{"id":1009,"date":"1995-06-01T12:26:51","date_gmt":"1995-06-01T12:26:51","guid":{"rendered":"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=1009"},"modified":"2016-05-13T06:24:01","modified_gmt":"2016-05-13T06:24:01","slug":"incontri-scrittori-doggi-e-tradizione-classica","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=1009","title":{"rendered":"Incontri : Scrittori d&#8217;oggi e tradizione classica"},"content":{"rendered":"<p>&nbsp;<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">VINCENZO CONSOLO<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">PADOVA,\u00a0 01\/06\/1995<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ringrazio i due presentatori, il professor Mariani e il professor Pianezzola. Sono onorato di essere qui a Padova, di essere in questa gloriosa universit\u00e0. Ricordavo al professor Pianezzola che sono gi\u00e0 stato qui venti anni fa, nel \u201876, invitato nella sua aula dal prof. Folena, quando era uscito il mio romanzo, che si intitolava\u00a0 <em>Il sorriso di un ignoto marinaio<\/em>. C\u2019era stato un linguista che aveva messo in versi la mia prosa, rivelando in qualche modo quella che \u00e8 la mia sperimentazione linguistica e la mia concezione dello scrivere quelli che si chiamano romanzi; ma su questo poi spero di avere occasione di soffermarmi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Io non ho pratica universitaria; ci sono molti miei colleghi scrittori che sono anche universitari; io li invidio perch\u00e9, avendo pratica didattica, sono abituati alle aule universitarie. Quindi mi scuso, metto le mani avanti per le mie esitazioni, per le mie inceppature e tutto quanto non rende fluido il linguaggio. Ecco, io non parto, dovendo affrontare questo tema, il tema del ritorno, del n\u00d2stoj, non parto dall\u2019archetipo, da Omero, dall\u2019Odissea, ma voglio partire proprio dalla mia terra, dal primo degli scrittori siciliani che sono emigrati, che sono andati fuori dall\u2019isola e che poi sono tornati: voglio partire da Verga.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La mia terra, l\u2019isola, la Sicilia, \u00e8 una terra estrema, che ha sempre, da una parte, persone non felici socialmente, che, spinte dalla necessit\u00e0, sono state portate ad emigrare; ma questo non solo dalla Sicilia, ma da tutto il meridione, come voi sapete, e anche da zone depresse di questo Veneto. Per\u00f2 da parte degli intellettuali, degli scrittori c\u2019\u00e8 sempre stata, se non la necessit\u00e0, il desiderio di arrivare al centro, di lasciare questa periferia incerta, cercando un centro che in volta in volta si identificava in Roma, in Firenze, ma soprattutto in Milano.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Verga, per non andare molto lontano, \u00e8 stato il primo di questi emigranti, il primo di questi scrittori che ha lasciato l\u2019isola per arrivare a Firenze, che era allora capitale d\u2019Italia, e quindi a Milano.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Quando giunse a Milano, un giorno di novembre del 1872, immaginava di trovare una citt\u00e0 immobile come era Firenze, capitale allora d\u2019Italia, come dicevo, ma anche capitale della cultura, capitale della lingua; aveva gi\u00e0 una carriera ben disegnata di scrittore: fino a quel momento aveva scritto, da giovane,\u00a0 <em>I carbonari della montagna<\/em>, <em>Amore e Patria,\u00a0 Sulle lagune .<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>\u00a0<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>\u00a0<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ma a Firenze aveva lasciato questi temi di tipo storico-patriottico, e aveva intrapreso un altro filone, che poi \u00e8 stato definito \u201cmondano\u201d: romanzi d\u2019amore e passione, che si chiamano<em>\u00a0 La peccatrice, Eva, Tigre reale, Eros,<\/em> ecc.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">E dunque giunge a Milano nel 1872, con un biglietto di presentazione molto ambizioso e molto gratificante per quell\u2019epoca: era l\u2019autore della\u00a0 <em>Storia di una capinera<\/em>; era il tema, allora molto di moda, di derivazione diderotiana, manzoniana della malmonacata. E quindi si presentava nei salotti milanesi, nei salotti delle varie contesse, della contessa Maffei, Castiglione o altre contesse, con questo affascinante biglietto da visita. Ma si presentava soprattutto col suo fascino di meridionale, di uomo taciturno e misterioso. Affascinava soprattutto le signore, in questi salotti, al punto da suscitare la gelosia e l\u2019ira di Carducci\u00a0 perch\u00e9 sembra che abbia, in qualche modo, corteggiato l\u2019amante di Carducci, Lidia, e Carducci manda un biglietto iratissimo a questa sua amante, dicendo che questo <em>parvenu<\/em> si presenta con un falso titolo, come cavaliere; per di pi\u00f9, \u00e8 uno che ha scritto un romanzo epistolare, che era appunto la <em>Storia di una capinera<\/em>, e, ancora peggio, \u00e8 un siciliano e quindi un uomo volgare. Il vate era pieno di furori, come voi sapete.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Quindi Verga immagina la societ\u00e0 di Milano come una societ\u00e0 assolutamente immobile. Ma Milano, nel \u201872, immobile non era: era in preda alla prima rivoluzione industriale; era una citt\u00e0 in grande movimento: si aprivano le fabbriche, si apriva la Pirelli &amp; Co. per la lavorazione della gomma e poi, naturalmente, anche opifici; il conte Melzi d\u2019Eril aveva regalato al Comune delle sue propriet\u00e0, dove erano sorti nuovi quartieri; erano sorte nuove stazioni ferroviarie; c\u2019era un grande movimento commerciale. Naturalmente, con questa nuova rivoluzione industriale incominciavano le prime conquiste sociali: nel \u201872 si apriva a Milano la prima sezione dell\u2019Internazionale socialista, a Lodi si stampava un giornale che si chiamava [&#8230;]; Garibaldi sciveva al direttore di questo giornale, a Bignami, dicendo del grande impegno che aveva questo giornale nei confronti della classe lavoratrice.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0Verga, di fronte a questo mondo che non conosceva, che non capiva, si trov\u00f2 immediatamente spiazzato e cadde in crisi, come spesso capita alla letteratura nei confronti della storia, della storia nel momento in cui si svolge. Questa rivoluzione industriale culmina nel 1881 con l\u2019Esposizione universale di Milano. In questa esposizione Arrigo Boito tiene un discorso in uno dei padiglioni, un discorso tutto inneggiante al progresso, alla nuova era che avanzava; alla Scala si rappresenta il Ballo Excelsior con i versi di Marenco, dove si inneggia appunto alle nuove scoperte, all\u2019elettricit\u00e0; \u00e8 una sorta di balletto a ritmo di polka, dove si parla appunto del traforo del Sempione, della scoperta dell\u2019elettricit\u00e0; insomma, si apriva tutto un mondo di grandi promesse. Verga rimane assolutamente dubbioso di tutto questo e la sua crisi\u00a0 culmina con l\u201981, l\u2019anno della pubblicazione dei <em>Malavoglia<\/em>; ma questa svolta stilistica di Verga incomincia gi\u00e0 negli anni precedenti. I primi segni si avvertono in un racconto, un racconto singolare che lui poi ha ripudiato, anzi scrive al suo traduttore francese, al [&#8230;], che \u00e8 assolutamente un racconto brutto, che non vuole che si traduca in francese. Per\u00f2 \u00e8 un racconto singolare, perch\u00e9 \u00e8 una svolta di epifania di quella che poi sar\u00e0 la sua confessione stilistica, il suo ritorno in Sicilia. Questo racconto si chiama <em>La storia del castello di Trezza<\/em>. E\u2019 un racconto di tipo gotico, dove c\u2019\u00e8 una cornice di tipo medievale e poi, dentro questa cornice, una storia contemporanea, dove c\u2019\u00e8 una contessa, la contessa Violante, che guarda dall\u2019alto di questa torre le casipole e i fariglioni, che sono gli elementi che compariranno poi nei <em>Malavoglia<\/em>; li guarda dall\u2019alto e prova compassione verso questa povera gente che abita in questa spiaggia, che \u00e8 la spiaggia di Aci Trezza. Poi, quello che sar\u00e0 il manifesto della sua svolta stilistica sar\u00e0 un racconto che si chiama <em>Fantasticheria<\/em>. Natalino Sapegno dice che Verga, con\u00a0 questa sua crisi, ritorna con la memoria alla terra delle madri, ritorna alla sua Sicilia, al mondo intatto della sua infanzia.