{"id":3526,"date":"2012-01-23T15:23:00","date_gmt":"2012-01-23T15:23:00","guid":{"rendered":"https:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=3526"},"modified":"2024-04-23T15:52:18","modified_gmt":"2024-04-23T15:52:18","slug":"lulivo-e-la-giara","status":"publish","type":"post","link":"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=3526","title":{"rendered":"L\u2019ulivo e la giara"},"content":{"rendered":"\n<p><br>di Vincenzo Consolo<br><br><br>Nell\u2019estate del 1882 Pirandello a compagnia del padre, compie un viaggio &#8211; il primo suo vero viaggio &#8211; da Palermo e Sant\u2019Agata Militello, per una Sicilia, per una campagna, per un paesaggio tutt\u2019affatto diversi da quelli che aveva dentro e che conosceva. Scopo di questo viaggio, da parte di Stefano Pirandello, \u00e8 d&#8217;intraprendere, dopo il suo crollo economico a causa dello zolfo, il commercio degli agrumi. II signor Vincenzo Faraci di Sant\u2019Agata, proprietario terriero e agente della compagnia di navigazione Florio-Rubattino, presso cui si reca, dovrebbe aiutarlo nella sua nuova impresa. La famiglia Pirandello, gi\u00e0 dalla primavera dell&#8217;82, si era trasferita da Girgenti a Palermo, s&#8217;era allocata in una casa di via Porta di Castro, a ridosso delle mura del Palazzo Reale. Partono dunque, padre e figlio, per Sant&#8217;Agata, alle prime ore del mattino, su un treno che li porta fino a Termini Imerese. Da qui, per l&#8217;inesistenza ancora della strada ferrata fino a Messina, proseguiranno in diligenza.<br>Immaginiamo, in treno e in carrozza, la curiosit\u00e0, l&#8217;attenzione, il rapimento del quindicenne Luigi di fronte a quel nuovo mondo che gli scorreva davanti agli occhi, agli echi che gli suscitavano i nomi dei paesi: Solunto, Himera, Cefal\u00f9, Halaesa, Calacte&#8230;<br>Al fitto e profondo verde degli agrumeti, e ai golfi, alle insenature, alle calette, al mare lungo la costa tirrenica; e alla cortina boscosa delle Madonie e dei Nebrodi che separavano questo rigoglio vegetale dalle sconfinate, aride lande dell&#8217;interno, della desolata nudit\u00e0 del latifondo e dei grigi e fumosi altipiani dello zolfo. E doveva accorgersi che man mano, dopo Termini, dopo Cefal\u00f9, il mondo colorato, vociante e brulicante del Palermitano andava a poco a poco stemperandosi &#8211; a spegnersi finanche nelle decorazioni dei carretti che, da chiassosi e spettacolari, si facevano monocromi, giallognoli o verdastri &#8211; a prendere gradualmente una misura pi\u00f9 dimessa, ma forse pi\u00f9 serena.<br>Sostano a Santo Stefano di Camastra. Un paese, questo, dopo la frana del 1682 che aveva distrutto il vecchio abitato in montagna, concepito e fatto ricostruire in basso-su un promontorio a mare, da Giuseppe Lanza duca di Camastra. L&#8217;impianto urbanistico disegnato dal duca ,un rombo inscritto in un quadrato &#8211; era ripreso aulicaunque dallo schema del Parco Versailles e della palermitana Villa Giulia. Un paese dunque non affastellato, casuale, di case sopra case, ma &#8220;pensato&#8221;, moderno, piano, ordinat: un paese &#8220;bello&#8221; secondo la qualificazione vittoriniana de Le cit\u00e0 del mondo. E\u2019un paese anche di grande attivit\u00e0, di lavoro: la lavorazione dell&#8217;argila, di cui quasi tutti gli abitanti vivevano. A margini, lungo la statale, erano le purrere, le cave d&#8217;agilla, gli stazzuna, le fabbriche di laterizi, e le putii i robba r&#8217;acqua, le botteche delle ceramiche d\u2019uso quotidiano (desumiamo queste notizie dalla monografia di Antonino Buttitta e Salvadore D\u2019onofriono, La terra colorata) &nbsp;davanti alle qual erano gli spiazi dove la creta veniva ammucchiata e impastata ( dagli impastatura, a piedi nudi seguendo un preciso disegno, a ventaglio, a chiasciola, a spicchi d&#8217;arancio o a cerchi concentrici) e venivano esposti i manufatti ad asciugare o messi in mostra per la vendota dopo la cottura.