{"id":1481,"date":"2004-02-18T06:55:30","date_gmt":"2004-02-18T06:55:30","guid":{"rendered":"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=1481"},"modified":"2017-04-19T07:15:14","modified_gmt":"2017-04-19T07:15:14","slug":"colloqui-vincenzo-consolo-e-la-scrittura","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=1481","title":{"rendered":"Colloqui Vincenzo Consolo e la scrittura"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\">*<br \/>\nColloqui VINCENZO CONSOLO E LA SCRITTURA:<br \/>\nVOCAZIONE E MESTIERE<\/p>\n<p>Una ricca e amichevole conversazione con l\u2019importante scrittore siciliano morto nel 2012 a quasi 79 anni. Il dialogo, svoltosi nella sua casa di Milano nel 2004, il giorno del suo 71mo compleanno, tocca i nodi fondanti del suo lavoro letterario: a partire dalla sua scelta di un linguaggio espressionistico, stratificato e sperimentale, che determina la rivendicazione di una narrazione moderna molto diversa dalle forme del romanzo tradizionale, ottocentesco. Nei suoi tanti libri c\u2019\u00e8 spesso la riflessione storica e la costante sensibilit\u00e0 verso i problemi del tempo presente.<br \/>\n<a href=\"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2015\/09\/00433229_b.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone size-medium wp-image-479\" src=\"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2015\/09\/00433229_b-192x300.jpg\" alt=\"00433229_b\" width=\"192\" height=\"300\" srcset=\"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2015\/09\/00433229_b-192x300.jpg 192w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2015\/09\/00433229_b.jpg 200w\" sizes=\"(max-width: 192px) 100vw, 192px\" \/><\/a><br \/>\ndi Maria Jatosti Mattina di febbraio. Una corsa in taxi dentro una Milano quieta, larga, ottocentesca: stradoni, viali, slarghi, palazzi borghesi, opulenti, balconi floreali. Il tassista ascolta Radio Popolare, \u00e8 comunista. Parliamo della guerra in Irak, dell\u2019America di Bush e ci troviamo d\u2019accordo su tutto. Sono arrivata. Un portone imponente, lustro e massiccio, un bel cortile, una casa grande, soffitti alti, finestroni alla francese, tendaggi, poltrone comode, silenzio. Vincenzo Consolo, ignoto marinaio sorridente, \u00e8 seduto davanti a me, curioso, acuto, ironico. Cominciamo. \u00a02004 In uno dei tuoi libri, L\u2019olivo e l\u2019olivastro, dici: \u201cScrivere \u00e8 una lotta non solo con la realt\u00e0, ma con me stesso. Ma scrivere \u00e8 la mia vocazione, il mio mestiere\u201d. Possiamo partire da qui, dal tuo altissimo artigianato della scrittura, da questa grande, complessa, ininterrotta avventura, che \u00e8 immersione nel passato, nella memoria, stratificazione di culture e civilt\u00e0. Il sorriso dell\u2019ignoto marinaio, nel \u201976, fu per me una fascinazione&#8230; Nel tuo scrivere totale, metaforico, nella tua lingua, c\u2019\u00e8 dentro tutto: l\u2019antico, il classico, la storia, il quotidiano, il popolare, ma non dialettale&#8230; Vedi, Maria, il dialetto si forma dai sedimenti linguistici che hanno lasciato le varie dominazioni. Quello che io faccio, con una tecnica un po\u2019 da archeologo dilettante, \u00e8 disseppellire la lingua che sta sotto il dialetto, scavare nei giacimenti linguistici siciliani e immettere le parole anche arcaiche, auliche, che hanno un significato e un significante, che possiedono cio\u00e8 una loro bellezza anche sonora, e che ti dicono molto di pi\u00f9 del vocabolo italiano, perch\u00e9 nascono da una matrice antica, vengono da parole greche, latine, arabe, spagnole, eccetera. Dopo di che, innesto e organizzo la frase in senso fonico, ritmico, insomma cerco di raschiare sotto la crosta per recuperare le radici linguistiche e far capire \u2013 poich\u00e9 la letteratura \u00e8 memoria \u2013 da dove veniamo, come si sono formati i nostri linguaggi, le nostre lingue, eccetera. Nel mio caso si \u00e8 parlato spesso, con molta superficialit\u00e0, di dialetto. Ma il mio non \u00e8 dialetto. Lo dico con lo stesso furore, la stessa forza con cui lo diceva Verga. Verga, che \u00e8 arrivato alla perfezione dei Malavoglia, aborriva il dialetto ed era in polemica con Capuana, che invece lo frequentava. Quella di Verga \u00e8 un\u2019operazione linguistico-stilistica che consiste nell\u2019aver abbassato il codice centrale, toscano, al livello del modo di pensare e di essere del popolo, cio\u00e8 dei pescatori e dei contadini siciliani. Pasolini lo chiama \u201cun italiano irradiato di dialettalit\u00e0\u201d. Non \u00e8 un gioco estetico, il mio, ma etico direi, e politico. Un\u2019operazione sperimentale complessa, di grande impegno e difficolt\u00e0\u2026 Infatti \u00e8 una strada ardua, ma ho capito che per me era l\u2019unica possibile. Ti dico, Maria, che ho fatto questa scelta con la consapevolezza di essere uno che veniva dopo grandi scrittori di una generazione precedente. Parlo di Moravia, di Calvino, di Sciascia, tutti autori che