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ecco, lui si portava dentro questo mondo e c\u2019\u00e8 voluto il contatto, l\u2019impatto con Milano per poter scoprire dentro di s\u00e8 questa sua memoria. Ma soprattutto scopre una lingua che sino ad allora non aveva praticato, che era un lingua diversa da quella con la quale aveva scritto fino ad allora i cosiddetti romanzi mondani. Era questa antilingua, questa lingua di opposizione al codice linguistico toscano, che non era assolutamente siciliano perch\u00e9 se, in un primo momento, nei racconti della <em>Vita dei campi<\/em> e poi <em>Novelle rusticane<\/em> ci sone delle esitazioni, ci sono ancora dei vocaboli siciliani scritti in corsivo, che sono come dei buchi dentro la pagina, a poco a poco questo liguaggio si amalgama; questa lingua non \u00e8 pi\u00f9 dialettale, \u00e8 una lingua che \u00e8 irradiata di dialettalit\u00e0, non arriva mai al dialetto. Anzi Verga, quando prese coscienza di quello che stava facendo, di quello che aveva fatto, prende le distanze dal dialetto perch\u00e9 capisce che la sua operazione era un\u2019operazione assolutamente linguistica, non era un\u2019operazione di tipo dialettale; anzi, aveva avuto un diverbio, una polemica con Capuana, col suo <em>confr\u00e8re<\/em>, appunto sull\u2019uso del dialetto. Ecco, lui capiva che aveva inventato un linguaggio che era il linguaggio dei personaggi che lui trattava; era la storia che narrava (proprio per la sua concezione dell\u2019impersonalit\u00e0), era la storia che si parlava da s\u00e8. Si parlava da s\u00e8 attraverso questa lingua, che \u00e8 fatta come i versetti di un libro sacro, della Bibbia o del Corano: sono i proverbi tramandati dalla sapienza dei vecchi, dalla sapienza degli antichi, sono questi proverbi che si ripetono e naturalmente sono accettati passivamente da parte dei personaggi dei romanzi e dei racconti che lui va scrivendo. Comunque delinea, proprio nella concezione che Verga aveva di fronte a questa concezione progressiva, di tipo leibniziano o mamiano, quello sul quale avevano appuntato i loro strali ironici da una parte Leopardi e dall\u2019altra Voltaire; Voltaire nei confronti di Leibniz, con il suo romanzo <em>Candide<\/em>, mentre Leopardi nei confronti di Terenzio Mariani ne<em> La ginestra<\/em>. Lui si era ripiegato in s\u00e9 stesso, si era ripiegato nella stagione dell\u2019infanzia, in una terra immobile che era la terra dell\u2019immobilit\u00e0 pi\u00f9 [&#8230;] della\u00a0 Sicilia e che aveva trasferito in una dimensione esistenziale, in una dimensione quasi metafisica. Era la concezione del fato, della assoluta ininfluenza della storia nei confronti dei destini umani. Fato viene da \u201cparlare\u201d, <em>for<\/em>, <em>faris<\/em> e, quindi, quello che \u00e8 detto \u00e8 detto una volta per tutte, una volta per sempre. C\u2019\u00e8, nella cultura arabo-musulmana, una frase del Corano, che dice \u201cmen tub\u201d [?]; c\u2019\u00e8 anche questa matrice araba, non solo greca, nella concezione nella concezione verghiana del fato. \u201cMen tub\u201d significa \u201cCi\u00f2 che \u00e8 scritto \u00e8 scritto\u201d, e quindi c\u2019\u00e8 questo mondo circolare di Verga. Ora, io credo che nessuno come Verga poteva avere un concezione, in Sicilia, propria di un uomo che era nato sulle pendici di una terribilit\u00e0 naturale come l\u2019Etna. L\u2019Etna \u00e8 quel vulcano che continuamente minaccia, che continuamente distrugge. Le popolazioni che sono vissute sulle falde di questo vulcano hanno sempre avuto questa concezione fatalistica della vita; quindi Verga interpreta perfettamente quella che \u00e8 la concezione di questa popolazione, di questi esseri che vivono proprio sotto le minacce di una natura terribile e distruttiva come pu\u00f2 essere quella di un vulcano. Un vulcano che poi non \u00e8 altro che il simbolo, la pietrificazione di un altro elemento infido, un elemento minaccioso di cui non bisogna fidarsi, che \u00e8 il mare. Lui pone la prima azione del suo romanzo, de <em>I Malavoglia<\/em>, al limite di questi due mondi, di questo mare pietrificato che \u00e8 la lava, la <em>sciara<\/em>, e di quel mare tempestoso dove i Malavoglia incontreranno la loro sciagura, dove perderanno tutte le loro speranze, dove affogher\u00e0,\u00a0 dove si naufragher\u00e0 la barca che si chiama <em>Provvidenza<\/em>.\u00a0 Dunque, questo mondo immobile, che \u00e8 un incrocio fra Leopardi e il mondo tragico di Sofocle o di Euripide o di Eschilo. Naturalmente c\u2019\u00e8 una assoluta sfiducia nei confronti di una societ\u00e0 organizzata, nei confronti della storia. Verga ritorna con la memoria in Sicilia, ma ritorna poi anche fisicamente, biograficamente nella sua Catania. In questa Catania, si chiude nella sua casa di Sant\u2019Anna, pensa di scrivere quello che \u00e8 il terzo episodio del Ciclo dei Vinti. Ma dissipa il suo tempo, ritorna come in questo alvo materno in cui rimane imprigionato. C\u2019\u00e8 una sorta di regressione, che gi\u00e0 aveva espresso in modo poetico nelle sue opere, ma \u00e8 anche una regressione di ordine biografico di Verga stesso. Ecco, dice: tutti sanno che sta scrivendo il terzo libro che \u00e8 <em>La duchessa di Leyra<\/em>, e invece lo scrive [?]. Quando poi morir\u00e0, nel 1922, ecco si scopre che del terzo libro, del terzo episodio, de <em>La duchessa<\/em> <em>di Leyra<\/em> aveva tracciato soltanto il primo capitolo. E\u2019 l\u2019assoluta sfiducia che ha Verga nei confronti di un libro che avrebbe dovuto uscire fuori da quella che \u00e8 la rigidit\u00e0 del poema narrativo rappresentato da <em>I Malavoglia<\/em> e, in qualche modo, anche dal <em>Mastro don Gesualdo<\/em>. Uscire fuori \u00e8 scrivere il terzo romanzo, che avrebbe dovuto avere l\u2019articolazione del romanzo ottocentesco, che avrebbe presupposto una fiducia in una societ\u00e0 alla quale rivolgersi. Ma Verga non aveva fiducia pi\u00f9 in questa societ\u00e0 perch\u00e9 la sua riduzione stilistica, la sua rivoluzione linguistica, la scoperta di questo mondo dei vinti, aveva trovato una assoluta sordit\u00e0 nel mondo che lo circondava.