{"id":475,"date":"2012-01-25T07:04:16","date_gmt":"2012-01-25T07:04:16","guid":{"rendered":"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=475"},"modified":"2015-09-12T07:19:42","modified_gmt":"2015-09-12T07:19:42","slug":"una-inedita-autobiografia-letteraria-e-linguistica-di-vincenzo-consolo-che-diventa-lezione-di-critica","status":"publish","type":"post","link":"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=475","title":{"rendered":"Una inedita autobiografia letteraria e linguistica di Vincenzo Consolo che diventa lezione di critica"},"content":{"rendered":"<p>Una inedita autobiografia letteraria e linguistica di Vincenzo Consolo che diventa lezione di critica<\/p>\n<p><a href=\"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2015\/09\/00433107_b.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2015\/09\/00433107_b-300x200.jpg\" alt=\"00433107_b\" width=\"300\" height=\"200\" class=\"alignnone size-medium wp-image-476\" \/><\/a><\/p>\n<p>Abbiamo avuto il piacere di ospitare Vincenzo Consolo per una lezione nell&#8217;ambito del Laboratorio di Alice.it che organizzammo tra il 2003 e il 2004.<br \/>\nA lui &#8211; come agli altri scrittori che parteciparono &#8211; chiedemmo di raccontare semplicemente la propria esperienza di autore.<br \/>\nFortunatamente abbiamo tenuto traccia di quegli interventi ed ora possiamo ricordare il grande scrittore siciliano Vincenzo Consolo, scomparso in questi giorni, con le sue stesse parole.<br \/>\nUn intervento che solo chi partecip\u00f2 al seminario ha avuto modo di seguire, ma che oggi proponiamo a tutti perch\u00e9 ci sembra necessario, anzi, doveroso.<\/p>\n<p>Allora non v\u2019era l\u2019affollamento di libri che c\u2019\u00e8 oggi: i libri si potevano ancora memorizzare, si capiva l\u2019importanza che potevano avere e si sapeva come collocarli.<\/p>\n<p>Naturalmente non avevo inventato niente, ma mi collocavo in una linea stilistica che partiva da Verga, e arrivava a Gadda, Pasolini, Mastronardi o Meneghello.<\/p>\n<p>Non era un cammino dalla corruzione dell\u2019italiano al dialetto, ma l\u2019opposto, era la profondit\u00e0 di certi vocaboli, di certi modi di dire provenienti dall\u2019antichit\u00e0 che veniva immessa nel codice centrale: il vocabolo greco, il vocabolo arabo, mi davano una pregnanza maggiore del vocabolo italiano. <\/p>\n<p>Per mia fortuna ho sempre creduto che la storia \u00e8 fatta di momenti regressivi e di momenti progressivi, e che l&#8217;uomo, stando insieme &#8211; come dice Leopardi &#8211; &#8220;confederato con gli altri uomini&#8221;  pu\u00f2 correggere i mali dell&#8217;esistenza.<\/p>\n<p><a href=\"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2015\/09\/00433237_b.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2015\/09\/00433237_b-300x172.jpg\" alt=\"00433237_b\" width=\"300\" height=\"172\" class=\"alignnone size-medium wp-image-477\" srcset=\"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2015\/09\/00433237_b-300x172.jpg 300w, http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2015\/09\/00433237_b.jpg 600w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a><\/p>\n<p>Iniziamo dicendo che non ho mai creduto all\u2019innocenza di chi intraprende una strada d\u2019espressione, sia essa letteraria, musicale o pittorica; certo, ci sono stati i na\u00eff, i cosiddetti nativi, ma sono casi rarissimi di felicit\u00e0 innocente. Io credo che quando s\u2019intraprende un cammino espressivo bisogna essere consapevoli di quello che ci ha preceduto nel momento in cui abbiamo deciso di muovere i primi passi e di quello che si sta volgendo intorno a noi nel momento in cui ci accingiamo a scrivere. Questo \u00e8 successo a me.