<\/p>\n\n\n\n<p>E davanti a queste botteghe, Luigino, fra i tanti oggetti, tante forme, quartari l\u00e9mmi, b\u00f9mmuli, lum\u00e8ri, fangotti, mafarati, avr\u00e0 visto quella grande forma, alta, panciuta, ch&#8217;era la giarra.<br>La fabbricazione d&#8217;una giara era un lavoro delicatissimo, di grande precisione e di alta specializzazione dei &#8220;mastri&#8221;. Veniva eseguito in tempi successivi, al tornio. Sulla base precedentemente asciugata (u piezzu) venivano poi man mano innestate le fasce, su su fino alla parte pi\u00f9 convessa della pancia e alla rastremazione delle spalle, del collo e della bocca. Veniva poi stagnata, invetriata con piombo ossidato, all&#8217;interno e fino al labbro, prima di essere infornata. In quella stagione, prossima alla raccolta delle olive e alla loro spremitura &#8211; le olive dei vasti oliveti della zona del Mistrettese, delle Caronie, di San Fratello &#8211; dovevano essercene gi\u00e0 molte esposte davanti alle botteghe, di giare, nelle loro varie misure canoniche &#8211; da mezzo cant\u00e0ru, venti litri, fino alle grandi capaci di quattrocento, cinquecento litri d&#8217;olio &#8211; un solenne corteo di badesse nell&#8217;ocra infuocata della luce del tramonto.<br>A Sant&#8217;Agata Luigi e il padre sono ospiti per alcuni giorni della famiglia Faraci, in contrada Muti, in una casina di campagna su una collinetta da dove si domina il piccolo paese col castello dei principi di Trabia al centro, le casupole dei pescatori lungo la spiaggia e quelle dei contadini verso l&#8217;alto. Luigi ritrovava qui il suo coetaneo e compagno di scuola, al &#8220;Vittorio Emanuele II&#8221; di Palermo, Carmelo, figlio di Vincenzo Faraci. Fra i due ragazzi si stabili una solida amicizia. E, ritornata la famiglia Pirandello a Girgenti nell&#8217;85, Luigi e Carmelo andranno a abitare insieme in un stanzetta d&#8217;affitto in via Mastro d&#8217;Acqua, E l\u2019ultimo anno di liceo, Luigi allora ferocemente immerso nei suoi studi e nell&#8217;amore per la cugina Lina. Carmelo Faraci si dedicher\u00e0 a questo suo compagno geniale e stravolto dalla passione d&#8217;amore fino ad accudirlo, a preoccuparsi di tute le necessit\u00e0 pratiche. Poi Carmelo, finito il liceo. avr\u00e0 un triste futuro, si ammaler\u00e0 di tisi e lascer\u00e0 Palermo per andare a rifugiarsi in un bosco sopra Sant&#8217;Agata, a Mangalavite.<br>Luigi, da Porto Empedocle, dalla villa del Caos, nell&#8217;agosto dell&#8217;87, deluso dall&#8217;amore, dal lavoro tentato nelle zolfare del padre, in preda al pessimismo pi\u00f9 nero, si ricorder\u00e0 di questo suo mite e fedele amico e gli scriver\u00e0. Le cinque lettere che Pirandello invier\u00e0 al Faraci sono state pubblicate dal professor Giovanni R. Bussino, di San Diego in California nel libro Alle fonti di Pirandello. Scrive in una di queste lettere:<\/p>\n\n\n\n<p>&#8220;Tu sei malato di corpo (e io ti voglio intanto in via di guarigione) ed io sono malato di spirito e della mia malattia non si guarisce. Mi credono tutti pazzo, e prima &#8211; per maggiore tormento &#8211; i miei pi\u00f9 cari; il mio vizio dei nervi si \u00e8 bruscamente accentuato ed io non so trovar pace in nessun luogo: la mia vita mi si \u00e8 fatta brutta bene&#8230; M&#8217;indusse a scriverti &#8211; non te lo nascondo &#8211; una dolcissima memoria del passato&#8230;\u201d.<br>La memoria dolcissima d&#8217;una serena campagna: e di due forme, antichissime e significanti: l&#8217;ulivo e la giara.