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ci saranno, come poi io racconto nel mio libro, le celebrazioni degli ottanta anni di Verga nel 1920 e sar\u00e0 chiamato un personaggio emblematico di quella che \u00e8 la rottura verghiana a pronunciare un discorso di commemorazione per questo genetliaco di Verga, Luigi Pirandello. Pirandello \u00e8 stato chiamato perch\u00e9 era l\u2019autore pi\u00f9 rappresentativo in quegli anni in Italia, ma, voglio dire, \u00e8 anche un simbolo di quello che Pirandello rappresenta in questo mondo verghiano. Rappresenta la rottura del cerchio, della condanna del fato verghiano; Pirandello, che viene dall\u2019altra parte della Sicilia, anche lui abitava a Roma in quel periodo, ma viene da Agrigento, in una zona dove non c\u2019\u00e8 una terribilit\u00e0 naturale come quella della parte orientale, non c\u2019\u00e8 una presenza come quella del vulcano, ma \u00e8 una realt\u00e0, quella girgentana, coma la chiama Pirandello, dove la storia si \u00e8 fermata.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">C\u2019\u00e8 un racconto, proprio di Pirandello, dove c\u2019\u00e8 questa antica storia, la storia dell\u2019antica Grecia, che \u00e8 come ferma, come cristallizzata in questo mondo agrigentino. Pirandello per\u00f2 vive in una realt\u00e0 che era una sorta di specularit\u00e0 di quella che era stata la rivoluzione industriale del Nord dell\u2019Italia, della rivoluzione industriale di Milano. Vive nella realt\u00e0 delle zolfare. Le zolfare in Sicilia: proprio questa scoperta di una industria cos\u00ec penosa, cos\u00ec terribile, cos\u00ec sotterranea, catactonia quasi, ha creato una sorta di verticalizzazione di quello che era il mondo verghiano, il mondo della rassegnazione, il mondo del fato, che era il mondo contadino; verticalizzazione, perch\u00e9 si riproduce, all\u2019interno della miniera di zolfo, quella era la gerarchia dello sfruttamento che esisteva in superficie, e quindi ci sono le varie gradualit\u00e0, sino ad arrivare dal padrone al picconiere e al caruso. Proprio negli anni in cui Verga era a Milano, nel 1876, era stata fatta la prima inchiesta in Sicilia; ne era stata fatta una promossa dal governo italiano, ma come tutte le incheste burocratiche ufficiali non aveva rivelato la realt\u00e0 drammatica meridionale, siciliana. Ma nel \u201876 due studiosi, uno piemontese, l\u2019altro toscano, Sonnino e Franchetti, avevano fatto per conto loro questa inchiesta in Sicilia, soprattutto per quanto riguarda la malavita organizzata in Sicilia, per quanto riguarda la mafia, la corruzione delle strutture dello stato in Sicilia. Ma c\u2019era stato un capitolo che aveva fatto indignare l\u2019opinione pubblica italiana, ed era l\u2019ultimo capitolo di quello che riguardava le condizioni dei contadini siciliani: era proprio il lavoro dei carusi, cio\u00e8 dei bambini nelle miniere di zolfo. Ecco, si scopr\u00ec questa realt\u00e0 terribile, vergognosa dello sfruttamento di questi bambini: i bambini entravano in miniera a cinque anni e rimanevano legati\u00a0 al picconiere; il picconiere pagava un prezzo per avere in affitto questi bambini e le famiglie davano questi bambini, ma dovevano poi pagare questo prezzo che avevano avuto per riscattare, diciamo, questa sorta di piccolo schiavo. Naturalmente il riscatto non avveniva mai, perch\u00e9 le famiglie non avevano la possibilt\u00e0 di restituire il denaro e quindi questo caruso, che era un bambino, restava caruso fino all\u2019et\u00e0 di trenta anni e oltre. Insomma si scopr\u00ec questa realt\u00e0 dello sfruttamento di questo lavoro dei bambini e il mondo italiano, e non solo italiano, rimase inorridito. Ci furono molti studiosi che poi vollero capire questa realt\u00e0. E ci fu una donna inglese [&#8230;], che era la moglie di un eroe risorgimentale che era arrivata in Sicilia e anche lei aveva fatto una inchiesta su queste miniere di zolfo. Comunque si tendeva a colpevolizzare massimamente il picconiere, ma le colpe erano ben pi\u00f9 in alto, erano pi\u00f9 da parte dei proprietari e dei commercianti dello zolfo, di questa grande scoperta che si era fatta in Sicilia.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ma, ripeto, questa terribilit\u00e0, questo mondo cunicolare, questo mondo sotterraneo era talmente disumano, talmente insopportabile che aveva portato questi uomini a una sorta di rivoluzione culturale. Coincide proprio, questa rivoluzione culturale, con l\u2019avvento di quello che era il messaggio, diciamo come un messaggio religioso, che era il messaggio del socialismo. E quindi questi lavoratori, quelli che non si disgregavano, quelli che non morivano, che non impazzivano, perch\u00e9 marciavano su un crinale molto pericoloso, e prendevano coscienza della loro condizione si univano, e quindi credettero in questo messaggio socialista e cominciarono le prime riunioni; ci furono i primi scontri, ci fu un convegno in un paesino di zolfatari che si chiama Bronte; ci furono i primi scontri del \u201893, quelli che vanno sotto il nome di \u201cFasci Siciliani\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Sarebbe troppo lungo raccontare tutta l\u2019epopea di questo mondo delle miniere di zolfo, ma Verga, di fronte a questa realt\u00e0, perch\u00e9 pensava sempre a una Sicilia immobile, si ritrasse da Milano, perch\u00e9 non accett\u00f2 questa rivoluzione industriale; e si ritrasse anche da questa Sicilia che, da immobile che era, cristallizzata, incominciava a muoversi e a prendere coscienza della storia. E scrisse, proprio nel periodo del suo esilio volontario in questa citt\u00e0 di Catania, scrisse un dramma che si chiama <em>Dal tuo al mio<\/em>, dove si scagliava contro queste forme di scioperi, i primi scioperi che si facevano. Naturalmente assieme a lui c\u2019era il Capuana, che seguiva le stesse vicende di Verga; e c\u2019\u00e8 un episodio emblematico: proprio dopo l\u2019inchiesta che fecero Franchetti e Sonnino, i due letterati si sentirono come offesi, come se la Sicilia da questa inchesta fosse uscita diffamata. Addirittura Capuana ha scitto un <em>pamphlet<\/em> contro questa inchiesta, che va sotto il nome <em>La Sicilia e il brigantaggio<\/em>, dove dice: \u201cPerch\u00e9 questa particolarit\u00e0 di malavita organizzata che va sotto il nome di mafia solo in Sicilia? non avvengono delitti anche, con statistiche alla mano, in altre regioni?