avevano scelto la cifra comunicativa, illuministica, razionalistica. Appena ho cominciato a scrivere mi sono reso conto che non potevo adottare lo stesso registro stilistico. Avendo vissuto il fascismo, la guerra, quegli scrittori avevano nutrito la speranza che, abbattuto il regime, tornata la pace, con l\u2019avvento della democrazia si potesse formare una societ\u00e0 armonica con la quale comunicare, come avveniva in Francia. Questo pensavo allora. Ma, nel \u201963, quando ho pubblicato il mio primo libro, queste speranze erano gi\u00e0 cadute. Il sogno di una societ\u00e0 armonica con la quale comunicare era crollato, quindi ho adottato un mio modulo espressivo che fatalmente mi metteva in quella linea di sperimentatori che nella letteratura moderna parte da Verga e arriva fino a Gadda, a Pasolini. Questa \u00e8 stata la mia scelta\u2026 \u2026 che hai perseguito tenacemente, senza cedimenti\u2026 Ma parlavi di senso etico, politico. Vogliamo chiarire meglio questo concetto? Vedi, al contrario della maggior parte degli scrittori contemporanei, io non scelgo mai dei temi assoluti, esistenziali o metafisici: i miei sono sempre temi relativi, storici e sociali. Attraverso la scrittura letteraria ho assunto, diciamo cos\u00ec, una funzione di critica nei confronti dei responsabili del malessere sociale. Io credo che l\u2019esistenza sia penosa, anche se sono felicissimo di essere e di essere stato in questo mondo. Pensa a tutti quelli che non sono stati, che sono morti bambini. \u00c8 straordinario! Per\u00f2 vivere \u00e8 arduo, noi siamo creature fragili, sentiamo il senso della morte, il senso della nostra fragilit\u00e0. Leopardi dice che il dolore dell\u2019esistere si pu\u00f2 mitigare, che la societ\u00e0 pu\u00f2 mitigarlo, 4 ma quando la possibilit\u00e0 di rendere meno penosa, pi\u00f9 armonica, la vita dell\u2019uomo viene tradita dai responsabili, allora chi scrive deve fare i conti con questo, e scrivere diventa dunque un\u2019azione politica. Per questo parlo di senso etico e politico. Quando scriviamo un libro, quello che generalmente intendiamo per romanzo, noi perseguiamo un\u2019utopia di armonia ma rappresentiamo la dis-armonia. Il contrario di utopia credo sia dis-topia\u2026 \u00c8 da questa concezione, o meglio convinzione, che nasce la tua lingua ricca, densa, unica; la tua narrazione metaforica cos\u00ec piena di riferimenti che diventa a volte difficile coglierli tutti. Penso a L\u2019olivo e l\u2019olivastro\u2026 In quel libro ho eliminato completamente la finzione del romanzo. \u00c8 un po\u2019 un viaggio nella realt\u00e0, prendendo come cifra l\u2019Odissea, l\u2019Ulisse, l\u2019eterno Ulisse. Per me \u2013 proprio in questo tempo di superficialit\u00e0 dovuta all\u2019esplosione, alla rivoluzione dei mezzi di comunicazione di massa \u2013 la scrittura, il testo letterario, \u00e8 ipertesto, nel senso di cercare di scrivere \u2013 appunto perch\u00e9, ribadisco, la letteratura \u00e8 memoria \u2013 su altre scritture e quindi di rimandare continuamente in modo implicito o anche esplicito ad altri esempi letterari. \u00c8 ci\u00f2 che determina una scrittura stratificata, nella quale spero ci sia anche un ritmo\u2026 \u2026 una musicalit\u00e0 interna, poetica. I tuoi libri, tu non ami definirli romanzi. S\u00ec. Ci tengo a dire che non ho mai scritto romanzi. Il romanzo credo che non si possa pi\u00f9 scrivere. I romanzi li scrivevano fino al Novecento quelli che avevano sperato in una societ\u00e0 nuova. Oggi l\u2019autore non sa pi\u00f9 a chi si rivolge, chi \u00e8 il suo referente. Io credo si sia rotto il rapporto tra testo letterario e contesto situazionale. In questa civilt\u00e0 di massa, lo scrittore scrive un po\u2019 come il poeta. \u00c8 vero, la mia scrittura tende verso la forma poetica, nel senso che il dialogo diventa monologo. Per questo i miei libri non li chiamo romanzi, ma narrazioni. Nel saggio su Nicolaj Leskov, contenuto in Angelus novus, Walter Benjamin fa distinzione fra romanzo e narrazione: la narrazione rimanda alle narrazioni antiche, orali, quelle che, appunto per ragioni mnemoniche, eliminavano tutti gli scogli della frase\u2026 Io ho adottato questo stile chiamiamolo post moderno, abolendo tutto quanto facevano gli autori una volta, come, per esempio, sulla scia di Manzoni, interrompere il racconto per introdurre una riflessione filosofica. Questo non si pu\u00f2 pi\u00f9 fare perch\u00e9 \u00e8 venuto meno il dialogo con il lettore. Quasi sempre, se nei miei libri interrompo ogni tanto la narrazione, \u00e8 per inserire una parte corale, diciamo un canto, cio\u00e8 una sorta di digressione, di commento, o di lamento, rispetto all\u2019azione che sto narrando. Nella sua storia della tragedia, parlando del passaggio da Eschilo e Sofocle alla tragedia moderna, Nietzsche afferma che con Euripide c\u2019\u00e8 l\u2019irruzione dello spirito socratico, cio\u00e8 della filosofia. Milan Kundera teorizza l\u2019irruzione