<br>La novella La giara \u00e8 pubblicata il 20 ottobre 1909 sul &#8220;Corriere della Sera&#8221;.<br>Pirandello \u00e8 chiuso, in questo periodo, in una doppia, tetra prigione: quella burocratica dell&#8217;insegnamento al Magistero, dov&#8217;era inquadrato nella categoria degli &#8220;incaricati&#8221; certamente contrassegnato da un mastronardiano &#8220;coefficiente&#8221;, e quella domestica, dove la gelosia paranoica della moglie gli tesseva intorno ogni giorno di pi\u00f9 le sue terribili maglie. La novella La giara \u00e8 la prima fuga nella memoria e nel ricordo, fuga dalla sua vita e dai fantasmi &#8220;pirandelliani&#8221; che lo assediavano.<br>&#8216;A giarra, commedia in dialetto, \u00e8 del 1916.<\/p>\n\n\n\n<p>E\u2019 tempo di guerra. Il figlio Stefano \u00e8 prigioniero degli austriaci, la madre appena morta &#8211; quella madre che aveva incarnato il suo romantico patriottismo, che ora, nell&#8217;urto con la tragica realt\u00e0, si lacerava &#8211; gli ritornava a colloquio come personaggio, la moglie ormai dentro quella tenebra dove &#8220;nessuna voce pu\u00f2 raggiungerla pi\u00f9&#8221; Si sa che al teatro regionale e dialettale Pirandello fu trascinato dall&#8217;amico Martoglio e dalla forza della &#8220;Compagnia comica di Angelo Musco, che in quegli anni mieteva successi per tutta la Penisola Successi, certo, di questi istintivi e irresistibili teatranti catanesi, dovuti anche al bisogno di distrazione e di riso da parte degli spettatori angosciati dalla guerra. Pirandello scriver\u00e0 per quel teatro per ragioni materiali, economiche ma deve anche scrivere quel teatro per ragioni spirituali, in un bisogno crescente di luce e di respiro quanto pi\u00f9 si sente precipitare nel pozzo della disperazione. Al momento pi\u00f9 basso e pi\u00f9 cupo della sua vita, corrisponder\u00e0 il momento creativamente pi\u00f9 luminoso e liberatorio che \u00e8 Liol\u00e0.<br>Subito seguir\u00e0 La giara, con la quale chiuder\u00e0 questo ciclo. E a noi piace credere che nel concepire La giara gli sia tornato il ricordo di quel suo lontano viaggio nel Val Demone, della fertile campagna alle falde dei Nebrodi, delle giare intraviste a Santo Stefano. &#8220;Sissignore, della giara grande, per l&#8217;olio, arrivata ch&#8217;\u00e8 poco da Santo Stefano di Camastra, dove si fabbricano. Uh, bella: grossa cos\u00ec, alta a petto d&#8217;uomo, pare una badessa&#8221; dice &#8216;Mpari P\u00e8, il garzone di don Loll\u00f2. L&#8217;uomo rimasto prigioniero dentro la giara \u00e8 una delle trovate sceniche, visive e gestuali, pi\u00f9 felici del teatro pirandelliano. Saracena \u00e8 la giara &#8211; giarrat &#8211; e saraceno quel conciabrocche dentro, ladro (involontario) della roba altrui, su cui volentieri don Loll\u00f2, nella sua furia, butterebbe dell&#8217;olio bollente. Ma zi&#8217; Dima \u00e8 anche un folletto, un imprevedibile ginn, di quelli annidati dentro bottiglie o lampade &#8211; egli ha commercio col diavolo, e quella gobba e quella pece nera ne sono la prova &#8211; che con le sue argomentazioni da dentro la giara contrasta e distrugge di volta in volta le argomentazioni esterne, giuridiche, codificate, di don Loll\u00f2 e del suo avvocato.<br>Ma La giara trapassa questa farsa saracena o questo mimo siceliota, sofroneo o senarcheo, trapassa ogni eclisse solare e storica, va pi\u00f9 indietro verso un tempo remoto, verso significati pi\u00f9 abissati, archetipici. La giara \u00e8 allora l&#8217;involucro della nascita, l&#8217;utero, ed \u00e8 insieme la tomba (i Siculi seppellivano i loro morti, in posizione fetale, dentro i giaroni). E zi&#8217; Dima non perde, non muore, sapiente, dialettico e sarcastico, vince e rinasce nello splendore d&#8217;un plenilunio, nel tripudio dei contadini.