{"id":1359,"date":"2005-10-28T07:48:54","date_gmt":"2005-10-28T07:48:54","guid":{"rendered":"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=1359"},"modified":"2016-11-28T08:02:50","modified_gmt":"2016-11-28T08:02:50","slug":"teriomorfismo-e-malinconia-una-storia-notturna-della-sicilia-nottetempo-casa-per-casa-di-consolo-rossend-arques","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=1359","title":{"rendered":"Teriomorfismo e malinconia Una storia notturna della Sicilia: Nottetempo, casa per casa di Consolo Rossend Arqu\u00e9s"},"content":{"rendered":"<p><a href=\"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2016\/11\/copertina-nottetempo.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone size-medium wp-image-1360\" src=\"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2016\/11\/copertina-nottetempo-193x300.jpg\" alt=\"copertina-nottetempo\" width=\"193\" height=\"300\" srcset=\"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2016\/11\/copertina-nottetempo-193x300.jpg 193w, https:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2016\/11\/copertina-nottetempo.jpg 535w\" sizes=\"(max-width: 193px) 100vw, 193px\" \/><\/a><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Quaderns d\u2019Itali\u00e0 10, 2005 <strong>79-94<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Teriomorfismo e malinconia Una storia notturna della Sicilia:<br \/>\n<em>Nottetempo, casa per casa <\/em>di Consolo<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Rossend Arqu\u00e9s<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Universitat Aut\u00f2noma de Barcelona<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Abstract<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L\u2019articolo vuol essere una lettura di <em>Nottetempo, casa per casa <\/em>che prende spunto dall\u2019analisi del sostrato mitico e iconografico delle rappresentazioni teriomorfiche pi\u00f9 importanti del romanzo (il \u00abluponario\u00bb e il \u00abcaprone\u00bb) per sottolineare il cammino del protagonista dall\u2019afasia animale e malinconica in cui \u00e8 immersa la sua famiglia, e lui stesso, all\u2019accesso al linguaggio accompagnato dalla presa di coscienza della decadenza della societ\u00e0 siciliana che coincide anche con il suo esilio.\u00a0<strong>Parda chiavi: <\/strong>Vincenzo Consolo, licantropia, Pan, malinconia, letteratura siciliana.<br \/>\n<strong>Abstract<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">The article aims at providing a reading of <em>Nottetempo, casa per casa<\/em>, starting with the analysis of the mythological and iconographic substrata of the most significant theriomorphic representations within the novel (the \u00ablycanthrope\u00bb and \u00abgoat\u00bb) in order to emphasise the path taken by the protagonist from that animal, melancholy aphasia in \u00a0which he and his family are immersed, through to the access to language, accompanied by the growing awareness of the decadence of Sicilian society that also coincides with his exile.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Key words: <\/strong>Vincenzo Consolo, lychanthropy, Pan, melancholy, Sicilian literature.<\/p>\n<ol style=\"text-align: justify;\">\n<li><strong><em>Nottetempo<\/em><\/strong><strong>\u2026 all\u2019interno del trittico consoliano<br \/>\n<\/strong>La notte, la notte mitica, ha tutti gli elementi dell\u2019incubo. <em>Nottetempo, casa<br \/>\n<\/em><em>per casa <\/em>(<em>1992<\/em>)1 nella trilogia che ha inizio con <em>Il sorriso dell\u2019ignoto marinaio<br \/>\n<\/em>(1976) e si conclude con <em>Lo spasimo di Palermo <\/em>(1998), occupa il secondo momento del periodo storico che Consolo ha dedicato alla Sicilia, il primo essendo il Risorgimento e gli anni che precedono l\u2019assassinio del giudice Borsellino.<br \/>\n2 Si tratta di un periodo della storia siciliana (siamo negli anni Venti),quello di <em>Nottetempo<\/em>, nero come le camicie dei fascisti che piano piano riempiono le piazze dei paesi e delle citt\u00e0 d\u2019Italia. Pi\u00f9 concretamente, ci troviamo a Cefal\u00fa, gi\u00e0 scenario de <em>Il sorriso<\/em>\u20263 Anni difficili, non solo per le vicende politiche, ma anche e soprattutto per quelle morali, come tanti altri della storia italiana. Consolo ha sempre agito come una memoria attenta e sensibile del passato che viene accostato agli avvenimenti pi\u00f9 recenti di cui egli \u00e8 testimone e interprete. In <em>Nottetempo<\/em>\u2026 Consolo stabilisce implicitamente un nesso tra l\u2019Italia degli anni Venti e quella degli anni Settanta, cos\u00ec come nel <em>Sorriso<\/em>\u2026tra il Risorgimento e gli anni Sessanta e nello <em>Spasimo<\/em>\u2026tra gli anni 30 e l\u2019inizio degli anni 90, con le morti di Falcone e Borsellino. Fasi storiche tutte segnate da successive cadute della societ\u00e0 isolana e continentale in un pozzo senza uscita e senza possibilit\u00e0 di riemersione. \u00abTraversare la Sicilia intera \u2014scrive Consolo in un articolo intitolato \u00abPaesaggio metafisico di una follia pietrificata \u00bb<br \/>\n4 \u2014 , visitare quelle citt\u00e0 e quei paesi un tempo vitali per umanit\u00e0 e cultura, carichi dunque, ancora fino a pochi anni addietro, di volont\u00e0 e di speranza, luoghi che il moderno feticcio dell\u2019accelerazione spasmodica, l\u2019autostrada, ha tagliato fuori dallo spazio (\u2026); visitare oggi Enna, Caltanissetta (\u2026)pi\u00f9 che accenderti furori, inutili ormai, ti infonde sconsolazione e pena. Sono paesi che si sono svuotati d\u2019uomini e significato\u00bb.5 Seguendo gli esempi di Manzoni, Verga e, soprattutto di Tomasi di Lampedusa e Sciascia, l\u2019autore sceglie la formula narrativa del romanzo storico con questo obiettivo: collocare in figure, luoghi e trame del passato problemi e sentimenti del presente, che altrimenti risulterebbero non solo difficili da trattare ma addirittura pericolosi. Ne era ben conscio Calvino quando stabil\u00ec un parallelismo tra la narrazione realista e la Medusa. Per sfuggire allo sguardo pietrificante del mostro mitologico non resta nessun altro modo che osservare \u00a0 la realt\u00e0 attraverso la corazza-specchio di Perseo. La narrazione storica di Consolo ha questa funzione di corazza-specchio: proprio allontanandosi dal presente, essa \u00e8 in grado di coglierlo, analizzarlo e giudicarlo, mentre riesce contemporaneamente a immergersi con spirito critico e analitico nel momento storico preso di volta in volta in esame, senza mai tralasciare la dimensione del mito nelle sue diverse sfaccettature, soprattutto di quei miti arcaici che hanno dato essenza e forma alla natura umana e morfologica della terra di Sicilia Come lo stesso Consolo ha dichiarato in \u00abLe interviste d\u2019Italialibri\u00bb 2001, anche se molte altre sue opere percorrono episodi ed eventi dell\u2019isola: quello greco (<em>Le pietre di Pantalica<\/em>), quello dominato dagli spagnoli (<em>Lunaria<\/em>), quello illuministico (<em>Retablo<\/em>), ecc.\u00abE Cefal\u00f9 \u00e8 stata un approdo, un luogo d\u2019elezione e di passione. Perch\u00e9 Cefal\u00f9 e non Palermo? Cefal\u00f9 perch\u00e9 microcosmo, antifona di quel gran mondo che \u00e8 Palermo [\u2026]. Io ho scelto Cafal\u00f9. Sono piccoli mondi cos\u00ec ricchi dentro il cui <em>viaggio<\/em>, la scoperta pu\u00f2 non finire mai.\u00bb \u00abLa corona e le armi\u00bb, <em>Giornale di Sicilia<\/em>, 14 marzo 1981.Pubblicato il 19 ottobre 1977 su <em>Il Corriere della sera<\/em>, cit. da Francesco GIOVIALE, \u00abL\u2019isola senza licantropi\u00bb, in Id., <em>Scrivere la Sicilia. Vittorini e oltre<\/em>, Siracusa: Ediprint, 1983, p. 165-176.Lo stesso messaggio possiamo trovarlo in altri articoli e testi suoi. Citiamo a mo\u2019 di esempio \u00abLa cultura siciliana \u00e8 tramontata per sempre\u00bb, <em>L\u2019Ora<\/em>, 31 maggio 1982 e \u00abFlauti di reggia o fischi di treno?