della filosofia, dello spirito socratico nel romanzo. Il romanzo, secondo Kundera, deve essere anche saggio. Infatti nei suoi libri lui inserisce sempre delle parti filosofiche, riflessive. Ma io non sono d\u2019accordo, io sostengo che oggi questo non \u00e8 pi\u00f9 possibile. Non c\u2019\u00e8 pi\u00f9 da ragionare\u2026 Per me nella scrittura devono esserci, come nella tragedia antica, l\u2019azione scenica e il coro, non lo spirito socratico. Semmai la riflessione storica. La storia \u00e8 spesso centrale nei tuoi libri: il Risorgimento, il fascismo\u2026 \u00a0S\u00ec, la riflessione storica portata dalla metafora. Io tratto temi storici, ma non a caso. Io non parlo degli egizi, io parlo di eventi della nostra storia, del nostro passato per rappresentare il presente. Per questo ho scelto dei momenti cruciali. Ad esempio, nel \u201992, quando ho capito che in Italia stava avvenendo qualcosa di sinistro \u2013 non di sinistra, purtroppo \u2013 con Nottetempo, casa per casa ho voluto raccontare la nascita del fascismo, poi, nel \u201998, con Lo spasimo di Palermo, la terribilit\u00e0 della lotta alla mafia, il sacrificio dei magistrati\u2026 Tra La ferita dell\u2019aprile, uscito nel \u201963 in una collana sperimentale mondadoriana, e Il sorriso dell\u2019ignoto marinaio corrono pi\u00f9 di una decina d\u2019anni, tredici, per la precisione. Com\u2019era la tua vita in quegli anni? Dove ti trovavi, cosa facevi? Quella lunga interruzione coincide con il trasferimento a Milano. Perch\u00e9 Milano? Perch\u00e9 Milano era la citt\u00e0 dove c\u2019erano Vittorini, Quasimodo, la citt\u00e0 dov\u2019era stato Verga: avevo questa mitologia letteraria. Ma c\u2019era gi\u00e0 stata una prima stagione milanese. Nel \u201952, al tempo dell\u2019Universit\u00e0, la mia famiglia aveva deciso di mandarmi a studiare altrove; in principio io pensavo alla Normale di Pisa, ma poi ho optato per Milano. Volevo comunque uscire dalla Sicilia, conoscere quell\u2019\u201caltrove\u201d, che per me era rappresentato da Milano. Allora a Milano c\u2019era molta domanda di lavoro e, finita l\u2019Universit\u00e0, con la mia laurea in legge in tasca, ricevetti diverse proposte. Ma io volevo fare lo scrittore, non mi interessava legarmi in qualche modo al mondo dei legulei, cos\u00ec me ne tornai in Sicilia dove sono rimasto fino al \u201968 e dove scelsi di insegnare nelle scuole agrarie. Mi affascinava il mondo contadino. I miei riferimenti erano da una parte Vittorini e dall\u2019altra Carlo Levi: \u00a0Cristo s\u2019\u00e8 fermato a Eboli e Le parole sono pietre; poi c\u2019era la cifra di Danilo Dolci e Sciascia aveva gi\u00e0 scritto Le parrocchie di Regalpietra. Tutto questo mi aveva influenzato e determinato: volevo provare a scrivere in quella linea storico-sociologica, ma la mia era una scrittura prettamente letteraria e cos\u00ec le intenzioni andavano da una parte e la scrittura da un\u2019altra. Infatti scrissi La ferita dell\u2019aprile che con il mondo contadino non aveva proprio niente da spartire. Com\u2019 \u00e8 avvenuta la pubblicazione del tuo primo libro? L\u2019esperienza di Vittorini e dei \u201cgettoni\u201d einaudiani si era conclusa e da Mondadori Vittorio Sereni dirigeva insieme a Niccol\u00f2 Gallo una collana di ricerca che si chiamava \u201cIl tornasole\u201d. Mandai il dattiloscritto e dopo due anni ricevetti un telegramma. Mi convocarono a Milano. E da l\u00ec \u00e8 cominciato tutto. Elio Vittorini e Vittorio Sereni A parte quella che, implicitamente e esplicitamente, \u00e8 dentro la tua scrittura, che posto ha la poesia nella tua vita, nella tua formazione? Hai mai scritto poesie? Mi sono nutrito di poeti, ma ho troppo rispetto per la poesia e so di essere un narratore a tutti gli effetti. Naturalmente la conosco e l\u2019ho frequentata, sia quella italiana che quella straniera&#8230; Chi degli stranieri ami in particolare? A prescindere dai francesi, Baudelaire, eccetera, il mio poeta in assoluto, quello che mi ha sempre affascinato, \u00e8 Eliot. \u00a0Non avevo dubbi. Il titolo del tuo primo libro \u00e8 quasi una citazione. S\u00ec, La ferita dell\u2019aprile \u00e8 praticamente ricalcato sulla famosa frase \u201cAprile \u00e8 il pi\u00f9 crudele dei mesi\u201d&#8230; Per me aprile significa adolescenza e quello \u00e8 il libro dell\u2019adolescenza, la mia e l\u2019ennesima adolescenza della Sicilia, con la ricostituzione dei partiti, le prime votazioni, le prime lotte, la strage di Portella della Ginestra\u2026 E poi le elezioni del \u201948 con la vittoria della Democrazia cristiana&#8230; &#8230; la grande illusione del Fronte popolare&#8230; Il Blocco del Popolo, gi\u00e0. Negli anni Sessanta, come ti dicevo, insegnavo negli istituti agrari perch\u00e9 volevo raccontare il mondo contadino, ma mi rendevo conto che quelle scuole erano diventate una specie di inganno. Ho vissuto il tempo della grande emigrazione meridionale, lo spopolamento dei nostri paesi. I padri