazzinieri, carrettieri, artigiani, arditori, carusi; attira avveduti stranieri, esperti di speculazioni e di profitti. \u00c8 una febbre, quella dello zolfo, che cresce col tempo, una drammatica epopea che si sviluppa nell\u2019arco di due secoli, tra congiunture, crisi, crolli di prezzi, riprese e miracoli, raggiunge il suo acme tra la fine dell\u2019Ottocento e gli inizi del Novecento, decresce fino a sparire verso gli anni \u201850. Lasciando tutto come prima, peggio di prima. Lasciando, sull\u2019altipiano di cui abbiamo detto, la polvere della delusione e della sconfitta, un mare di detriti, cumuli senza fine di ginisi, di scorie, un vasto cimitero di caverne risonanti, di miniere morte, sopra cui i tralicci arrugginiti, i binari contorti dei carrelli fischiano sinistri ai venti dell\u2019inverno; son tornati a ricrescere i cespugli spinosi del deserto, a strisciare le serpi, a volteggiare i corvi. E tornata a regnare, su quell\u2019altipiano, la metafisica, eliotiana desolazione: Quali sono le radici che s\u2019afferrano, quali i rami che crescono Da queste macerie di pietra? Figlio dell\u2019uomo, Tu non puoi dire, n\u00e9 immaginare, perch\u00e9 conosci soltanto Un cumulo d\u2019immagini infrante, dove batte il sole, E l\u2019albero morto non d\u00e0 riparo, nessun conforto lo stridere del grillo, L\u2019arida pietra nessun suono d\u2019acque. Ma nell\u2019arco di quei due secoli, dallo zolfo, per lo zolfo, \u00e8 nata e cresciuta in Sicilia una nuova categoria di lavoratori; nelle zone zolfifere, nei paesi delle miniere \u00e9 nato e si \u00e8 sviluppato un nuovo modo d\u2019essere siciliano, una nuova umanit\u00e0; dallo zolfo e per lo zolfo \u00e8 nata una storia politica e sociale, una letteratura. Idealmente restringendo nel tempo e ipotizzando improvviso l\u2019esplodere e lo svilupparsi dell\u2019industria zolfifera, c\u2019\u00e8 da immaginarsi la corsa di masse di uomini verso questa nuova possibilit\u00e0 di lavoro, verso questa nuova speranza. Dai popolosi paesi dell\u2019interno dell\u2019isola, dai miseri centri del feudo, in questa sterminata landa dove da secoli le possibilit\u00e0 di lavoro dipendevano dalla volont\u00e0, dal capriccio del gabelloto e dei suoi sottostanti, dalla soggezione a costoro, dove le giornate lavorative si riducevano a poche nell\u2019arco dell\u2019anno, dove il contadino era angariato, oltre che dalla iniqua divisione dei prodotti, da tasse, decime e balzelli vari, a cui bisognava aggiungere le tangenti illegali, dove squadre di lavoratori stagionali, mietitori o spigolatori, erano costretti al nomadismo, dove la vita insomma raggiungeva inimmaginabili livelli di sfruttamento e di miseria, la miniera, la zolfara appare come un miraggio nel deserto. Tutti ora hanno possibilit\u00e0 di lavoro, dagli uomini pi\u00f9 giovani, saldi e robusti, agli anziani, ai deboli, ai menomati, alle donne, ai bambini. Nella miniera, dentro la miniera, Come in esilio o in extraterritorialit\u00e0, trova rifugio finanche il disgraziato che ha appena saldato un debito con la giustizia o che con questa ha ancora dei conti in sospeso. Senonch\u00e9 la miniera riproduce immediatamente, nella gerarchia padronale, nei vari gradi di sfruttamento, nella precariet\u00e0, nel rischio, nei danni, nella stessa spirale di miseria, quella che era la vita contadina in superficie, nel feudo. Come se la situazione orizzontale della campagna, in una rotazione di novanta gradi, si fosse verticalizzata: cos\u00ec la miniera, dalla sua bocca, e via via nei vari livelli, fisicamente, visivamente, \u00e8 la rappresentazione di un\u2019ingiusta, insostenibile situazione sociale. In superficie, dunque, invisibili, lontani, in alto nei loro palazzi di Palermo, di Girgenti o di Catania, erano i proprietari del suolo, che per legge erano anche proprietari del sottosuolo in cui era imprigionato lo zolfo, che senza preoccupazione e rischio alcuno ricevevano dal gabelloto, dal concessionario, l\u2019estaglio, la grossa quota del prodotto. Scriveva il professore Caruso-Ras\u00e0 nel 1896 ne La questione siciliana degli zolfi: &#8220;Quando, nello scorso febbraio, ebbi occasione di conoscere qui a Torino il giovane Notarbartolo di Villarosa, il famoso lion palermitano, che per una scommessa fatta con lo zio, duca di San Giovanni, compiva a piedi il viaggio da Palermo a Torino [in codeste imprese, impegnati in simili fatue avventure consumavano la loro vita molti giovani rampolli della nobilt\u00e0 siciliana, ndr], volli, sapendolo proprietario di molte zolfare in quel di Villarosa, chiedergli degli appunti e delle notizie che avrebbero potuto servirmi in questo studio, sul quale allora gi\u00e0 lavoravo. L\u2019intervista che io ebbi col giovane aristocratico palermitano fu per me poco edificante. Egli sapeva di esser padrone di certe zolfare nel territorio di Villarosa, ma non sapeva n\u00e9 il numero, n\u00e9 il nome e mi confess\u00f2 candidamente che n\u00e9 egli n\u00e9 suo padre erano mai andati a visitarle.