\u201d Certo, loro non accettavano che in Sicilia ci fosse questo fenomeno; addirittura poi Capuana dice che la mafia \u00e8 un atteggiamento culturale del siciliano, una sorta di Tarteniade di tipo spagnolo, una sorta di superfetazione dell\u2019io, e riporta come prova di questa sua concezione quella che era la definizione di mafia data da un etnologo di quel periodo che era Giuseppe Pittr\u00e8. Pittr\u00e8, anche lui, da quel positivista che era, non ammette che esista questo fenomeno in Sicilia. Verga, anche lui, proprio per questa idea di una Sicilia immobile, di una Sicilia \u201cpoetica\u201d, non accetta queste novit\u00e0 dell\u2019isola: non accetta, da una parte, che vi siano degli scontri di tipo storico, degli scontri di tipo sociale; non accetta, d\u2019altra parte, che vi siano questi mali, questi mali, nati proprio in Sicilia, della malavita organizzata, dei delitti, di tutto quanto sappiamo sulla mafia. Tutto questo per\u00f2 non impedisce (e questo \u00e8 un problema centrale di quello che \u00e8 la letteratura, di quello che \u00e8, diciamo, la rivoluzione in letteratura, di quello che \u00e8 poi l\u2019idea conservativa che ci pu\u00f2 essere dietro una rivoluzione stilistica), il conservatorismo, l\u2019idea immobile che Verga ha della Sicilia non gli impedisce per\u00f2 di essere stato il pi\u00f9 grande rivoluzionario linguistico e il pi\u00f9 grande rivoluzionario stilistico della letteratura moderna. Qui ci sarebbe da fare veramente un discorso su quello che \u00e8 il linguaggio, il linguaggio del romanzo, soprattutto, non delle poesie; bisognerebbe partire forse da Leopardi, che dice appunto della lingua italiana, mettendola in paragone con il francese nello <em>Zibaldone<\/em> (in quel grande mare che \u00e8 lo <em>Zibaldone<\/em>)<em>,<\/em> dice, per esempio, che la lingua francese, a partire dall\u2019et\u00e0 di Luigi XIV, tende verso l\u2019unicit\u00e0, mentre l\u2019italiano non \u00e8\u00a0 una sola lingua ma \u00e8 un\u2019infinit\u00e0 di lingue, che questa infinit\u00e0 di lingue vengono continuamente nutrite dai dialetti, dalle parlate popolari, e quindi l\u201ditaliano\u201d ha in s\u00e8 l\u2019infinito che il francese ha perso. La ragione di questa perdita di infinito, di questa geometrizzazione (Leopardi parla proprio di \u201cgeometrizzazione\u201d della lingua francese), risiede nel fatto che in Francia incominc\u00f2 a formarsi una societ\u00e0, e quindi si svilupp\u00f2 quella lingua di una societ\u00e0, una societ\u00e0 in un certo senso armonica, mentre in Italia tutto questo non era accaduto, non esisteva una societ\u00e0 e quindi in letteratura e nella vita non si era sviluppata quella lingua di comunicazione perch\u00e9 non era prodotta da una societ\u00e0 che non c\u2019era. E quindi c\u2019erano le varie sotto-societ\u00e0, le varie comunit\u00e0, le varie regioni, che parlavano delle lingue diverse, e gli scrittori parlavano in queste infinit\u00e0 di lingue. Leopardi poi porta come esempio massimo di infinito linguistico uno scrittore del \u2018600, Daniello Bartoli, il famoso storico della Compagnia di Ges\u00f9, che scrive, oltre a questa <em>Storia<\/em>, anche altri libri dove la lingua si estende in tutte le sue infinite possibilit\u00e0; Leopardi porta come esempio massimo di ricchezza linguistica questo esempio secentesco. Esempio secentesco che poi Manzoni rifiuta perch\u00e9, storicisticamente e volontaristicamente,\u00a0 \u00a0vuole dare una lingua agli Italiani e quindi, andando a sciacquare i panni in Arno, non fa che parodiare un brano di Daniello Bartoli dove c\u2019\u00e8 una descrizione di una certa zona della Cina nell\u2019attacco dei <em>Promessi Sposi<\/em>: \u201cQuel ramo del lago di Como\u201d non \u00e8 altro che la parodia, proprio con lo stesso schema, della descrizione che fa appunto Daniello Bartoli di una regione della Cina; c\u2019\u00e8 questo ironico riferimento, ironica parodia del Manzoni, voluta, di Daniello Bartoli. Quindi il rifiuto, diciamo, di quello che \u00e8 l\u2019infinito e la volont\u00e0, da parte del Manzoni, di avere una lingua per una societ\u00e0 che lui desiderava si formasse. In Verga c\u2019\u00e8 questa assoluta sfiducia nella societ\u00e0, ma c\u2019\u00e8 anche sfiducia nell\u2019esistenza e nella vita.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0Cos\u00ec, malamente, ho tracciato quella che \u00e8 la vicenda verghiana, per\u00f2 forse ho lasciato sospeso il significato della rottura del cerchio, della condanna verghiana e della rottura del cerchio linguistico verghiano da parte di Pirandello. Pirandello \u00e8 quello che modernizza il fato, la tragedia antica, fa diventare dramma quella che \u00e8 la tragedia, dramma moderno, attraverso l\u2019intromissione dell\u2019ironia, dell\u2019umorismo lui lo chiama. Pirandello \u00e8 quello che si chiede del perch\u00e9 di questa condanna, si chiede perch\u00e9 attraverso l\u2019aberrazione, attraverso la parola, la parola incessante&#8230;, ecco, il discorso di Pirandello, che non ha assolutamente preoccupazioni stilistiche; Pirandello parla una lingua di estrema comunicazione, ma questa lingua \u00e8 una lingua da legulei, una lingua da tribunale, una lingua da aberrazione avvocatizia, e attraverso questo continuo domandarsi, attraverso i vari punti di vista, Pirandello cerca di rompere questo cerchio verghiano e di riportare su una linearit\u00e0 quello che \u00e8 l\u2019antico fato, di far diventare dramma&#8230; Dramma viene da dr\u00a3w, &#8220;fare&#8221;, ecco, quindi, dall\u2019immobilit\u00e0 verghiana si passa a questo movimento, movimento verbale che \u00e8 la concezione di Pirandello stesso. Senonch\u00e9 il trasferimento dal luogo di Aci Trezza, dalle falde dell\u2019Etna, in un ambiente piccolo-borghese o borghese, qual \u00e8 quello pirandelliano, fa diventare la faccenda molto pi\u00f9 dolorosa. La stanza, il salotto borghese pirandelliano diventa, secondo Giovanni Macchia, appunto la stanza della tortura, dove c\u2019\u00e8 il vacillare della identit\u00e0, dove c\u2019\u00e8 questo motiplicarsi dell\u2019io e tutto quello che sapete. Pirandello \u00e8 anche lui uno che \u00e8 andato, ma io credo che abbia mosso i suoi primi passi, proprio sin dall\u2019inizio, che sia uscito fuori dalla Sicilia e credo che non abbia avuto mai nessun ritorno; se ritorno c\u2019\u00e8 stato, in Pirandello, c\u2019\u00e8 stato nel momento della morte, quando scrive il mito <em>I giganti<\/em> <em>della montagna<\/em>, un dramma non finito dove c\u2019\u00e8 una sorta di ritorno indietro, ritorno alle origini, quando, proprio la notte prima di morire, dice al figlio che nel terzo atto non scritto di questo mito vede un olivo saraceno. L\u2019olivo saraceno \u00e8 quell\u2019ulivo da cui lui era partito quando, nell\u2019inizio della sua autobiografia, che non mai concluse, dice: \u201cCaddi come una lucciola per caso in un luogo che si chiama il Caos e dietro ad un olivo saraceno\u201d. E quindi vede, alla conclusione di questo dramma, <em>I giganti della montagna<\/em>, la presenza di un olivo saraceno, su cui si doveva dispiegare il drappo dove Ilse avrebbe dovuto recitare per i giganti della montagna il dramma del figlio cambiato; poi naturalmente Ilse venne uccisa dai giganti della montagna perch\u00e9 nel mondo, diceva Piradello, non era pi\u00f9 possibile la poesia, non era pi\u00f9 possibile recitare, dice, una poesia. Ecco, quindi c\u2019\u00e8 questo ritorno, alla fine di tutto il suo arrovellarsi, di tutto il suo discorso, di tutta la sua dialettica, c\u2019\u00e8 questo ripiegamento, questo ritorno alle origini attraverso questo simbolo forte che \u00e8 l\u2019olivo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Da Verga, dopo questo breve passaggio attraverso Pirandello, vorrei adesso parlare di un altro Odisseo, di un altro emigrato che ritorna, e si tratta di Elio Vittorini. Vittorini era andato via giovane dall\u2019isola, quasi adolescente, era scappato cos\u00ec come Quasimodo, scappato di casa per questo mito del centro, questo mito del Nord, ed era approdato a Gorizia e poi a Milano. Nel \u201841 pubblica questo libro, che \u00e8 stato un po\u2019 il libro di formazione di tutte le nuove generazioni del secondo dopoguerra, \u00e8 stato una specie di messaggio criptico, un messaggio ermetico da parte delle generazioni che vivevano sotto il fascismo e che dopo la liberazione avevano di nuovo riacquistato la libert\u00e0. L\u2019attacco di <em>Conversazione in Sicilia<\/em> suonava veramente, nel \u201841, come un rintocco di campana. Quando Vittorini inizia: \u201cIo ero, quell\u2019inverno, in preda ad astratti furori. Non dir\u00f2 quali, non di questo mi son messo a raccontare. Ma bisogna ch\u2019io dica ch\u2019erano astratti, non eroici, non vivi; furori, in qualche modo, per il genere umano perduto.