dei ragazzi che venivano a scuola da me erano emigrati e sapevo che i figli avrebbero seguito la stessa strada, allora facevo di tutto perch\u00e9 rimanessero in Sicilia, consigliando loro di abbracciare mestieri che gli avrebbero permesso di restare nella loro terra. Alcuni mi hanno dato retta&#8230; Intanto frequentavo Sciascia, e lui mi diceva: \u201cCosa ci fai qui? se fossi nelle tue condizioni: scapolo, giovane, io farei la valigia e me ne andrei\u201d. Un giorno mi disse questa frase lapidaria: \u201cQui non c\u2019\u00e8 pi\u00f9 speranza\u201d. Purtroppo aveva ragione. Eravamo sotto il dominio spudorato della Democrazia cristiana. Io avevo gi\u00e0 pubblicato il mio primo libro e per me si trattava o di stare con il potere democristiano mafioso oppure di essere emarginato. Allora ho seguito il consiglio di Sciascia e, nel \u201968, ho fatto le valigie e sono partito per Milano. Anche perch\u00e9 in quegli anni era qui che bisognava stare per cambiare il mondo&#8230; Hai ragione, erano gli anni della Grande Speranza. Milano per me era l\u2019antitesi della Sicilia. La citt\u00e0 dove c\u2019era stata la rivoluzione industriale, di tradizione socialista turatiana, con una equit\u00e0 sociale\u2026 Ma quando sono arrivato mi sono trovato di fronte un luogo diverso, che non riconoscevo pi\u00f9. Quella che avevo visto da studente era una Milano ancora di tipo portiano, con addosso le ferite della guerra, ma con una memoria popolare ancora autentica, viva. Le speranze si sono riaccese poi, nel \u201968: i conflitti sociali, gli scioperi&#8230; Per me Milano in quegli anni era una realt\u00e0 da studiare e da capire&#8230; E intanto scrivere. Cos\u00ec cominciai a collaborare a dei giornali tra cui \u00abIl Tempo illustrato\u00bb, un settimanale molto bello, diretto da Nicola Cattedra. Lo ricordo bene. Ci scrivevano Bocca, Pasolini, Bianciardi&#8230; La critica letteraria la faceva Giancarlo Vigorelli\u2026 \u00c8 vero. Mi mandarono subito a fare un\u2019inchiesta sui cavatori di pomice di Lipari. Fu una grande esperienza\u2026 Dalla Sicilia m\u2019ero portato dietro tante idee\u2026 Se ti ricordi, nel Sessanta, con la celebrazione del centenario dell\u2019unit\u00e0 d\u2019Italia, c\u2019era stata una revisione critica del Risorgimento, per cercare di liberarlo da tutta l\u2019oleografia romantica, e, di conseguenza, la rilettura di Gramsci, di Salvemini&#8230; Ma poi, nel \u201968, fu rimesso tutto in discussione. Allora Vittorini, Calvino invitavano i giovani intellettuali a inurbarsi per studiare la trasformazione della societ\u00e0 italiana, il neocapitalismo\u2026 Tutte queste idee, tutti questi elementi, le lotte contadine, eccetera, mi hanno portato a scrivere Il sorriso dell\u2019ignoto marinaio. \u00a0Ma a Milano, a parte la scrittura, le collaborazioni giornalistiche, come vivevi? Per chi lavoravi? Mi vergogno a dirlo, ma ti risponder\u00f2 come feci una volta con Malerba, il quale mi chiedeva che mestiere facessi: \u201cLavoro in una fabbrica d\u2019armi\u201d, gli dissi. Intendevo la Rai, che credimi era peggio di una fabbrica d\u2019armi. Come c\u2019eri finito? E com\u2019era lavorare per la televisione? La televisione di allora, a confronto con quella di adesso, era un\u2019altra cosa, c\u2019erano persone di cultura. Il direttore era Angelo Roman\u00f2. Ci finii partecipando a un concorso per funzionario programmista. In commissione c\u2019erano Giorgio Strehler, Paolo Grassi, Leone Piccioni&#8230; Io avevo gi\u00e0 pubblicato e, inoltre, conoscevo bene la storia del teatro, del cinema&#8230; Arrivammo in cinque: un bassettiano, che poi divent\u00f2 direttore generale della Rai, un nipote di Pasquale Saraceno, un altro che veniva dall\u2019Universit\u00e0 cattolica, e per finire il figlio di un eroe della Resistenza. E poi c\u2019ero io, senza nessuna protezione. Mi venne affidata una rubrica di libri, \u201cTuttolibri\u201d si chiamava. Io la curavo dall\u2019interno e Nascimbeni la presentava. Comunque, ho avuto parecchie storie e alla fine sono stato emarginato; cos\u00ec, dopo una breve carriera al livello pi\u00f9 basso, me ne sono andato. Esaurita l\u2019esperienza Rai sono diventato consulente della Einaudi. I torinesi mi volevano come redattore, mi avevano gi\u00e0 sistemato in un residence in attesa di trovarmi casa. Ci ho provato&#8230; C\u2019era questa torre d\u2019avorio della realt\u00e0 einaudiana e tutt\u2019intorno&#8230; Be\u2019, insomma, in capo a una settimana non ce la facevo pi\u00f9: ho fatto la valigia e sono scappato, nonostante le insistenze di Giulio (Einaudi n.d.r.) che mi inseguiva al telefono. Alla fine il rapporto si trasform\u00f2 in una collaborazione esterna e ogni settimana andavo a Torino per delle riunioni&#8230; Ma vivevo e abitavo a Milano. Dove hai sposato una ragazza milanese. Lombarda. Caterina \u00e8 di Bergamo. Io ero il solito emigrato con la valigia di cartone&#8230; La tua vita sentimentale non \u00e8 stata