&#8221; E ci immaginiamo quest\u2019incontro tra lo scrupoloso professore siciliano, insegnante di economia politica nella Regia Universit\u00e0 della capitale piemontese, e il \u201cnoncurante\u201d Notarbartolo. Ancora in alto, lontani, erano gli sborsanti, i finanziatori dell\u2019impresa, i gabelloti, i magazzinieri, gli esportatori: tutta una categoria parassitaria che dal lavoro della miniera traeva profitti. Sempre fuori della miniera, carrettieri, fabbri ferrai, bottegai (la bottega apparteneva spesso al proprietario della miniera, al gabelloto o a persona di fiducia che applicava agli zolfatari il cosiddetto truck system). E ancora, pi\u00f9 vicini, pi\u00f9 strettamente legati alla miniera: calcaronai e arditori, addetti cio\u00e8 alla preparazione dei calcaroni e alla fusione dello zolfo; i vagonari, che spingevano i carrelli sui binari dalla bocca della miniera fino ai calcaroni. E quindi, dentro la miniera, distribuiti a diversi livelli come i dannati nei vari gironi: i capimastri, i picconieri, gli spesalori, i pompieri, i carusi. Ma, se si guarda bene, tutto questo vasto apparato, tutta questa realt\u00e0 economica poggia principalmente sulle spalle di due soli lavoratori: il picconiere e il caruso. L\u2019uno a colpi di piccone estrae lo zolfo, l\u2019altro dalle viscere della terra lo trasporta alla superficie, alla luce. L\u2019uno e l\u2019altro legati tra loro indissolubilmente oltre che da un contratto (spesso giudicato infame, disumano: il famoso soccorso morto), da uno stesso destino di pena, di fatica, di dannazione, di pericolo; l\u2019uno e l\u2019altro legato da inestricabili fili di dominio e soggezione, violenza e passivit\u00e0, benevolenza e rancore, amore e odio, acquiescenza e ribellione, fedelt\u00e0 e tradimento. Sono gli ultimi due anelli, i picconiere e il caruso, di una lunga catena che nelle tenebre pi\u00f9 fitte della miniera, all\u2019estremo limite della condizione umana, sul confine tra vita e morte, hanno messo a nudo, come i loro corpi, la loro anima, gli istinti primordiali dell\u2019uomo, al di l\u00e0 di ogni remora, di ogni regola di ogni condizionamento sociale. Attorno al picconiere e al caruso, vi sono poi gli altri deuteragonisti, v\u2019\u00e8 il coro degli altri dannati. Gli uomini della zolfara hanno operato una rivoluzione (o involuzione: giudichi ognuno come vuole) culturale, in ogni caso una rottura con quella che era l\u2019arcaica, tradizionale cultura contadina. La quale era di rassegnazione, portatrice di valori statici, immutabili, di prudenza e \u201csaggezza\u201d ereditate dai padri, di conformit\u00e0 a una morale e a una \u201cdignit\u00e0\u201d piccolo-borghese. La quale si esprimeva in un dire sentenzioso, in proverbi, in collaudate massime sapienzali. Tutta la letteratura siciliana, d\u2019estrazione e tema contadino (da Verga in poi, fino alla svolta di Vittorini) esprime un sottoproletariato e proletariato in abiti e con aspirazioni piccolo-borghesi. Cos\u00ec viene fuori dagli studi etnologici di un Pitr\u00e8, di un Salomone-Marino, di un Guastella; cos\u00ec viene fuori nei romanzi e nelle novelle di Verga, in quelli di Capuana, nelle novelle di Pirandello. L\u2019unico libro in cui i contadini non siano mascherati da piccolo-borghesi \u00e8 I mimi siciliani di Francesco Lanza. Ma questo si spiega forse col fatto che Lanza, e i suoi contadini, sono d\u2019un paese zolfifero, di Valguarnera.[\u2026]<br \/>\nVincenzo Consolo, Di qua dal faro, Milano, 199<br \/>\n<a href=\"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2017\/06\/download-2.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone size-medium wp-image-1511\" src=\"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2017\/06\/download-2-176x300.jpg\" alt=\"download-2\" width=\"176\" height=\"300\" srcset=\"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2017\/06\/download-2-176x300.jpg 176w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2017\/06\/download-2.jpg 364w\" sizes=\"(max-width: 176px) 100vw, 176px\" \/><\/a> <a href=\"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2017\/06\/9788804470946-us-300.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone size-medium wp-image-1512\" src=\"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2017\/06\/9788804470946-us-300-196x300.jpg\" alt=\"9788804470946-us-300\" width=\"196\" height=\"300\" srcset=\"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2017\/06\/9788804470946-us-300-196x300.jpg 196w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2017\/06\/9788804470946-us-300.jpg 300w\" sizes=\"(max-width: 196px) 100vw, 196px\" \/><\/a><\/p>\n<p>CIANCIANA.INFO &#8211; Il portale su Cianciana : 19 June, 2017<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>* UOMINI E PAESI DELLO ZOLFO Inviato da Vincenzo Consolo di Vincenzo Consolo [\u2026] Ma continuiamo il nostro viaggio all\u2019 interno dell\u2019isola, dove altre piante, altri simboli s\u2019incontrano. 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