\u201d Il genere umano perduto era naturalmente quello sotto la guerra, sotto la dittatura fascista. Compie Vittorini questo ritono alla terra della madre, non pi\u00f9 alla terra delle madri; il titolo <em>Conversazione in Sicilia<\/em> \u00e8 mutuato dalle sacre conversazioni di tante pitture italiane; adottando questo titolo Vittorini punta a laicizzare questo <em>topos<\/em> pittorico, cos\u00ec come aveva fatto Piero della Francesca nel famoso quadro <em>La<\/em> <em>Flagellazione<\/em>, che si trova a Urbino. Su questo quadro ha indagato Carlo Ginzburg con quel libro famoso che si chiama<em> Congetture su Piero<\/em>; c\u2019\u00e8, dice appunto Ginzburg, in questo quadro, come un spostamento di piani: in secondo piano c\u2019\u00e8 la figura del Cristo alla colonna e in primo piano ci sono dei personaggi che conversano, e si capisce che la conversazione di questo personaggi \u00e8 una conversazione filosofica, una conversazione civile; quindi c\u2019\u00e8 questo spostamento di piani dal sacro al profano, dal mistico al laico. In Vittorini c\u2019\u00e8 la volont\u00e0 di spostare dal piano del mito al piano della storia, al piano della civilt\u00e0 la conversazione. Il diario di Vittorini\u00a0 naturalmente \u00e8 all\u2019insegna dell\u2019altro mito, del mito di Enea. Ci sono tutti i connotati del viaggio di Enea verso l\u2019Italia dopo la distruzione di Troia: c\u2019\u00e8 il passaggio dello stretto di Messina che \u00e8 come l\u2019attraversamento dell\u2019Acheronte, c\u2019\u00e8 l\u2019assunzione del cibo iniziatico, del pane che l\u2019eroe Silvestro, il protagonista mangia su questo traghetto, il pane, il pecorino, e poi mangia le arance, che \u00e8 come una sorta di cibo, mentre attraversa l\u2019Acheronte, prima di approdare a questa terra degli Inferi, a questa terra delle madri.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">E quindi in questa Sicilia livida, infernale incontra questa madre, Concezione. Concezione naturalmente \u00e8 un nome simbolico, che porta i meloni, questa madre feconda, che non lo trattiene, non \u00e8 una madre distruttiva che ingoia, ma \u00e8 una madre attiva, che spinge il figlio verso l\u2019azione e la madre fa da Virgilio, da accompagnatrice, in questa discesa agli inferi, quando Silvestro accompagna la madre che fa le iniezioni in questi tuguri di questa Sicilia povera, in questa Sicilia dell\u2019interno. E quindi poi tutto il racconto, con tutti i simboli. Naturalmente il libro \u00e8 molto simbolico, perch\u00e9 sotto il fascismo non poteva avere un linguaggio molto comunicativo e molto chiaro, ma forse proprio per questa mancanza di libert\u00e0 di espressione il libro si carica di poesia, proprio per questi simboli che ci sono e quindi incontra l\u2019arrotino, e naturalmente i simboli del coltello, incontra il [&#8230;]iere che appende panno rosso davanti alla sua bottega, incontra gli operai che bevono in questa specie di caverna, che cantano dondolandosi. E poi incontra il Gran Lombardo, questo Gran Lombardo che \u00e8 quello che ha un atteggiamento di rivolta, un atteggiamento anarchico nei confronti della autorit\u00e0 e del potere. E quindi poi arriva sino alla discesa agli inferi, all\u2019Ade, alla dimensione dell\u2019aldil\u00e0, quando incontra al cimitero il fratello morto in guerra. Quindi un viaggio di ritorno anche questo di Vittorini-Enea, ed un viaggio anche di risalita verso la fiducia nella storia; il romanzo che seguir\u00e0 poi la <em>Conversazione in Sicilia<\/em> sar\u00e0 <em>Le donne di Messina<\/em>, che \u00e8 stato riscritto due volte da Vittorini stesso e che narra della nascita di una societ\u00e0, di una nuova societ\u00e0 dopo lo sfacelo della guerra; sulle rovine della guerra nasce questa comunit\u00e0, dove le donne hanno una parte molto importante. Ritorner\u00e0 ancora una volta Vittorini in Sicilia in un momento particolare, nel momento della scoperta del petrolio; lui aveva creduto in questa sorta di Lombardia siciliana, in questa sorta di attivismo industriale, sull\u2019esempio, di quegli anni, dell\u2019esperienza olivettiana, dell\u2019industria a misura d\u2019uomo; attraverso la scoperta del petrolio in Sicilia e con l\u2019installazione delle raffinerie da parte di Mattei aveva concepito un romanzo pieno di fiducia nel progresso dell\u2019industria e immaginava, da quell\u2019anima generosa che era Vittorini, che per la Sicilia si sarebbe aperta una nuova pagina di storia. E aveva scritto il romanzo che poi aveva lasciato incompiuto, e che \u00e8 uscito postumo dopo la sua morte, quel libro che si chiama <em>Le citt\u00e0 del mondo<\/em>, dove c\u2019\u00e8 tutta una Sicilia in movimento, dove ci sono i contadini a cavallo che convergono verso una valle per una riunione in un\u2019assemblea, ci sono ragazze e ragazzi, padri e figli che vanno fuori e camminano, che non si sa dove vanno, ci sono i camionisti. Quindi c\u2019\u00e8 tutto un atteggiamento ottimistico nei confronti questa Sicilia in movimento. Ma tutto questo poi, come sappiamo, questa utopia vittoriniana dell\u2019industria a misura d\u2019uomo, ecco, si infranger\u00e0 contro gli scogli della storia: sappiamo che cosa hanno rappresentato queste installazioni industriali, queste raffinerie in Sicilia, raffinerie installate poi nei luoghi di antica storia, direi sacri a quella che \u00e8 la cultura, alla nostra cultura mediterranea. Raffinerie installate alle porte di Siracusa, a Priolo, a Melilli, che tanti disastri hanno portato, raffinerie installate a Milazzo e in altri luoghi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Contemporaneo a <em>Conversazione in Sicilia<\/em> nel \u201841 esce un altro libro di un siciliano emigrato e che ritorna, Vitaliano Brancati; il romanzo si chiama <em>Don Giovanni in Sicilia<\/em>, ed \u00e8 una storia non in termini mitici e drammatici come quella di Vittorini, ma in termini comici, in termini ironici, diciamo. Questo don Giovanni, che aveva lasciato Catania, era emigrato a Milano, a Milano era diventato un uomo attivo, aveva sposato una milanese, si era scrollato di dosso tutta la pigrizia e l\u2019immobilit\u00e0 dei siciliani che vivono sotto questo vulcano; ritorna in vacanza con la moglie a casa e l\u00ec viene assistito dalle sorelle, ritorna nel suo letto da scapolo, questo Giovanni Percoto; chiede, dopo il pranzo, di andare a dormire e, dice Brancati: \u201dE dopo un minuto di sonno duro come un minuto di morte\u201d, c\u2019\u00e8 questa forma di regressione di uomo che non ha saputo resistere a quella che \u00e8 la seduzione delle madri, a quella che uno psicanalista chiama l\u2019esilio dell\u2019anima. Questo psicanalista che si chiama Reale, junghiano, lo dice nell\u2019analisi che fa di un racconto di Lampedusa che \u00e8 <em>Riviera<\/em> [?], di un professore [&#8230;], che, studiando