<\/p>\n<p>C&#8217;ERA UNA VOLTA&#8230;<\/p>\n<p>Devo ora introdurre delle note autobiografiche: come sapete io sono nato in Sicilia &#8211; i miei hanno avuto questa sventura &#8211; e ho fatto i miei studi a Milano. Ho conosciuto  la Milano degli anni \u201850, una Milano con le ferite della guerra ma pure con un\u2019anima popolare, direi \u201cportiana\u201d, che ancora si conservava in quegli anni. Ho frequentato l\u2019Universit\u00e0 Cattolica non per convinzione religiosa, ma perch\u00e9 sono capitato l\u00ec per caso; e in quegli anni, in piazza Sant&#8217;Ambrogio, dinanzi all\u2019Universit\u00e0, la sera vedevo arrivare in tram senza numero, migranti provenienti dal meridione: l\u00ec v\u2019era un grosso casermone, un ex-convento del Settecento, nel quale da una parte vi era la caserma della celere e dall\u2019altra un \u201cCentro orientamento immigrati\u201d. Questi tram provenienti dalla stazione Centrale scaricavano gli emigranti che venivano sottoposti a visite mediche ed erano poi avviati in Belgio, nelle miniere di carbone, in Svizzera o in Francia. Quelli che dovevano andare in Germania venivano smistati a Verona. Io, da studentello privilegiato, osservavo e non capivo cosa succedeva. Mi ricordo per\u00f2 che gli emigranti destinati alle miniere belghe di carbone, erano gi\u00e0 equipaggiati con la mantellina cerata, il casco e la lanterna. Spesso erano miei conterranei che avevano lasciato le miniere di zolfo perch\u00e9 la crisi dello zolfo ne aveva causato la chiusura, e quindi dalle miniere di zolfo passavano a quelle di carbone.<\/p>\n<p>LA VOCAZIONE ALLA SCRITTURA<\/p>\n<p>In quegli anni avevo maturato l\u2019idea di fare lo scrittore: pur frequentando la facolt\u00e0 di giurisprudenza le mie letture erano di carattere letterario. Ero venuto a Milano perch\u00e9 era la citt\u00e0 dove era stato Verga, e perch\u00e9 all\u2019epoca c\u2019erano Vittorini e Quasimodo. Inoltre, avevo il desiderio di incontrare Vittorini perch\u00e9 Conversazioni in Sicilia era stato per me una sorta di vangelo. Ma, insieme a Conversazioni in Sicilia, c\u2019era stato tutto un bagaglio di letture di ordine storico-sociologico che mi aveva formato in quegli anni ed era tutta la letteratura meridionalista: le letture di Gramsci o Salvemini sulla questione meridionale, sino a Carlo Doglio, Carlo Levi con Cristo si \u00e8 fermato a Eboli o con Le parole sono pietre, e Sciascia.<br \/>\nFinita l\u2019Universit\u00e0 ho pensato di voler fare lo scrittore di tipo \u201ctestimoniale\u201d, storico-sociologico sulla linea non di Vittorini ma di Carlo Levi, di Dolci, e del primo Sciascia. Tornato in Sicilia, dopo la laurea, mi sono rifiutato di fare professioni liberali come il notaio, l\u2019avvocato o il magistrato, e ho insistito coi miei genitori per fare l\u2019insegnante. Cos\u00ec ho insegnato diritto, educazione civica e cultura generale in scuole agrarie, nei  paesi sperduti di montagna, perch\u00e9 era questo il mondo che volevo conoscere. In quegli anni poi continuavo, con la mia curiosit\u00e0 e la mia felice voracit\u00e0 di lettore. A quell\u2019epoca non c\u2019era la televisione e quindi il mondo lo si poteva conoscere solo attraverso i libri e la scrittura. Seguivo tutti i dibattiti culturali dell\u2019epoca, quali l\u2019esperienza vittoriniana della collana dei \u201cGettoni\u201d dove poi sono usciti i maggiori scrittori dell\u2019epoca come Bassani, lo stesso Sciascia, e tanti altri; e poi la rivista letteraria che dirigevano allora Vittorini e Calvino, \u201cIl Menab\u00f2\u201d. Inoltre, mi tenevo aggiornato su tutta la letteratura editoriale. Allora non v\u2019era l\u2019affollamento di libri che c\u2019\u00e8 oggi: i libri si potevano ancora memorizzare, si capiva l\u2019importanza che potevano avere e si sapeva come collocarli.<\/p>\n<p>IL PRIMO LIBRO, I TEMI<\/p>\n<p>Quando mi accinsi a scrivere il mio primo libro, l\u2019intenzione era appunto di restituire la realt\u00e0 contadina in forma sociologica: l\u2019idea iniziale era stata quella di mettermi sul cot\u00e9 \u201cleviano\u201d, di Sciascia, invece, poi, sia l\u2019istinto, sia la consapevolezza, mi portarono in una direzione letteraria, narrativa nel senso pi\u00f9 ampio della parola. Che tipo di narrativa ho scelto di praticare? Ho subito preso la decisione di praticare dei temi storico-sociali non assoluti, ma relativi, e questo mi permetteva di esprimere, attraverso la scrittura, quella che era la mia visione del mondo, una visione storico-sociale, non esistenziale.