particolarmente avventurosa, pare&#8230; No, mi considero nella norma&#8230; Esiste una norma? Lasciamo stare, parliamo della parentesi romana. A Roma ci sono stato un anno, per la Rai. Abitavo al residence di via di Ripetta. Dovevo scrivere una sceneggiatura per Marco Bellocchio. Si trattava di una vita di Pascoli, ma dopo la prima puntata Marco, che era tutto preso da altri progetti suoi, si disamor\u00f2 e non se ne fece pi\u00f9 nulla. La sceneggiatura \u00e8 rimasta l\u00ec. Mi dispiacque perch\u00e9 era interessante. Il lavoro riguardava la parte pubblica pi\u00f9 bella di Pascoli, prima della svolta familistica, la vicenda bolognese, di quando va a finire in prigione, di quando aveva aiutato Andrea Costa a scappare assieme ai compagni, eccetera&#8230; Ma Bellocchio non ebbe pi\u00f9 voglia di farlo&#8230; Peccato. A Roma chi frequentavi? Ero molto amico di Vincenzo Cerami, vedevo spesso Moravia&#8230; Pasolini era gi\u00e0 morto. Lui l\u2019avevo conosciuto prima, in Sicilia, a un premio letterario, il Brancati, dove c\u2019erano anche Moravia, Sciascia, Bufalino&#8230; E Brancati l\u2019hai conosciuto? No. Mi ricordo benissimo quando \u00e8 morto, a Torino, in quel modo orrendo, cos\u00ec brancatiano. Quest\u2019uomo si portava dentro i polmoni il feto di un fratello gemello&#8230; Una fine barocca, letteraria, che sembra inventata da lui&#8230; Grande scrittore, Brancati. Le sue lettere alla Proclemer ricordano quelle di Pirandello a Marta Abba. Sono strazianti. Pirandello era innamoratissimo della Abba, ma lei pensava soltanto al lavoro, al teatro, al successo. Attraverso Pirandello voleva arrivare in America, al cinema&#8230; Vagheggiava di diventare la nuova Greta Garbo\u2026 \u00a0I luoghi dell\u2019anima: \u201cLa mia isola \u00e8 Las Vegas\u201d Torniamo alla Sicilia. La \u201ctua\u201d Sicilia. Luogo mitico, dell\u2019anima, del sogno\u2026 S\u00ec, la sogno. So che quando ci si allontana dalla sfera della memoria, il ritorno diventa impossibile: si \u00e8 condannati per il resto della vita all\u2019eterna erranza. In realt\u00e0, io non mi sento pi\u00f9 di appartenere a questo luogo idealizzato. Raggiungere il centro ideale, la \u201cpatria immaginaria\u201d, che poteva essere Roma o Firenze o Milano \u00e8 stato il mito di tanti letterati siciliani. Per molti di noi, che eravamo ai margini, in un confine storico e anche linguistico, era facile identificare, idealizzare, il \u201ccentro\u201d in vari luoghi, ma poi ti accorgi che la patria scelta nella realt\u00e0 \u00e8 sempre diversa da quello che hai immaginato e subentra la delusione. Intanto la terra che hai lasciato si trasforma; d\u2019altra parte, niente rimane fermo. Non voglio cadere nella mitizzazione del luogo abbandonato, ma, per riprendere la metafora de L\u2019olivo e l\u2019olivastro, Itaca non \u00e8 pi\u00f9 raggiungibile, perch\u00e9 mentre tu sei via \u2013 mentre Ulisse era via \u2013 \u00e8 stata conquistata dai Proci e tu non puoi pi\u00f9 approdare nella terra che hai lasciato, nella terra della memoria. Non c\u2019\u00e8 pi\u00f9 la ricomposizione dello squarcio\u2026 Se non si pu\u00f2 n\u00e9 stare n\u00e9 tornare, qual \u00e8 la speranza? Che cosa deve accadere? Io non sono pessimista. Io credo che nella storia ci siano momenti di involuzione e poi grandi momenti di apertura e di crescita. Senza retorica, io spero molto nella immigrazione dal terzo mondo, gente che viene qui a portarci qualcosa di vitale, di nuovo, di diverso, di pi\u00f9 umano. Io ci spero. La storia della civilt\u00e0 \u00e8 fatta di incroci, di spostamenti\u2026 La Sicilia \u00e8 il simbolo massimo di questi arricchimenti reciproci\u2026 Per esempio, i Normanni sono stati conquistatori intelligenti: loro non hanno cancellato, come spesso fanno i dominatori, i resti della civilt\u00e0 arabo-musulmana. L\u2019hanno lasciata e l\u2019hanno adottata. Sotto i Normanni a Palermo c\u2019erano trecento moschee, chiese cristiane del 11 rito greco e del rito latino, sinagoghe: erano diversit\u00e0 che coesistevano e competevano in grande armonia, nel reciproco scambio, nel rispetto dell\u2019altro, del diverso da te\u2026 Questi sono momenti alti della civilt\u00e0, che creano armonia\u2026 \u2026 un\u2019armonia che in Sicilia, a Palermo, nonostante tutto, si percepisce fisicamente, si sente nella lingua, nei nomi, nell\u2019arte, nell\u2019architettura; si respira nell\u2019aria, nei suoi odori\u2026 Ma tutta questa armonia che fine ha fatto? \u00c8 stata distrutta dalla nostra civilt\u00e0. \u00c8 finita con la dominazione spagnola, con l\u2019Inquisizione. Quello \u00e8 stato un momento di frattura tra le culture. \u00c8 sparita con le guerre corsare, con le lotte fra le due religioni: musulmana e cattolica\u2026 Oggi viviamo veramente in un\u2019epoca di teocrazie\u2026 E quando le religioni diventano potere\u2026 Gi\u00e0. E gli Ebrei? Gli Ebrei in Sicilia sono stati cacciati come in Spagna, nel 1492. Sono venuti al