i dialetti ionici, cos\u00ec relegandosi in un golfetto, proprio vicino a quei luoghi dove sono state installate le raffinerie, pi\u00f9 in l\u00e0 di punta Izzo, come dice, fra Megara Iblea e Siracusa, appunto l\u00ec, in questo luglio infuocato, apocalittico, lui vede la sirena, gli appare una sirena, questo essere divino e bestiale, questa fanciulla di antica sapienza che mangia i pesci crudi, ecc., e rimane prigioniero di questa sua allucinazione, la sua anima rimane per sempre siciliana. Questo \u00e8 il rischio dei ritorni, \u00e8 stato diciamo, il rischio e il pericolo che ha corso Verga, se non fosse stato quel grande rivoluzionario stilistico di cui vi dicevo. E\u2019 il rischio di tutti i ritorni, di rimanere prigionieri in questa terra delle madri, di rimanere prigionieri nella regressione linguistica, di rimanere prigionieri dei vagheggiamenti, di rimanere prigionieri nell\u2019et\u00e0 d\u2019infanzia, di rimanere prigionieri degli eventi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">A questo proposito dovrei parlare di un altro Ulisse, che \u00e8 colui che qui vi parla. Anch\u2019io sono uno, se permettete, che ha lasciato l\u2019isola a una certa stagione della sua vita. Avevo lasciato l\u2019isola quando gi\u00e0 avevo fatto la mia scelta linguistica, proprio sulla scia di quella rivoluzione stilistica segnata da Verga. E m\u2019ero immesso proprio sulla linea della sperimentazione verghiana; si usciva in quegli anni, negli anni in cui ho mosso i miei primi passi letterari,si concludeva per la verit\u00e0 la stagione chiamata del Neorealismo; Neorealismo, oggi tanto deprecato, che io credo che sia stato una stagione di scrittori di grande generosit\u00e0, di persone che attraverso quella scrittura delle cose, con quella scrittura di grande comunicazione, aspiravano alla ricostruzione di una nuova societ\u00e0, di una societ\u00e0 da ricostruire sulle macerie della guerra, sulle perdite che si erano avute attraverso venti anni di dittatura, attraverso tutto quello che sappiamo. Forse il simbolo massimo di questo Neorealismo \u00e8 quel grande scrittore, oggi poco frequentato, che \u00e8 Carlo Levi. Carlo Levi, per quelli della mia generazione, assieme a Vittorini e a pochi altri era stato la guida con <em>Cristo si \u00e8 fermato a Eboli<\/em>, facendoci scoprire, al modo di Verga, una realt\u00e0 meridionale che non conoscevamo e soprattutto, per me, con il libro <em>Le parole sono pietre<\/em>: era la cronaca, quasi, d\u2019un viaggio in Sicilia negli anni \u201850, dove si parlava di questa realt\u00e0 terribile della Sicilia. E gli altri scrittori poi, epigoni di Carlo Levi, come Danilo Dolci e altri. Quindi l\u2019idea mia di letteratura \u00e8, in quegli anni, essendomi nutrito poi di letture di tipo meridionalista, oltre a queste di tipo letterario, di tipo politico e sociologico (parlo di scrittori come Carlo Dosso, Gramsci, tantissimi altri)&#8230;; insomma, m\u2019ero formato su questa letteratura, oltre che sui grandi autori che ogni adolescente legge e che formano le ossa e il sangue nella sua formazione. Ecco, per\u00f2 il momento in cui mi sono trovato a scrivere questa stagione del Neorealismo finiva; finiva perch\u00e9 la speranza di una nuova societ\u00e0 si era perduta con un fatto politico importanto che erano state le elezioni dell\u2019aprile del \u201848, dove un partito che si chiama Democrazia Cristiana aveva preso il potere; Carlo Levi racconta tutto questo in un libro magnifico che si chiama <em>L\u2019orologio<\/em>, la fine di questa speranza, parla degli anni del secondo dopoguerra a Roma, la ricostituzione dei partiti, le aspirazioni che c\u2019erano state. E quindi nel momento in cui mi sono volto a scrivere ho pensato che non avrei mai potuto praticare in quella temperie politica una scrittura di comunicazione, una scrittura dove si ipotizzava, o si sperava, l\u2019esistenza di una societ\u00e0 che corrispondeva alle nostre aspirazioni e ai nostri ideali; e quindi mi posi senz\u2019altro nella linea dell\u2019opposizione, della sperimentazione linguistica, in quell\u2019infinito linguistico di cui parla Leopardi. Naturalmente non c\u2019era Verga, ma c\u2019erano quelli che si erano mossi su quelle stesse linee, negli anni in cui io cominciavo a scrivere; i grandi nomi sono appunto Carlo Emilio Gadda, attraverso quella sua straordinaria polifonia linguistica, attraverso quel libro che \u00e8 il simbolo dell\u2019Italia di quegli anni che \u00e8 il <em>Pasticciaccio brutto di via Merulana<\/em> dove c\u2019\u00e8 questa polifonia dei dialetti italici; naturalmente Pasolini, attraverso il suo passaggio dal dialetto di Casarsa al romanesco e attraverso la tecnica della digressione; cos\u00ec come Gadda, anche Pasolini adott\u00f2 la tecnica della digressione: a partire dal codice linguistico toscano, a mano a mano regrediva verso il dialetto. Io avevo consapevolezza di quello che stavo facendo e incominciai; pubblicai il mio primo libro nel \u201863; nel \u201863 si svolgeva a Palermo un fatto importante nella letteratura italiana, la riunione del Gruppo \u201863, che era un gruppo avanguardistico. Il libro era gi\u00e0 compiuto ed era in stampa quando io sono andato a Palermo ad assistere a queste riunioni del Gruppo \u201863, e capii che non avevo niente da spartire con questo avanguardisti; capii la differenza, e in questo senso mi guid\u00f2 Pasolini, che c\u2019era fra avanguardia e sperimentalismo. L\u2019avanguardia \u00e8 l\u2019azzeramento di ogni codice linguistico, \u00e8, sull\u2019esempio del Futurismo di Marinetti, che aveva dettato il codice dello scrivere, era qualche cosa di assolutamente artificiale. Appunto quelli del Gruppo \u201863 ipotizzarono, secondo quello che aveva dello Angelo Guglielmi, la destrutturazione dei nessi logici e sintattici della scrittura come immagini della destrutturazione, della confusione della nostra societ\u00e0, il che mi sembrava assolutamente inaccettabile, un\u2019idea non praticabile, insomma; era un tipo di scrittura non attraversabile e poi, diciamo, gli avanguardisti del Gruppo \u201863 finirono per essere i migliori conservatori nel campo della scrittura, diventarono degli scrittori quasi tutti di tipo tradizionale, tradizionale nel senso pi\u00f9 vieto, nel senso della conservazione letteraria, non della sperimentazione.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0Dicevo che mi posi proprio sul piano della sperimentazione pur adottando, avendo a disposizone un patrimonio linguistico che apparteneva alla mia cultura e che era la ricerca di quello che era il glossario che era stato seppellito in questa mia terra e che tutte le civilt\u00e0 che erano passate attraverso la Sicilia avevano lasciato. Erano vestigia di una lingua che non appartenevano a un codice linguistico nazionale e che portano al greco, naturalmente al latino, all\u2019arabo, allo spagnolo e io adottai la tecnica dell\u2019innesto, cio\u00e8 del reperimento di questi reperti linguistici e della loro immissione secondo un\u2019esperienza sonora, oltre che un\u2019esigenza di significato; immetterli in quello che era il discorso, in quello che era la prosa. Ma c\u2019era in me anche una sorta di irrigidimento, di ritrazione da quello che era il linguaggio della prosa e del romanzo, perch\u00e9 il romanzo, come dice uno scrittore sudamericano, Ernesto Sabato, \u00e8 un ibrido, \u00e8 uno strano genere letterario dove c\u2019\u00e8 una parte magica, lui dice, che poi \u00e8 la parte espressivo-poetica. Ecco invece c\u2019era l\u2019esigenza di spostare, di irrigidirmi sul piano della comunicazione, di essere poco comunicativo, appunto perch\u00e9 non presupponevo, non immaginavo d\u2019altra parte una societ\u00e0 con cui comunicare, e c\u2019era uno spostamento verso la zona dell\u2019intimo poetico, del poema narrativo. Questo \u00e8 stato per me una scoperta e che continuai a praticare poi in altri pochi libri, io ho letto [&#8230;].