{"id":663,"date":"2002-03-01T11:03:47","date_gmt":"2002-03-01T11:03:47","guid":{"rendered":"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=663"},"modified":"2015-12-18T11:09:11","modified_gmt":"2015-12-18T11:09:11","slug":"le-9-liriche-del-grande-piccolo-vincenzo-consolo","status":"publish","type":"post","link":"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=663","title":{"rendered":"Le 9 liriche  del grande Piccolo Vincenzo Consolo"},"content":{"rendered":"<p><a href=\"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2015\/11\/SCF9982.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"size-full wp-image-759\" src=\"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2015\/11\/SCF9982.jpg\" alt=\"ITALY,Sicily, Capo d'Orlando: The italian Poet Lucio PICCOLO. (c) Ferdinando Scianna\/Magnum Photos\" width=\"260\" height=\"169\" \/><\/a><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In fotografia, Lucio Piccolo e Vincenzo Consolo immortalati da Ferdinando Scianna. Riproduzione riservata \u00a9 Ferdinando Scianna\/Magnum Photos.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: large;\"><br \/>\n<\/span><span style=\"color: #000080;\"><span style=\"font-size: x-large;\">Le <em>9 liriche\u00a0<\/em><\/span><span style=\"font-size: x-large;\">del grande Piccolo<\/span><\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"color: #000080;\"><span style=\"font-size: x-large;\"><span style=\"font-size: small;\">\u00a0<\/span><\/span><span style=\"font-size: x-large;\"><span style=\"font-size: small;\">\u00a0<\/span><\/span><span style=\"font-size: x-large;\"><span style=\"font-size: small;\">Successe che scesero dai monti sulla costa, dove gi\u00e0\u00a0 vi erano i castelli, al rumore di ferro del convoglio che affumava gallerie d\u2019aranci, scuoteva torri in disuso ardite sugli scogli, crepavano i muri, cadevano le mensole e gridando cercava altro riparo il gabbiano.<br \/>\nQui costruirono case intricate su vicoli segreti, inchiodarono agli angoli di spalliere sui terrazzi teste mozze di mori che la sera avevano il fiato agre di cedronella; nei pozzoluce murarono i tar\u00ec.<\/span><\/span><\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: x-large; color: #000080;\"><span style=\"font-size: small;\">D\u2019 Alcara solo due, e uno era sciancato. Il resto era rimasto sotto terra al castel Turio (piet\u00e0\u00a0, cristiani!), le gole aperte con le cesoie per la lana dai pastori il giorno della vendetta amara, da sempre covata, nello spiazzo d\u2019 Adelasia Regina (e questo fu il sessanta).<br \/>\nPoi si seppe -ma loro non lo ammisero- ch\u2019erano i campieri di Gallego, d\u2019Aragona e Branciforti.<br \/>\nI pi\u00f9 erano scemi, altri si incattivirono o impazzirono a covare le primavere le zagare con gli occhi (ah! le risate dei potatori di Gioiosa, cos\u00ec liberi, beffardi, ingiuriosi).<\/span><\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: x-large; color: #000080;\"><span style=\"font-size: small;\">E ogni giorno crebbero con noi, e fu uno sforzo staccarseli di dosso, cos\u00ec ingombranti, prepotenti, fastidiosi. Talch\u00e8, in un attacco di acuta giovinezza, meditammo -estrema soluzione- la deflagrazione del Casino. Di don Stap\u00ecno si diceva ch\u2019era figlio di sgarro della marchesa Fi.<br \/>\nGirava, don Stap\u00ecno, per i paesi, Capo d\u2019 Orlando, Olivieri, Montalbano, con la cassetta orizzontale sulla pancia (ch\u2019aveva incavata) a vendere aghi, cordelle, stringhe, bottoni di madreperla; affittava il canocchiale -un tanto la guardata- che portava allungato sotto l\u2019ascella.