Nord, in Toscana soprattutto, dove c\u2019erano i Medici che erano molto aperti. Devi sapere, cara Maria, che io, con il mio cognome, devo essere un marrano, cio\u00e8 un ebreo convertito. Qui al Nord tutti i Consolo sono ebrei. A Milano, Segre, Fortini mi chiedevano se ero ebreo. Il fatto \u00e8 che il mio cognome viene da \u201cconsole\u201d, la carica elettiva della corporazione di arti e mestieri. Si eleggevano tre consoli e poi la carica diventava nome. Ora, la corporazione arti e mestieri l\u2019avevano in mano gli ebrei, ed \u00e8 successo che mentre quelli cacciati hanno mantenuto la loro cultura, la loro religione, quelli rimasti sono stati costretti a convertirsi. Morale della favola, credo proprio di essere un marrano. Questa storia ho cercato di rappresentarla in Nottetempo, casa per casa il cui protagonista si chiama Marano, che viene da Marrano, un cognome molto comune\u2026 Nella nostra lingua e nella tradizione popolare il termine \u201cmarrano\u201d ha un significato, una connotazione negativi. S\u00ec, appunto: vile marrano, traditore, uno che cambia religione\u2026 Parliamo del futuro. Attualmente sei nel mezzo di quella lotta non solo con la realt\u00e0 ma con te stesso che per te \u00e8 scrivere? Insomma, stai componendo un\u2019altra narrazione? S\u00ec, sto lavorando al prossimo libro. Questo \u00e8 il mio mestiere, la mia vocazione, non posso fare altro. Il luogo, dal quale non so prescindere, \u00e8 la mia terra lontana. I miei libri sono tutti ambientati in Sicilia, come sai. Questo si colloca nel \u2019600. Ho trovato delle carte\u2026 dei documenti\u2026 \u00c8 una storia di inquisizione che mi sembra rispecchi il momento nostro\u2026 Tu non perdi mai di vista l\u2019attualit\u00e0 storica, il tempo che stiamo vivendo\u2026 No, mai. Quando era a Milano, Verga scrisse a Capuana a proposito della necessit\u00e0 della distanza per poter parlare della Sicilia. Il suo capolavoro, I Malavoglia, l\u2019ha scritto a Milano. Quando \u00e8 tornato a Catania, non ha scritto pi\u00f9 niente. La distanza \u00e8 indispensabile, diceva a Capuana, per\u00f2 poi bisogna verificare\u2026 12 Arriva Caterina con una caraffa di bibita colorata. \u201cSono le sue arance, vengono proprio da laggi\u00f9. Non c\u2019\u00e8 bisogno dello zucchero\u2026\u201d, dice. \u201cPoi te le faccio provare in insalata, se ti fermi\u2026\u201d. La bibita \u00e8 dolce e freschissima, non c\u2019\u00e8 bisogno di zucchero. Faccio qualche passo nella stanza, sbircio dalle tende il paesaggio che volge al plumbeo. Vincenzo \u00e8 rimasto seduto, mi chiede se sono inquieta, se ho bisogno di qualcosa, se sono stanca. Non sono inquieta e nemmeno stanca, caro Vincenzo. Non smetterei mai di ascoltarti, di sapere\u2026 Andiamo avanti. Consolo con la moglie Caterina Vogliamo parlare di quest\u2019Italia di oggi? Secondo te, nell\u2019attuale situazione culturale che possibilit\u00e0 ha un giovane di talento di pubblicare, venir fuori, affermarsi? Una volta c\u2019erano i Vittorini, i Calvino, i Sereni, le collane specializzate, sperimentali, aperte ai principianti, le riviste letterarie, la critica, con la sua funzione fondamentale\u2026 Proprio cos\u00ec, i grandi editori di una volta: Mondadori, Rizzoli, Einaudi, come le grosse industrie, si permettevano di avere dei laboratori di ricerca dove si promuovevano gli esordienti. E poi, appunto, come dici tu, c\u2019erano le riviste letterarie che facevano da tramite, c\u2019era la critica. Tutto questo \u00e8 scomparso. Oggi esiste soltanto il mercato, per cui se non sei confortato da qualcosa che non ha niente da spartire con la letteratura, se non sei un personaggio extra-testuale, se non appartieni al mondo dello spettacolo o non sei una presenza televisiva: barzellettiere, cantante, e cos\u00ec via, e comunque non fai notizia, non hai nessuna possibilit\u00e0 di pubblicare. D\u2019altra parte, i nuovi autori hanno poco a che vedere con la tradizione letteraria. Sai, facendo parte di giurie di alcuni premi dove \u00e8 prevista anche la sezione degli esordienti, mi sono reso conto che c\u2019\u00e8 stata una sorta di frattura, di jato. Non voglio fare il moralista e non so come saranno giudicati domani, ma, al di l\u00e0 di ogni giu- 13 dizio mi sembra che questi ragazzi non abbiano punti di riferimento nella tradizione letteraria, com\u2019\u00e8 stato per la mia generazione e oltre, fino a Tabucchi che ha dieci anni meno di me. Loro guardano al cinema, ai fumetti, alla televisione, alla canzonetta. Quando noi ci promuovevamo, sapevamo da chi eravamo stati preceduti e chi erano quelli che stavano nel contesto letterario, nella societ\u00e0 letteraria in quel momento, insomma chi erano i nostri punti di riferimento. Ne avevamo consapevolezza. Ma questa frattura a cosa si deve? Io credo che sia dovuta all\u2019esplosione dei mezzi di comunicazione di massa: il trionfo dell\u2019esteriorit\u00e0. Ci sono fenomeni che non sono soltanto giovanili. Prendi