<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">C\u2019\u00e8 stata in me sempre questa oscillazione, a seconda dei momenti storici, di fiducia in un progetto politico o di sfiducia in questo progetto politico, questo avvicinarmi verso la comunicazione o allontanarmi dalla comunicazione e ritrarmi verso l\u2019espressione e verso il ritmo della poesia. Poco fa vi accennavo della scansione in versi che un professore che si chiama Finzi, proprio qui a Padova, in questa universit\u00e0, aveva fatto del mio libro <em>Il sorriso dell\u2019ignoto marinaio<\/em>. C\u2019era la scansione in versi, ma c\u2019era anche per\u00f2 un discorso di tipo mimetico-ironico da parte di [&#8230;]. Era la mimesi di un erudito dell\u2019800, il protagonista del romanzo, barone di Mandralisca, e quindi era una scrittura in negativo, non era una scrittura in positivo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ma la rottura linguistica avveniva alla fine del libro quando questa scrittura di tipo ottocentesco si rompeva e apparivano le scritte di quelli che baroni non erano e che erano quei contadini rivoltosi, perch\u00e9 raccontavo proprio di una rivolta popolare del 1860, con l\u2019avvento di Garibaldi. Un romanzo storico, che mi permetteva di approfondire ancora la mia ricerca linguistica e stilistica, e poich\u00e8 voleva essere metafora, questo 1860, degli anni \u201870,\u00a0 \u201868-\u201970, gli anni in cui l\u2019Italia concep\u00ec questa utopia politica, questa sorta di rivoluzione culturale, che ha rappresentato il \u201868 in Europa e non solo in Europa&#8230; Trasferendomi a Milano, essendo anch\u2019io un emigrato, subii, arrivando a Milano nel \u201868, in questa Milano industriale e in preda a gran movimento operaio e quindi l\u2019attivit\u00e0 di scontri politici, subii anch\u2019io una sorta di spaesamento, di afasia, perch\u00e9 mi trovai di fronte un mondo che non conoscevo, che non potevo rappresentare; ho avuto tredici anni di silenzio dal primo libro al secondo. Tredici anni sono veramente un tempo scandaloso per uno scrittore, quando uno scrittore poi non scrive un capolavoro, ed io capolavori non ne ho scritti; insomma credo che non ci sia giustificazione per una pausa cos\u00ec lunga. Per\u00f2 il silenzio, questa pausa cos\u00ec lunga, \u00e8 dovuta a questa sorta di spaesamento, e capii anch\u2019io che per poter continuare a mantenere la mia integrit\u00e0 di scrittore, per poter continuare a scrivere dovevo tornare in Sicilia, ma non alla terra delle madri, dovevo sprofondare, diciamo, nel sottoterra dell Sicilia, forse in una zona pi\u00f9 profonda di quello che \u00e8 il grembo materno, diciamo, e poi da l\u00ec risalire per arrivare al linguaggio paterno, al linguaggio della comunicazione. Quindi il mio destino era di questa oscillazione, di questo sprofondamento nella realt\u00e0 linguistica, in questo cercare di portare questi reperti, queste scorie che andavo trovando, di riportarle alla superficie, di riportarle sul piano della comunicazione come segno di opposizione, come segno anche di ricerca, diciamo, di un infinito. Luigi Russo dice che appunto attraverso lo scontro linguistico, l\u2019opposizione linguistica, nasce la poesia. E io speravo che nascesse la poesia proprio da questo scontro linguistico. Ecco dicevo appunto che questo oscillare, a seconda dei momenti storici, dalla comunicazione verso l\u2019espressione, e forse il libro mio pi\u00f9 comunicativo \u00e8 stato, pur con le sue fratture, le sue rotture nella struttura stessa del romanzo, che non \u00e8 un romanzo storico di tipo tradizionale ottocentesco, in tutta la sua rotondit\u00e0, naturalmente con delle fratture, con delle spezzature, con dei documenti che io chiamo appendice, che fanno da riempitivo, da tessuto connettivo della storia che io voglio raccontare, forse il mio libro pi\u00f9 comunicativo \u00e8 appunto <em>Il sorriso di un ignoto marinaio<\/em>. Sono venuti altri libri, ma penso che i libri abbiano fra loro un legame, quindi debbano avere una loro necessit\u00e0. Ecco, non sono dei libri cos\u00ec, dettati dalla volont\u00e0 di scrivere un libro, devono essere necessitanti. Ecco, da questo libro della speranza, dell\u2019utopia, un po\u2019 come poteva essere la <em>Conversazione in Sicilia<\/em> di Vittorini, quella \u00e8 stata la mia conversazione, ecco ho scritto un secondo libro, che \u00e8 legato a <em>Il sorriso di un ignoto marinaio<\/em>, che si chiama <em>Nottetempo,<\/em> <em>casa per casa<\/em>. L\u2019ho scritto nel \u201892, \u00e8 stato pubblicato nel \u201892 ed \u00e8 un romanzo dove voglio raccontare la fine di una utopia politica nel processo di deterioramento di una civilt\u00e0, di una societ\u00e0 qual \u00e8 quella italiana. L\u2019ho raccontato naturalmente ancora in modo storico, storico-metaforico, ambientando il romanzo a Cefal\u00f9, ancora nello stesso teatro de <em>Il sorriso di un ignoto marinaio<\/em>, negli anni \u201819-\u201920. Ho raccontato la nascita del fascismo in Italia attraverso questo piccolo teatro, che era il teatro di Cefal\u00f9, che aveva fatto gi\u00e0 da sfondo a <em>Il sorriso di un ignoto marinaio<\/em>. E\u2019 un romanzo pieno di disillusione, amarezza per il crollo di questa utopia politica, per questa societ\u00e0 che si \u00e8 a mano a mano involuta negli anni e che ha portato poi a delle forme fascistiche, il fascismo degli anni \u201819, i cui segni erano nel decadentismo culturale, decadentismo il cui personaggio portante diciamo, in figura di funzione, come diceva Vittorini, era un satanista inglese, di nome Crowley, personaggio storico. Ed era un signore, uno di questi decadenti inglesi di inizio del secolo, che aveva girato tutto il mondo e che poi era approdato in questo piccolo paese di Cefal\u00f9, come c\u2019erano state le comunit\u00e0 di decadenti a Capri, o a Taormina; c\u2019era stato questo signore solitario che era approdato a Cefal\u00f9 e che aveva fondato una sorta di chiesa, di comunit\u00e0, che lui chiam\u00f2 al modo di [&#8230;] l\u2019abbazia di Th\u00e9l\u00e8me, dove la legge era: \u201cFa\u2019 ci\u00f2 che vuoi\u201d, e aveva concepito, portando al seguito degli spostati, dei personaggi, le attrici di Hollywood, o dei professori di matematica del Sudafrica, e personaggi simili, aveva immaginato di soppiantare il cristianesimo dal mondo e di instaurare il satanismo, al posto del cristianesimo. Comunque erano forme di follia. Il libro \u00e8 appunto un libro sulla follia, sulla follia esistenziale, rappresentato dalla follia del protagonista, che si chiama Petro Marano, e dalla follia della storia. Il protagonista, che \u00e8 un piccolo intellettuale, un maestro elementare, si chiama Marano in omaggio ad uno scrittore meridionale, che \u00e8 Jovine: appunto, il protagonista de<em> Le terre del sacramento<\/em> si chiama Luca Marano; io l\u2019ho chiamato Petro Marano, ma Marano perch\u00e9 ha anche un altro senso, perch\u00e9 ho pensato che Marano derivasse da <em>marrano.