\u00bb, <em>Il Messaggero<\/em>, 19 luglio 1982. lia. Una narrazione storica, cio\u00e8, rivolta programmaticamente a evitare ognirealismo politico e storico, e alla ricerca di un nuova lingua letteraria capace di unire, condensare e quindi conservare fuse tra loro tutte quelle tracce. Di questo aveva gi\u00e0 parlato Giovanardi in una sua bellissima recensione a <em>Nottetempo<\/em>\u2026in cui sostiene che pi\u00fa che a una storia questo romanzo sembra dar vita a una contrapposizione tra due diversi modelli di vita e di cultura, due modelli antropologici da sempre compresenti nello spazio insulare,6 e cio\u00e8 la cinica accettazione dell\u2019esistente e il pervicace ricorso alla fantasia come fuga dalla realt\u00e0.<br \/>\n7 Ci\u00f2 detto, per\u00f2, non si pu\u00f2 dimenticare che lo stesso Consolo ha insistito pi\u00fa volte sulle fratture prodottesi nel tessuto sociale, ambientale e antropologico insulare in periodi concreti della storia siciliana pi\u00fa recente (si veda a questo proposito il citato articolo <em>Paesaggio metafisico<\/em>\u2026 in un punto del quale leggiamo: \u00ab\u00c8 il paesaggio della nuova umanit\u00e0 siciliana, uguale ormai, per perdita di cultura e di identit\u00e0, alle altre realt\u00e0 regionali italiane nate dallo squallore consumistico degli anni del cosiddetto boom economico\u00bb).<br \/>\n8 Per stabilire fin dall\u2019inizio la metodologia di questo mio lavoro, devo informare che la mia lettura di <em>Nottetempo<\/em>\u2026 parte dalle teorie analitiche junghiane e, in particolar modo, di quelle di Hillman, non perch\u00e9 io abbia una particolare predilezione per questo approccio critico, ma perch\u00e9 credo che effettivamente questo testo narrativo, come gran parte dell\u2019opera consoliana, trovi spunto nell\u2019universo degli archetipi di derivazione junghiana.<br \/>\n9 Stefano GIOVANARDI, \u00abDalla follia alla scrittura\u00bb, in <em>La Repubblica<\/em>, 25 aprile 1992 [ora in\u00a0<em>Nuove effemeridi<\/em>, n. 29, 1995, p. 152]. Si vedano anche Giulio FERRONI, \u00abBestie trionfanti\u00bb, in L\u2019Unit\u00e0, 27 aprile 1992 [ora in <em>Nuove effemeridi<\/em>, n. 29, 1995, p. 153-157]; Francesco GIOVIALE, \u00abL\u2019isola senza licantropi\u00bb, in Id., <em>Scrivere la Sicilia. Vittorini e oltre<\/em>, Siracusa: Ediprint, 1983, p. 168; Francesco GIOVIALE, <em>op. cit.<\/em>, p. 168; Lorenzo MONDO, \u00abInvasati e dolenti\u00bb, in <em>La Stampa<\/em>, 4 aprile 1992 [ora in <em>Nuove effemeridi<\/em>, n. 29, 1995, p. 147-148]; Attilio SCUDERI, <em>Scrittura senza fine. Le metafore malinconiche di Vincenzo Consolo, <\/em>Enna:<\/li>\n<\/ol>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il Lunario, 1997; Giuseppe TRAINA, <em>Vincenzo Consolo<\/em>, Fiesole: Cadmo, 2001.<\/p>\n<ol style=\"text-align: justify;\" start=\"7\">\n<li>L\u2019autore stesso in un articolo del 1986 intitolato \u00abSirene siciliane\u00bb (ora in Vincenzo CONSOLO,\u00a0<em>Di qua dal faro<\/em>, Milano, Mondadori, 2001, p. 175-181), tenta di dividere la letteratura siciliana in due grandi rami: \u00aboccidentale e orientale, storico e esistenziale, poetico-lirico e prosaico, mitico e razionale, simbolico e metaforico\u00bb, con tutti gli spostamenti e le contraddizioni del caso, fino ad ipotizzare una letteratura siciliana che riesca a fondere i due mondi: \u00abE poi a me sembra di aver capito che tu, come capita ad alcuni siciliani della specie migliore, sei riuscito a compiere la sintesi di sensi e di ragione \u2014 dice La Ciura a Corbera\u00bb [i due personaggi del racconto <em>Lighea <\/em>di Tommasi di Lampedusa]. Quella sintesi che lui stesso tenter\u00e0 in <em>Nottetempo<\/em>\u2026, se non in tutta la sua opera.<\/li>\n<\/ol>\n<ol style=\"text-align: justify;\" start=\"8\">\n<li>Un argomento simile si legge nell\u2019articolo di Vincezo CONSOLO, \u00abLa cultura siciliana \u00e8 tramontata per sempre\u00bb, pubblicato su <em>L\u2019Ora <\/em>(31 maggio 1982): \u00abCon la seconda rivoluzione industriale, con la rivoluzione tecnologica, con i movimenti umani avvenuti nel nostro Paese in questi ultimi trent\u2019anni, con i cambiamenti antropologici che questi movimenti hanno comportato, sono finite le culture locali, quelle che avevano una loro precisa individualit\u00e0, una loro storia, una loro realt\u00e0 \u00abrealt\u00e0\u00bb. La cultura siciliana secondo me \u00e8 tramontata\u00bb.<\/li>\n<\/ol>\n<ol style=\"text-align: justify;\" start=\"9\">\n<li>L\u2019influsso hillmaniano \u00e8 accertato. Lo stesso Consolo mi ha informato che un suo amico, Giovanni Reale, analista e filosofo junghiano, l\u2019aveva introdotto a questo tipo di letture, tra cui c\u2019erano anche alcuni libri di HILLMAN di cui qui mi preme sottolineare in particolarmodo, <em>Saggio su Pan<\/em>, <em>Animali del sogno <\/em>e <em>Il sogno e il mondo infero<\/em>. In un articolo intitola<br \/>\n<strong>2. Licantropia: dolore e cosciencia<br \/>\n<\/strong>Di che notte si tratta e quali sono le creature che vivono quella pittura notturna<br \/>\ndominata dalla animalit\u00e0 e dal <em>teriomorfismo<\/em>? Passiamo ad analizzare,<br \/>\ndunque, dettagliatamente e in profondit\u00e0 le diverse facce della bestialit\u00e0 e le<br \/>\nfunzioni che esse hanno nel testo oggetto della nostra attenzione. Non avrebbe<br \/>\nsenso, infatti, ridurre a una sola tutte le forme di animalit\u00e0 presenti nell\u2019opera,<br \/>\nomettendo di mettere in luce le differenze morfologiche e mitologiche di ciascuna di loro.<br \/>\n10 Il romanzo ha inizio con la descrizione di un notturno lunare dominato<br \/>\nda un uomo in pieno delirio, il cui terribile ululato squarcia il silenzio delle<br \/>\ntenebre. Dietro a lui vaga attenta e angosciata un\u2019altra figura, che in seguito sapremo essere il figlio, vero protagonista del romanzo. Il licantropo \u00e8 Marano<br \/>\n(il cognome derivato dallo spagnolo <em>marrano <\/em>ci dice delle sue origini di ebreo convertito a forza), padre di Pietro, vedovo. Il suo dolore straziante, insieme a quello di tutta la sua famiglia, \u00e8 causato sia dal lutto per la perdita della sposa, sia dalla \u00abmemoria genetica\u00bb della violenza subita dagli antenati ebrei obbligati a cambiare cultura e religione,11 sia dall\u2019ascesa sociale che lui e la sua famiglia hanno recentemente sperimentato grazie all\u2019eredit\u00e0 lasciatagli da un eccentrico possidente locale, una specie di libertario tolstoiano che ha voluto beneficare la famiglia Marano al posto del suo legittimo erede, il nipote imbecille. Questo cambio repentino e non voluto di classe sociale sar\u00e0 responsabile di una specie di schizofrenia comportamentale, almeno per quei personaggi femminili che si sentono obbligati a osservare scrupolosamente le regole sociali della piccola borghesia, per quanto diverse da quelle in cui sono nati e cresciuti.<br \/>\n12 Un chiaro esempio di questo ci \u00e8 offerto dal rifiuto di Lucia non solo di accettare ma neppure di ascoltare la dichiarazione d\u2019amore di Janu, il capraio e amico d\u2019infanzia, ora considerato solo un puzzolente pezzente. La famiglia Marano corrisponde a un catalogo di figure malinconiche, a una \u00abfollia <em>dai <\/em>molti volti\u00bb, come scrive Segre.<br \/>\n13 Serafina, la sorella maggiore di Pietro, rappresenta l\u2019immagine stessa della fenomenologia depressiva che la porta all\u2019immobilit\u00e0 corporale, alla pietrificazione autistica o alla schizoto \u00abSirene siciliane\u00bb (ora in Vincenzo CONSOLO, <em>Di qua dal faro<\/em>, cit., p. 175-181) che prende spunto dal racconto <em>Lighea<\/em>, di Tomasi di Lampedusa, per parlare di altre sirene siciliane, tra cui Giovanni Reale, leggiamo (p. 181): \u00abSe \u00e8 vero, come sostiene Hilmann, che la pratica analitica non \u00e8 altro che <em>poiesis<\/em>, quella di Reale lo \u00e8 pienamente\u00bb. Come fa, invece, Rosalba GALVAGNO, \u00abDestino di una metamorfosi nel romanzo <em>Nottetempo,\u00a0<\/em><em>casa per casa<\/em>\u00bb, in Enzo PAPA (a cura di), <em>Per Vincenzo Consolo<\/em>, San Cesario di Lecce: Manni, 2004, p. 23-58, che considera l\u2019intero testo di <em>Nottetempo<\/em>\u2026 solo dal punto di vista della licantropia, senza avvertire la dialettica tra questa forma di animalit\u00e0 e le altre forme di trasformazione umana in bestia che sono presenti nello stesso testo consoliano.