{"id":2571,"date":"2022-01-13T18:54:08","date_gmt":"2022-01-13T18:54:08","guid":{"rendered":"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=2571"},"modified":"2022-02-08T19:52:32","modified_gmt":"2022-02-08T19:52:32","slug":"la-mafia-per-vincenzo-consolo-uno-sciacallo-che-ci-assomiglia","status":"publish","type":"post","link":"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=2571","title":{"rendered":"La mafia per Vincenzo Consolo: uno sciacallo che ci assomiglia"},"content":{"rendered":"\n<h1 class=\"wp-block-heading\"><\/h1>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image\"><img decoding=\"async\" src=\"http:\/\/ilcontesto.blogautore.espresso.repubblica.it\/files\/2022\/01\/Schermata-2022-01-12-alle-17.36.32.png\" alt=\"Vincenzo Consolo (a destra) con Leonardo Sciascia nel 1966\" class=\"wp-image-276\"\/><\/figure>\n\n\n\n<p>Vincenzo Consolo (a destra) con Leonardo Sciascia nel 1966<\/p>\n\n\n\n<p><strong><em>di&nbsp;Tano Grasso<\/em><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p><strong><em>Vincenzo Consolo, &#8220;Cosa Loro. Mafie tra cronaca e riflessione&#8221;, Bompiani, pp. 320, euro 18.<\/em><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Sono dieci anni che Vincenzo Consolo, uno dei pi\u00f9 importanti scrittori del secondo Novecento italiano, non \u00e8 pi\u00f9 tra noi. L\u2019editore Bompiani nel 2017 ha mandato in stampa un libro, curato con intelligenza e competenza da Nicol\u00f2 Messina, che raccoglie una serie di articoli, saggi, introduzioni pubblicati su riviste e quotidiani dal 1970 al 2010, sessantaquattro pezzi ordinati cronologicamente sulle \u201cmafie tra cronaca e riflessione\u201d.<\/p>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-image\"><figure class=\"aligncenter\"><img decoding=\"async\" src=\"http:\/\/ilcontesto.blogautore.espresso.repubblica.it\/files\/2022\/01\/b05f512da9d74993a3fab6bc65ed99b0B00085.jpg\" alt=\"b05f512da9d74993a3fab6bc65ed99b0B00085\" class=\"wp-image-274\"\/><\/figure><\/div>\n\n\n\n<p>Uno scrittore cos\u00ec intimamente legato alla sua Sicilia, con tormento, con affetto, con dolore, con speranza, non poteva non confrontarsi con la questione mafiosa che, purtroppo, in larga parte ha segnato un pezzo di storia dell\u2019isola; e questa ambivalenza trova espressione nell\u2019uso dell\u2019immagine omerica dell\u2019olivo e dell\u2019olivastro, che aveva gi\u00e0 dato il titolo ad uno dei suoi libri, per spiegare \u00abil duplice atroce destino della Sicilia\u00bb (p. 257).<\/p>\n\n\n\n<p>Consolo \u00e8 stato poeta delle \u201cprofondit\u00e0\u201d, romanziere che non ha avuto mai timore a scandagliare le viscere pi\u00f9 inquiete e meno consolatorie, e poi tentare, cercare di trovare, d\u2019offrire spiegazioni e, come nel \u201cSorriso dell\u2019ignoto marinaio\u201d, suggerire soluzioni, vie d\u2019uscita, a volte di fuga. Ogni suo romanzo, ogni sua parola rimanda alla Sicilia, alla sua bellezza e alle sue tragedie.<\/p>\n\n\n\n<p>Il 23 maggio del 1992 sull\u2019autostrada a Capaci esplode il tritolo in un Paese allo sbando, senza classe dirigente e con incerte istituzioni. Ai mesi di quell\u2019estate rimandano le ultime pagine del romanzo \u201cLo Spasimo di Palermo\u201d scritto, sin dall\u2019inizio, con parole marchiate da sangue, dolore, malinconia, distanza: esilio dalla\/nella terra dell\u2019altra annunciata strage del 19 luglio. Bisogna partire da qui per apprezzare fino in fondo il senso di questi scritti sulla mafia, bisogna aver chiaro il rapporto dello scrittore con l\u2019isola e con la parola decisiva: esilio.<\/p>\n\n\n\n<p>Se la sua produzione creativa \u00e8 il risultato di quella \u00abnascita nell\u2019isola, nell\u2019assurdo della storica stortura, prigione dell\u2019offesa, deserto della ragione, dissolvimento, spreco di vite, d\u2019ogni umano bene\u00bb, c\u2019\u00e8 sempre dell\u2019altro: un carico di ragione, certamente di speranza. Nelle ultime pagine dello \u201cSpasimo\u201d scrive: \u201c(Un lume occorre, una chiara luce)\u201d, un lume timidamente indicato tra due parentesi tonde. Una fievole luce per sopravvivere? O, forse, per meglio capire. E questa luce si apre su ogni pagina di \u201cCosa loro\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>In un testo del luglio 2007 pubblicato sull\u2019\u201dUnit\u00e0\u201d in occasione dell\u2019anniversario della strage di Via d\u2019Amelio (\u201cBorsellino, l\u2019uomo che sfid\u00f2 Polifemo\u201d), quando Consolo affronta un tema cruciale riferendosi a quanti hanno creduto che la \u00abmafia fosse qualcosa di separato dal nostro contesto civile, che essa sarebbe stata prima o dopo tagliata con un colpo d\u2019ascia dal ceppo sano della nostra societ\u00e0 da parte di organi a questo delegati\u00bb (p. 261), si avverte quella lucida consapevolezza propria sia di Leonardo Sciascia che di Giovanni Falcone.