<br \/>\nIl problema principale era scrivere del mondo che conoscevo, che avevo praticato e di cui avevo memoria, ma con quale stile, con quale linguaggio, con quale tipo di scrittura? In quegli anni si esauriva la stagione letteraria del \u201cNeorealismo\u201d, di tutta quella letteratura del secondo dopoguerra di tipo memorialistico, che era una scrittura mobilissima ma assolutamente referenziale, comunicativa.<br \/>\nGli scrittori che mi avevano preceduto di una generazione, scrittori autentici, grandi, come Moravia, Elsa Morante, Calvino, lo stesso Sciascia, Bassani e tanti altri, avevano vissuto il periodo del Fascismo e della guerra, e tuttavia avevano continuato a scrivere in uno stile assolutamente comunicativo, razionalista o illuminista che dir si voglia anche nel secondo dopoguerra.<\/p>\n<p>IL PRIMO LIBRO, LA SCELTA DELLO STILE<\/p>\n<p>Io per\u00f2 mi sono reso conto che non potevo scegliere quel registro stilistico, non potevo praticare quella lingua e cercher\u00f2 di spiegarne le ragioni. Gli scrittori che mi avevano preceduto, avendo vissuto il periodo della guerra e del dopoguerra, avevano nutrito la speranza che, con l\u2019avvento della democrazia, poteva nascere in questo paese una societ\u00e0 pi\u00f9 giusta, democratica, armonica, con la quale poter comunicare. Avevano come schema la Francia dell\u2019Illuminismo e del Razionalismo, dove la societ\u00e0 si era gi\u00e0 formata all\u2019epoca di Luigi XIV, e poi, con le istanze della rivoluzione, era giunta al riconoscimento di equit\u00e0 e giustizia nelle societ\u00e0 civili. Ho chiamato il registro che avevano scelto quegli scrittori, il \u201cregistro della speranza\u201d.<br \/>\nQuando sono nato come scrittore  (pur avendo vissuto l\u2019esperienza della guerra da bambino mi ero per\u00f2 formato nel secondo dopoguerra)  mi sono reso conto che la speranza che essi avevano nutrito non esisteva pi\u00f9: nel \u201947 v\u2019erano state le prime elezioni in Sicilia con la vittoria del blocco del popolo: la sinistra aveva avuto la maggioranza assoluta in questa prima prova elettorale ma, dopo le intimidazioni succedutesi a tali elezioni, v\u2019era stata la strage di Portella della Ginestra; poi le elezioni del \u201948 con la vittoria della DC. E io mi rendevo conto, dal mio angolo di mondo, che quella societ\u00e0 giusta, armonica, in cui si sperava, a cui si tendeva, non si era realizzata, ed erano rimaste disparit\u00e0, ingiustizie, e molti problemi ereditati dal passato. Quindi per me, la scelta di una lingua, di uno stile comunicativo, era assolutamente impensabile, non potevo praticare quel codice linguistico che era il codice linguistico centrale, quel toscano che poi, valicando le Alpi, attingeva a una specie di reticolo illuministico francese: questa \u00e8 la lingua di Calvino, di Sciascia o Moravia, anzi di Moravia si diceva che scriveva con una lingua che pareva tradotta da una lingua straniera, talmente era comunicativa: a lui interessava restituire gli argomenti pi\u00f9 che dare attenzione allo stile, un po\u2019 come Pirandello che aveva inventato un mondo inesplorato nel quale la lingua era assolutamente funzionale a quello che voleva comunicare. Pertanto la mia scelta and\u00f2 in un senso opposto, cio\u00e8 in un contro-codice linguistico che non fosse quello centrale e che fosse un codice di tipo sperimentale-espressivo. <\/p>\n<p>Cerco di spiegare meglio cosa intendo con codice di tipo sperimentale-espressivo.<br \/>\nNaturalmente non avevo inventato niente, ma mi collocavo in una linea stilistica che partiva da Verga, e arrivava a Gadda, Pasolini, Mastronardi o Meneghello, a quegli sperimentatori o espressivi che dir si voglia: questa linea ha sempre convissuto nella letteratura italiana con la linea del codice centrale, toscano.