{"id":2687,"date":"2022-03-01T11:58:51","date_gmt":"2022-03-01T11:58:51","guid":{"rendered":"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=2687"},"modified":"2022-04-28T12:56:13","modified_gmt":"2022-04-28T12:56:13","slug":"il-debito-modernista-di-vincenzo-consolo-la-ferita-dellaprile-e-dedalus","status":"publish","type":"post","link":"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=2687","title":{"rendered":"IL DEBITO MODERNISTA  DI VINCENZO CONSOLO:  LA FERITA DELL\u2019APRILE E DEDALUS"},"content":{"rendered":"\n<p><br> <br> <em>Margherita Martinengo<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>1. Solo Ulysses? Una ricezione bifronte Quando si riflette sul debito modernista di Vincenzo Consolo, un nome che viene senza dubbio alla mente \u00e8 quello di Thomas Stearns Eliot; diversi infatti sono i luoghi della produzione consoliana in cui si pu\u00f2 rintracciare un riferimento, pi\u00f9 o meno esplicito, all\u2019autore della Terra desolata1. Tuttavia, quando nel 1963 Consolo esordisce con La ferita dell\u2019aprile, l\u2019esperienza del modernismo anglo-americano \u00e8 associata in Italia non solo al nome di Eliot, ma anche a quelli di Ezra Pound e, soprattutto, di James Joyce. Proprio all\u2019esordio romanzesco di Joyce, A Portrait of the Artist as a young Man, la Ferita \u00e8 legata da una serie di analogie. Cos\u00ec, opportunamente, nota Gianni Turchetta: come per Stephen Dedalus, anche per Scavone l\u2019educazione in un istituto confessionale mette in rilievo il rapporto fra religione e politica, il conflitto fra la cultura dominante e le culture marginali con le loro lingue, delineando un percorso di crescita che coincide con la presa di coscienza di una vocazione letteraria2. 1 Lo stesso titolo del romanzo d\u2019esordio rielabora un verso di Eliot: \u00abApril is the cruellest month\u00bb, v. 1 di The burial of the dead, prima sezione di The Waste Land; diversi riferimenti sono alla quarta sezione del poemetto, Death by Water. 2 Gianni Turchetta, Da un luogo bellissimo e tremendo, saggio introduttivo a Vincenzo Consolo, L\u2019opera completa, a I rilievi macro-strutturali di Turchetta si accompagnano, e vengono quindi corroborati, a una serie di corrispondenze tematiche e formali piuttosto precise, su cui si torner\u00e0. Innanzitutto, per\u00f2, va notato che con il riferimento al Portrait Consolo assume una posizione intermedia rispetto alle due tradizioni con cui viene recuperata la lezione joyciana in Italia. Sembra infatti che quella di Joyce sia una fortuna bifronte: da un lato il giovane autore di Gente di Dublino e di Dedalus, ancora apprezzati dalla generazione formatasi negli anni Trenta e Quaranta, dall\u2019altro il Joyce pi\u00f9 sperimentale di Ulisse e di Finnegans Wake, che diventa un modello di riferimento per gli scrittori pi\u00f9 votati allo sperimentalismo. \u00c8 un dato noto che il modernismo anglo-americano arriva in Italia con un certo ritardo, e il caso di Joyce non sfugge a questa regola3. Anche se, come mette in luce nella cura di Gianni Turchetta e con uno scritto di Cesare Segre, Milano, Mondadori, 2015, pp. XXIII-LXXIV, a p. XXXVIII. Cfr. anche Gianni Turchetta, L\u2019esordio romanzesco di Vincenzo Consolo, siciliano milanese, in Italiani di Milano. In onore di Silvia Morgana, a cura di Massimo Prada e Giuseppe Sergio, Milano, Ledizioni, 2017, pp. 779-788, a p. 784. Turchetta riprende un rilievo comparso in Tom O\u2019Neill, nella voce Vincenzo Consolo, in Dictionary of Literary Biography, vol. 196, Italian Novelists since World War II, 1965-1990, a cura di Augustus Pallotta, Detroit-Washington-Londra, Gale Research, 1998. Il tramite per Dedalus \u00e8 la traduzione del \u201833 di Cesare Pavese. Le citazioni da La ferita dell\u2019aprile sono tratte da Consolo, L\u2019opera completa, cit., pp. 3-121; d\u2019ora innanzi FA. 3 Sulla ricezione di Joyce in Italia, oltre al fondamentale Giovanni Cianci, La fortuna di Joyce in Italia. Saggio e bibliografia (1917-1972), Bari, Adriatica, 1974, si vedano Umberto Eco, Joyce\u2019s Misfortunes in Italy, in Joyce in Progress. Proceedings of the 2008 James Joyce Graduate Conference in Rome, a cura di Franca Ruggieri, John McCourt e Enrico Terrinoni, Newcastle upon Tyne, Cambridge Scholars, 2009, pp. 248-257; Eric Bulson, Getting noticed: James Joyce\u2019s sua ricchissima ricostruzione storica Serenella Zanotti, ci sono delle illustri eccezioni da considerare4, \u00e8 solo negli anni Cinquanta, mentre escono i primi studi sulla sua opera5 e viene completata la traduzione di Ulysses di De Angelis, che rinasce una certa attenzione verso Joyce. In questi anni l\u2019autore gode di particolare fortuna nel filone sperimentalista del panorama letterario italiano ed \u00e8 la parte pi\u00f9 decisamente sperimentale della sua produzione a essere protagonista: parlare di un \u2018caso Joyce\u2019 significa sostanzialmente parlare di Ulysses e di Finnegans Wake6. Italian translations, in \u00abJoyce Studies Manual\u00bb, 12 (2001), pp. 10-37; Serenella Zanotti, James Joyce among the Italian writers, in The reception of James Joyce in Europe, a cura di Geert Lernout e Wim Van Mierlo, Londra, continuum, 2004, pp. 328-361. 4 Zanotti, James Joyce among the Italian writers, cit., pp. 329-346. Zanotti approfondisce per esempio il ruolo giocato da Carlo Linati, cui va il merito di aver riconosciuto il valore di Joyce molto prima dei suoi connazionali; nel 1926 Linati traduce per la rivista \u00abIl Convegno\u00bb alcuni passi dell\u2019Ulisse, facendolo conoscere e destando l\u2019attenzione di diversi giovani scrittori italiani. Di Joyce, ricorda Zanotti, si parla anche nel gruppo legato a \u00abSolaria\u00bb, rivista in cui rimangono forti le istanze di una cultura \u00abeuropeisticamente orientata\u00bb in opposizione alla chiusura favorita dal regime (cfr. Cianci, La fortuna di Joyce in Italia: saggio e bibliografia 1917-1972, cit., p. 83; cfr. anche le celebri dichiarazioni di Vittorini su \u00abSolaria\u00bb: \u00ab[\u2026] solariano era parola che negli ambienti letterari di allora significava antifascista, europeista, universalista, antitradizionalista&#8230;\u00bb, da Elio Vittorini, Diario pubblico, Milano, Bompiani, 1957, p. 163). 