<\/li>\n<\/ol>\n<ol style=\"text-align: justify;\" start=\"11\">\n<li>\u00abDa quel cognome suo forse di rinnegato, di marrano di Spagna o di Sicilia, che significava eredit\u00e0 di \u00e0nsime, malinconie, rimorsi dentro le vene\u00bb \u2014 si legge a p. 42.Come chiarisce Vincenzo CONSOLO in \u00abLe interviste d\u2019Italialibri\u00bb 2001. Cesare SEGRE, \u00abUna provvisoria catarsi\u00bb, in <em>Corriere della sera<\/em>, 19 aprile 1992 [ora in <em>Nuove\u00a0<\/em><em>effemeridi<\/em>, n. 29, 1995, p. 150]. frenia catatonica,14 cos\u00ec come ci \u00e8 stata rappresentata iconograficamente nei secoli.<br \/>\n15 La figlia minore, Lucia, invece, psichicamente alterata dal nuovo status della sua famiglia, \u00e8 affetta da una psicosi maniaco-depressiva, in preda, com\u2019\u00e8, a un continuo delirio paranoico.16 Parleremo di Pietro in seguito, dedicandogli pi\u00f9 ampio spazio, per adesso occupiamoci del padre e del suo male \u00absiciliano\u00bb, come lo definisce Cervantes nel <em>Persiles <\/em>(I, 18).17 Non c\u2019\u00e8 dubbio che la descrizione cervantina, lasciando da parte il particolare del movimento in gruppo (\u00aben manada\u00bb) dei lupi, \u00e8 presente sia nell\u2019immaginario narrativo di <em>Mal di luna <\/em>di Pirandello18 che nel testo di Consolo, pur con la presenza in entrambi dell\u2019elemento lunare,19 assente, invece, in Cervantes. Colpisce, \u00abE Serafina, ch\u2019aveva preso il ruolo della madre e poi s\u2019era seduta, fatta muta ogni giorno, immmobile, di pietra, dentro nella scranna, il solo movimento delle dita che sgranano il rosario di poste innumerevoli, di meccaniche preghiere senza soste.\u00bb \u2014 si legge a 42. Per una tassonomia attuale di questa malattia depressiva si veda Eugenio BORGNA, <em>Malinconia<\/em>, Milano:Feltrinelli, 1992 e Marie-Claude LAMBOTTE, <em>Esth\u00e9tique de la m\u00e9lancolie<\/em>, Paris: Aubier, 1984.Quest\u2019ultima vede nell\u2019inibizione il tratto pi\u00f9 significativo della malinconia moderna.Ricordiamo qui le incisioni del Maestro F. B. (Franz Brun?) (1560), A. Janssens (1623),Feti (1614) o C. Friedrich (1818), si veda Raymond KLIBANSKY, Erwin PANOFSKY, Fritz SAXL, <em>Saturno e la malinconia<\/em>, Torino: Einaudi, 1983.<\/li>\n<\/ol>\n<ol style=\"text-align: justify;\" start=\"16\">\n<li>Il narratore ci parla della sua malattia a p. 45-48, da dove prendiamo le seguenti frasi: \u00abLei era innocente, immacolata come la bella madre. E stava ore e ore chiusa nella stanza, avanti alla toletta a pettinarsi\u00bb (\u2026) Finch\u00e9 un giorno, un mezzogiorno (\u2026) non si mise a urlare disperata sul balcone, a dire che dappertutto, dietro gli ulivi le rocce il muro la torre le sipale, c\u2019eran uomini nascosti che volevano rapirla, farla perdere, rovinare (\u2026) \u00abMi parlano, mi parlano!\u00bb diceva stringendo la testa fra le mani\u00bb. \u00abNell\u2019orecchio, nel cervello, vigliacchi!\u2019e torbidi erano i suoi occhi, pi\u00f9 neri nel pallore della faccia.\u00bb. Per una tassonomia moderna della sua delirante afezione psicotico-paranoica si veda Eugenio BORGNA, <em>Op. cit.<\/em>\u00abLo que se ha de entender desto de convertirse en lobos es que hay una enfermedad, a quienlos m\u00e9dicos llaman man\u00eda lupina, que es de calidad que, al que la padece, le parece que sehaya convertido en lobo, y se junta con otros heridos del mismo mal, y andan en manadaspor los campos y por los montes, ladrando ya como perros o ya aullando como lobos; despedazanlos \u00e1rboles, matan a quien encuentran y comen la carne cruda de los muertos, y hoy d\u00eda s\u00e9 yo que hay en la isla de Sicilia (que es la mayor del Mediterr\u00e1neo) gentes deste g\u00e9nero,a quienes los sicilianos laman lobos <em>menar<\/em>, los cuales, antes que les d\u00e9 tan pest\u00edfera enfermedadlo sienten y dicen a los que est\u00e1n junto a ellos que se aparten y huyan dellos, o que losaten o encierren, porque si no se guardan, los hacen pedazos a bocados y los desmenuzan,si pueden, con las u\u00f1as, dando terribles y espantosos ladridos.\u00bb, Miguel de CERVANTES, <em>Los<\/em><em>trabajos de Persiles y Sigismunda<\/em>, ed. di Carlos Romero, Madrid: C\u00e1tedra, 2002, p. 244. D\u2019altronde l\u2019autore del <em>Quijote <\/em>poco si allontana dalla iconografia tradizionale dell\u2019uomo lupo, cos\u00ec come \u00e8 attestata nel Licaone di Pausania o di Ovidio. Si veda Paola MICOZZI, \u00abTradici\u00f3n literaria y creencia popular: el tema del lic\u00e1ntropo en <em>Los trabajos de Persiles y Segismunda <\/em>de Cervantes\u00bb, <em>Quaderni di filologia e lingue romanze<\/em>, III serie, n. 6, 1991, p. 107-152.Luigi PIRANDELLO, \u00abMal di luna\u00bb, in <em>Novelle per un anno<\/em>, vol. II, t. I, a cura di M. Costanzo,Introduzione di G. Macchia, Milano: Mondadori, 1987, p. 486-495.La presenza della luna, invece, diventa elemento costante e ricorrente in particolar modo a partire dal XIII secolo, anche se nel <em>Satyricon <\/em>di Petronio era gi\u00e0 stata descritta una metamorfosi lupina al chiaro di luna. Si vedano Ga\u00ebl MILIN, <em>Le chiens de Dieu<\/em>, Centre de Recherche Bretonne et Celtique, 1993 (trad. it. <em>El licantropo, un superuomo?<\/em>, a cura di Jose Vincenzo Molle, Genova: ELCIG, 1997: p. 60-64) e P. MENARD, <em>Les lais de Marie de France<\/em>, Par\u00eds:P.U.F., 1979. In quest\u2019ultimo leggiamo a p. 222-223. \u00abSo bene \u2014 scrive Gervasio di Tilbury al capitolo CXX (<em>De hominibus qui fuerunt lupi<\/em>) della terza parte degli <em>Otia <\/em>\u2014 che nel in merito a questo, la supplica che il malato dirige ai familiari di allontanarsi da lui quando arriver\u00e0 l\u2019attacco del male. Inoltre \u00e8 importante qui sottolineare che il male della licantropia20 viene attribuito da Cervantes alla terra siciliana, 21 e abbiamo gi\u00e0 visto che Consolo nel citato articolo <em>Paesaggio metafisico<\/em>\u2026dichiara che l\u2019identit\u00e0 arcaica dell\u2019isola risiede appunto nell\u2019esistenza di forme di bestialit\u00e0 terrorifica: nostro paese c\u00e0pita ogni giorno che certe persone siano mutate in lupo sotto l\u2019influsso delle lunazioni (<em>per lunationes mutantur in lupus<\/em>)\u00bb. Con il corpo coperto di pelo, l\u2019infermo correva per i boschi, in preda al delirio, celandosi allo sguardo altrui e attaccando ferocemente persone o animali con cui s\u2019imbatteva. Passata che era la crisi, la persona malridotta, di solito un uomo (\u00e8 una malattia prettamente maschile, per quanto ci siano versione femminili di trasformazioni zoomorfe, come la donna-pantera), tornava in s\u00e9 dimentico dell\u2019attacco di follia. Questa versione del problema ha alimentato molta letteratura scritta e cinematografica, fino al punto che Boris Vian (<em>Le loup-garou<\/em>) ne fece una versione inversa, il lupo che si trasforma in uomo, cio\u00e8, il lupo-uomo. Chiamati anche <em>ulfhednar <\/em>(uomini vestiti di pelli di lupo), i lupi mannari facevano parte tranquillamente delle truppe delle antiche popolazioni germaniche e scandinave in quanto eccezionali combattenti. La licantropia (dal greco <em>lykos<\/em>, lupo, e <em>anthropos<\/em>, uomo), cio\u00e8 la trasformazione di un uomo in \u00ablupo mannaro\u00bb, il \u00abluponario\u00bb, per effetto di una forza malvagia o di uno spirito animale capace d\u2019impossessarsi di un essere umano e agire attraverso di lui, non solo ha riempito leggende e storie di tutto il mondo, ma \u00e8 stata da alcuni considerata una vera e propria infermit\u00e0 mentale. Una malattia che portava a chi la soffriva ad assumere l\u2019aspetto di un lupo, almeno per un periodo di tempo non troppo lungo, coincidente il pi\u00f9 delle volte con il plenilunio. Si veda Gabriele CHIARI, \u00abIl lupo mannaro\u00bb, in L\u00fctzenchirchen, <em>Mal di luna<\/em>, Roma: Newton Compton, 1981, p. 57-81; J.A. MAC CULLOCH, \u00abLycanthropy\u00bb, in J. HASTING (a cura di), <em>Enciclopedy of Religion and Ethics<\/em>, tomo VIII,206-220; Ga\u00ebl MILIN, <em>Op. cit. <\/em>e Ermanno PACAGNINI, \u00abUno sguardo amaro e memoriale\u00bb, in <em>Il Sole-24 ore<\/em>, 5 aprile 1992 [ora in <em>Nuove effemeridi<\/em>, n. 29, 1995, p. 148-149];P. BLUM, <em>The Bordeline Childhood of the Wolf-Man<\/em>, in <em>Freud and his patients<\/em>, a cura di Kanzer e J. Glenn, II, New York-London, 