{"id":1497,"date":"2007-11-16T11:54:14","date_gmt":"2007-11-16T11:54:14","guid":{"rendered":"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=1497"},"modified":"2017-05-19T14:27:27","modified_gmt":"2017-05-19T14:27:27","slug":"consolo-le-ombre-della-nostra-cultura","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=1497","title":{"rendered":"Consolo &#8220;Le ombre della nostra cultura&#8221;"},"content":{"rendered":"<p>L&#8217;INTERVISTA<\/p>\n<h1>Consolo &#8220;Le ombre della nostra cultura&#8221;<\/h1>\n<div class=\"didascalia\" style=\"text-align: justify;\">\n<p><img decoding=\"async\" title=\"Consolo Le ombre della nostra cultura\" src=\"http:\/\/locali.data.kataweb.it\/kpmimages\/kpm3\/gloc\/2007\/11\/16\/728633.pjpeg\" alt=\"Vincenzo Consolo\" border=\"0\" \/><\/p>\n<div class=\"clear\"><\/div>\n<p>Vincenzo Consolo<\/p>\n<\/div>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il suo viaggio di ritorno in Sicilia \u00e8 iniziato nello stesso momento in cui \u00e8 partito da Sant\u00b4Agata di Militello, sulla spinta di quella verghiana \u00abfantasia dell\u00b4ignoto\u00bb. <strong>Vincenzo Consolo<\/strong> nei sui quarant\u00b4anni e passa poi vissuti a Milano non ha fatto altro che rimuginare sull\u00b4Isola e a scriverne. Il passato e il presente della sua terra sovrapposti alla quotidianit\u00e0 di un luogo altro. La storia \u00e8 antica. Verga in una lettera a Capuana scriveva che bisogna partire per andare alla \u00abgrand\u00b4aria\u00bb per vedere da lontano la realt\u00e0 siciliana e cos\u00ec poterla capire meglio. Ma poi, aggiungeva, occorre ritornare per verificare. \u00abIl mio \u00e8 un eterno ritorno &#8211; dice Consolo &#8211; Non sono d\u00b4accordo con Quasimodo, che asseriva che nessuno lo avrebbe pi\u00f9 portato in Sicilia. Oggi tra l\u00b4altro in questo mondo riavvicinato, oltre che con la fantasia si pu\u00f2 viaggiare con comodi aerei. Io vivo dentro la storia isolana\u00bb. Lo scrittore de &#8220;Il sorriso dell\u00b4ignoto marinaio&#8221; \u00e8 il testimonial del convegno di &#8220;Repubblica&#8221; per fare il punto sui dieci anni dell\u00b4edizione di Palermo che si terr\u00e0 marted\u00ec 20 novembre al teatro Biondo. &#8220;Dalla Sicilia al mondo, il viaggio della cultura&#8221;, \u00e8 il tema su cui si confronteranno i personaggi dell\u00b4arte, della letteratura e dello spettacolo isolani. Con l\u00b4intervista a Consolo diamo il via al dibattito.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Consolo, c\u00b4\u00e8 oggi una letteratura siciliana?<\/strong><br \/>\n\u00abNo. Non esistono pi\u00f9 letterature radicate in uno specifico territorio. N\u00e9 del Nord n\u00e9 del Sud. La globalizzazione ha omologato tutto. Funzionano solo i modelli che detta il mercato a cui tutti ormai sembrano asserviti. Sono i potentati editoriali o della distribuzione che hanno il monopolio dell\u00b4offerta e quindi decidono i temi da consumare. Basta entrare in una qualsiasi libreria per provare un giramento di testa di fronte a quelle pile di libri, moltissimi cloni negli argomenti e nel linguaggio\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Quali sono i generi pi\u00f9 frequentati dagli scrittori?<\/strong><br \/>\n\u00abGialli, polizieschi che dir si voglia, intimismo, sesso, storia addomesticata, maghi e maghetti e fantasy vari\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Quindi ci sta dicendo che la Sicilia \u00e8 stritolata da questo meccanismo?<\/strong><br \/>\n\u00abSicuramente. Ormai quel che conta \u00e8 apparire. In Sicilia e altrove. Non sembrano pi\u00f9 esserci margini per una narrativa che esplori in lungo, in largo e in profondit\u00e0, un\u00b4area circoscritta, per capire e non per mettere insieme una trama da fiction finalizzata a fare cassetta. Ed \u00e8 il numero a determinare la qualit\u00e0\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>In una delle sue ultime interviste, il poeta Mario Luzi ci disse che la letteratura del Novecento sarebbe povera cosa senza gli autori siciliani. Dopo tanta grandeur dobbiamo ora rassegnarci a una marginalit\u00e0 senza futuro?