<br \/>\nOra, le tecniche degli sperimentatori-espressivi sono personali, variano da autore a autore, per esempio Verga s\u2019era opposto all\u2019utopia linguistica del Manzoni, perch\u00e9 Manzoni nella sua utopia riteneva che l\u2019Italia, dopo la sua unit\u00e0, dovesse avere una sua lingua unica. Cos\u00ec, dopo aver scritto Fermo e Lucia ha scritto I promessi sposi in questa lingua centrale toscana; in realt\u00e0, con la frase \u201csciacquare i panni in Arno\u201d li aveva gi\u00e0 portati umidi dalla Senna, essendosi formato anche lui con l\u2019Illuminismo francese. Verga \u00e8 stato dunque il primo che ha rivoluzionato l\u2019assunto della centralit\u00e0 della lingua inventando una lingua che nella letteratura italiana non era mai esistita, un italiano che non era dialetto (Verga aborriva il dialetto): si trattava di una lingua appena tradotta dal siciliano all\u2019italiano, quella che Dante, nel De vulgari eloquentia chiama \u201cla lingua di primo grado\u201d.<br \/>\nPasolini invece definisce la lingua di Verga \u201cun italiano irradiato di italianit\u00e0\u201d. Verga non avrebbe mai potuto rappresentare i contadini di Vizzini, i contadini siciliani oppure i pescatori di Aci Trezza e farli parlare in toscano, sarebbe stata per lui un\u2019incongruenza, quindi scelse una lingua monocorde come i versetti di un corano, di un vangelo o una Bibbia, una lingua sacra, come i proverbi tramandati dalla sapienza e ripetuti dai personaggi, una lingua chiusa e circolare, sacralizzata, irradiata di dialettalit\u00e0. <\/p>\n<p>Dunque io mi inquadravo in questa grande ombra verghiana, che passava per gli scapigliati milanesi della prima rivoluzione industriale del 1872 e arrivava al polifonico Gadda e a Pasolini.<br \/>\nLa tecnica di Pasolini e di Gadda era un po\u2019 simili: loro partivano dal codice centrale, dalla lingua toscana e poi, man mano, regredivano verso le forme dialettali, con l\u2019immissione, l\u2019irruzione dei dialetti nella lingua scritta, nella lingua italiana. Tuttavia, mentre in Gadda v\u2019\u00e8 una polifonia di dialetti, soprattutto in quel capolavoro che \u00e8 Quel pasticciaccio brutto de via Merulana, dove sono orchestrati oltre che al romanesco gli altri dialetti italiani, in Pasolini invece v\u2019\u00e8 la digressione verso il romanesco del sottoproletariato romano, con una discesa verso il romanesco. <\/p>\n<p>Per quanto mi riguarda la tecnica che mi sono imposto \u00e8 stata, scegliendo il codice espressivo-sperimentale, la tecnica dell\u2019innesto, nel senso che mi sono trovato a disposizione un giacimento linguistico ricchissimo che era quello della mia terra, la Sicilia.<br \/>\nOra, senza mitizzare o enfatizzare, in questa mia terribile terra, v\u2019\u00e8 una stratificazione linguistica enorme: oltre ai templi greci vi sono pure giacimenti linguistici che hanno lasciato le diverse civilizzazioni, a partire dalla Grecia, l\u2019arabo o il latino, lo spagnolo, il francese. Quindi ho pensato che bisognava rimettere nel codice centrale questo glossario, queste forme sintattiche che erano state espunte dal codice centrale, e riprendere queste parole che avevano una loro dignit\u00e0 filologica, una loro storia, e inserirle nella scrittura, nel mio codice, nel mio modo di scrivere. Ma questo non per esigenze di tipo estetico, quanto piuttosto di tipo etico perch\u00e9, un po\u2019 come Verga, non potevo rappresentare la realt\u00e0 della mia terra in senso metaforico: i miei libri si svolgono tutti in Sicilia, sarebbe stato difficile prescindere dal luogo della memoria, non potevo raccontare la storia della mia terra in una lingua centrale, in un toscano ideale, in una lingua utopica, antica. L\u2019unico modo era rappresentarla attraverso le radici profonde provenienti dalla storia della Sicilia, che non era di tipo orizzontale ma era di tipo verticale, scavare dal profondo di questi giacimenti, un po\u2019 come fare l\u2019archeologo \u2013 io poi lo facevo da dilettante poich\u00e9 non ero propriamente un filologo -, per\u00f2 mi piaceva molto e sentivo la necessit\u00e0 di usare questo tipo di ricerca, di scandagliare nella profondit\u00e0 della storia siciliana attraverso la lingua, attraverso le forme dialettali e di immetterle nella lingua. Non era un cammino dalla corruzione dell\u2019italiano al dialetto, ma l\u2019opposto, era la profondit\u00e0 di certi vocaboli, di certi modi di dire provenienti dall\u2019antichit\u00e0 che veniva immessa nel codice centrale: il vocabolo greco, il vocabolo arabo, mi davano una pregnanza maggiore del vocabolo italiano, erano portatori di una storia pi\u00f9 autentica e ubbidivano a un\u2019esigenza di significato e di significante, cio\u00e8 di suono, come dicono i linguisti, in quanto si accordavano, nell\u2019organizzazione della frase, con l\u2019armonia delle altre parole.