<\/span><\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: x-large; color: #000080;\"><span style=\"font-size: small;\">Nei giorni di luglio, quando Lipari e Salina scivolano sull\u2019acqua e tornano alla costa (gli aprono la strada schiere di pomice e meduse), passava sulla spiaggia, sotto il faro del Capo (luceva al sole la sua giacchetta d\u2019alpag\u00e0\u00a0) e poneva sopra l\u2019occhio velato d\u2019una lacrima quel tubo nero che conteneva solo la notte, parlando nell\u2019orecchio : scorgi se vuoi, ad ovest, caicchi levantini, il brigantino svevo, la danza dei delfini; ad est, nel nero delle terre, cisterne senza acqua, colonne di calce reggenti il pergolato, infino il fiore di cappero e l\u2019uva vizza della malvasia.<br \/>\nA casa (viveva nelle segrete, al castello dove la notte, tra l\u2019edere, dai fiori del becco soffiava il gufo mai veduto), leggeva la ventura della gente. e apparire faceva facce di morti nell\u2019acqua del bacile, marciare a tempo i trespoli del letto, parlare turco un gatto con voce di bambina.<br \/>\nCol tempo (avevo avuto la ventura di capire ci\u00f2 che mio padre non aveva saputo fare), mi rimase solo nel cuore don Stap\u00ecno. I campieri -ed i padroni d\u2019essi- erano gi\u00e0\u00a0 passati nella testa, dove l\u2019amore e l\u2019odio hanno la porta chiusa.<br \/>\nDon Stap\u00ecno mor\u00ec (trovarono quaderni che gli spazzini gettarono nel crine che bruciava del suo letto) e ritorn\u00f2 a vivere.<br \/>\n<\/span><\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: x-large; color: #000080;\"><span style=\"font-size: small;\">Era del Capo, ma veniva sempre al mio paese, prima in land\u00f2, dal tempo screpolato, e poi in motoretta. Correva sempre, correva, il volto chiuso in una gioia incomprensibile. M\u2019accadeva di incontrarlo spesso, e allora mi fermavo e lo seguivo con gli occhi finch\u00e8 spariva.<br \/>\nMi trovavo un giorno nella bottega del tipografo con sette dita (tre gliele aveva mangiate la rotativa) quando entr\u00f2 il barone : anche cos\u00ec fermo, davanti a un banco a un passo da me, fuggiva. Parl\u00f2, e parl\u00f2 di poesie, che Settedita gli doveva stampare con i suoi caratteri &#8220;frusti e poco leggibili&#8221;, legare i fogli in una copertina marrone marmorizzata, a fingere un bloc-notes, in sessanta copie e non di pi\u00f9. E nei silenzi continuava a parlare, gli affiorava alle labbra un respiro intriso di parole smozzicate, sillabe, suoni, bolle d\u2019un suo discorso interno irrefrenabile.<br \/>\nUsc\u00ec il barone, ed io, incantato, non rispondevo a Settedita che mi chiedeva i soldi per l\u2019Ariosto rilegato e che ora aveva dodici dita e il tredicesimo gi\u00e0\u00a0 gli fioriva, storto, sopra il dorso della terza mano.<br \/>\nQuesto fu verso la fine del \u201953 : era morto Stalin, i Rosemberg erano stati assassinati, le acque avevano sommerso la Calabria, in Sicilia la Madonna piangeva al capezzale dell\u2019 operaio e per un soffio, alle elezioni, la legge del Poliziotto non scatt\u00f2.<br \/>\nCapii che la nobilt\u00e0\u00a0 diversa del barone era la poesia, in lui doppiamente magica. E fastosa sognante maliosa, di preziosa favola, di canto mai sentito.<br \/>\nTutti sappiamo quale sorte ebbe poi quel bloc-notes intitolato <em>9 liriche<\/em>, ce lo racconta Montale in appendice al volume dello \u2018Specchio\u2019 <em>Gioco a nascondere \u2013 Canti barocchi<\/em>.<br \/>\n(Le sessanta copie di quel libretto originario, <em>9 liriche<\/em>, si dispersero al vento come spore, non si sa in quali bui e sordi recessi andarono a finire. Dopo anni -una vita- ho avuto in dono dal figlio dello stampatore Zuccarello una copia di quel raro, prezioso libretto).