5 Lo studio che apre la strada alla ricerca italiana su Joyce viene tradizionalmente individuato in Giorgio Melchiori, Joyce and the Eighteenth-century novelists, in \u00abEnglish Miscellany\u00bb, 2 (1951), pp. 227-245. 6 Cfr. Francesco Gozzi, La rottura dei codici: il linguaggio protagonista, in Modernismo\/Modernismi: dall\u2019avanguardia storica agli anni Trenta e oltre, a cura di Giovanni Cianci, Milano, Principato, 2001, pp. 290-313. Per la Cos\u00ec commenta, per esempio, Contini: \u00abse espressionismo \u00e8 violenta sollecitazione linguistica volta a esplorare l\u2019Io interno, nessun dubbio che l\u2019iperbole ne vada riconosciuta nell\u2019Ulysses di James Joyce\u00bb7. Non stupisce, poi, che due dei maggiori mediatori dell\u2019opera di Joyce in Italia, Luciano Anceschi e Umberto Eco, fossero legati all\u2019ambiente che forse pi\u00f9 di tutti puntava sulla necessit\u00e0 di un rinnovamento formale della letteratura: il Gruppo 63. Anceschi fu un pioniere degli studi sul modernismo anglo-americano in Italia8. Eco dedica diversi interventi a Joyce e in lui individua l\u2019espressione pi\u00f9 chiara delle proprie riflessioni teoriche: \u00ab\u00c8 superfluo qui richiamare alla mente del lettore, come esemplare massimo di opera \u201caperta\u201d \u2013 intesa proprio a dare una immagine di una precisa condizione esistenziale e ontologica del mondo contemporaneo \u2013 l\u2019opera produzione di Joyce, Melchiori usa l\u2019espressione \u00abbanchetto di linguaggi\u00bb (Giorgio Melchiori, The languages of Joyce, in The languages of Joyce. Selected papers from the 11th International James Joyce Symposium, Venezia, 11-18 giugno 1988, a cura di Rosa Maria Bellettieri Bosinelli et al., Philadelphia-Amsterdam. John Benjamins, 1992, pp. 1-18; Id., Joyce. Il mestiere dello scrittore, Torino, Einaudi, 1994, pp. 3-20); cfr. anche Alberto Rossi, Prefazione a Dedalus. Ritratto dell\u2019artista da giovane, trad. it. Cesare Pavese, Milano, Frassinelli, 1934 (ora Milano, Adelphi, 1976, da cui si cita; d\u2019ora in poi indicato come DED); John MacCabe, James Joyce and the revolution of the word, Londra, Macmillan, 1979; Carla Marengo Vaglio, Joyce. Dall\u2019Ulysses a Finnegans Wake, in Modernismo\/Modernismi, cit., pp. 342-360, in particolare alle pp. 353-357. 7 Gianfranco Contini, Ultimi esercizi ed elzeviri, Torino, Einaudi, 1988, p. 79. 8 Cfr. John Picchione, The New Avant-garde in Italy: theoretical debate and poetic practices, Toronto, University of Toronto Press, 2004, p. 17. di James Joyce\u00bb9. L\u2019interpretazione che Eco d\u00e0 di Joyce, e che ha grande ricaduta sul modo in cui l\u2019autore verr\u00e0 recepito nel Gruppo 63, \u00e8 essenzialmente formalistica, ovvero ha come punto di partenza lo studio della forma: Qui [in Ulysses] l\u2019oggetto della distruzione \u00e8 pi\u00f9 vasto, \u00e8 l\u2019universo della cultura e \u2013 attraverso di esso \u2013 l\u2019universo tout court. Ma questa operazione non viene attuata sulle cose: si attua nel linguaggio, col linguaggio e sul linguaggio (sulle cose viste attraverso il linguaggio)10. Contestualmente a questa lettura, gli autori della Neoavanguardia italiana trovano in Joyce un autore di riferimento, l\u2019iniziatore di un lavoro sul linguaggio letterario considerato come assolutamente necessario anche quarant\u2019anni dopo la prima pubblicazione dell\u2019Ulisse11. 9 Umberto Eco, Opera aperta. Forma e indeterminazione nelle poetiche contemporanee, Milano, Bompiani, 1995, p. 42. Un saggio di Opera aperta viene opportunamente pubblicato nel 1966 come opera a s\u00e9 con il titolo Le poetiche di Joyce (Milano, Bompiani; le citazioni sono dall\u2019edizione del 1982). Sul ruolo di Umberto Eco nella ricezione di Joyce cfr. Hermann van der Heide, On the Contribution of Umberto Eco to Joyce Criticism, in \u00abStyle\u00bb, vol. 26\/2 (1992), pp. 327-339. 10 Umberto Eco, Le poetiche di Joyce, Milano, Bompiani, 1982, p. 61. 11 Per quanto gli autori afferenti al Gruppo 63 costituissero un insieme eterogeneo per personalit\u00e0 e orientamento, la necessit\u00e0 della rifondazione del linguaggio letterario pu\u00f2 essere considerato uno dei principi condivisi del gruppo. Sul carattere esemplare di Joyce per la Neoavanguardia \u00e8 assai esplicito questo rilievo di Barilli: \u00abPer noi, poi, l\u2019esempio joyciano \u00e8 particolarmente significativo. [\u2026] l\u2019Ulysses esaurisce ogni possibile sperimentazione a livello di frase; o in altre parole, Joyce anticipa di mezzo secolo quell\u2019esaurimento di risorse da cui \u00e8 partito il presente discorso\u00bb (Renato Barilli, Viaggio al termine della parola. La ricerca intraverbale, Milano, Feltrinelli, 1981, p. 22). Anche giudizi meno entusiasti suggeriscono che al cuore di quella che si veniva configurando come una \u2018funzione Joyce\u2019 stavano le innovazioni linguistico-formali su cui si reggono Ulisse prima e Finnegans Wake poi; innovazioni che vengono immediatamente ricondotte all\u2019alveo dello sperimentalismo, quando non del completo formalismo (questa volta da intendersi come vuoto manierismo). Zanotti sottolinea, per esempio, i giudizi espressi da Calvino e Moravia12. Celebre il commento di Calvino formulato in Una sfida al labirinto: Una spinta visceral-esistenziale-religiosa accomuna l\u2019espressionismo, C\u00e9line, Artaud, una parte di Joyce, il monologo interiore, il surrealismo pi\u00f9 umido, Henry Miller e giunge fino ai nostri giorni. Su questa corrente viscerale dell\u2019avanguardia il mio discorso non vorrebbe mai essere di sottovalutazione o di condanna perch\u00e9 \u00e8 una linea che continua a contare [\u2026], per\u00f2 non posso farci niente se non riesco a parlarne con simpatia e adesione13. Ma si veda anche una lettera a Fortunato Seminara datata 10 gennaio 1955: Devo dirti fin da principio che io ho una prevenzione sia per tutte le narrazioni in cui c\u2019entrano i pazzi sia per tutte le opere di tipo \u201cmonologo interiore\u201d: tanto che non sono riuscito a finire l\u2019Ulysses e anche Faulkner mi sta piuttosto sullo stomaco\u00bb14. 12 Zanotti, James Joyce among the Italian writers, p. 355. 13 Italo Calvino, La sfida al labirinto, in \u00abIl menab\u00f2\u00bb, n. 5 (1962), poi raccolto in Id., Una pietra sopra, Torino, Einaudi, 1980, pp. 82-97, a p. 89. 