{"id":1459,"date":"1996-07-01T09:43:43","date_gmt":"1996-07-01T09:43:43","guid":{"rendered":"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=1459"},"modified":"2024-09-30T17:36:15","modified_gmt":"2024-09-30T17:36:15","slug":"la-donna-nella-letteratura-siciliana","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=1459","title":{"rendered":"La donna nella letteratura siciliana"},"content":{"rendered":"<p>La donna nella letteratura siciliana<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Di vinte, prima ancora che di vinti \u00e8 il mondo verghiano. Gi\u00e0 dalla novella epifanica, dalla soglia che segna il nuovo corso, la \u201cconversione\u201d dell\u2019autore, da quella Nedda (in cui dalla cornice del camino di una dimora milanese, dalla sua fiamma, si sprofonda nel mondo memoriale, si passa la fiamma gigantesca del focolare della fattoria del Pino, sulle falde dell\u2019Etna) ci viene incontro una donna , Nedda, appunto, la varannisa, la \u201cpovera figliola raggomitolata sull\u2019ultimo gradino della scala umana\u201d. E non \u00e8 caso la scelta di questo primo personaggio \u201cverghiano\u201d. Se lo scrittore \u2013\u00e8 sedimentato nella sua memoria \u2013 che ruolo ultimo \u00e8 della donna in quel mondo chiuso, eternamente immobile, fuori da ogni riscatto storico, inferiore a quello d\u2019ogni bracciante o carrettiere, pastore o cavamonte, castaldo o proprietario. La donna, prima dell\u2019uomo, \u00e8 vittima d\u2019ogni beffa del destino, d\u2019ogni accadimento del fato. Quando poi essa si ribella, vuole uscire da quel cerchio di condanna, quando rompe con la legge dei costumi, le regole della societ\u00e0, perch\u00e9 spinta dalla forza dell\u2019istinto o da quella del sentimento, come accade a La Lupa o a L\u2019amante di Gramigna, \u00e8 relegata ai margini, fuori dal paese, fuori dal consorzio umano, paga il suo gesto con la morte o con l\u2019esilio. Il naufragio della Provvidenza, il fallimento della famiglia dei pescatori di Acitrezza investe prima di tutti le donne, che scontano la catastrofe con la follia, la ritrazione dalla vita o il disonore. C\u2019\u00e8 ne I Malavoglia una galleria di personaggi femminili che portano i segni del dolore che annienta, della pena che pietrifica, sono il coro d\u2019una tragedia senza catarsi. Prima, e pi\u00f9 straziante, \u00e8 la Locca, la pazza che muta e solitaria va sempre cercando il figlio morto nel naufragio della barca. La Longa, Maruzza quindi, che la scomparsa del marito Bastianazzu, del figlio Alessi in guerra, porta alla malattia e alla morte. E Mena, la Sant\u2019Agata, che le disgrazie familiari danno rinunziare all\u2019amore, al matrimonio con Alfio Mosca (con un gesto rituale \u2013 contro rito di ritrazione, di voto alla necessaria verginit\u00e0 \u2013 rimette alla treccia la spadina d\u2019argento che l\u2019era stata tolta a suo tempo per poterle spartire i capelli sulla fronte). Lia infine, la sorella,che con la fuga in citt\u00e0, dove l\u2019attende un destino di prostituzione, segner\u00e0 il punto pi\u00f9 basso della decadenza, del degrado.<br \/>\nIn Mastro don Gesualdo, nello spostamento dell\u2019azione nell\u2019entroterra, in classi sociali pi\u00f9 alte, in un paese, Vizzini, pi\u00f9 strutturato, pi\u00f9 \u201cstorico\u201d di Acitrezza, con palazzi, chiese,conventi, con vaste terre intorno, con tante \u201cchiuse\u201d;<br \/>\nle donne, pi\u00f9 degli uomini, vivono come naufraghe su una zattera dove pu\u00f2 avvenire ogni crudelt\u00e0, ogni ferocia. Ferocia che non viene pi\u00f9 dalla natura, ma dagli uomini, dalla loro religione della \u201croba\u201d. E in roba sono qui trasformate le donne, in oggetti di compravendita, di scambio, di promozione sociale. A loro \u00e8 negato amore, piet\u00e0, ruolo sociale. Bianca Trao e la figlia Isabella sono accomunate in un uguale destino: un amore infelice le ha costrette a un matrimonio senza amore, a divenire oggetti di scambio, di compravendita. Ma la creatura pi\u00f9 toccante \u00e8 la primitiva Diodata, docile e fedele come un cane, oggetto sessuale di don Gesualdo, schernita e derisa, che viene venduta a Nanni l\u2019Orbo. Un mondo senza luce, senza speranza, quello femminile di Verga, una notte di neri scialli dove non appare una stella, una leopardiana luna di conforto.