<\/strong><br \/>\n\u00abLa crisi \u00e8 iniziata negli anni Settanta del secolo scorso, quando \u00e8 diventata visibile quella mutazione antropologica teorizzata da Pasolini. Il nostro Paese si modernizzava velocemente, subendo per\u00f2 modelli importati dall\u00b4esterno. Da qui un asservimento culturale, linguistico, negli usi, nei costumi e nei consumi. Oggi ogni luogo \u00e8 per molti versi intercambiabile con ogni altro. Quindi, la letteratura perde quella capacit\u00e0 di esplorazione, di introspezione di un contesto unico. Da qui la perdita di ogni forza espressiva e di ogni verit\u00e0 storica\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Molti dicono che il &#8220;noir&#8221;, abbastanza praticato nell\u00b4Isola, ha suonato a morte le campane della narrativa. Cosa ne pensa?<\/strong><br \/>\n\u00abCon Sciascia ho discusso parecchie volte di questo argomento. Io sostenevo che il &#8220;noir&#8221; fosse il genere pi\u00f9 conservativo, perch\u00e9 con la sua filosofia consolatoria forniva un grosso sostegno alle societ\u00e0 capitalistiche\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Si spieghi.<\/strong><br \/>\n\u00abQual \u00e8 lo schema che seguono Agatha Cristhie, Rex Stout e altri? C\u00b4\u00e8 un assassinio, poi un\u00b4indagine caratterizzata da colpi di scena, alla fine la scoperta del colpevole. Con la condanna tutto torna al suo posto. Il corpo sociale resta protetto e quel mondo continua a essere, citando Voltaire, il migliore dei mondi possibili. Le magagne della societ\u00e0 restano ben nascoste. Con Sciascia questo teorema viene completamente rovesciato: con lui &#8211; vedi &#8220;Il giorno della civetta&#8221;, &#8220;A ciascuno il suo&#8221;, ma anche gli ultimi suoi &#8220;gialli&#8221; &#8211; c\u00b4\u00e8 il morto, c\u00b4\u00e8 un\u00b4indagine, ma non si arriva mai alla verit\u00e0. Perch\u00e9 cos\u00ec succede nella realt\u00e0. Mafia e politica al potere riescono ad occultare ogni verit\u00e0. Ed \u00e8 quello che \u00e8 accaduto nell\u00b4ultimo secolo nel nostro Paese. Sciascia, che viveva in una realt\u00e0 permeata dallo strapotere mafioso, ricorreva all\u00b4espediente del giallo per denunciare queste commistioni e l\u00b4eterna mancanza di verit\u00e0\u00bb.<br \/>\n<strong>Sciascia per\u00f2 amava il poliziesco tout court a prescindere da ogni valenza politica e sociologica. Come lo spiega?<br \/>\n<\/strong>\u00abLeonardo era uno scrittore razionale e quindi era portato ad apprezzare le dinamiche logiche della dialettica poliziesca. Il fatto che mi consideri un allievo di Sciascia, non significa essere per\u00f2 d\u00b4accordo con lui su tutto. Un critico russo, Victor Slowsky, ha sostenuto che la storia della letteratura \u00e8 una storia di parricidi. Quasi sempre c\u00b4\u00e8 un rovesciamento dell\u00b4assunto del padre da parte dei figli. Parricidi sono stati, ad esempio De Roberto nei confronti del suo maestro Verga, Pirandello per De Roberto e io per Sciascia. E lui stesso nella prefazione de &#8220;Il sorriso dell\u00b4ignoto marinaio&#8221; rimarca questo parricidio. La devozione a Leonardo non mi ha impedito di cercare una mia verit\u00e0\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Parricida in che modo? Sui contenuti, sul linguaggio?<\/strong><br \/>\n\u00abSui contenuti condivido tutto di Sciascia. A cominciare dalla sua capacit\u00e0 di leggere le cose del passato, facendone metafora della contemporaneit\u00e0. Sul linguaggio, invece, lui e altri grandi scrittori degli anni Sessanta, penso a Calvino, Moravia, Elsa Morante, continuavano sul solco di una pulizia linguistica che partiva da Manzoni. Un gruppo di giovani, io, Luigi Meneghello e Lucio Mastronardi, allora abbiamo ritenuto che la mutazione in atto della societ\u00e0, anche linguistica, abbisognava di un nuovo idioma per poterla raccontare. \u00c8 nato sotto questi auspici il mio primo libro &#8220;La ferita dell\u00b4aprile&#8221; nel 1963. Una ricerca che poi ha trovato pi\u00f9 consistenza nel &#8220;Sorriso&#8221;\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Figli o nipotini di Gadda e di Pasolini?