1980, p. 341-58; S. CAMPANELLA, <em>Mal di luna\u00a0<\/em><em>e d\u2019altro, <\/em>Roma: Bonacci, 1986; Gilbert DURAND, <em>Les structures anthropologiques de l\u2019imaginaire<\/em>, Paris, Bordas, 1969; M. GARDINER (a cura di), <em>The Wolf-Man by the Wolf-Man<\/em>, New York, 1971; Carlo GINZBURG, \u00abFreud, l\u2019uomo dei lupi e i lupi mannari\u00bb, in Id, <em>Miti emblemi\u00a0<\/em><em>spie. Morfologia e storia<\/em>, Torino: Einaudi, 1992, p. 239-251; F. HAMEL, <em>Human animals<\/em>, Wellingborough: The Aquarian Press, 1973; Th. LESSING, <em>Haarmann. Storia del lupo mannaro<\/em>, trad. it. Milano: Adelphi, 1996; Guglielmo L\u00dcTZENKIRCHEN <em>et alt<\/em>., <em>Mal di luna<\/em>, con un saggio introduttivo di Alfonso M. Di Nola, prefazione di Nando Agostinelli, Roma: Newton Compton editori, 1981; R. VALENTI PAGNINI, \u00ab<em>Lupus in fabula<\/em>. Trasformazioni narrative di un mito\u00bb<em>, in Bolletino di studi latini<\/em>, n. 11, 1981, p. 3-22. Ringrazio l\u2019amico Giosu\u00e8 Lachin, esperto in luponari, l\u2019arricchimento della mia biblioteca sull\u2019argomento. Carlos ROMERO (en su edici\u00f3n de Miguel de Cervantes, <em>Los trabajos de Persiles<\/em>\u2026, cit, 244-245) commenta a nota 15 de la p. 244: \u00ab[Cervantes] tendr\u00eda o\u00eddo y memoria suficiente para recordar un termino <em>siciliano<\/em>, aunque no privativo, desde luego, \u00abde la mayor isla del Mediterr\u00e1neo\u00bb, en la que \u2014 no lo olvidemos \u2014 vivi\u00f3 bastantes meses y pudo tenerefectivo conocimiento de casos de <em>licantrop\u00eda <\/em>o <em>man\u00eda lupina<\/em>. En DEI, art. <em>lupomannaro<\/em>, se lee: \u00abV[oce] di orig. merid., che raggiunge la Sicilia, cfr. abr.[uzzese], <em>lop\u00ebm\u00ebnar\u00eb<\/em>, dal molfett[ano] <em>l\u00ebp\u00f2m\u00ebr\u00eb<\/em>, cal[abrese] sett. <em>l\u00ebpu\u00f3mm\u00ebr\u00eb<\/em>, dal la.t. regionale <em>lupus homines <\/em>(\u2026) Si error de transcripci\u00f3n sigue habiendo, por parte de C., es ahora m\u00ednimo \u2014 y comprensible dada la ardua fon\u00e9tica de los dialectos del sur de Italia.\u00bb Io penso, invece, che l\u2019etimologia di \u00abluponario\u00bb provvenga dal latino <em>lupus hominarius<\/em>. Un urlo bestiale rompeva il silenzio nella notte di luna piena. Ed era uno svegliarsi, un origliare dietro le porte serrate, uno spiare dietro le finestre socchiuse, un porsi in salvo al centro dei crocicchi o impugnare la lama per ferire alla fronte e far sgorgare gocce di nero sangue. Il licantropo s\u2019aggirava per l\u2019abitato, a quattro zampe, ululando, grattando, le porte, con le sue unghie adunche. Il lupo mannaro era l\u2019incubo, lo spavento notturno, nella vecchia cultura contadina, carico di male e malefizio, contro il quale opponeva crudeli gesti esorcistici. La rappresentazione del licantropo che ulula alla luna all\u2019inizio della narrazione consoliana non lascia indifferenti. La metafora dell\u2019uomo lupo ci parla del dolore straziante di alcuni esseri umani \u2014 forse anche dell\u2019intera umanit\u00e0 intesa come singoli individui, famiglie o intere societ\u00e0 \u2014 contro i quali il destino si \u00e8 accanito da decenni, se non addirittura da secoli, sotto forma di sfruttamento,depredazione, violenza fisica e morale. Condizione aggravata, nel caso dei Marano e della societ\u00e0 siciliana degli anni Venti, dall\u2019avvento del capitalismo selvaggio e soffocante e dall\u2019ascesa del fascismo. La metafora dell\u2019uomo lupo ci parla ancora dell\u2019impossibilit\u00e0 di reagire da parte delle vittime di tale accanimento, se non attraverso la pazzia (di Lucia), la metamorfosi e le urla bestiali (di Marano padre) o il silenzio (del protagonista, Pietro, e di sua sorella Serafina). La licantropia di Marano padre si pone al di l\u00e0 della densit\u00e0 mistica e folclorica della licantropia e del licantropo in generale, gi\u00e0 studiata da alcuni autori. C\u2019\u00e8 infatti in essa una eco di afflizione amorosa che ricorda l\u2019acme dello stato di malinconia d\u2019amore, descritta dal medico catalano Arnau di Vilanova, e da lui denominata <em>cicubus<\/em>, nel <em>De parte operativa <\/em>(1271). Tra i sintomi del male non vi \u00e8 soltanto l\u2019orrore e l\u2019odio irrazionale per la societ\u00e0, ma la convinzione di essere \u00abgalli, lupi, cani, vasi di vetro, o di avere la testa di vetro o persino di essere senza testa o anche morti\u00bb.22<\/li>\n<\/ol>\n<p style=\"text-align: justify;\">Anche il lessico e il ritmo poetico del primo capitolo ci ricordano i poeti lunari che sono, per sua stessa ammissione, i preferiti di Consolo e che non a caso formano con le loro opere la biblioteca ereditata dalla familia Marano e quella privata di Pietro. Penso in particolare a Leopardi (ma riferendoci all\u2019autore, dovremmo citare anche Lucio Piccolo) i cui idilli notturni sono l\u2019ipotesto di alcuni dei momenti di altissima poesia delle descrizioni di questa parte. Basti un esempio: \u00abNelle solinghe case sopra il colle, scossi nel pietoso sonno del ristoro, credettero ai passi di mali cristiani, ladri o sderegnati che la notte e il vuoto covrono e incorano\u00bb. Alla base di questo nucleo narrativo-descrittivo c\u2019\u00e8 dunque la rappresentazione del malessere dell\u2019umanit\u00e0 o almeno, di quella parte di essa, vittima di soprusi sociali, senza per\u00f2 mai perdere di vista i riferimenti di tipo mitico e archetipico. Teriomorfismo e malinconia. Una storia notturna della Sicilia Quaderns d\u2019Itali\u00e0 10, 2005 <strong>85\u00a0<\/strong>\u00abAlienatio, quam concomitatur horror, vel odium irrationabile sive immoderatum, et frequenter haec species manifestatur in errore societatis humanae, vel cuiuscumque individui humani (\u2026) Verbi gratia: de melancholicis, utrum aestiment se gallos esse, vel lupos, aut canes, etc. vel utrum esse vitrea vasa, vel caput vitreum, aut non habere caput: et sic de membris aliis: aut se esse mortuos, et non debere comedere.\u00bb Tenendo ben presente questi due ultimi aspetti, a questo punto dell\u2019analisi emerge prepotentemente la tipologia bestiale di Pan, il grande caprone, figura mitica e archetipica, contrapposta per morfologia e comportamento al luponario che, con le sue zanne e in solitudine, \u00e8 costretto a vivere il suo calvario lunare. A Pan \u00e8 dedicata qui di seguito una particolare attenzione.\u00a0<strong>Janu o il ritorno e la nuova morte di Pan\u00a0<\/strong>\u00abJeli, lui, non pativa di quelle malinconie\u00bb, scrive Verga parlando del pastore protagonista della <em>novella <\/em>omonima.23 E si potrebbe sostituire \u00abJeli\u00bb per \u00abJanu\u00bb, tale \u00e8 il collegamento tra il personaggio verghiano e quello di Consolo. Janu, per\u00f2, \u00e8 molto di pi\u00f9. Si tratta, innanzi tutto, di uno dei personaggi principali e dei pi\u00f9 simbolici della narrazione, visto che le sue vicende occupano gran parte del testo, senza le quali non avremmo diegesi. Egli, come Jeli, \u00e8 figlio, fratello, amante degli animali con cui vive. Entrambi i protagonisti delle \u00a0ispettive<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">narrazioni sono anche i pastori che, tra le altre cose, iniziano i giovani figli di famiglia agiata alla conoscenza della natura: Petro (e anche sua sorella Lucia), nel romanzo oggetto di questa analisi. Anzi, l\u2019iniziazione sessuale di Petro, a imitazione dello stesso Janu, avviene con le capre <em>en plein air<\/em>. Petro aveva imparato tuttto dalla mandra (\u2026). Avanti Janu, che aveva pi\u00f9 di Petro un paio d\u2019anni. E l\u2019aiut\u00f2 per questo, l\u00e0 alla mandra, a provare una volta con la capra. \u00abIo la tengo,\u00bb disse \u00absta\u2019 sicuro che non guardo\u2026 \u00abMeglio che niente, \u00e8 cosa naturale\u2026\u00bb Una capra lui stesso, Janu (\u00abla faccia lunga come quella di una capra\u00bb), non proprio incarnazione del dio Pan, ma certo di uno dei suoi fauni. Janu, inoltre, ha un nome che denuncia l\u2019ambivalenza della sua condotta. Giano \u00e8 infatti il nome del dio bifronte che annuncia i transiti dal passato al futuro e i cambiamenti da una condizione a un\u2019altra. Janu nel racconto \u00e8 il protagonista principale del passaggio da un mondo nel quale il mito \u00e8 vissuto ancora in forma pressocch\u00e9 \u00abnaturale\u00bb, con i suoi riti e rappresentazioni cicliche, a un mondo in cui, invece, il mito \u00e8 forzato a rinascere imparentato con il diavolo o, meglio detto, trasformato nello stesso Satana. Janu \u00e8 s\u00ec la divinit\u00e0 panica (\u00abPiace your divine prick, a real satyr\u2019 tool. This sicilian caprone entrare in nostro ovile\u2026 Vene, prego, a nostro Tempio, a villa di La pace, all\u2019Abb\u00e8i de Thel\u00e8m\u00bb, dice Cronwell, p. 80) che Aleister Crowley \u2014 la Grande Bestia 666,\u00a0<em>to mega therion<\/em>\u2014 cercava negli antenati dell\u2019isola dei satiri, ma anche la vittima propiziatoria del nuovo culto al dio Pan nella sua versione decadente di stregone o diavolo, propria dei costrutti mitici delle contemporane teorie della liberazione. Ma Pan \u00e8 morto ormai da tempo e il suo ritorno non dipende da Teriomorfismo e malinconia. Una storia notturna della Sicilia Quaderns d\u2019Itali\u00e0 10, 2005 <strong>86<br \/>\n<\/strong>23Cit. da Giovanni VERGA, <em>Tutte le novelle<\/em>, a cura di C. Riccardi, Milano: Mondadori, 1979,137-172. queste forme superficiali e decadenti di rievocazione mitica, tutte intrise come sono di erotismo sadomasochista e pertanto non soltanto incapaci di guarire, ma al contrario, buone solo ad ammorbare corpo e anima. Il mito della morte di Pan (<em>Pan, le Grand Pan, est mort<\/em>) gi\u00e0 ascoltato nella tarda antichit\u00e0, indica che la natura ha finito di parlarci e che tutto \u00e8 reificato, cessando di essere divinit\u00e0 e diventando semplicemente cosa.24 La morte di questo dio che distrugge e insieme preserva, annuncia la scomparsa della societ\u00e0.25 Per questo, il povero Janu, oltre a prendersi una malattia venerea, viene accusato di abigeato. Il dio Pan, il caprone divino, \u00e8 stato degradato a puro pastore, anzi, a mera capra. Janu \u00e8, nella sua ingenuit\u00e0, un essere ambiguo, senza alcuna malizia, puro istinto (\u00abrest\u00f2 solo nel rifugio della mandra. Privo di pensiero, di volere\u00bb, p. 71). Nella sua degradazione senza pensiero, Janu coincide pienamente con l\u2019immagine di Pan che il nuovo ordine ideologico insegue per i propri sfoghi falsamente liberatori. Ci\u00f2 appare chiaramente nella scena dell\u2019orgia panica nella quale Janu, il <em>divine prick <\/em>(il Pan redivivo), rischia di mancare al suo compito,\u00a0quando, in piena performance priapica, non riesce a raggiungere l\u2019erezione\u00a0per penetrare la Cortigiana del Mondo. L\u2019<em>impasse <\/em>\u00e8 risolta, insieme alla sensazione\u00a0di ridicolo che Janu vive, grazie alla cocaina. Tra i partecipanti all\u2019orgia si trova anche il dannunziano Baron Cicio, nemico giurato dei Marano, oltre ad altri seguaci delle diverse manifestazioni dell\u2019irrazionalit\u00e0 dell\u2019epoca. Le quali manifestazioni confluiscono poi nell\u2019ideale fascista e negli ambienti fascisti trovarono anche stimoli rappresentati dalle nuove mode, come l\u2019ostentazione di marche e di marchingegni d\u2019oltralpe (che hanno nella Targa Florio il suo acme), lo snobbismo e la violenza cieca. Arrivati a questo punto \u00e8 evidente lo scontro tra due atteggiamenti contrapposti da ogni punto di vista (antropologico, culturale, ideologico, morale e persino mitico) che si concretizza nella descrizione delle due opposte biblioteche (chiaro riferimento alle biblioteche del <em>Fu Mattia Pascal<\/em>): quella di Mandralisca, cio\u00e8 del defunto Michele, \u00abzio\u00bb di Pietro Marano, e quella del suo avversario, don Nen\u00e8 Cicio, patrizio di Cefal\u00f9. Quest\u2019ultima un coacervo di tradizioni locali, cinismo, volgarit\u00e0 intellettuale e edonismo dannunziano e decadente, quanto la prima \u00e8 \u00abesercizio ostinato e appassionato della fantasia\u00bb, fuga della mente verso altre realt\u00e0, con la presenza di grandi autori, tra cui brillano in modo particolare Leopardi, Dante, Pascoli, accanto a Tolstoi e Hugo.<br \/>\n26 Scrittori che alla fine del romanzo Petro contrapporr\u00e0 anche alla letteratura<br \/>\npolitica e ai poeti e letterati realisti e dialettali. Teriomorfismo e malinconia. Una storia notturna della Sicilia Quaderns d\u2019Itali\u00e0 10, 2005 <strong>87\u00a0<\/strong>James HILLMAN, <em>Saggio su Pan<\/em>, Milano: Adelphi, 1977. \u00abLa soci\u00e9t\u00e9 tombe en dissolution. Le riche se cl\u00f4t dans son \u00e9go\u00efsme et cache \u00e0 la clart\u00e9 du jour le fruit de sa corruption; le serviteur improbe et l\u00e2che conspire contre le ma\u00eetre; l\u2019homme de loi, doutant de la justice, n\u2019en comprend ples les maximes; le pr\u00eatre n\u2019op\u00e8re plus de conversions, il se fait s\u00e9ducteur; le prince a pris pour sceptre la clef d\u2019or, et le peuple, l\u2019\u00e2me d\u00e9sesp\u00e9r\u00e9e, l\u2019intelligence assombrie, m\u00e9dite et se tait. Pan est mort, la societ\u00e9 est arriv\u00e9 au bas\u00bb \u2014 scrive Proudhon, cit in Jean CHEVALIER\u2014 Alain GHEERBRANT, <em>Dictionaire des symboles<\/em>, Paris, Robert Laffont, 1969, p. 724.<\/p>\n<ol style=\"text-align: justify;\" start=\"26\">\n<li>Stefano GIOVANARDI, <em>op. cit<\/em>., p. 152.<br \/>\n\u00abOra \u2014 leggiamo in <em>Nottetempo<\/em>\u2026 \u2014 sembrava che un terremoto grande avesse creato una frattura, aperto un vallo fra gli uomini e il tempo, la realt\u00e0, che una smania, un assillo generale, spingesse ognuno nella sfasatura, nella confusione, nella insania. E corrompeva il linguaggio, strancangiava le parole, il senso loro \u2014 il pane si faceva pena, la pasta peste, il miele fiele, la pace pece, il senso sonno\u2026\u00bb (p. 140). L\u2019oltraggio e le sue diverse forme, insieme alle svariate reazioni ad esso, \u00e8 il grande tema di questo romanzo. E l\u2019offesa che ha gi\u00e0 colpito le persone (i Marano, Janu) fa scempio anche degli oggetti, come appare chiaramente nel capitolo intitolato \u00abL\u2019oltraggio\u00bb, in cui degli sconosciuti penetrano in casa Marano per frantumare giare, rovesciare fusti, trafiggere otri. Il desolante spettacolo che lascia dietro di s\u00e9 la furia devastatrice degli uomini non suggerisce al narratore n\u00e9 amare lamentazioni n\u00e9 veementi denunce contro gli \u00abocculti\u00bb mandanti dello scempio, bens\u00ec una minuziosa descrizione del processo di realizzazione di un oggetto, una giara, che \u00e8 stata vittima di tanta furia appunto: l\u2019impasto di creta e acqua che l\u2019artigiano plasma e modella, l\u2019azione solidificatrice del fuoco a cui l\u2019artigiano l\u2019affida, gli asini che la trasportano per i mercati dell\u2019isola e continentali. Dall\u2019evocazione della materialit\u00e0 oltraggiata dell\u2019oggetto scaturisce la spaccatura tra arcaicit\u00e0 e modernit\u00e0. Tradizioni e geometrie di civilt\u00e0 soccombono alla violenza cieca dei tempi moderni. In senso pi\u00f9 lato \u00e8 la spaccatura gi\u00e0 annunciata simbolicamente dalla morte di Pan che nel romanzo acquista le fattezze di Janu. \u00abTrapassa cos\u00ec l\u2019ignaro pastorello dentro l\u2019irrealt\u00e0, viene ridotto a maschera, figura, a bruto strumento di cerimonia\u00bb si legge nel cap\u00edtulo \u00abLa calura\u00bb (p. 79).