<\/p>\n\n\n\n<p>In \u201cCose di Cosa nostra\u201d il giudice contesta l\u2019opinione di chi pensa che la mafia sia un soggetto esterno, un nemico che da fuori minaccia i siciliani. I mafiosi sono \u00abuomini come noi\u00bb e, conclude, \u00abse vogliamo combattere efficacemente la mafia, non dobbiamo trasformarla in un mostro n\u00e9 pensare che sia una piovra o un cancro. Dobbiamo riconoscere che ci rassomiglia\u00bb. Pi\u00f9 dolente Sciascia (\u201cLa Sicilia come metafora\u201d): \u00abPrendiamo ad esempio questa realt\u00e0 siciliana nella quale vivo: un buon numero dei suoi componenti io li disapprovo e li condanno, ma li vedo con dolore e &#8220;dal di dentro&#8221;; il mio &#8220;essere siciliano&#8221; soffre indicibilmente del gioco al massacro che perseguo. Quando denuncio la mafia, nello stesso tempo soffro poich\u00e9 in me, come in qualsiasi siciliano, continuano a essere presenti e vitali i residui del sentire mafioso. Cos\u00ec lottando contro la mafia io lotto contro me stesso, \u00e8 come una scissione, una lacerazione\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p>A partire dal primo intervento della raccolta, un dattiloscritto probabilmente del 1969, Consolo individua nell\u2019assenza di fiducia nello Stato la causa del radicamento e rafforzamento della mafia; egli conosce bene l\u2019Italia all\u2019indomani dell\u2019Unit\u00e0 quando le repressioni e \u00abil trattamento da cittadini di seconda classe da parte del nuovo governo\u00bb (p. 14) non fanno altro che perpetuare anzich\u00e9 risolvere quella causa, tenendo \u00abviva la sfiducia verso lo Stato\u00bb, dando \u00abmaggior fiato alla mafia in un drammatico circolo vizioso\u00bb, rinfocolando l\u2019ostilit\u00e0 della popolazione \u00abe questo, a sua volta, dava motivo per altri provvedimenti repressivi\u00bb (p. 15).<\/p>\n\n\n\n<p>Ritorna in un altro testo del 1994 denunciando come \u00abdopo l\u2019impresa di Garibaldi [\u2026] la mafia rafforza ancora di pi\u00f9 in Sicilia il suo potere, fidando su una maggiore lontananza del governo centrale e sul malcontento, sulla sfiducia nel potere costituito per le nuove leggi che impongono [\u2026] nuovi obblighi, come quello della leva militare, e pesanti tasse come quella sul macinato\u00bb (p. 158).<\/p>\n\n\n\n<p>La mafia non \u00e8 un fenomeno accidentale o casuale, continua a ricordarci Consolo, \u00e8 l\u2019effetto di precise responsabilit\u00e0 che chiamano in causa le classi dirigenti dell\u2019isola e del Paese, sia nella fase di origine, sia nei decenni pi\u00f9 recenti. Da questo punto di vista, nella riflessione dello scrittore un\u2019attenzione particolare \u00e8 riservata alla critica del &#8220;Gattopardo&#8221;. In un articolo del 1986 Consolo disvela la mistificazione ideologica del \u00absentenzioso romanzo che \u00e8 &#8220;Il Gattopardo&#8221;\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p>`Noi fummo i Gattopardi e i Leoni; quelli che ci sostituiranno\u2026\u00bb, \u00e8 la sentenza del Lampedusa. Ma non \u00e8 stato cos\u00ec: \u00abChe i gattopardi e i leoni non sono stati del tutto sostituiti, ma che essi stessi si sono trasformati in sciacalli e iene e che forse tali sono sempre stati\u00bb (p. 64). In un altro testo del 2007, pi\u00f9 diretto \u00e8 l\u2019obiettivo polemico: \u00abMa il principe di Salina ignorava o voleva ignorare che le iene e gli sciacalli, i don Calogero Sedara, erano nati e cresciuti, si erano ingrassati nelle terre, nei feudi dei suoi pari, dei nobili, mentre loro, i feudatari, se ne stavano nei loro palazzi di Palermo a passare il tempo tra feste e balli\u00bb (p. 251).<\/p>\n\n\n\n<p>La mafia era figlia di quel sistema economico e sociale, era l\u2019effetto di concreti comportamenti delle classi dirigenti: \u00abTomasi di Lampedusa, l\u2019autore del &#8220;Gattopardo&#8221;, ignorava questo?