14 Italo Calvino, I libri degli altri. Lettere 1947-1981, a cura di Giovanni Tesio e con una nota di Carlo Fruttero, I toni di Moravia, che pure negli anni di \u00abSolaria\u00bb aveva guardato con favore a Joyce, non sono pi\u00f9 morbidi: \u00abMi meraviglia l\u2019accostamento degli Indifferenti all\u2019Ulysses di Joyce. Il mio romanzo vuole essere una reazione all\u2019andazzo joyciano\u00bb15. 2. Consolo e Joyce Consolo, si diceva, sembra mantenere una posizione intermedia rispetto a queste due tradizioni: pi\u00f9 giovane rispetto agli autori formatisi negli anni Trenta e Quaranta e senz\u2019altro collocabile nel filone dello sperimentalismo, con il suo romanzo d\u2019esordio fa chiaramente (anche se mai esplicitamente) riferimento non a Ulisse o a Finnegans Wake, ma al Portrait of the Artist as a young Man. Pur inserendosi esplicitamente nel \u00absolco sperimentale \u00bb della letteratura italiana, Consolo \u00e8 anche uno strenuo oppositore di quelli che definisce gli \u00abazzeramenti avanguardistici \u00bb del Gruppo 6316. La ragione principale per l\u2019opposizione sperimentazione-avanguardia risiede per Consolo nel rapporto con la tradizione; nelle sue parole: la sperimentazione \u00e8 tutt\u2019altra cosa. Essa tiene conto della tradizione letteraria, dunque lo sperimentatore non \u00e8 dimentico di ci\u00f2 che \u00e8 avvenuto fino a lui, e cerca di condurre pi\u00f9 avanti che pu\u00f2 l\u2019esperienza letteraria, di adeguarla al suo tempo17. Torino, Einaudi, 1991, p. 153. 15 Citato in Pasquale Voza, Nel Ventisette sconosciuto. Moravia intorno al romanzo, in \u00abBelfagor\u00bb, 27\/2 (1982), pp. 207-210, a p. 207. 16 Vincenzo Consolo, Fuga dall\u2019Etna. La Sicilia e Milano, la memoria e la storia, Roma, Donzelli, 1993, p. 15. 17 Conversazione con Vincenzo Consolo, con una Prefazione di Antonio Franchini, Milano, Medusa, 2014, p. 55.  Dall\u2019altra parte, \u00e8 anche vero che l\u2019esperienza del modernismo anglo-americano costituisce una delle eccezioni che si sottraggono ai vigorosi colpi di spugna della Neoavanguardia e, anzi, viene innalzata a precedente illustre. Autori come Joyce ed Eliot sono quindi un riferimento che accomuna Consolo al tanto osteggiato Gruppo 63 (anche se, come si anticipava, il Joyce di Consolo e quello della Neoavanguardia non combaciano perfettamente). Si tratta di un dato significativo innanzitutto perch\u00e9 conferma la nuova attualit\u00e0 di cui alcune questioni affrontate dal modernismo tornano a godere a met\u00e0 Novecento e alle quali, con proposte anche molto diverse, gli autori e gli intellettuali di questo periodo cercano di rispondere; per dirla con Consolo: \u00abOggi i mostri profetizzati da Kafka, da Joyce, da Pirandello sono i mostri della nostra storia. Si ha l\u2019obbligo di affrontare questi mostri\u00bb18. In secondo luogo, questa convergenza di riferimenti testimonia di una affinit\u00e0 non cos\u00ec scontata \u2013 ma, a pensarci bene, del tutto comprensibile alla luce di queste circostanze \u2013 tra Consolo e il Gruppo 63. 3. La ferita dell\u2019aprile e Dedalus: le tappe del percorso di formazione I dodici brevi capitoli di cui si compone La ferita dell\u2019aprile raccontano un anno di vita del giovane Scavone, che, dopo la morte del padre, viene mandato a studiare in un Istituto religioso; alcune delle analogie pi\u00f9 evidenti, come \u00e8 logico, si trovano con i capitoli del Portrait che seguono l\u2019educazione di Stephen Dedalus presso i Gesuiti. L\u2019architettura di entrambi i romanzi, fondata non sul racconto continuo ma sull\u2019accostamento di episodi significativi per la crescita 18 Cito dal ricordo di Giuliana Adamo scritto in occasione della morte di Consolo (Giuliana Adamo, Ricordo di Vincenzo Consolo (1933-2012), in \u00abItalica\u00bb, 89\/4 (2012), pp. V-X, a p. VI). dei due protagonisti, \u00e8 influenzata dal contesto religioso. Stephen aspetta con ansia le festivit\u00e0 natalizie per rivedere la famiglia dopo il primo periodo trascorso a Clongowes ed \u00e8 durante il ritiro dedicato a San Francesco Saverio che matura la sua conversione spirituale. Analogamente, le giornate e l\u2019anno di Scavone e dei suoi compagni sono scandite dai riti e dai momenti fondamentali dell\u2019anno liturgico, dei quali assume particolare rilevanza la settimana pasquale, che si svolge nell\u2019aprile del titolo. Proprio come Stephen, Scavone affronta un percorso di formazione durante il quale prende coscienza dei suoi rapporti con la realt\u00e0 circostante, e cio\u00e8 con i pari, con l\u2019altro sesso, con i rappresentanti dell\u2019autorit\u00e0. La prima analogia tra Stephen e Scavone \u00e8 di tipo caratteriale. Entrambi dimostrano di provare un profondo senso di estraneit\u00e0 rispetto al contesto in cui sono immersi. Mentre i compagni irrompono sulla scena rumorosi e scalmanati, i due protagonisti si collocano sempre in posizione defilata, di pacata e timorosa osservazione piuttosto che di partecipazione attiva; rispetto ai coetanei, di cui in ogni caso ricercano irrimediabilmente l\u2019approvazione, sono allo stesso tempo pi\u00f9 maturi e pi\u00f9 ingenui19. 19 Sul carattere riflessivo di Stephen cfr., tra gli altri passaggi: DED, p. 33: \u00abStephen sedeva in un angolo della sala da gioco fingendo di osservare una partita a domino [&#8230;]\u00bb; p. 41: \u00abIl babbo gli aveva detto che qualunque cosa facesse, non facesse mai la spia a un compagno. Scosse la testa, rispose di no e si sent\u00ec contento\u00bb; p. 62: \u00abStephen era in mezzo a loro, temendo di parlare, ascoltando. Prov\u00f2 un leggero malessere di spavento\u00bb; p. 88 \u00abNon aveva desiderio di giocare. Aveva desiderio d\u2019incontrare nel mondo reale l\u2019immagine corporea che la sua anima contemplava tanto costantemente\u00bb. \u00c8 un atteggiamento che Stephen mantiene fino alla fine del romanzo, quando ormai \u00e8 all\u2019universit\u00e0: \u00ab[\u2026] e tenter\u00f2 di esprimere me stesso in un qualche modo di vita o di arte quanto pi\u00f9 potr\u00f2 liberamente e integralmente, adoperando per difendermi le sole armi che mi concedo di usare: il silenzio, l\u2019esilio e l\u2019astuzia\u00bb. Su Scavone cfr. FA, p. 7: \u00abIo, per 212 Emblematica la confusione provata da entrambi i protagonisti negli episodi dei romanzi che riguardano la scoperta della sessualit\u00e0, tradizionale