\u00a0<strong> Petro o la malinconia positiva\u00a0<\/strong>E giungiamo finalmente a Petro, protagonista e a tratti voce narrante di <em>Nottetempo<\/em>\u2026. Anche se la narrazione \u00e8 a prima vista eterodiegetica, in realt\u00e0 in molti punti, soprattutto per la focalizzazione costante e per le pause riflessive, risuona la voce di questo personaggio che diventa occhio e penna del narratore, e anche dello stesso autore, quando il romanzo lascia il posto all\u2019autobiografia. Petro attraversa questa storia notturna della Sicilia con quella sua malinconia che lo porta alla fuga dall\u2019isola, deluso dalla politica e dal suo linguaggio, ma destinato a trovare un approdo nella vera letteratura e nella nuova parola. Consideriamo in primo luogo il nome, Petro. Si tratta della variante semidotta e meridionale del nome latino <em>Petrus<\/em>, dovuta anche all\u2019influsso del greco ecclesiastico. La pronuncia retroflessa della consonante dentale \u00e8 un ulteriore marchio di sicilianit\u00e0. Nella scelta del nome si potrebbe vedere un riferimento al Vangelo di Matteo, l\u00e0 dove Ges\u00f9 consacra l\u2019Evangelista capo della chiesa cristiana: \u00abTu sei Pietro, e su questa pietra costruir\u00f2 la mia chiesa\u2026 e ti dar\u00f2 le chiavi del regno dei cieli\u00bb. Non tralasciando questa metafora della fondazione che sta alla base del nome Petro e comunque al di l\u00e0 di qualsiasi riferimento ecclesiastico, non \u00e8 da scartare che il nome alluda a un altro tipo di fondazione, quella dell\u2019illuminazione conoscitiva, essa pure associata alla tradizione biblica. Petro, per\u00f2, \u00e8 qui soprattutto una specie di Sisifo, obbligato a vivere costantemente con la pietra addosso (\u00ab\u2019No, io non sopporto pi\u00f9, pi\u00f9 dentro di me questo cotogno\u00bb, lamentava Petro \u00absopra di me questo macigno!\u00bb e la sua voce sembrava vorticare per le pietre della torre\u00bb, si legge a p. 37). Lo stesso peso che ha paralizzato Serafina, ha reso pazzo suo padre e sua sorella Lucia.27 Un dolore nato molto prima di lui e dei suoi famigliari (\u00abda qualcosa che aveva preceduto la sua, la nascita degli altri.\u00bb p. 106), un freddo nell\u2019anima, qualcosa che \u00abera successo al tempo tangeloso dell\u2019infanzia, una rottura, un taglio mai pi\u00f9 rimediato\u00bb (p. 135), ripete la voce narrante poco prima dell\u2019incontro di Petro con Grazia (non sfugga la grande valenza simbolica anche di questo nome proprio), la donna con cui egli tenta di \u00abfrantumare, con furia, senza posa, la pietra del dolore\u00bb (p. 135). Petro, dunque, si trova in una situazione opposta a quella dell\u2019apostolo Pietro, perch\u00e9 la sua pietra \u00e8 dentro di lui e su di essa si erger\u00e0 una pi\u00f9 profonda conoscenza del mondo: pietra del dolore o della follia che non pietrifica ma che fonda un nuovo linguaggio che non lascia niente d\u2019inesplorato (sentimenti, credenze arcaiche, gesti e volti, movimenti irrazionali e possibilit\u00e0 di redenzione). Forse per questo, all\u2019inizio del capitolo \u00abLa torre\u00bb, Petro che rappresenta la propria dimora come \u00abcasa della dolora, patimento, casa dell\u2019innocenza\u00bb, rifiuta la visione di Dio che gli \u00e8 sopraggiunta.<br \/>\n28 Non c\u2019\u00e8 dubbio che, in questo senso, l\u2019opera \u00e8 anche un romanzo di iniziazione a un tipo concreto di saggezza, quella letteraria e linguistica che passa, comunque, per la comprensione generale e particolare dell\u2019umano (casa per casa, appunto). Basta leggere, a questo proposito, un frammento del capitolo \u00abPasqua delle rose\u00bb: \u00abDal piano di essa [la Rocca], da quel cuore part\u00ec con il pensiero a ripercorrere ogni strada vicolo cortile, a rivedere ogni chiesa convento palazzo casa, le famiglie dentro, padre figli, i visi loro, rievocarne i nomi, le vicende. Sentiva d\u2019esser legato a quel paese, pieno di vita storia trame segni monumenti. Ma pieno soprattutto, piena la sua gente, della capacit\u00e0 d\u2019intendere e sostenere il vero, d\u2019essere nel cuore del reale, in armonia con esso. Fino a ieri\u00bb. Essendo dunque la scrittura e il linguaggio il fulcro del romanzo, \u00e8 fondamentale seguire con speciale attenzione le tappe attraverso le quali Petro vi accede: dall\u2019impotenza di esprimersi iniziale all\u2019epifania finale. Quasi tutto il capitolo \u00abLa torre\u00bb gira intorno allo sforzo del protagonista di lasciarsi dietro l\u2019afasia, il grido, l\u2019ululato (anche lui licantropo, in preda al \u00abmale catubo\u00bb), per appropriarsi finalmente dei nomi (\u00abrinominare, ricreare il mondo\u00bb, p. 39) e con essi del senso, dato che a lui \u00e8 concesso di non inabbissarsi completamente nella follia, di poter ancora tornare indietro. La luce della candela che compare in queste pagine \u00e8 metafora della possibilit\u00e0, non ancora solidamente fondata: sem-Teriomorfismo e malinconia. Una storia notturna della Sicilia Quaderns d\u2019Itali\u00e0 10, 2005 <strong>89<\/strong><\/li>\n<\/ol>\n<ol style=\"text-align: justify;\" start=\"27\">\n<li>E che ha petrificato, se vogliamo, la stessa Sicilia, come Consolo non manca di ripetere ponendo particolare enfasi sulla met\u00e1fora della \u00abpetrificazione\u00bb. \u00ab\u2019No, no!\u2026 Non voglio!\u2019 e sventagli\u00f2 le mani per frantumare, fugare quell\u2019immagine, l\u2019immenso dio di tessere che invadeva il cato della fortezza del suo Duomo\u00bb. Vale a dire il pantocrator del mosaici della cattedrale di Cefal\u00f9. plicemente \u00abun lume, nella bufera\u00bb. Questo stesso capitolo registra il tentativo frustrato di accesso alla scrittura: E nella torre ora, dopo le urla, il pianto, anch\u2019egli, stanco, s\u2019era chetato. Si mise in ginocchio a terra, appoggi\u00f2 le braccia alla pietra bianca della macina riversa di quello ch\u2019era stato un tempo un mulino a vento, e cerc\u00f2 di scrivere nel suo quaderno \u2014 ma intinge la penna nell\u2019inchiostro secco, nel catrame del vetro, nei pori della lava, nei grumi dell\u2019ossidiana, cosparge il foglio di polvere, di cenere, un soffio, e si rivela il nulla, l\u2019assenza d\u2019ogni segno, rivela l\u2019impotenza, l\u2019incapacit\u00e0 di dire, di raccontare la vita, il patimento (p. 53). A questa straziante dichiarazione d\u2019impotenza segue, alcune pagine pi\u00f9 avanti (nel capitolo \u00abIl capretto\u00bb), quella della descrizione di una <em>catabasi<\/em>, una discesa, accompagnata inizialmente dal \u00abchiaror di una lanterna\u00bb,<br \/>\n29 dentro \u00abi sotterranei del tempio diruto della Rocca\u00bb, ma, in realt\u00e0, nei luoghi della memoria mitica e materiale dell\u2019isola. Qui ha luogo \u00abun passo nel silenzio\u00bb,<br \/>\ncome dice il narratore alla fine di questa scena, vale a dire \u00abun passo all\u2019interno<br \/>\ndel silenzio e al fine di uscirne\u00bb. \u00c8 questo un momento centrale: assistiamo a<br \/>\nun inabissamento in una \u00abzona incerta\u00bb della memoria che recupera assenze,<br \/>\nmondi arcaici, miti e et\u00e0 sepolte; negli \u00abspazi inusitati\u00bb illuminati da \u00abuna luce labile\u00bb ma \u00abnuova\u00bb, grazie alla quale sembra ancora ipotizzabile la narrazione, per quanto fatta di \u00abfrasi monche, parole difettive, per accenni, allusioni, per sfasature e afonie\u00bb. Il narratore, a un certo punto, ricorda, quasi con le parole di Petro, il momento in cui in un passato imprecisato scopr\u00ec l\u2019angelo, assorto e fermo, il cui attento sguardo di accecante luce, enuncia enigmi, misteri ed \u00e8 \u00abpreambolo d\u2019ogni altro spettro\u00bb. Quest\u2019angelo che Petro dice di aver visto nei sotterrani della torre \u00e8, in realt\u00e0, uno dei bellissimi nunzi dei mosaici del Duomo di Cefal\u00f9,30 come risulta dalla descrizione: \u00abDa sfondi calmi, da quiete lontananze, dagli ocra, dai rosa, dai bruni, da strati sopra strati, chiazze, da scialbature lievi, da squarci in cui traspare l\u2019azzurro tenero o il viola d\u2019antico parasceve\u00bb. Ma quest\u2019angelo collima con l\u2019altro, lo Scriba, meno esternamente lucente, ma pi\u00f9 illuminante internamente, dell\u2019incisione <em>Melencolia I <\/em>di D\u00fcrer: \u00ablo Scriba affaccia, in bianca tunica, virginea come la sua fronte o come il libro poggiato sui ginocchi. (\u2026) \u00c8 l\u2019ora questa degli scoramenti, delle iner-Ricordiamo, a riprova dell\u2019importanza di quest\u2019immagine del lume, la sua ripresa in una sequenza di chiara ascendeza pascoliana: \u00abLo guard\u00f2 Petro allontanarsi [al padre], dietro una finestra, l\u2019altra [Lucia], trapassa, per le stanze un lume, palpita, s\u2019\u00e8 spento. L\u2019assale l\u2019infinita pena, lo sgomento, si smuove, spande il dolore che ristagna dentro\u00bb. Inoltre Consolo aveva voluto inserire l\u2019opera di un anonimo Ma\u00eetre de la Chandelle sulla copertina della prima edizione dell\u2019opera. \u00ab\u00c8 un lume che esprime una fede, e questa fede \u00e8 la letteratura, l\u2019unico antidoto alla pazzia\u00bb, scrive FRANCHINI 1992: XII. I mosaici si trovano nell\u2019abside e nella crociera. I primi raffigurano Cristo pantocratore a mezzo busto nel catino, la vergine orante fra i quattro arcangeli: Michele, Gabriele, Uriele, Raffaele nel registro inferiore e i dodici apostoli, raggruppati per sei nei due registri inferiori. Nelle vele della crociera, invece, hanno posto le figure dei serafini e dei herubini,questi ultimi accompagnati dalle figure degli angeli del Signore.