<\/em> <em>Marrano<\/em> \u00e8 quello che \u00e8 stato forzato ad abbandonare la propria identit\u00e0 e cultura, la propria religione e convertirsi al cristianesimo, nel 1492, perch\u00e9 in Sicilia \u00e8 avvenuto quello che \u00e8 avvenuto in Spagna, perch\u00e9 eravamo sotto gli spagnoli, nel \u201892, e quindi c\u2019era questo primo sradicamento e perdita d\u2019identit\u00e0 che era come una memoria atavica in questa famigliola, famigliola di contadini che poi erano diventati piccoli proprietari terrieri e quindi piccoli borghesi e che avevano dovuto lasciare quella che era la loro cultura popolare, per farsi una nuova cultura piccolo borghese, pagando dei prezzi molto alti, pagando con la depressione il\u00a0 padre,la schizofrenia della sorella che rinuncia all\u2019amore, eccetera, eccetera. Questo giovane intellettuale degli anni \u201820 immagina che, in una societ\u00e0 pi\u00f9 armonica, il dolore privato si possa distribuire nella societ\u00e0, ma quando si impegna politicamente si accorge che fuori, nella storia, nella societ\u00e0, c\u2019\u00e8 altrettanta follia che dentro a casa sua, e quindi compie un gesto disperato e deve scappare dalla Sicilia e rifugiarsi in Tunisia. L\u00ec incontra un anarchico che era anche lui un folle, un anarchico individualista che si chiama Paolo Schiehic [?], personaggio storico anche lui. E le ultime parole del libro, prima che il protagonista approdi con la nave a Tunisi, sono queste: \u201cPens\u00f2 al suo quaderno, pens\u00f2 che, ritrovata la calma, trovate le parole, il tono, la cadenza, avrebbe raccontato, sciolto il grumo dentro, avrebbe dato ragione, nome a tutto quel dolore.\u201d Ecco la fiducia nella letteratura, perch\u00e9 solo la letteratura pu\u00f2 raccontare il dolore dell\u2019uomo. Ecco io credo che non ci sia nessuna storiografia, che non ci sia nessuna politica, che non ci sia nessun documento che possa raccontare il dolore dell\u2019uomo, se non la letteratura. Il dolore, e altri sentimenti alti, come l\u2019amore o altri sentimenti. Questo libro, <em>L\u2019olivo e l\u2019olivastro,<\/em> che \u00e8 l\u2019ultimo mio edito \u00e8 assolutamente legato a <em>Nottetempo, casa per casa,<\/em> dove racconto la nascita del fascismo, il fascismo che purtroppo \u00e8 arrivato in questo nostro paese, questo bisogna dirlo e ricordarlo sempre. E questo libro incomincia proprio con le parole: [&#8230;], diciamo che, raccontato il dolore, ora non \u00e8 pi\u00f9 possibile raccontare quella che \u00e8 la finzione letteraria, l\u2019inganno del romanzo, bisogna raccontare in altre chiavi, e l\u2019unica chiave che mi \u00e8 stata data, che ho trovato, \u00e8 l\u2019archetipo della narrazione, \u00e8 l\u2019Odissea. Ecco ho immaginato il protagonista\u00a0 che ritorna, se non da Tunisi, ritorna da Milano. Un io narrante che \u00e8 approdato a Milano nel \u201868, che ritorna assieme a un lavoratore, a un terremotato, anche lui scappato dalla Sicilia, in occasione del terremoto del Belice. I due si incontrano alla stazione di Milano e poi si perdono. Uno emigra in Svizzera, e l\u2019altro rimane a Milano a fare l\u2019intellettuale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ritorna in Sicilia, ritorna nella sua Itaca , ed \u00e8 un\u2019Itaca che non ritrova pi\u00f9, perch\u00e9 le Itache non esistono pi\u00f9, non esiste pi\u00f9 la possibilit\u00e0 di ricucire questo che \u00e8 il vuoto dovuto alla colpa che Ulisse si porta. Ulisse \u00e8 il pi\u00f9 colpevole degli eroi greci, perch\u00e9 \u00e8 il pi\u00f9 astuto, perch\u00e9 \u00e8 il pi\u00f9 intelligente, anche se spesso \u00e8 il pi\u00f9 valoroso, il pi\u00f9 consapevole, il pi\u00f9 uomo. Si porta la grande colpa Ulisse perch\u00e9 aveva inventato l\u2019arma sleale, che \u00e8\u00a0 il cavallo di Troia. Ecco io ho immaginato che il cavallo di Troia fosse poi rappresentato in questo mondo onirico, la professoressa Maria Grazia Ciani, dice che il viaggio, il n\u00d2stoj, \u00e8 proprio un lungo naufragio in cui l\u2019unica terraferma, la sola realt\u00e0, il vero sogno \u00e8 Itaca. Tutto il viaggio di Ulisse, il racconto in prima persona dell\u2019Odissea incomincia nella terra dei Feaci, nella terra di Alcinoo, quando questo ignoto naufrago, che arriva l\u00ec ignudo, ecco, \u00e8 uno sconosciuto, e quando si pu\u00f2 muovere, di fronte al canto del divino Demodoco, del cantore cieco, ecco a quel punto, sollecitato da Alcinoo rivela la sua identit\u00e0. Incomincia la sua grande narrazione, la narrazione dell\u2019Odissea, con la parola \u201c<em>Io\u201d<\/em>: \u201cIo sono Ulisse, figlio di Laerte, sono nato ad Itaca, ecc.\u201d E poi conclude: \u201cNon conosco altra cosa pi\u00f9 dolce per l\u2019uomo se non la propria terra\u201d. Ecco, io credo che nel mondo d\u2019oggi questa Itaca non esiste pi\u00f9. Il racconto di Ulisse, io credo, ho sempre pensato, che l\u2019Odissea, la prima parte, la Telemachia \u00e8 il romanzo dell\u2019iniziazione, della formazione, della conoscenza, mentre l\u2019Odissea \u00e8 il romanzo in questa dimensione onirica fantastica, \u00e8 il romanzo della espiazione della colpa. Ecco tutte le disavventure, le perdite, gli incantesimi, cui Ulisse va incontro, non sono altro che i vari gradi di espiazione di questa grande colpa. Fino ad arrivare al rischio estremo, che \u00e8 l\u2019attraversamento dello Stretto di Scilla e Cariddi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Io credo che nel mondo d\u2019oggi questa colpa non \u00e8 pi\u00f9 individuale. Noi abbiamo delle colpe collettive, che sono le colpe della Storia, sono le colpe che sono state preconizzate dai grandi scrittori della fine dell\u2019Ottocento, come Kafka, Musil, tutti quelli che volete, tutti i grandi scrittori, fino allo stesso Pirandello, che oggi queste colpe del nostro subconscio si sono materializzate, sono diventate colpe oggettive, colpe della Storia. Io credo che, dopo Auschwitz e dopo Hiroshima, non si possono pi\u00f9 scrivere dei romanzi di tipo psicologico, non si pu\u00f2 pi\u00f9 parlare del nostro subconscio, veramente il romanzo ha a che fare con la Storia. Bisogna affrontare questi mostri, bisogna lottare con questi mostri. Per\u00f2, quello che \u00e8 il segno della nostra epoca, non c\u2019\u00e8 pi\u00f9 la chiusura dell\u2019avventura omerica, dell\u2019avventura di Ulisse, il ritorno a Itaca e il ricongiungimento con la propria storia, con il proprio potere, con i propri affetti. Oggi viviamo in una linearit\u00e0 infinita, in cui Itaca non esiste pi\u00f9, ed \u00e8 irraggiungibile.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>&nbsp; VINCENZO CONSOLO PADOVA,\u00a0 01\/06\/1995 Ringrazio i due presentatori, il professor Mariani e il professor Pianezzola. Sono onorato di essere qui a Padova, di essere in questa gloriosa universit\u00e0. Ricordavo al professor Pianezzola che sono gi\u00e0 stato qui venti anni fa, nel \u201876, invitato nella sua aula dal prof. 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