rito di passaggio all\u2019et\u00e0 adulta. Quando un ingenuo e confuso Scavone assiste all\u2019incontro amoroso tra l\u2019amico Filippo Mustica e una ragazza cieca, tutta l\u2019attenzione \u00e8 rivolta alla scomodit\u00e0 del suo nascondiglio: Io non ce la facevo pi\u00f9 a restare, cos\u00ec sempre impalato, contro la porta, la lancella che trasudava e mi bagnava la gamba: mi stavo piegando adagio sopra le ginocchia, ma il ferro della porta si abbass\u00f2 e fece un verso come un miagolio di gatto (FA, pp. 26-28). Alla fine del settimo capitolo, poi, Scavone sfoglia insieme a Tano Squillace un album con delle fotografie erotiche (o forse sarebbe pi\u00f9 corretto dire che fa compagnia a Squillace che lo sfoglia). La reazione di Tano di fronte alle immagini proibite non viene completamente compresa da Scavone: Tano l\u2019aveva morso la tarantola, aveva addosso il ballo di sanvito, parlava grasso, con la faccia rossa, si me, l\u2019avevo pensata bene quell\u2019una due volte che mi tocc\u00f2 di farlo (dice che diventavo rosso, e che motivo c\u2019era), occhi a terra [&#8230;]\u00bb; FA, pp. 11-12: \u00abIo rimasi al mio posto, inginocchiato, per finta che pregavo, per studiare ancora don Sergio, l\u00ec in un angolo di raccoglimento [&#8230;]\u00bb; FA, p. 25: \u00abMi prese a ben volere dal primo giorno che spuntai all\u2019Istituto, cos\u00ec spaventato che, se non era per lui, me ne tornavo al paese [&#8230;]\u00bb; FA, p. 104: \u00abEro capace di sfuggire ai grandi, stare diffidente, muto, chiuso nel mio guscio e fare il morto come la tartaruga stuzzicata con la verga, ma poi, solo che uno mi parlava buono, mi faceva un sorriso, subito m\u2019aprivo [&#8230;]\u00bb, ma si pensi anche all\u2019atteggiamento defilato di Scavone di fronte alle discussioni di politica tra Mustica e Benito Costa (pp. 15-16; p. 102). dimenava, esclamava: quel libro era suo e pareva lo vedeva per la prima volta. Io ero preso dal freddo, forse per l\u2019umido dentro quel bugigatto, mi salivano i tremori per la schiena (FA, p. 73). \u00c8 la stessa confusione provata da Stephen nel primo capitolo, quando non capisce cosa stessero facendo alcuni ragazzi pi\u00f9 grandi, scoperti in bagno durante la notte: Stephen guard\u00f2 in faccia i compagni, ma tutti guardavano attraverso il campo. Voleva chiedere a qualcuno una spiegazione. Che cosa significava quel far porcherie nei gabinetti? [\u2026] Ma perch\u00e9 nei gabinetti? Si andava l\u00e0 quando si aveva qualche bisogno (DED, pp. 64-65). \u00c8 da notare che lo stanzino segreto in cui Tano porta Scavone per sfogliare le immagini \u00e8 uno scantinato in cui passano i tubi di scarico di casa Squillace (\u00abPer i muri scrostati e umidicci, tubi e rubinetti, il tubo grosso dello scarico del cesso\u00bb, FA, p. 73). In entrambi i casi, il tema del corpo viene spostato dall\u2019ambito della sessualit\u00e0, legato al mondo adulto e sconosciuto a Stephen e Scavone, a quello, pi\u00f9 basso e pi\u00f9 familiare, delle escrezioni, con un effetto comico che getta una luce grottesca ed estraniante sulla scena. Cos\u00ec si conclude l\u2019episodio nella Ferita: \u00abSi ud\u00ec un rovescio d\u2019acqua dentro il tubo grosso\u00bb, p. 73). Il senso di estraneit\u00e0 di Stephen e Scavone non emerge esclusivamente dalla relazione con i coetanei, ma \u00e8 dato anche dalle volubili circostanze personali e storiche in cui i personaggi sono immersi. Se in Dedalus l\u2019estraneit\u00e0 prende la forma dell\u2019esilio20, nella Ferita si declina come 20 Chiarissima la gi\u00e0 citata dichiarazione d\u2019intenti: \u00ab[\u2026] e tenter\u00f2 di esprimere me stesso in un qualche modo di vita o di arte quanto pi\u00f9 potr\u00f2 liberamente e integralmente, adoperando per difendermi le sole armi che mi concedo di usare: il silenzio, l\u2019esilio e l\u2019astuzia\u00bb (DED, p. 297). orfanit\u00e0: Scavone, infatti, non solo perde il padre, ma vedr\u00e0 anche morire il padre putativo, lo zio Peppe. In entrambi i romanzi, infine, l\u2019estraneit\u00e0 provata dai protagonisti \u2013 un tratto che a questo punto possiamo definire identitario \u2013 viene segnalata da un dato linguistico: sia Stephen che Scavone si trovano immersi in un contesto dove si parla una lingua che non sentono come propria. In Dedalus \u00e8 particolarmente significativo il passaggio della \u00abp\u00e8vera\u00bb, termine con cui Stephen chiama l\u2019imbuto e che desta la curiosit\u00e0 del direttore della scuola. La conversazione produce una presa di consapevolezza in Stephen: La lingua in cui parliamo \u00e8 prima sua che mia. Come differiscono le parole patria, Cristo, birra, maestro, sulle sue labbra e sulle mie! Io non posso pronunciare o scrivere queste parole senza inquietudine di spirito. La sua lingua, tanto familiare e tanto estranea, sar\u00e0 per me sempre un idioma acquisito. Non le ho fatte n\u00e9 accettate io queste parole. La mia voce oppone loro resistenza. La mia anima si dibatte sotto l\u2019ombra della lingua che \u00e8 sua (DED, p. 232). In una condizione simile si trova il protagonista di Consolo: Scavone parla sanfratellano, \u00e8 ci\u00f2 che viene chiamato uno \u00abzangl\u00e9\u00bb, e si trova quindi in una condizione di doppia estraneit\u00e0 linguistica, sia rispetto all\u2019italiano del potere, sia rispetto al siciliano di matrice messinese dei compagni21. L\u2019epiteto \u00abzangl\u00e9\u00bb svolge una funzione analoga a quella del particolare nome \u00abStephen Dedalus\u00bb, un elemento che desta l\u2019attenzione, solitamente in senso 21 Cfr. Daniela La Penna, Enunciazione, simulazione di parlato e norma scritta. Ricognizioni tematiche e linguistico-stilistiche su La ferita dell\u2019aprile di Vincenzo Consolo, in La parola scritta e pronunciata. Nuovi saggi sulla narrativa di Vincenzo Consolo, a cura di Giuliana Adamo, San Cesario di Lecce, Piero Manni, 2006, pp. 13-48, a p. 21. negativo, degli interlocutori del protagonista fin dall\u2019inizio del romanzo22. Tanto l\u2019origine, evidentemente non irlandese, quanto la figura mitologica da cui il nome deriva, il Dedalo che attraverso l\u2019ingegno riesce a fuggire dal labirinto del Minotauro, sono rappresentativi della condizione di Stephen rispetto al contesto. Come il nome di Stephen, anche la lingua di Scavone \u00e8 oggetto di attenzioni indesiderate: Don Sergio me lo chiese, un giorno che dicevo la lezione: \u201cD\u00ec un po\u2019: non sarai mica settentrionale?