<br \/>\nPirandello rompe il fatale cerchio verghiano, trasforma l\u2019antica tragedia nel moderno dramma con l\u2019acido dell\u2019umorismo, riporta il mondo a una progressione lineare attraverso la parola, la dialettica, il sofisma, l\u2019infinito processo verbale. Ma nel dibattito quella linea si frantuma, in essa si aprono voragini, la dura pietra vulcanica si sfalda, si polverizza, la realt\u00e0 perde consistenza, l\u2019identit\u00e0 dei personaggi precipita nell\u2019indeterminatezza, nello smarrimento. Nell\u2019universo pirandelliano, nell\u2019interno borghese, nella \u201cstanza della tortura\u201d, come la chiama Macchia, \u00e8 ancora la donna a subire perdita, cancellazione, ad essere di volta in volta quell\u2019apparenza, quella forma in cui la volont\u00e0 maschile tenta di chiuderla. Ed essa parla, irride, accusa, entra nel gioco dialettico, ma non pu\u00f2 mai sottrarsi al suo ruolo di specchio su cui si riflette la crisi, che rimanda i mutevoli fantasmi che gli uomini di volta in volta gli pongono davanti. Nelle novelle, nel teatro, nei romanzi \u00e8 una teoria infinita di donne negate, frantumate, straziate, da Marta Ajala de L\u2019esclusa, a L\u2019amica delle mogli, alla figliastra dei Sei personaggi, alla Sconosciuta di Come tu mi vuoi, alla Velata di Cos\u00ec \u00e8 (se vi pare). L\u2019apparizione di quest\u2019ultima nel dramma \u00e8 il simbolo pi\u00f9 alto, e pi\u00f9 poetico, della drammaturgia pirandelliana: la Velata \u00e8 meno di una maschera, d\u2019un fantasma, \u00e8 la negazione, l\u2019assoluta assenza, il vuoto invaso della follia, dell\u2019allucinazione.<br \/>\nLa donna, in Pirandello, \u00e8 il messaggero, l\u2019angelo che nella crisi della civilt\u00e0 occidentale annuncia l\u2019imminente disastro, la catastrofe incombente:il buio della ragione, l\u2019abisso della distruzione e della morte. Cos\u00ec \u00e8 anche in Kafka, Musil, Joys e, in tutti i grandi profeti del nostro secolo.<br \/>\nLontano da Pirandello \u00e8 Vittorini, ma vicino a Verga, e per opposizione. Egli rifiuta l\u2019antistoricismo verghiano, il fatalismo, la rassegnazione. Rifiuta il ruolo subalterno e passivo della donna; fa diventare anzi, la donna, protagonista, portatrice di ogni libert\u00e0, di ogni volont\u00e0. In Conversione in Sicilia smantella il mito della sacralit\u00e0 della madre. \u201cBenedetta vacca\u201d dice Silvestro alla madre Concezione. Ed \u00e8 la frase, per la prima volta nella narrativa siciliana, un punto di rottura, una svolta nel senso di una democrazia desiderata. Nei romanzi e nei racconti vittoriniani c\u2019\u00e8 il capovolgimento del ruolo femminile, ma c\u2019\u00e8 insieme lo spostamento di una realt\u00e0 effettuata verso il territorio dell\u2019utopia.