<\/strong><br \/>\n\u00abNo. I due grandi autori muovevano da Manzoni per ritornare al dialetto. Io invece partivo, e parto ancora, dalla profondit\u00e0 del nostro lessico per approdare alla lingua nazionale. Col siciliano convivono tante lingue &#8220;sepolte&#8221;, quelle delle varie dominazioni che si sono succedute. E allora io ne dissotterravo, e ne dissotterro, frammenti &#8211; di greco, spagnolo, arabo &#8211; per tradurli in italiano, ritrovando cos\u00ec grande vigore espressivo\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In questi giorni si parla molto de &#8220;I vicer\u00e8&#8221; di Federico De Roberto, riletti per il cinema dal regista Roberto Faenza. Sciascia, contravvenendo alla scomunica di Benedetto Croce, scrisse che era il romanzo pi\u00f9 importante di tutta la letteratura dopo &#8220;I promessi sposi&#8221;. \u00c8 d\u00b4accordo?<br \/>\n\u00abCompletamente. \u00c8 un grande romanzo che ci racconta le utopie e le disillusioni dell\u00b4Unit\u00e0, le stesse che contraddistinsero il Risorgimento. Ma in quel momento storico &#8211; &#8220;I vicer\u00e8&#8221; usc\u00ec nel 1894, l\u00b4anno della feroce repressione dei Fasci dei lavoratori &#8211; De Roberto era scomodo. Anche gli altri suoi libri &#8220;L\u00b4illusione&#8221; e &#8220;L\u00b4imperio&#8221; erano fuori dalle poetiche del tempo, seppure specchio di quella societ\u00e0. Non dimentichiamo che eravamo in pieno dominio del decadentismo dannunziano, per cui bisognava parlare dei trionfi e non dei fallimenti\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Anche il &#8220;Gattopardo&#8221; racconta il fallimento di quella rivoluzione annunciata da Garibaldi. Ma lei su questo capolavoro da sempre esprime riserve. Dove \u00e8 la differenza con &#8220;I vicer\u00e8&#8221;?<br \/>\n\u00abGiuseppe Tomasi di Lampedusa, che aveva un conto in sospeso con De Roberto, spietato con la nobilt\u00e0 del tempo, ci propone una sua visione meccanicistica e pessimistica della storia, a suo dire incapace di registrare cambiamenti. In realt\u00e0 lui nel &#8220;Gattopardo&#8221; non fa altro che assolvere la classe nobiliare di cui fa parte. Quando dice che ai gattopardi succederanno le iene e gli sciacalli, dimentica di aggiungere che quelle iene e quegli sciacalli li hanno allevati loro, gli aristocratici, ricevendone in cambio le risorse per continuare a fare la bella vita. Loro hanno creato i Sed\u00e0ra. Loro hanno armato la mafia nei loro feudi. Non si pu\u00f2 autoassolversi cos\u00ec come se non ci fossero responsabilit\u00e0\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00c8 una lettura ideologica che forse non rende giustizia alla grandezza del romanzo. Lo stesso errore che ha fatto Vittorini bocciandolo. O no?<br \/>\n\u00abMettiamo i puntini sulle &#8220;i&#8221;. &#8220;Il Gattopardo&#8221; \u00e8 un grandissimo romanzo scritto da un uomo sapientissimo, ma esprime un punto di vista che ritengo inaccettabile. In quanto a Vittorini, ha portato addosso una croce che non si meritava. Le cose sono andate cos\u00ec: Fausto Flaccovio gli ha mandato il romanzo. Vittorini pensando che glielo segnalasse per i suoi &#8220;Gettoni&#8221; Einaudi, e ritenendolo inadatto per quella collana sperimentale, lo ha inviato alla Mondadori segnalandolo per la &#8220;Medusa&#8221;, una &#8220;contenitore&#8221; pi\u00f9 congeniale. L\u00ec, il solito burocrate non capendo la qualit\u00e0 del manoscritto, lo ha rimandato indietro. Me lo hanno raccontato i due collaboratori di Vittorini testimoni del tempo. Ma la verit\u00e0 come sempre fatica a farsi strada\u00bb.<\/p>\n<div class=\"data\" style=\"text-align: justify;\">da Repubblica del 16 novembre 2007<\/div>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>L&#8217;INTERVISTA Consolo &#8220;Le ombre della nostra cultura&#8221; Vincenzo Consolo Il suo viaggio di ritorno in Sicilia \u00e8 iniziato nello stesso momento in cui \u00e8 partito da Sant\u00b4Agata di Militello, sulla spinta di quella verghiana \u00abfantasia dell\u00b4ignoto\u00bb. 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