\u201d e le risate di que\u2019 stronzi mi fecero affocare. [\u2026] Tanto, francese o non francese, era lo stesso: in questo paese, e per tutti i paesi in giro, quando sentivano zangl\u00e9, zarabuino, sentivano diavolo. [\u2026] Uno che non mi aveva mai chiamato zangl\u00e9 era il Mustica (FA, p. 24)23. 22 Cfr. ad esempio DED, p. 78. 23 Come si \u00e8 gi\u00e0 visto per l\u2019episodio del rapporto con la ragazza cieca, anche questo passaggio dimostra che, nell\u2019ambito della relazione con i pari, quella con M\u00f9stica costituisce un\u2019eccezione. Filippo svolge nei confronti di Scavone un ruolo di guida e di iniziatore non solo al sesso, ma anche alla politica e alle leggi della storia. Il protagonista di Dedalus non incontra mai un personaggio che ricopra questo ruolo, anzi: solitamente \u00e8 Stephen il pi\u00f9 maturo e consapevole del gruppo dei compagni (anche nella relazione con Lynch, che \u00e8 il personaggio con cui pi\u00f9 di tutti condivide il percorso intellettuale, emerge sempre una superiorit\u00e0 di Stephen). Scavone non sarebbe mai stato portato in trionfo come Stephen alla fine del primo capitolo, dopo aver avuto il coraggio di denunciare i soprusi di padre Dolan; \u00e8 Mustica, in cui peraltro Consolo individua il vero protagonista del romanzo (cfr. una lettera di Vincenzo Consolo a Basilio \u2018Silo\u2019 Reale datata 31 marzo 1962, in Turchetta, Da un luogo bellissimo e tremendo, cit., p. XXXVII: \u00abIl protagonista (Filippo, non chi racconta!) \u00e8 il personaggio contro l\u2019Istituto (assieme a chi racconta)\u00bb), a ricoprire questo ruolo nella Ferita. \u00c8 Mustica che si ribella alle imposizioni dei padri dell\u2019Istituto, che Per entrambi i personaggi, per\u00f2, \u00e8 proprio alla luce di questa alterit\u00e0 linguistica che prende forma la vocazione letteraria. Alla fine del quarto capitolo di Dedalus le storpiature del nome fanno da controcanto ai pensieri di Stephen, mentre il protagonista prende coscienza dei suoi desideri per il futuro, che immagina non tra i doveri della vita religiosa, ma, appunto, come artista: Che cosa significava questo? [&#8230;] una profezia dello scopo che egli era nato a servire e che aveva segu\u00ecto attraverso le nebbie dell\u2019infanzia e dell\u2019adolescenza: un simbolo dell\u2019artista che rifoggia nel suo laboratorio dalla materia inerte della terra una nuova creatura, ascendente, impalpabile, indistruttibile? [\u2026] Questo era il richiamo della vita alla sua anima, non la brutta voce monotona di un mondo di doveri e di disperazioni, non la voce disumana che lo aveva chiamato al pallido servizio dell\u2019altare. Un attimo di volo rapito lo aveva liberato e l\u2019urlo di trionfo che le labbra trattenevano gli fendeva il cervello. &#8211; Stephaneforos! (DED, pp. 208-209). Nel caso di Scavone, \u00e8 anche la sua estraneit\u00e0 linguistica a garantirgli fin da giovane uno sguardo lucido e disincantato sulla realt\u00e0 circostante, a partire dallo smascheramento del carattere ideologico e falsificante della lingua dei padri dell\u2019Istituto. 4. La vocazione letteraria di Stephen e Scavone Come gi\u00e0 notato da Turchetta, l\u2019analogia pi\u00f9 grande tra i due romanzi si ritrova nell\u2019esito del percorso di formazione, che per entrambi i protagonisti corrisponde alla presa discute di politica con il compagno Benito Costa; che, alla fine del romanzo, arriva ad abbandonare la scuola dopo l\u2019ennesimo sopruso. di coscienza di una vocazione letteraria. Queste due conclusioni, tuttavia, presentano alcune differenze. Come merge dalla conversazione con Lynch nel quinto capitolo, Stephen elabora il suo destino da artista nel segno della comprensione e della rappresentazione della realt\u00e0: lo dimostrano i suoi riferimenti alla filosofia classica e medievale nelle figure di Aristotele e Tommaso d\u2019Aquino. Semplificando, potremmo dire che in questo quadro teorico di riferimento comprensione della realt\u00e0 e produzione artistica procedono di pari passo. La felicit\u00e0 di un\u2019operazione estetica, in altre parole, \u00e8 legata a doppio nodo con la capacit\u00e0 di afferrare quella che nella scolastica viene definita come \u00abquidditas\u00bb, ovvero \u00abl\u2019essenza di una cosa. Questa suprema qualit\u00e0 l\u2019artista la sente, quando la sua immaginazione comincia a concepire l\u2019immagine estetica\u00bb (DED, p. 259). Si tratta del presupposto alla base della poetica dell\u2019epifania, che pure, rispetto alla prima formulazione in Stephen Hero, subisce gi\u00e0 una rielaborazione nel Portrait (in cui la parola \u00abepifania\u00bb non compare mai), dove si insiste sulla capacit\u00e0 dell\u2019artista di rivelare qualcosa attraverso la sua creazione, pi\u00f9 che sul momento di visione o rivelazione24. \u00c8 vero che le stesse modalit\u00e0 con cui Stephen prende coscienza della propria vocazione letteraria (l\u2019epifania centrale del romanzo \u00e8 quella della ragazza tramutatasi in uccello marino, DED, pp. 210-211) correggono, almeno in parte, questo tipo di poetica: la rivelazione nasce non tanto dal dispiegarsi di qualcosa nella sua essenza oggettiva (nella sua quidditas), bens\u00ec nel particolare valore che la cosa assume per chi la guarda in un determinato momento, e che la rende quindi strettamente legata al mondo interiore del soggetto25. \u00c8 anche vero che A Portrait of the Artist as a young Man racconta di una formazione; inevitabile, 24 Su questo passaggio cfr. almeno Eco, Le poetiche di Joyce, cit., pp. 44-51. 25 Ivi, p. 51. quindi, che Stephen sia un personaggio in continua evoluzione e che presenti dei tratti di immaturit\u00e0. Infine, non si tratta di una formazione qualunque, bens\u00ec proprio di quella dell\u2019artista che, pur attraverso un narratore apparentemente eterodiegetico, la scrive: vista la natura semi- autobiografica di questo K\u00fcnstlerroman \u00e8 inevitabile che il rapporto sempre ambiguo tra l\u2019autore e il personaggio che ne rappresenta l\u2019alter ego sia ulteriormente problematizzato. Quando Joyce parla dell\u2019artista da giovane, quell\u2019artista non esiste pi\u00f9, \u00e8 gi\u00e0 stato superato, e con lui le sue categorie filosofiche26. Tuttavia, anche guardando agli stadi successivi del percorso di formazione (se accettiamo che le opere successive di Joyce possano essere lette come le tappe successive del percorso iniziato da Stephen nel Portrait), vediamo che i nuovi paradigmi di cui si va alla ricerca, pure in maniera sempre pi\u00f9 radicale, sono sempre finalizzati alla rappresentazione della realt\u00e0, delle cose o dell\u2019io, nelle nuove forme caotiche con cui si presenta27. 