<br \/>\nAntivittoriniano non intenzionale \u00e8 Brancati. Nel suo mondo comico, grottesco, nella lucida critica della piccola borghesia, la donna riprende ancora il ruolo subalterno, ma con le sue rivalse di inganni, di malizie, \u00e8 strumento di regressione maschile, di vagheggiamento degli ottusi \u201cgalli\u201d della provincia italica. Don Giovani in Sicilia viene pubblicato nel \u201941, lo stesso anno del vittoriniano Conversazione. Le soluzioni dei due romanzi vanno per\u00f2 in senso diametralmente opposto. Don Giovanni Percolla, con moglie ed esperienza milanesi, tornato a Catania, nella casa materna, immediatamente regredisce, sprofonda nel letto suo scivoloso e caldo dell\u2019adolescenza, rientra nell\u2019utero della terribile madre, s\u2019immerge nel sonno, nell\u2019oblio, nella perdita di s\u00e9: \u201cDopo un minuto di sonno, duro come un minuto di morte\u2026\u201d<br \/>\nIn Lampedusa le donne, quelle collocate nel mondo dorato e tarlato della nobilt\u00e0, vivono nell\u2019incoscienza d\u2019essere sull\u2019orlo di un tramonto, di una fine, e ripetono come scimmiette, gesti e detti di un trito rituale. L\u2019incoscienza le condanner\u00e0 ancora una volta alla rinunzia della vita, alla cristallizzazione del tempo, alla fissazione maniacale, come le signorine Salina. La donna nuova \u00e8 Angelica, dalle origini maleodoranti e innominabili, fiore lussureggiante di una borghesia in ascesa, avida e mafiosa, bellissima e sensuale, porta per\u00f2 nei \u201cdenti di lupatta\u201d i segni del suo futuro di ferocia e di cinismo.<br \/>\nLogico, dialettico,pirandelliano \u00e8 Leonardo Sciascia. Il suo processo verbale, il suo serrato spirito inquisitorio non si appunta su una classe, una cultura, non investe l\u2019esistenza, non si dispiega nel chiuso di una stanza, ma si svolge fuori, nella piazza, nel contesto storico, civile, politico. La sua radicale polemica \u00e8 contro i trasgressori, i violatori di uno statuto, delle regole del convivere liberale e democratico. La polemica \u00e8 quindi contro la corruzione del potere politico, contro soprattutto il connubio tra potere e mafia che fatalmente genera la pi\u00f9 grave delle violazioni delle regole: il delitto, la soppressione vale a dire del primo e pi\u00f9 sacro dei bene, della vita umana. Tutti i polizieschi di Sciascia si svolgono su questi principi illuministici. Le donne in quei racconti entrano nei ruoli tradizionali di una cultura borghese e mafiosa. E sono di volta in volta vittime di quel sistema, complici o spettatrici conniventi. Non c\u2019\u00e8, e non pu\u00f2 esserci, nei racconti sciasciani, la donna di nuova cultura, quella a cui, al di l\u00e0 dell\u2019utopia vittoriniana, nella storia, i principi socialisti avevano dato consapevolezza di classe, che avevano sottratto all\u2019ipoteca mafiosa, la donna che, accanto al marito, al figlio bracciante, zolfataro, sindacalista, aveva lottato contro il potere corrotto e sfruttatore. Ma questa storia &#8211; della fine dell\u2019800, del primo e del secondo Dopoguerra \u2013 raramente \u00e8 entrata nella narrativa siciliana.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\nVincenzo Consolo<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Milano, 1 luglio 1996<br \/>\npubblicato sulla rivista L&#8217;indice di Torino<\/p>\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-full\"><a href=\"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/1996\/07\/f648c5e401f72aa392fb4a20b5940869.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"800\" height=\"594\" src=\"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/1996\/07\/f648c5e401f72aa392fb4a20b5940869.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-3576\" srcset=\"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/1996\/07\/f648c5e401f72aa392fb4a20b5940869.jpg 800w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/1996\/07\/f648c5e401f72aa392fb4a20b5940869-300x223.jpg 300w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/1996\/07\/f648c5e401f72aa392fb4a20b5940869-768x570.jpg 768w\" sizes=\"(max-width: 800px) 100vw, 800px\" \/><\/a><\/figure>\n\n\n\n<p>Foto Giuseppe Leone<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La donna nella letteratura siciliana Di vinte, prima ancora che di vinti \u00e8 il mondo verghiano. 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