<\/p>\n<p>IL RITMO E LA FORMA<\/p>\n<p>Ecco, la ricerca procedeva proprio in questo senso, mentre l\u2019organizzazione della frase e della prosa, avanzava in senso ritmico, in senso prosodico.<br \/>\nQuesto \u00e8 un altro problema che cerco ora di spiegare. A partire dal primo libro, La ferita dell\u2019Aprile, ho cercato di dare una scansione ritmica alla frase, cercando di accostare la prosa illuministica, la prosa comunicativa, in cui l\u2019autore autorevole, tipo Manzoni, interrompe di tempo in tempo la narrazione, e poi riflette sulla storia che sta raccontando per dialogare con il lettore, per introdurre una riflessione e un ragionamento di tipo filosofico nella narrazione.<br \/>\nNella Nascita della tragedia Nietzsche descrive il passaggio dalla tragedia antica di Eschilo e Sofocle alla tragedia moderna di Euripide in cui v\u2019\u00e8 l\u2019irruzione dello spirito socratico: i personaggi iniziano a riflettere, a ragionare e non pi\u00f9 a cantare come avveniva nella tragedia antica, in cui l\u2019anghelos, il messaggero, narrava l\u2019antefatto al pubblico con un linguaggio comunicativo. Da quel momento iniziava la tragedia, i personaggi iniziavano ad agire, a parlare; seguiva la parte del coro che commentava la tragedia che si stava svolgendo. Nietzsche sostiene che nella tragedia antica v\u2019\u00e8 lo spirito dionisiaco, prevale lo spirito musicale, poetico, mentre nella tragedia moderna \u00e8 lo spirito socratico ad avere la meglio, la filosofia e la riflessione. Ora, prendendo spunto dal discorso nietzschiano ho pensato che in questo nostro tempo, nella nostra civilt\u00e0 di massa vittima dominata dalla rivoluzione tecnologica, l\u2019anghelos non pu\u00f2 pi\u00f9 apparire sulla scena: il messaggero non pu\u00f2 pi\u00f9 usare il linguaggio della comunicazione con cui far iniziare la tragedia perch\u00e9, mentre prima l\u2019autore sapeva di parlare alla borghesia colta perch\u00e9 gli strati popolari erano ignoranti, ora  non sa pi\u00f9 a chi si rivolge. Pertanto ho creduto che bisognasse spostare la prosa verso la forma del coro e della poesia, dando alla prosa un ritmo di tipo poetico: ho eliminato la parte autorevole dell\u2019autore e della riflessione, per cui la prosa si presenta come un poema narrativo, come quello che praticavano gli aedi omerici, i quali, quando narravano, dovevano eliminare tutte le scorie non musicali, non ritmiche, per ragioni mnemoniche. Ho spostato dunque la mia ricerca verso la forma poetica perch\u00e9 penso che la scrittura comunicativa non sia pi\u00f9 praticabile, poich\u00e9 credo che, in questo nostro contesto, in questo nostro mondo attuale, sia  venuto meno il rapporto tra il testo letterario e il conteso \u201csituazionale.<\/p>\n<p>LA QUESTIONE LINGUISTICA<\/p>\n<p>A questo punto vorrei fare un discorso sulla lingua italiana.<br \/>\nNel De vulgari eloquentia Dante sostiene che esiste una lingua di primo grado che apprendiamo da bambini dalle persone a noi pi\u00f9 vicine, genitori e parenti, e una lingua colta, quella che lui chiama la lingua grammaticale.<br \/>\nOra, la ricchezza della lingua italiana \u00e8 dovuta proprio alla confluenza di questi due livelli linguistici, lingua colta e lingua popolare. Il discorso sulla lingua ha impegnato molti scrittori italiani, da Dante a Castelvetro, a tantissimi altri sino a Leopardi che nello Zibaldone si sofferma moltissimo sulla questione della lingua istituendo un paragone tra francese e italiano: la lingua francese, al contrario di quella italiana, ha \u201cperso l\u2019infinito che aveva in s\u00e9\u201d, \u00e8 una lingua che per ragioni storiche e politiche si \u00e8 \u201cgeometrizzata\u201d o anche orizzontalizzata, perdendo quella profondit\u00e0 e quegli echi, quelle infinit\u00e0 che Leopardi riscontrava nella nostra lingua.