26 Ivi, p. 57: \u00ab[\u2026] di fatto il Portrait non vuole essere il manifesto estetico di Joyce, ma il ritratto di un Joyce che non esiste pi\u00f9 quando l\u2019autore termina questo ironico rapporto autobiografico e pone mano allo Ulysses\u00bb; cfr. anche Annalisa Volpone, James Joyce: implosione ed esplosione del romanzo, in Il romanzo modernista europeo. Autori, forme, questioni, a cura di Massimiliano Tortora e Annalisa Volpone, Roma, Carocci, 2019, pp. 213-234, a p. 215. 27 Giacomo Debenedetti traccia un\u2019analogia tra le epifanie joyciane e le intermittenze di Proust: \u00abNe concludiamo che i due grandi romanzieri, che inaugurano il romanzo del Novecento e gli danno l\u2019impronta [\u2026] perseguono, per vie diverse, analoghi metodi di conoscenza della realt\u00e0 con cui tessono e costruiscono le loro narrazioni. [\u2026] Le une e le altre [analogie e intermittenze] stabiliscono che la rappresentazione delle cose ha valore, interesse poetico narrativo solo in quanto quella rappresentazione riveli la quiddit\u00e0 o l\u2019anima infusa nelle cose [\u2026]\u00bb (Giacomo Debenedetti, Il romanzo del Novecento, con una presentazione Di altro tipo, invece, \u00e8 la sfida che si pone di fronte a Scavone. Nel nono capitolo, dopo l\u2019auto-rimprovero per la mancata conquista di Caterina (e la mancata conquista della giovane desiderata \u00e8 un ennesimo elemento in comune con il Portrait), troviamo il passaggio pi\u00f9 evidentemente metaletterario del romanzo: Uno che pensa, uno che riflette e vuol capire questo mare grande e pauroso, viene preso per il culo e fatto fesso. E questa storia che m\u2019intestardo a scrivere, questo fermarmi a pensare, a ricordare, non \u00e8 segno di babb\u00eca, a cangio di saltare da bravo i muri che mi restano davanti? Diceva zio: \u00ab\u00c8 uomo l\u2019uomo che butta un soldo in aria e ne raccoglie due: lo sparginchiostro non \u00e8 di quella razza\u00bb (FA, p. 92). Rimane certamente il problema della rappresentazione della realt\u00e0, ma nel racconto di Scavone non c\u2019\u00e8 spazio per elucubrazioni filosofiche sulle categorie su cui fondarla. Questo non solo perch\u00e9 rispetto a Stephen il protagonista di Consolo si trova a un punto diverso del percorso di formazione; che il \u00abmare grande e pauroso\u00bb non possa essere incasellato in categorie razionali \u00e8 ormai considerato un (tragico) dato di fatto. Pi\u00f9 che sul come si possa fare arte, quindi, Scavone si interroga sulla stessa legittimit\u00e0 della produzione artistica (e in particolare della scrittura) e lo fa inserendo nel suo discorso un\u2019obiezione: non sar\u00e0 segno di \u00abbabb\u00eca\u00bb  continuare a scrivere e tralasciare ci\u00f2 che \u00e8 concretamente importante nella vita (e che \u00e8 rappresentato dalle parole dello zio)? Rispetto a una riflessione tutta interna alle ragioni dell\u2019arte come \u00e8 quella di Stephen, nella quale esperienza della realt\u00e0 e produzione artistica procedono di pari passo, in quella di Scavone la realt\u00e0 di Eugenio Montale e testi introduttivi di Mario Andreose e Massimo Onofri, Milano, La nave di Teseo, 2019, p. 60). entra anche con ragioni proprie, che prescindono e anzi si oppongono a quelle dell\u2019arte. Si tratta, tra l\u2019altro, di un polo oppositivo che poi avr\u00e0 la meglio, perch\u00e9 Scavone, a differenza di Stephen, non coltiver\u00e0 la propria vocazione letteraria. Il problema posto da Joyce-Dedalus si arricchisce nel racconto di Consolo-Scavone di un livello di complessit\u00e0 che attiene alla dimensione concreta del vivere, qui declinata nella forma della produttivit\u00e0 e del guadagno economico (si ricordi che gli anni in cui la Ferita viene elaborata sono quelli immediatamente successivi al boom economico). Rispetto a Dedalus, in effetti, nella Ferita il polo della realt\u00e0 storica \u00e8 tendenzialmente pi\u00f9 presente. Se nel Portrait i riferimenti alla questione irlandese fanno da sfondo alla crescita di Stephen senza assumere mai a livello dell\u2019intreccio un ruolo centrale, nella Ferita il contesto e gli avvenimenti storici (le elezioni, la strage di Portella della Ginestra, ma in generale gli strascichi del fascismo e le circostanze del secondo dopoguerra28), pur messi sullo stesso piano delle avventure degli studenti dell\u2019Istituto, si configurano come una colonna portante. Gi\u00e0 l\u2019esordio contiene insomma tutti i temi che saranno cari a Consolo e che verranno sviluppati nella sua produzione successiva: la denuncia dei meccanismi del potere, l\u2019immobilit\u00e0, il dogmatismo e l\u2019ipocrisia della societ\u00e0 che si va formando dopo la seconda guerra mondiale, di cui l\u2019Istituto religioso non \u00e8 che una rappresentazione in miniatura. Nel tematizzare esplicitamente la vocazione letteraria, Joyce e Consolo creano dei personaggi che, rispetto a questa vocazione, si pongono domande e obiettivi diversi: 28 Presente sia in Dedalus che nella Ferita \u00e8 la denuncia delle ingerenze del potere religioso sulla politica (rispettivamente si vedano la discussione tra la zia Dante e il padre di Stephen durante la cena di Natale, DED, pp. 52-56, e gli ammonimenti dei padri dell\u2019Istituto in merito alle imminenti elezioni amministrative, FA, p. 70).  mentre Stephen \u00e8 descritto come tutto assorto nella ricerca di strumenti adatti alla comprensione della realt\u00e0, Scavone si confronta con il dubbio che, di fronte alla concretezza e alle leggi di quella realt\u00e0, la scrittura non possa niente. 