il caso Camilleri, un fenomeno di tipo mediatico, che ricalca i moduli di stampo televisivo, nel senso del cattivo cinema, dello stereotipo dell\u2019eterna Sicilia di colore che non ci togliamo di dosso, con l\u2019uso di un dialetto di tipo regressivo, che \u00e8 una cosa che mi offende terribilmente. Questo \u00e8 ci\u00f2 che fa il signor Bossi: la regressione linguistica dall\u2019italiano a un padano che non esiste pi\u00f9. Nulla giustifica l\u2019uso e la pratica di questo tipo di linguaggio, di questo siciliano di colore che nessuno pi\u00f9 parla. Andrea Camilleri E tuttavia, qual \u00e8 la ragione del grande successo popolare e non solo di Camilleri? Intanto c\u2019\u00e8 lo strumento televisivo. Stamattina parlavo con un medico il quale lamentava le stesse cose nel suo campo professionale. Oggi i grandi medici sono soltanto quelli che appaiono continuamente in televisione, che diventano personaggi, tanto per dirti che questo accade in ogni settore. Insomma, se questo strumento, di per s\u00e9 innocente, da noi ha inciso pi\u00f9 in profondit\u00e0 che altrove, \u00e8 perch\u00e9 noi abbiamo avuto una storia che nessun paese europeo ha avuto: una trasformazione radicale che nell\u2019arco di pochissimi anni ha portato l\u2019Italia da paese povero e contadino a una delle sette 14 potenze pi\u00f9 industrializzate del mondo, con grandi spostamenti di uomini dal Sud verso il Nord. Tutto ci\u00f2 ha determinato uno sconvolgimento. Pasolini si \u00e8 dannato su questi temi. E sulla trasformazione, sulla nascita della nuova lingua nazionale \u2013 la lingua del politichese, la lingua mediatica, televisiva \u2013 s\u2019\u00e8 innestata la televisione. Di fronte all\u2019arrivo di nuove masse di meridionali nel Nord, Elio Vittorini, nella sua ingenuit\u00e0 di letterato, diceva che i dialetti del Sud lo \u201cspazientivano\u201d perch\u00e9 erano portatori di soggezione e spesso anche di corruzione, cio\u00e8 di passivit\u00e0, mentre nei dialetti settentrionali lui ravvisava l\u2019attivismo. Diceva inoltre che sarebbe stato interessante studiare gli incroci tra dialetti settentrionali e meridionali, perch\u00e9 da quegli incroci sarebbero nate le nuove koin\u00e9. Ma la storia non gli ha dato ragione. Questo non \u00e8 avvenuto&#8230; No, affatto. Perch\u00e9 \u00e8 passato il rullo compressore della televisione a omologare tutto ai livelli pi\u00f9 bassi. Purtroppo la letteratura dei giovani riflette proprio questo: le koin\u00e9 generazionali, i gerghi, oppure i dialettismi di maniera alla Camilleri. Ma se vai a guardare le famose classifiche che escono settimanalmente sui giornali, ti scoraggi: tutti libri di terz\u2019ordine, tutti prodotti mediatici, figli della televisione&#8230; Non credi che la televisione abbia in qualche misura assolto, almeno all\u2019inizio, a una funzione sociale e pedagogica? Che abbia in un certo modo contribuito a saldare l\u2019unit\u00e0 d\u2019Italia? S\u00ec, all\u2019inizio ha avuto la funzione di togliere i dialettofoni dalle sacche di incomunicabilit\u00e0 in cui erano relegati. C\u2019\u00e8 un bellissimo racconto di De Roberto intitolato Paura, che si svolge in trincea durante la prima guerra mondiale. Ci sono soldati che parlano fra di loro ognuno nel proprio dialetto e non riescono a comunicare, o comunicano a malapena. S\u00ec, comunque hai ragione, all\u2019inizio la televisione ha avuto una funzione pedagogica, di educazione popolare. Umberto Eco e Tullio De Mauro l\u2019hanno sottolineata, affermando che finalmente con la televisione gli italiani potevano comunicare fra di loro. Ma a quale prezzo? Un prezzo altissimo. La perdita \u00e8 stata enorme. La nostra lingua s\u2019\u00e8 impoverita poich\u00e9 s\u2019\u00e8 inaridito l\u2019apporto che veniva dal basso, dalle condizioni dialettali. Analizzando la nostra lingua e facendo il paragone con quella francese, che definisce una lingua geometrizzata, Leopardi dice che la nostra non \u00e8 una lingua ma un\u2019infinit\u00e0 di lingue. La grande ricchezza della nostra lingua derivava appunto dall\u2019incontro degli apporti popolari dal basso con la lingua colta dall\u2019alto. Oggi non \u00e8 pi\u00f9 cos\u00ec. Oggi abbiamo l\u2019inaridimento dei due affluenti. Le due realt\u00e0 sono confluite al centro, ma perdendo ricchezza. La scrittura letteraria \u00e8 inesistente. I nuovi autori scrivono tutti allo stesso modo, usano la lingua corrente della comunicazione che \u00e8 la lingua del giornalismo, la lingua mediatica&#8230; Lo stesso discorso, secondo te, vale per la poesia? No. Io credo che nella poesia \u2013 e anche nel teatro, direi \u2013 vi sia molta pi\u00f9 vivacit\u00e0 che nella narrativa. La poesia sente che ormai la nostra lingua \u00e8 poeticamente quasi impraticabile. Per questo sono nati i poeti neo-dialettali, proprio come bisogno di una lingua altra che non sia questa lingua arida. 