<br \/>\nzie, degli smarrimenti, delle malinconie senza rimedio, l\u2019ora delle geometrie<br \/>\nperfette, delle misure inesorabili, la sfera il compasso la clessidra la bilancia\u2026.(\u2026) l\u2019ora della luce bianca, della luce nera, sospesa e infinita.\u00bb (p. 65) Lo stesso Consolo ha confermato la fondatezza del rapporto tra il suo angelo e quello dureriano, per quanto alcuni particolari della descrizione non l\u2019avallino; soprattutto il riferimento al volto bianco, poich\u00e9 \u00e8 noto che quello dell\u2019angelo della malinconia \u00e8 nero.31 A meno che non si voglia ritenere che alcune di queste divergenze appartengano alle zone d\u2019intersezione tra le due immagini angeliche, se non addirittura a una vera e propria contaminazione fra le due iconografie il cui risultato sarebbe un lettura in positivo, un vero e proprio superamento, di quella dureriana. Il resto della descrizione dello \u00abScriba\u00bb \u00abin bianca tunica\u00bb con il \u00abil libro appoggiato sui ginocchi\u00bb nell\u2019 \u00abora delle geometrie perfette, delle misure inesorabili, la sfera il compasso la clessidra la bilancia \u00bb ci porta, invece, inesorabilmente alla citata acquaforte dell\u2019incisore di Norimberga. Per non parlare della luce crepuscolare di per s\u00e9 sufficiente elemento di\u00a0collegamento fra le due immagini. Un crepuscolo, quello dell\u2019incisione dureriana \u00abmagicamente illuminato \u2014 detto con parole degli studiosi tedeschi \u2014 dal chiarore di fenomeni celesti, che fanno s\u00ed che il mare nel fondo brilli di una fosforescenza, mentre il primo piano sembra illuminato da una luna alta nel cielo che proietta ombre profonde \u00bb. \u00c8 una \u00abdoppia luce\u00bb (significato letterale di <em>twilight<\/em>, crepuscolo) altamente fantastica che domina tutta l\u2019immagine, la quale non intende riprodurre le condizioni naturali di una data ora del giorno, ma alludere piuttosto al misterioso crepuscolo di uno spirito, che non riesce a cacciare i suoi pensieri nella tenebra, n\u00e9 a \u00abportarli alla luce\u00bb.32 Il contenuto concettuale di quest\u2019immagine \u00e8 doppio, come lo \u00e8 chiaramente la rappresentazione della scena da parte del narratore consoliano (\u00abl\u2019ora della luce bianca, della luce nera, sospesa e infinita \u00bb). \u00c8 doppia anche la natura stessa di Crono o Saturno, dio del Tempo, dominatore dell\u2019et\u00e0 dell\u2019oro e divinit\u00e0 triste e detronizzata, generatore e divoratore contemporaneamente di tutto l\u2019esistente; spirito maligno e dio antico e saggio dei malinconici, esseri divini e bestiali allo stesso tempo. Cos\u00ec come l\u2019ambivalenza del verso di Ungaretti citato qualche volta da Consolo: \u00abla notte nelle vene ti sveglier\u00e0\u00bb. Tutti questi elementi iconografici dureriani (il libro, la geometria e gli oggetti di misura e calcolo), presenti persino in gran parte della tradizione iconografica della malinconia,33 rappresentano oggetti <em>gi\u00e0 <\/em>predisposti alla scrittura, alla strutturazione dello spazio in linee e vettori, al calcolo, ma <em>non ancora <\/em>utilizzati, poich\u00e9 l\u2019attenzione del protagonista \u00e8 previa all\u2019azione, cio\u00e8 tutta rivolta alle profondit\u00e0 della sua mente. La saggezza dei malinconici \u00e8 figlia delle profondit\u00e0. Ma ci vuole l\u2019angelo della luce per passare a uno stadio superiore Si veda KLIBANSKY-PANOFSKY-SAXL, <em>Op. cit., <\/em>p. 272-273 y 300. KLIBANSKY-PANOFSKY-SAXL, <em>Op. cit., <\/em>p. 300.<\/li>\n<\/ol>\n<ol start=\"31\">\n<li>Walter BENJAMIN, <em>Il dramma barocco tedesco<\/em>, Torino: Einaudi, 1980, p. 145-161. Per quanto riguarda gli oggetti si veda KLIBANSKY-PANOFSKY-SAXL, <em>Op. cit.<\/em>, p. 287-297. di linguaggio e conoscenza. Un angelo bianco che era stato annunciato pagine addietro dalla figura vestita di bianco di Lucia, sorella di Petro, quando questi la consegna al ricovero di malati mentali di B\u00e0ida (in arabo, bianco) in preda alle allucinazioni (\u00abMi parlano, mi parlano\u00bb).34 \u00c8 anche indubbio che nella scena narrativa a cui ci siamo dedicati vengono esplorate le rovine di quella Sicilia cantata in diversi luoghi delle <em>Metamorfosi\u00a0<\/em>ovidiane e nell\u2019<em>Eneide <\/em>di Virgilio (soprattutto nel libro III). A essi rimandano gli \u00ababissi, i vuoti, il nulla che s\u2019\u00e8 aperto ai nostri occhi\u00bb dai quali emergono \u00abframmenti, schegge\u00bb, giacch\u00e9 per un istante il mondo lascia scorgere le sue profondit\u00e0. Si tratta sicuramente di una scena importante per il suo legame con la <em>malinconia generosa <\/em>o <em>positiva <\/em>che \u00e8 il fondamento psicologico di tutte le arti, la <em>conditio sine qua non <\/em>di ogni invenzione poetica; un fascio di luce intensissimo che fa risplendere le cose e l\u2019esperienza che di esse abbiamo. 35 \u00c8 lo sguardo fisso dell\u2019<em>Angelus novus <\/em>con gli occhi spalancati, la bocca aperta e le ali dispiegate. \u00abL\u2019angelo della storia \u2014 scrive Benjamin nella Tesi IX delle note \u201cTesi della Filosofia della Storia\u201d36\u2014 deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. L\u00e0 dove davanti a <em>noi <\/em>appare una catena di avvenimenti,\u00a0<em>egli <\/em>vede un\u2019unica catastrofe, che ammassa incessantemente macerie su macerie e le scaraventa ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e riconnettere i frantumi. Ma dal paradiso soffia una bufera che si \u00e8 impigliata nelle sue ali, ed \u00e8 cosi forte che l\u2019angelo non pu\u00f2 pi\u00f9 chiuderle. Questa bufera lo spinge inarrestabilmente nel futuro, a cui egli volge le spalle, mentre cresce verso il cielo il cumulo delle macerie davanti a lui. Ci\u00f2 che chiamiamo progresso, \u00e8 <em>questa <\/em>bufera.\u00bb La malinconia \u00e8 dunque la dimensione dalla quale \u00e8 possibile comprendere la profondit\u00e0 del mondo; \u00e8 quindi il tentativo disperato di salvare le cose dal loro precipitare nelle fauci del <em>tempus edax <\/em>(<em>Che non consumi tu Tempo vorace<\/em>, ripete il narratore citando Ovidio). Scrive Benjamin in una pagina che amo citare e che qui mi sembra piuttosto pertinente: \u00abLa melancolia tradisce il mondo per amore di sapere. Ma la sua permanente meditazione abbraccia le cose morte nella propria contemplazione, per salvarle.\u00bb La fuga di Petro \u00e8 anche una fuga sia dal silenzio sia dal grido, per aprirsi finalmente alla possibilit\u00e0 di accedere alla parola. Se quella del padre, il luponario, era la fuga nella notte della ragione, nella nera irragionevolezza, nel grido della disperazione, quella di Petro pu\u00f2 raggiungere finalmente l\u2019espressione vera che rivela fino in fondo l\u2019angoscia. La Tunisia, in cui approda Petro, \u00e8 certamente un omaggio dell\u2019autore a una delle prime destinazioni degli espatriati siciliani,37 ma \u00e8 anche, e soprattutto, la prospettiva dalla quale, liberi dall\u2019oppressione ambientale, si pu\u00f2 finalmente guardare e capire la martoriata Sicilia, cos\u00ec come insegnano tanti grandi scrittori siciliani, quali Verga, Capuana, Vittorini che hanno potuto parlare della loro terra solo quando si trovavano lontano da essa. Il libro finisce come \u00e8 cominciato, con un plenilunio che illumina il camposanto. Selene, per\u00f2, non diffonde il suo distaccato candore sui passi disperati di un licantropo, ma \u00e8 il lume amico che rischiara la strada, non dico verso la guarigione, ma verso un sapere che aiuti a capire il mondo; invece di accompagnare con fredda luce una delle sue creature condannate, ispira un futuro poeta, giacch\u00e9 la conoscenza \u00e8 fulgore \u2014 folgorazione \u2014 lunare. Per giungere