<br \/>\nDopo Leopardi e Manzoni, molti altri hanno riflettuto sulla questione linguistica, ma dobbiamo arrivare sino a Pasolini, il quale, scrive proprio nel momento della grande trasformazione italiana, della fine del mondo contadino e della nascita dell\u2019Italia neocapitalistica: con l\u2019inurbamento delle masse meridionali nel triangolo industriale e l\u2019irruzione dei mezzi di comunicazione di massa il Paese sub\u00ec un mutamento profondo sia dal punto di vista sociale che  linguistico. Pasolini colse questa grande trasformazione e, nel 1964, pubblic\u00f2 un saggio, intitolato Nuove questioni linguistiche in cui svolge un\u2019attenta analisi della situazione linguistica dell\u2019Italia degli anni Sessanta e parla di \u201csviluppo senza progresso\u201d, di un peggioramento seguito al miracolo economico.<\/p>\n<p>Pasolini sostiene inoltre che l\u2019asse linguistico dal centro-meridione si era spostato verso il settentrione e la lingua italiana era diventata una lingua aziendale e tecnologica: tutti gli italiani parlavano finalmente la stessa lingua, quella dei mezzi di comunicazione di massa. Era la fine della lingua di primo grado di cui aveva parlato Dante a favore della lingua media.<br \/>\nPer la prima volta si era formata una lingua nazionale; se prima, come diceva Leopardi vi erano molte lingue, poi, col neocapitalismo e coll\u2019esplosione dei nuovi mezzi di comunicazione di massa, si era formata una lingua italiana unica, orizzontale, che non era affatto la lingua geometrica e civile francese di cui aveva parlato Leopardi, ma era una lingua assolutamente irrigidita, orizzontalizzata, e impoverita in quanto priva di memoria, di qualsiasi retaggio culturale, sia di cultura alta, sia di cultura bassa.<br \/>\nQuesta lingua aveva inorgoglito e fatto gioire scrittori come Umberto Eco e linguisti come Tullio De Mauro, per\u00f2 io credo che avesse ragione Pasolini nel sottolineare la grande perdita subita dal punto di vista linguistico. Dal saggio di Pasolini sono passati 40 anni ma pensate a cosa \u00e8 avvenuto nella nostra lingua: leggendo i giornali o ascoltando gli speakers della televisione sentiamo che questa nostra lingua \u00e8 divenuta una koin\u00e8 fragile, indifesa, continuamente violentata, colonizzata dai gerghi tecnologici e invasa dall\u2019americanismo. La nostra lingua italiana ha una matrice latina e non pu\u00f2 diventare una lingua monosillabica perch\u00e9 noi abbiamo un\u2019articolazione sintattica ricchissima che viene proprio dallo sviluppo della civilt\u00e0 latina. Tuttavia, sebbene la nostra lingua sia fragile e parlata solo in Italia. assistiamo a un fenomeno curioso e molto incoraggiante: nelle Universit\u00e0 americane v\u2019\u00e8 una richiesta di studio dell\u2019italiano da parte degli studenti americani che cresce di anno in anno. Mentre la nostra lingua si impoverisce ed \u00e8 invasa dall\u2019americanismo, in America v\u2019\u00e8 un nemico interno, gli studenti che vogliono studiare l\u2019italiano. Io credo queste societ\u00e0 sviluppate, tecnologiche e mercantili sentano l\u2019esigenza di praticare un mondo di umanit\u00e0, di cultura, che loro forse hanno perso e, quindi, scelgono l\u2019italiano come lingua di cultura.<\/p>\n<p>I ROMANZI<\/p>\n<p><a href=\"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2015\/09\/00433221_b.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2015\/09\/00433221_b-172x300.jpg\" alt=\"00433221_b\" width=\"172\" height=\"300\" class=\"alignnone size-medium wp-image-478\" srcset=\"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2015\/09\/00433221_b-172x300.jpg 172w, http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2015\/09\/00433221_b.jpg 200w\" sizes=\"(max-width: 172px) 100vw, 172px\" \/><\/a><\/p>\n<p>Lasciando questo lungo discorso sulla lingua, torno alla mia ricerca, sempre pi\u00f9 accentuata negli anni in direzione della frase metrica, ritmica. Invece di fermare la narrazione e fare delle riflessioni di tipo filosofico, come ha teorizzato Kundera, io interrompo la narrazione per alzare il tono della scrittura in una forma ancora pi\u00f9 alta, tra virgolette, e se possibile ancora pi\u00f9 poetica, come se fosse il coro della tragedia greca a parlare: vi sono delle parti corali che fanno non da riflessione, ma da commento all\u2019azione che sto raccontando, alle vicende che sto narrando.