5. La lingua e le modalit\u00e0 del racconto Sia Dedalus che la Ferita sono romanzi semi-autobiografici. Stephen e Joyce condividono l\u2019educazione presso i Gesuiti, il dissesto economico famigliare, la decisione di abbandonare l\u2019Irlanda; meno evidenti sono le corrispondenze tra autore e protagonista della Ferita, ma \u00e8 difficile non scorgere dietro all\u2019Istituto di Scavone quelli gestiti dai Salesiani dove Consolo frequenta le scuole medie e il Ginnasio. Soprattutto, in comune tra Stephen e Joyce, e tra Scavone e Consolo c\u2019\u00e8 la vocazione letteraria. \u00c8 naturale, quindi, che si tenda a considerare i personaggi come alter ego pi\u00f9 giovani dei loro autori e in effetti, tanto nel Portrait quanto nella Ferita, possono essere individuate le prime prove di quella sperimentazione che caratterizzer\u00e0 le opere successive di Joyce e Consolo. Solo apparentemente il narratore del Portrait pu\u00f2 essere classificato come eterodiegetico: tutta la narrazione \u00e8 infatti condotta in funzione di un unico punto di vista, e cio\u00e8 quello di Stephen. La lingua del narratore evolve e diventa pi\u00f9 complessa mano a mano che matura il protagonista; gradualmente, dalle filastrocche e dalle onomatopee apprezzate dal bambino si arriva alle argomentazioni filosofiche del giovane adulto. Il narratore, \u00e8 vero, mantiene sempre una certa distanza rispetto a Stephen, tanto che pu\u00f2 dare voce alle sue impressioni quando, ancora troppo piccolo, il protagonista non \u00e8 in grado di verbalizzarle29. Il grado di questa distanza varia costantemente: lungo tutto 29 Sul narratore in Dedalus cfr. Richard Brandon Kershner Jr., Time and language in Joyce\u2019s Portrait of the Artist, in \u00abELH\u00bb, vol. 73, n. 4 (1976), pp. 604-619; Id., The il romanzo si registra una continua alternanza tra brani in cui si presentano o commentano gli eventi, e brani assimilabili al monologo interiore, in cui emergono, in modo pi\u00f9 o meno controllato e pi\u00f9 o meno esplicitamente introdotti, i pensieri del protagonista. La continua mescolanza di questi passaggi, tuttavia, dimostra che si tratta di una \u00abonniscienza selettiva\u00bb30 e che il centro gravitazionale della narrazione rimane, per tutto il romanzo, Stephen. Qualcosa di simile a questa complicazione della narrazione lungo due assi \u2013 uno che segue orizzontalmente la crescita di Stephen e uno per cos\u00ec dire verticale, che divide eventi e flusso di pensieri \u2013 si ritrova anche nell\u2019esordio consoliano, che \u00e8 scritto direttamente in prima persona da uno Scavone ormai adulto. Anche in questo caso si assiste all\u2019emersione di tratti linguistici che sono legati a fasi diverse del percorso di crescita; l\u2019andamento, per\u00f2, non \u00e8 progressivo come in Dedalus. La lingua pi\u00f9 matura dell\u2019adulto che scrive e racconta di un anno determinante della sua giovent\u00f9, che riconosciamo per esempio nelle descrizioni nostalgiche del paesaggio siciliano e nelle riflessioni amare sulla fine dell\u2019adolescenza, e che teoricamente \u00e8 quella che dovrebbe prevalere nella narrazione, \u00e8 a tratti sostituita da quella dello Scavone adolescente. In questi passaggi, la lingua si adatta alla sua confusione, alla sua ingenuit\u00e0, al suo tono canzonatorio. Un passaggio in cui le prospettive del ragazzo e dell\u2019adulto si incontrano direttamente \u00e8 la fine del secondo capitolo. Si riprende qui l\u2019episodio della cacciata dalla casa in cui il ragazzo risiedeva per frequentare l\u2019Istituto. Cos\u00ec si chiude la scena, con l\u2019attenzione rivolta alla gatta della donna di casa: Artist as Text: Dialogism and Incremental Repetition in Joyce\u2019s Portrait, in \u00abELH\u00bb, vol. 53, n. 4 (1986), pp. 881-894. 30 Cfr. Antonio Sichera, Pavese nei dintorni di Joyce: le \u00abdue stagioni\u00bb del Carcere, in \u00abEsperienze letterarie\u00bb, XXV\/3-4 (2000), pp. 121-152, a p. 124. Vai, vai muscitta, pari sua figlia: lo stesso odore avete, tutta la casa lo stesso odore ha. Mangia muscitta bella, gioia, veleno che ti faccia, cos\u00ec la finisci di cacare sotto letto, di portare le lucertole nel cesso. Con tutto che non m\u2019ero affezionato a quella casa, mi venne rabbia e tristezza, ch\u00e9 mi sentivo sfrattato, cacciato via, d\u2019un colpo senza una casa e senza un letto in questo paese grande senza un parente. A queste cose uno non ci pensa, come alle gambe, alle braccia, fino a che non gliele tolgono. Il gatto le avrei ammazzato prima d\u2019andarmene, il gatto (FA, p. 19). All\u2019inizio e alla fine della citazione la lingua rende la rabbia e la volont\u00e0 di vendetta dello Scavone ragazzo, mentre nella parte centrale il sentimento provato al momento dello sfratto viene elaborato pi\u00f9 razionalmente, anche da un unto di vista linguistico, dall\u2019adulto, che ne coglie l\u2019origine pi\u00f9 profonda. Rispetto alla focalizzazione interna e all\u2019approfondimento psicologico che caratterizzano Dedalus, anche a livello linguistico la Ferita dimostra una maggiore apertura verso il mondo esterno31. Qualsiasi rischio di uniformit\u00e0 monologica dato dalla prima persona viene superato grazie ad una pluralit\u00e0 di voci che di volta in volta contaminano quella di Scavone. Voce del narratore e voci dei personaggi si susseguono senza soluzione di continuit\u00e0, in una applicazione radicale della tecnica del discorso indiretto 31 Cfr. Turchetta, L\u2019esordio romanzesco di Vincenzo Consolo, siciliano milanese, cit., p. 786: \u00abla conturbante problematicit\u00e0 del narratore della Ferita viene messa in scena mediante una rappresentazione radicalmente anti-psicologica, che si nega per programma ogni possibile indugio introspettivo, condensando la psicologia dei personaggi nei loro gesti e nei loro modi espressivi, con modalit\u00e0 lato sensu behavioristiche che, una volta di pi\u00f9, fanno pensare alle influenze dei modelli americani\u00bb libero. Talvolta si assume la pesante retorica di don Sergio, di cui la lingua fascistoide, insieme all\u2019ironia con cui viene ripresa, rivela le intenzioni propagandiste e repressive dei padri dell\u2019Istituto: Il male la corruzione il caos dilagano, dilagano. Sorgono nuovi profeti e banditori di dottrine: noi non abbiamo da temere, noi fortunati, abbiamo l\u2019Istituto con i padri. Che importa vincere o perdere una guerra? Importa il dopoguerra: vincere e vinceremo il male e il dopoguerra. Il segreto \u00e8 la purezza. Una parola d\u2019ordine: la morte, ma non i