<\/span><\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: x-large; color: #000080;\"><span style=\"font-size: small;\">Lucio Piccolo di Calanovella \u00e8 nato a Palermo nel 1903 e ha vissuto nella sua villa -bianca e gialla, su un\u2019 altura, dove si arriva per una stradina a spirale dentro fitti alberi, che domina la piana di limoni; le Eolie, Milazzo e Cefal\u00f9 nel cerchio dell\u2019orizzonte; nelle sale tra quadri e busti di antenati, drappi, tondi, casse, bacheche dove brillano, all\u2019incerta luce, piatti e brocche arabe, ceramiche Daruta e di Faenza, panciuti vasi Ming su tavoli e credenze \u2013 alla Piana di Capo d\u2019Orlando.<br \/>\nTroviamo dapprima questi Piccolo (allora Pizzoli) a Messina, dove vi erano venuti con gli Aragonesi. Verso il Quattrocento s\u2019 imparentarono pi\u00f9 volte coi Lancia di Brolo e cos\u00ec si diramarono nei territori di Naso e Ficarra.<br \/>\nNell\u2019 Ottocento di trasferirono a Palermo, dove abitarono in un villino in via Libert\u00e0\u00a0, presso piazza Croci.<br \/>\nIl nonno del poeta spos\u00f2 Agata Notarbartolo Moncada, mentre la madre era una Tasca Filangeri di Cut\u00f2 (una cui sorella andava sposa al pricipe Tomasi di Lampedusa). Nel 1930 ritornarono definitivamente a Capo d\u2019Orlando.<\/span><\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: x-large; color: #000080;\"><span style=\"font-size: small;\">Cos\u00ec, nel poeta, convivono due anime, quella palermitana, spagnola, barocca, delle vecchie chiese, dei conventi, degli oratori, tutta scenografia interna che fa da sfondo alla sua infanzia-adolescenza; e quella messinese, greca, della campagna, della natura, scenografia esterna che fa da sfondo alla sua giovinezza-maturit\u00e0\u00a0, ma che egli riduce -\u00e8 bene dirlo- sempre alla cifra barocca.<br \/>\n&#8220;I campi siciliani sono metropoli vegetali&#8221; dice Brancati, e bisogna aver visto questi del territorio di Capo d\u2019Orlando (in novembre, quando l\u2019 odore d\u2019 olivo pigiato impregna l\u2019 aria) per capire quale brulichio, quale sfrenatezza, quali intrichi e contorcimenti pu\u00f2 avere la vita vegetale (e si legga al riguardo, <em>Veneris venefica agrestis<\/em> o <em>Anna perenna<\/em>).<br \/>\nDopo <em>Gioco a nascondere \u2013 Canti barocchi<\/em>, il poeta ha pubblicato un\u2019 altra raccolta di liriche, <em>Plumelia<\/em>. E, infine, un balletto,<em> Le esequie della luna<\/em>. Diciamo balletto per convenzione, ma potrebbe bene esso creare una nuova categoria letteraria. Pomposo, Fantastico, Pastorale ne formano i tre tempi. La luna, fanciulla che si ammala, cade sfaldandosi (il simbolo \u00e8 palese) : ne vediamo gli effetti alla corte di un vicer\u00e8, in un convento di trepide suore e in una campagna, dove infine la luna, fanciulla ricomposta, in un\u2019 urna viene sepolta presso le acque.<br \/>\nLa prosa \u00e8 limpida, quasi modesta, da relazione, ma che, a tratti, ha momenti di accensione lirica, di presa suggestiva sul lettore. E l\u2019 ironia \u00e8 la sua forza, l\u2019 ironia che incide, ad esempio, tre figurette amabili, la suor Crocefissa, la speziale e, ultima, donna Pasqua, &#8220;fimmina di badia&#8221;, che ci lascia incantati e perplessi con la visione della sua tonda faccia di luna, stupita per interne dolci commozioni, dietro la grata, tra la malvetta e il garofano.<\/span><\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: x-large; color: #000080;\"><span style=\"font-size: small;\">Questo scritto, ampliato da Vincenzo Consolo, era apparso in <em>Delle cose di Sicilia<\/em>, Palermo, Sellerio, 1986.<\/span><\/span><\/p>\n<p>Vincenzo Consolo<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<h6><a href=\"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2015\/10\/piccolo-e-consolo-immortalati-da-Scianna-\u00a9-Ferdinando-SciannaMagnum-Photos.jpg\">\u00a0<\/a><\/h6>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>In fotografia, Lucio Piccolo e Vincenzo Consolo immortalati da Ferdinando Scianna. 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