<br \/>\nNel mio primo libro, La ferita dell\u2019aprile (1973), in cui un io narrante-adolescente parla del secondo dopoguerra in Sicilia, della riorganizzazione della vita politica, della vita sociale, delle prime elezioni in Sicilia, del \u201948 e  altro, ho adottato questo stile, usando spesso, anche nell\u2019organizzazione della frase, le rime e le assonanze in senso comico-sarcastico, in senso di parodia della societ\u00e0 degli adulti.<br \/>\nNel secondo romanzo, Il sorriso di un ignoto marinaio (1976) la situazione \u00e8 quella di un rivoltoso che \u00e8 costretto a scappare e a nascondersi perch\u00e9 inseguito dalle forze della repressione: &#8220;Si, bisogna scappare e nascondersi, bisogna attendere, attendere fermi\u2026.. \u00e8 caduto su punte di cristallo&#8221;. Naturalmente c&#8217;\u00e8 la memoria della storia di Pinelli, caduto o fatto suicidare&#8230; Il mio secondo libro \u00e8 uscito a tredici anni di distanza dal primo: questo lasso di tempo ha coinciso con la mia seconda venuta a Milano, nel 1968. Mi ero reso conto che la mia attivit\u00e0 di insegnante era assolutamente inutile e che il mio stare in Sicilia era divenuto insostenibile, invece  Milano era una citt\u00e0 interessante &#8211; anche se stentavo a riconoscerla &#8211; perch\u00e9 qui si svolgeva la storia pi\u00f9 accesa, quella del \u201968, con un grande dibattito culturale, politico, e sul piano pratico coi grandi conflitti tra il mondo del lavoro e quello del capitale, tra gli imprenditori e gli operai. All\u2019epoca fui sollecitato anche dalla lettura dei \u201cMenab\u00f2\u201d di Vittorini e di Calvino che invitavano, in questo momento storico importante e acuto, i giovani autori ad inurbarsi, a studiare la grande trasformazione italiana e la realt\u00e0 urbana perch\u00e9 il mondo contadino era finito: vi era un nuovo paese da narrare, da rappresentare.<\/p>\n<p><a href=\"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2015\/09\/00433229_b.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2015\/09\/00433229_b-192x300.jpg\" alt=\"00433229_b\" width=\"192\" height=\"300\" class=\"alignnone size-medium wp-image-479\" srcset=\"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2015\/09\/00433229_b-192x300.jpg 192w, http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2015\/09\/00433229_b.jpg 200w\" sizes=\"(max-width: 192px) 100vw, 192px\" \/><\/a><\/p>\n<p>Cos\u00ec io mi trovavo a Milano nel \u201968, e mi sono sentito spaesato e spiazzato di fronte ad una realt\u00e0 urbana e industriale che non conoscevo, di cui non avevo memoria e per cui mi mancava il linguaggio. La stessa sorte era toccata a Verga,  approdato a Milano nel 1872 al momento della prima rivoluzione industriale. Egli fece una grande rivoluzione stilistica, ma in direzione del capitalismo rurale e medievale del latifondo siciliano, rifiutando cio\u00e8 il capitalismo progressivo della prima rivoluzione industriale. Anch&#8217;io rimasi spiazzato ma agii diversamente da Verga: per mia fortuna ho sempre creduto che la storia \u00e8 fatta di momenti regressivi e di momenti progressivi, e che l&#8217;uomo, stando insieme &#8211; come dice Leopardi &#8211; &#8220;confederato con gli altri uomini&#8221;  pu\u00f2 correggere i mali dell&#8217;esistenza: siamo degli esseri finiti, fragili, e forse la letteratura come pure la religione nasce da questo senso di fragilit\u00e0 e di finitezza che avvertiamo, per questo abbiamo bisogno di scrivere, di pregare, di istanze spirituali. Io credo nella storia e credo che l&#8217;uomo possa intervenire nella storia, perci\u00f2 non ho avuto il ripiegamento ideologico che ha avuto Verga, ho pensato che per rappresentare l&#8217;Italia e soprattutto la Milano di quegli anni, le grandi istanze, le richieste di mutamento di questa nostra societ\u00e0, dovessi assolutamente ripartire dalla mia terra, dalla Sicilia. Cos\u00ec ho scelto un topos storico, il 1860, poich\u00e9 mi pareva un