peccati. Puressa, puressa, primavera di bellessa. Noi siamo i nuovi, incomincia da noi il nuovo mondo, tutto dipende da noi: non abbiamo passato, abbiamo il futuro, la speranza cammina con noi. Suon\u00f2 il campanello (FA, p. 14) Talvolta la voce narrante riprende invece i modi bruschi dello zio: \u00abCammina, destino infame, e se non facciamo presto, pure la notte sopra. Per Cesar\u00f2 ci potevano essere quattro cinque chilometri: moviti, va\u2019, sciroppati sta strada\u00bb (FA, p. 37). Talvolta, ancora, la registrazione della lingua altrui viene segnalata esplicitamente; di seguito qualche esempio: Accorse il sorvegliante, che bada all\u2019ordine e alla disciplina, e fece i psi ehi psi con una faccia che poi mi sentite (FA, p. 8); Le travaglianti dello scantinato sotto il balcone della stanza mia sono spartane, sempre a scialare, chiss\u00e0 le cose belle che si contano: Giuliano \u00e8 mascolo dolce, culo grosso com\u2019un avvocato, Pisciotta s\u00ec, \u00e8 mascolo amaro. [&#8230;] e loro cantano a struggimento s\u2019\u00e8 maritata Rosa Sarina e Peppinella, col canto e controcanto, ed io che sono bella mi voglio maritar (p. 66); E il monaco continuava coi peccatori, faceva il paragone degli ebrei coi nemici attuali della Chiesa: vigili siate quel giorno d\u2019aprile, sappiate discernere gli onesti dagli infidi (p. 70). Le tante voci con cui Scavone entra in contatto nel suo percorso di formazione compaiono direttamente sulla scena, a differenza di quanto avviene in Dedalus, in cui il focus \u00e8 esplicitamente sulla negoziazione degli stimoli esterni da parte di Stephen. I rilievi sull\u2019impianto formale fanno sistema con quelli sulla dimensione contenutistica e tematica dei romanzi, e suggeriscono che si possa individuare una matrice comune per le differenze tra la Ferita e Dedalus: diverso \u00e8 il valore che viene riconosciuto nelle due opere alla realt\u00e0 esterna, al di fuori dell\u2019individuo. Se Dedalus ha come punto focale l\u2019interiorit\u00e0 di Stephen, nella Ferita Consolo rifiuta questo tipo di approfondimento psicologico e, scegliendo \u2013 a questo punto si potrebbe dire quasi paradossalmente \u2013 la prima persona, usa la voce di Scavone per denunciare i meccanismi del contesto storico malato che attende i ragazzi dell\u2019Istituto. \u00c8 un dato che ci ricorda che, al netto di tutti i punti di contatto, si tratta di due opere elaborate in momenti storici e contesti culturali che sono anche profondamente diversi (e qui alludo naturalmente alla particolare carica politica a cui la letteratura, e specialmente la sperimentazione letteraria, era connaturata nell\u2019Italia del secondo dopoguerra). Dall\u2019altra parte, le innegabili analogie tematiche e formali che si \u00e8 cercato di mettere in evidenza in queste pagine testimoniano innanzitutto la rilevanza dell\u2019esperienza modernista nella formazione di Consolo, un aspetto ancora non approfondito dalla critica32; in secondo luogo, dimostrano l\u2019esistenza di una linea di ricezione dell\u2019opera 32 Cfr. Gianni Turchetta, Le parole (non) sono pietre: la scrittura plurale di Vincenzo Consolo, fra sperimentalismo e meridionalismo, testo della conferenza tenuta a Nancy l\u20198 marzo 2016. di Joyce che va s\u00ec sotto il segno della sperimentazione ma rimane parallela e sempre separata rispetto a quella della Neoavanguardia.<br><br> <img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"800\" height=\"1040\" class=\"wp-image-2688\" style=\"width: 800px;\" src=\"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2022\/04\/james-joyce-orig.jpeg\" alt=\"\" srcset=\"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2022\/04\/james-joyce-orig.jpeg 788w, http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2022\/04\/james-joyce-orig-231x300.jpeg 231w, http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2022\/04\/james-joyce-orig-768x998.jpeg 768w\" sizes=\"(max-width: 800px) 100vw, 800px\" \/><br>James Joyce<br><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"800\" height=\"600\" class=\"wp-image-2689\" style=\"width: 800px;\" src=\"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2022\/04\/Giardini-Naxos-2008_05_24-3-di-9.jpg\" alt=\"\" srcset=\"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2022\/04\/Giardini-Naxos-2008_05_24-3-di-9.jpg 640w, http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2022\/04\/Giardini-Naxos-2008_05_24-3-di-9-300x225.jpg 300w\" sizes=\"(max-width: 800px) 100vw, 800px\" \/><br>Vincenzo Consolo<br>foto Claudio Masetta Milone<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Margherita Martinengo 1. Solo Ulysses? Una ricezione bifronte Quando si riflette sul debito modernista di Vincenzo Consolo, un nome che viene senza dubbio alla mente \u00e8 quello di Thomas Stearns Eliot; diversi infatti sono i luoghi della produzione consoliana in cui si pu\u00f2 rintracciare un riferimento, pi\u00f9 o meno esplicito, all\u2019autore della Terra desolata1. Tuttavia, &hellip; <a href=\"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=2687\" class=\"more-link\">Continua a leggere <span class=\"screen-reader-text\">IL DEBITO MODERNISTA  DI VINCENZO CONSOLO:  LA FERITA DELL\u2019APRILE E DEDALUS<\/span><\/a><\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":0,"comment_status":"open","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[4],"tags":[660,193,255,1280,1275,1269,403,318,892,23,77,598,24,1265,1266,1284,753,1281,1260,1288,1264,1271,625,17,1270,1272,817,1263,1256,1274,1267,1276,35,1285,1257,949,278,1262,57,987,676,1279,1282,1278,1283,1273,459,1259,1268,29,1261,1258,709,1277,1287,18],"_links":{"self":[{"href":"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/2687"}],"collection":[{"href":"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=2687"}],"version-history":[{"count":2,"href":"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/2687\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":2691,"href":"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/2687\/revisions\/2691"}],"wp:attachment":[{"href":"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=2687"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=2687"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=2687"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}