<br>E quell&#8217;olio che la giara avrebbe dovuto contenere viene si dall&#8217;ulivo saraceno, ma viene anche dall&#8217;albero sacro ad Atena, dea della sapienza.<br>Se Liol\u00e0, della stagione della vendemmia, \u00e8 mimo dionisiaco o fliacico (Phliax era un demone della natura, della fecondit\u00e0), La giara \u00e8 mimo apollineo e cavillico, della stagione dell&#8217;olio che d\u00e0 sapore &#8211; sapere &#8211; e che d\u00e0 luce. L&#8217;ulivo saraceno, un ulivo del Caos, immaginato, sognato, riapparir\u00e0 in limine, nella notte che precede la morte, sul palcoscenico del palcoscenico, in un terzo atto mai scritto, a reggere un tendone &#8211; sudario contro cui si reciter\u00e0 l&#8217;ultima favola. Apparir\u00e0 quell&#8217;albero di forma tormentata, agonica, da cui l&#8217;anima anela a uscire, a consumarsi bruciando, come olio dentro una lampada: a ritornare, annullandosi, nella nudit\u00e0, nella verit\u00e0, nel flusso infinito.<br><br><\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-large\"><a href=\"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2024\/04\/439393214_454031043963946_4640224025643123891_n.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"1024\" height=\"768\" src=\"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2024\/04\/439393214_454031043963946_4640224025643123891_n-1024x768.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-3528\" srcset=\"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2024\/04\/439393214_454031043963946_4640224025643123891_n-1024x768.jpg 1024w, http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2024\/04\/439393214_454031043963946_4640224025643123891_n-300x225.jpg 300w, http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2024\/04\/439393214_454031043963946_4640224025643123891_n-768x576.jpg 768w, http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2024\/04\/439393214_454031043963946_4640224025643123891_n-1536x1152.jpg 1536w, http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2024\/04\/439393214_454031043963946_4640224025643123891_n.jpg 2048w\" sizes=\"(max-width: 1024px) 100vw, 1024px\" \/><\/a><\/figure>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-large\"><a href=\"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2024\/04\/439263883_424439530198604_2629597049546630724_n.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"770\" height=\"1024\" src=\"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2024\/04\/439263883_424439530198604_2629597049546630724_n-770x1024.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-3527\" srcset=\"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2024\/04\/439263883_424439530198604_2629597049546630724_n-770x1024.jpg 770w, http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2024\/04\/439263883_424439530198604_2629597049546630724_n-226x300.jpg 226w, http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2024\/04\/439263883_424439530198604_2629597049546630724_n-768x1021.jpg 768w, http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2024\/04\/439263883_424439530198604_2629597049546630724_n-1155x1536.jpg 1155w, http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2024\/04\/439263883_424439530198604_2629597049546630724_n.jpg 1540w\" sizes=\"(max-width: 770px) 100vw, 770px\" \/><\/a><\/figure>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Vincenzo Consolo Nell\u2019estate del 1882 Pirandello a compagnia del padre, compie un viaggio &#8211; il primo suo vero viaggio &#8211; da Palermo e Sant\u2019Agata Militello, per una Sicilia, per una campagna, per un paesaggio tutt\u2019affatto diversi da quelli che aveva dentro e che conosceva. 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