15 Il fenomeno dei neo-dialettali \u00e8 diverso dalla poesia in dialetto di un tempo perch\u00e9 i contesti dialettali non esistono pi\u00f9. Il neo-dialetto \u00e8 una lingua di cultura, costruita con molta consapevolezza. Un\u2019operazione in qualche modo a tavolino. Senza dubbio. \u00c8 come se si scrivesse in latino, proprio per il bisogno di usare una lingua che non sia quella della comunicazione, ma una lingua alta. C\u2019\u00e8 un poeta napoletano, non so se lo conosci, Michele Sovente, che scrive napoletano e latino insieme. In Sicilia, il neo-dialettale De Vita usa una lingua che non \u00e8 la lingua di Buttitta o dei cantastorie&#8230; La poesia dialettale, soprattutto in Sicilia, proprio per la forte tradizione che aveva, diventava molto spesso arcadica. La svolta l\u2019ha determinata Ignazio Buttitta con la sua poesia civile, ma la tradizione era quella, quella di Giovanni Mele, il famoso poeta arcadico del Settecento, per intenderci. Comunque, l\u2019angoscia, il grande interrogativo dell\u2019uomo di oggi, non solo dell\u2019uomo di lettere, che in qualche modo ha smarrito la consapevolezza dei propri strumenti, \u00e8 come se ne esce. Dove andiamo? Dov\u2019\u00e8 la speranza? Mi verrebbe alla mente il tempo in cui nei conventi si copiavano a mano i testi classici&#8230; Gli amanuensi&#8230; Amico mio, non vorremo concludere questa chiacchierata con l\u2019invito amletico a ritirarci in convento, spero&#8230; Trionfo di colori-odori-sapori mediterranei sulla tavola a casa di Consolo Niente convento, dice Vincenzo col sorriso aguzzo e gli occhi che bucano. Per ora si va a mangiare, vieni. Rinunciamo al ristorante e decidiamo d\u2019accordo di onorare l\u2019invito di Caterina. Di l\u00e0 c\u2019\u00e8 aria di festa. La tavola \u00e8 gi\u00e0 apparecchiata per tre. Un goccio di bianco di Salaparuta per aprire la strada a un pasto felicemente multietnico: si va dai formaggi bergamaschi alle arance di Sicilia, passando 16 per l\u2019aglio-e-oglio di Roma, in onore alle nostre rispettive origini. Il caff\u00e8 \u00e8 napoletano, e cos\u00ec l\u2019unit\u00e0 d\u2019Italia si compie alla grande. \u00c8 tardi, fuori il grigio s\u2019\u00e8 impastato di nebbia veleni e nevischio. Il nostro tempo \u00e8 volato via. Fiumi e montagne e orizzonti di parole come musica: un mondo sconfinato, una navigazione in mare aperto, un bottino prezioso racchiuso nello scrigno del registratore digitale, che mi porto via insieme ai colori e agli odori barocchi di questa cucina luminosa. Grazie Vincenzo. A presto.<br \/>\nMilano, 18 febbraio 2004, settantunesimo.<br \/>\n*<br \/>\nPoche notizie Vincenzo Consolo. Siciliano di nascita (18 febbraio 1933), lascia la sua Sant\u2019Agata di Militello e va a laurearsi a Milano dove torna negli anni Sessanta, dopo una parentesi di lavoro sull\u2019Isola e poi a Roma, per restarvi fino alla morte (21 gennaio 2012). Scrittore fecondo, di grande rigore etico e impegno morale, fiero odiatore di oleografie e mitizzazioni estetiche tendenti a dare della sua terra amatissima, presente in tutta la sua opera, un\u2019immagine stantia, stereotipata e lontanissima dalla realt\u00e0. Giornalista, insegnante, reporter, saggista, consulente letterario e televisivo. Intellettuale curioso, arguto, ironico e consapevole, grande affabulatore, ospite generoso e gentile, come dimostra questa chiacchierata-fiume nella bella casa milanese, tra salotto e cucina, il giorno del suo settantunesimo compleanno. Ha scritto: Romanzi e racconti: La ferita dell\u2019aprile, romanzo,1963; 1977; 1989 Per un po&#8217; d\u2019erba ai limiti del feudo, racconto, in Narratori di Sicilia,1967 Il sorriso dell\u2019ignoto marinaio, romanzo, 1976; 1987 Un giorno come gli altri, racconto, in Racconti italiani del Novecento,1983 Lunaria, racconto, 1985; 1996 Retablo, romanzo,1987; 2000 Le pietre di Pantalica, racconti, 1988;1990 Catarsi, in Trittico, 1989 Nottetempo, casa per casa, romanzo,1992; 2006 Fuga dall\u2019Etna, 1993 Ner\u00f2 Metallic\u00f2, 1994; 2009 L\u2019olivo e l\u2019olivastro, 1994 Lo spasimo di Palermo, 1998 Di qua dal faro, 1999 Il teatro del sole, racconti di Natale, 1999 Il viaggio di Odisseo (con Mario Nicolao), 1999 La rovina di Siracusa, racconto, in \u201cRappresentare il Mediterraneo. Lo sguardo italiano\u201d, 2000 Isole dolci del dio, 2002 Oratorio, 2002 Il corteo di Dioniso, 2009 La mia isola \u00e8 Las Vegas, 2012 17 E numerosi saggi, tra cui: Nfernu veru. Uomini e immagini dei paesi dello zolfo, 1985; Il barocco in Sicilia, 1991; I ritorni; conversazioni in Sicilia, 1997; La pesca del tonno in Sicilia, 2008 Esercizi di cronaca, Sellerio 2013 (postumo) I suoi libri sono tradotti in francese, inglese, spagnolo, portoghese, olandese, rumeno, catalano.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>* Colloqui VINCENZO CONSOLO E LA SCRITTURA: VOCAZIONE E MESTIERE Una ricca e amichevole conversazione con l\u2019importante scrittore siciliano morto nel 2012 a quasi 79 anni. 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