momento storico somigliante a quello del 1968: ho scritto un romanzo storico, Il sorriso dell&#8217;ignoto marinaio, ambientato al momento della venuta di Garibaldi in Sicilia e delle speranze che si erano accese negli strati contadini e popolari siciliani di un mutamento anche politico e sociale. C&#8217;era stata l&#8217;unit\u00e0 ma le condizioni degli strati popolari erano rimaste le stesse. Da qui la grande delusione e tutta quella letteratura di tipo sociale, la questione meridionalista trattata da Salvemini e Gramsci, ma pure la letteratura narrativa di riflessione sull&#8217;unit\u00e0 d&#8217;Italia, come ad esempio I Malavoglia e il Mastro don Gesualdo di Verga, I Vicer\u00e9 di De Roberto, I vecchi e i giovani di Pirandello, fino ad arrivare al Gattopardo di Tomasi di Lampedusa.<\/p>\n<p><a href=\"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2015\/09\/00433245_b.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2015\/09\/00433245_b-300x172.jpg\" alt=\"00433245_b\" width=\"300\" height=\"172\" class=\"alignnone size-medium wp-image-480\" srcset=\"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2015\/09\/00433245_b-300x172.jpg 300w, http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2015\/09\/00433245_b.jpg 600w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a><\/p>\n<p>Il primo libro che ho scritto, in prima persona, era una sorta di libro di formazione, di iniziazione, di educazione sentimentale. Tuttavia credo che dopo il primo libro non si possa pi\u00f9 praticare la prima persona, bisogna occuparsi del proprio progetto letterario, cercare la propria identit\u00e0. Per questo, dopo Il sorriso dell\u2019ignoto marinaio, ho concepito un ciclo di romanzi a sfondo storico, una trilogia: Notte tempo, casa per casa (1992) parla di un momento cruciale della storia italiana, gli anni Venti e la nascita del Fascismo, raccontato dall&#8217;angolazione di un piccolo paese della Sicilia, Cefal\u00f9: qui mi occupo della crisi delle ideologie che sono succedute al primo dopoguerra, dell&#8217;insorgere di nuove metafisiche, di istanze di tipo settario, delle sette religiose di segno bianco e nero; ultimo della trilogia, Lo spasimo di Palermo (1998), affronto la contemporaneit\u00e0, gli anni Novanta in Sicilia, anche se con flashback che partono dal secondo dopoguerra e arrivano al 1992 con la strage di via D&#8217;Amelio e la morte del giudice Borsellino.<br \/>\nSono seguiti altri libri collaterali, per esempio Retablo (1994) oppure L&#8217;olivo e l&#8217;olivastro (1994), in cui ho cercato sempre di praticare riflessioni sulla realt\u00e0. L&#8217;olivo e l&#8217;olivastro \u00e8 un libro ambientato in Sicilia in cui non v\u2019\u00e8 finzione letteraria, si narra di un viaggio nella Sicilia degli anni &#8217;80 e &#8217;90 sullo schema del viaggio di ritorno di Ulisse che non ritrova pi\u00f9 la sua Itaca, o meglio, la ritrova ma non la riconosce perch\u00e9 \u00e8 degradata, \u00e8 devastata, soggiogata e dominata dai proci, gli uomini del potere politico mafioso, con tutti i disastri che ne sono susseguiti.<\/p>\n<p>LETTERATURA COME MEMORIA<\/p>\n<p>La letteratura \u00e8 memoria.<br \/>\nPer opporsi alla cancellazione della memoria, che \u00e8 il segno pi\u00f9 eclatante della nostra epoca, \u00e8 necessario praticare una scrittura che io chiamo &#8220;palinsestica&#8221;, a dire che noi scriviamo su altre scritture. Bisogna cercare di memorare, attraverso la nostra scrittura, quelle che sono le scritture precedenti, non attravreso citazioni banali ma facendo sentire l\u2019eco del patrimoni memoriali che portiamo in noi, altrimenti rischiamo di diventare dei comunicatori televisivi.<\/p>\n<p>A cura di Giulia Mozzato e Manola Lattanzi<\/p>\n<p>25 gennaio 2012\t \tDi Vincenzo Consolo<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Una inedita autobiografia letteraria e linguistica di Vincenzo Consolo che diventa lezione di critica Abbiamo avuto il piacere di ospitare Vincenzo Consolo per una lezione nell&#8217;ambito del Laboratorio di Alice.it che organizzammo tra il 2003 e il 2004. 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