al punto in cui la luna \u00e8 sole che illumina il mondo interiore del soggetto, \u00e8 stato necessario passare attraverso il dolore e la disperazione, conoscere tutte le case e le cose, le pareti, le pietre; leggere tutti i libri, assistere alla degradazione bestiale di amici e nemici, alla degradazione delle tradizioni, dei costumi e dei miti, alla depravazione dei presunti liberatori dello spirito, alla violenza criminale dei fascisti, alla cieca ottusit\u00e0 dei millenaristi politici di qualsiasi specie (\u00abPetro costernato aveva visto ancora in quel vecchio la bestia indomita. La bestia dentro l\u2019uomo che si scatena e insorge, trascina nel marasma. La bestia trionfante di quel tremendo tempo, della storia, che partorisce orrori, sofferenze\u00bb \u2014 p. 170). Petro ha dovuto attraversare il silenzio e il grido: \u00abMa prima \u00e8 l\u2019inespresso, l\u2019ermetico assoluto, il poema mai scritto, il verso mai detto. \u00c8 il sibillino, il m\u00f9rmure del vento, frammento, oscuro logo, profezia dei recessi. \u00c8 la ritrazione, l\u2019afasia, l\u2019impetramento la poesia pi\u00f9 vera, \u00e8 il silenzio. O l\u2019urlo disumano\u00bb \u2014 si legge a p. 164, giusto prima che le parole e lo\n<p style=\"text-align: justify;\">stile adeguati escano finalmente dalla penna, si stampino sulla pagina. Da qui deriva, per conseguenza, la critica sia del realismo che del decadentismo letterari. Un nuovo tipo di letteratura \u00e8 necessario. Dalla <em>catabasi<\/em>, dal <em>descensus <\/em>nella memoria addolorata del mondo siciliano deve sorgere un nuovo stile che riunisca senza distinzioni gerarchiche tutti i livelli di realt\u00e0 della \u00a0<em>faro<\/em>, p. 219: \u00abRiprende l\u2019emigrazione italiana nel Maghreb nei primi anni dell\u2019Ottocento.<br \/>\n\u00c8 un\u2019emigrazione questa volta intellettuale e borghese, di fuorusciti politici, di professionisti, di imprenditori. Liberali, giacobini e carbonari, si rifugiano in Algeria e in Tunisia [\u2026]. A Tunisi s\u2019era stabilita da tempo una nutrita colonia di imprenditori, commercianti, banchieri [\u2026]. Accanto alla borghesia, v\u2019era poi tutto un proletariato italiano di lavoratori stagionali, pescatori di Palermo, di Trapani, di Lampedusa che soggiornavano per buona parte dell\u2019anno nelle coste maghrebine. \/\/ Ma la grossa ondata migratoria di bracciantato italiano in Tunisia avvenne sul finire dell\u2019Ottocento e i primi anni del Novecento, con la crisi economica che colp\u00ec le nostre regioni meridionali. [\u2026] Alla Goletta, a Tunisi, in varie citt\u00e0 dell\u2019interno, v\u2019erano popolosi quartieri che erano chiamati \u00ab\u201cPiccola Sicilia\u201d o \u201cPiccola Calabria\u201d. \u00bb \u00c8 una storia troppo complessa, quella delle conseguenze che hanno avuto, in seguito, la guerra di Libia, il fascismo, la seconda guerra mondiale sulle comunit\u00e0 siciliane e italiane di Tunisia per poterla riassumere qua. Lo stesso Consolo rimanda al libro di Nullo Pasotti, <em>Italiani e Italia in Tunisia.\u00a0<\/em>storia. Non una narrazione lineare, ma una storia piena di tortuosit\u00e0, a strati sovrapposti, con personaggi, sensazioni e sentimenti del presente, del passato prossimo e di quello pi\u00f9 remoto, che attinge a miti a cui si rifanno i comportamenti, in una frantumazione caleidoscopica. Non una lingua standard, ma quella pi\u00f9 vicina al punto dal quale sgorgano le emozioni, alla gola strozzata di chi sta per emettere un grido che, invece, si trasforma in una frase, mozza e imperfetta, ma gi\u00e0 intelligibile; una lingua piena di terrori e di incertezze di chi si dibatte tra l\u2019impossibilit\u00e0 dell\u2019esprimersi e la necessit\u00e0 di parole, di storia, di narrazione.38 La verticalit\u00e0 poetica opposta alla piatta orizzontalit\u00e0 della\u00a0lingua standard. L\u2019enumerazione, il pastiche, il miscuglio formato da italiano, inversioni, iperbati) e una accozzaglia di termini siciliani, spesso impenetrabili per un lettore non isolano, non rispondono al gusto di un mero \u00abedonismo linguistico\u00bb, di un puro artificio, ma a una scelta linguistica concreta che obbedisce al mondo interiore di questo Figlio del Lupo, il <em>W\u00f6lfing<\/em>. Egli esprime il dolore e la rabbia con il nuovo linguaggio asformato la sua pietra del dolore, la sua tristezza abissale. L\u2019identit\u00e0 Petro-narratore \u00e8, credo, la conseguenza logica di quello che abbiamo appena detto: la fine del romanzo coincide con il suo stesso inizio, vale a dire che la storia inizia quando la voce narrante pu\u00f2 finalmente raccontare il suo travagliato accesso alla scrittura. <em>Nottetempo<\/em>\u2026 \u00e8 dunque l\u2019autobiografia di Petro Marano, il figlio del bastardo, il capro malinconico che ha attraversato il dolore, la storia notturna sua e del suo paese, la Sicilia.39\u00a0\u00abForme e funzioni del linguaggio\u00bb, in <em>Nuove effemeridi<\/em>, n. 29, 1995, p. 15-29.per quanto essenziale per capire il valore del linguaggio con il quale entrambi tentano di recuperare Pan e l\u2019irrazionalit\u00e0 dell\u2019istinto, considerati parte della nostra stessa realt\u00e0. Non si tratta di un programma di recupero superficiale degli istinti, come quello ideato dal satanista Crowley, ma di riappropriarsi delle caverne di Pan e di Licaone come parte della nostra mente notturna. Se anche essa non potr\u00e0 ridarci la salute, ci render\u00e0 comunque pi\u00f9 chiaroveggenti.<br \/>\nLe riflessioni di Massimo CACCIARI, <em>L\u2019Angelo necessario<\/em>, Milano: Adelphi, 1986 sull\u2019angelo nuovo hanno molti punti di contatto con questi nostri angeli, in particolar modo il capitolo II (\u00abAngelo e demone\u00bb), dove leggiamo: \u00abIl paradiso \u00e8 perduto <em>per sempre cercato<\/em>, ma la ricerca si svolge \u201csin luz para siempre\u201d. Essi [gli angeli] inondano il quotidiano, la loro dimora non \u00e8 pi\u00f9 in nessun modo inseparabile dall\u2019 <em>aria <\/em>che l\u2019uomo respira\u00bb. Si veda ancheJos\u00e9 JIM\u00c9NEZ, <em>El \u00e1ngel ca\u00eddo<\/em>, Barcelona: Seix Barral, 1982.Eugenio BORGNA, <em>Op. cit., <\/em>1992, P. 149 Walter BENJAMIN, <em>Sul concetto di storia<\/em>, a cura di Gianfranco Bonola e Michele Ranchetti, Torino: Einaudi<em>, <\/em>1997.Come ci ricorda lo stesso Vincenzo CONSOLO in \u00abIl ponte sul canale\u00bb, ora in <em>Di qua dal<\/em>Per una ricerca pi\u00f9 approfondita della lingua di Consolo, si veda Salvatore C. TROVATO,Invece l\u2019identit\u00e0 Petro \u2014 Consolo \u00e8 pi\u00f9 complessa, e in un certo modo meno interessante,<\/p>\n<\/li>\n<\/ol>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>&nbsp; Quaderns d\u2019Itali\u00e0 10, 2005 79-94 Teriomorfismo e malinconia Una storia notturna della Sicilia: Nottetempo, casa per casa di Consolo Rossend Arqu\u00e9s Universitat Aut\u00f2noma de Barcelona Abstract L\u2019articolo vuol essere una lettura di Nottetempo, casa per casa che prende spunto dall\u2019analisi del sostrato mitico e iconografico delle rappresentazioni teriomorfiche pi\u00f9 importanti del romanzo (il \u00abluponario\u00bb &hellip; <a href=\"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=1359\" class=\"more-link\">Continua a leggere <span class=\"screen-reader-text\">Teriomorfismo e malinconia Una storia notturna della Sicilia: Nottetempo, casa per casa di Consolo Rossend Arqu\u00e9s<\/span><\/a><\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":0,"comment_status":"open","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[7,4],"tags":[246,23,282,152,151,279,40,29,281,280,18],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/1359"}],"collection":[{"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=1359"}],"version-history":[{"count":2,"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/1359\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":1363,"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/1359\/revisions\/1363"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=1359"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=1359"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=1359"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}