\u00bb Insomma: \u00abAl Salina o al Lampedusa, grande scrittore e sapiente letterato, vogliamo dire che sciacalletti e iene erano anche loro, i Gattopardi, consapevoli complici di quei mafiosi che agivano l\u00e0, nei loro feudi\u00bb (p. 296). Era gi\u00e0 stato molto chiaro Leopoldo Franchetti nel libro dato alle stampe nel 1877. Il giovane studioso toscano, un liberale conservatore, sottolineava le gravi responsabilit\u00e0 della classi \u201cabbienti\u201d siciliane. La relazione tra mafiosi e classe dominante \u00e8 \u00abun fenomeno complesso\u00bb ma con una certezza: se la classe dominante lo volesse la mafia verrebbe immediatamente distrutta (ha i mezzi materiali e l\u2019autorit\u00e0 morale). Invece la relazione \u00e8 reciproca e i destini intrecciati.<\/p>\n\n\n\n<p>In un saggio scritto dopo la strage di Capaci Consolo spiega come sia cambiato il rapporto tra mafia e politica. Se per decenni \u00abmafia e potere politico procedevano trionfalmente in simbiosi perfetta [\u2026] l\u2019una e l\u2019altro si alimentavano di un vasto consenso [\u2026] insieme poi davano e ricevevano protezione e padrinaggio al e dal potere di Roma\u00bb (p. 110), tutto cambia con quello che lo scrittore chiama \u00abil Grande affare\u00bb: \u00abIl devastante traffico internazionale della droga, con i suoi traffici succedanei, ha mutato il rapporto di forza tra mafia e potere politico, Cosa nostra ha finito per dominare politica, invadere industria, commercio, finanza\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p>Ma \u00e8 cambiata anche la percezione della mafia e delle sue vittime, adesso uomini delle istituzioni, giudici, prefetti, ufficiali, politici, imprenditori. Sino al secondo dopoguerra la mafia uccideva capilega e sindacalisti che si opponevano ai gabellotti, e queste morti \u00abprovocavano dolore e rimpianto forse soltanto nel gruppo politico, nella classe da cui provenivano\u00bb (p. 126). Cambia la mafia, cambiano le vittime, cambia l\u2019antimafia. Umberto Santino (\u201cStoria del movimento antimafia\u201d) sottolinea il passaggio di fase: a cambiare sono soprattutto le motivazioni dell\u2019opposizione: se prima la lotta alla mafia si intrecciava e in larga parte si sovrapponeva al conflitto sociale e politico (antimafia sociale), dagli anni ottanta in poi il movente \u00e8 l\u2019indignazione e la rivendicazione dei valori civili (il diritto, la democrazia, la non violenza, ecc.) che non hanno una specifica connotazione di classe. Scrive Consolo: \u00abIl dolore e il rimpianto per le vittime non ritrovavano pi\u00f9 risonanza in un gruppo politico, in una classe sociale, ma in tutta la societ\u00e0 civile\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p>Il nuovo anno da poco entrato \u00e8 anche quello del trentesimo anniversario di Mani pulite. Tangentopoli, scrive efficacemente Consolo in un articolo del 1994, \u00e8 la \u00abperfetta realizzazione di un\u2019utopia negativa\u00bb (p. 145) in cui il malaffare \u00e8 divenuto elemento fisiologico, \u00abquasi legale, sistematicamente accettato, praticato e tacitamente regolarizzato dai partiti al governo e qualche volta pure dall\u2019opposizione\u00bb; e le leggi, vane e violate, assomigliavano sempre pi\u00f9 \u00aballe &#8220;gride&#8221; nella Lombardia del Seicento, la cui applicazione era sempre lasciata &#8220;all\u2019arbitrio di Sua Eccellenza&#8221;\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019implacabile descrizione del degrado morale del mondo politico e imprenditoriale non impedisce a Consolo di esprimere una dura, e all\u2019epoca in controtendenza, critica alla trasmissione televisiva del processo Enimont, \u00abun orrendo, fascinoso spettacolo\u00bb. Non c\u2019\u00e8 nelle sue parole solo la rivendicazione della forza del diritto, il rifiuto della gogna mediatica, il rispetto della dignit\u00e0 degli imputati, c\u2019\u00e8 la denuncia di quella ipocrisia nazionale che tiene incollati al video milioni di telespettatori che non hanno mancato di dare il proprio voto ai politici processati: \u00abElettori-telespettatori che nello spettacolo-gogna si autoassolvono\u00bb (p. 146).<\/p>\n\n\n\n<p>Il caso ha voluto che la scorsa domenica in allegato all\u2019Espresso e a Repubblica venisse venduto il primo volume di una raccolta di scritti di Umberto Eco; in una delle sue \u201cBustine di Minerva\u201d, commentando un altro processo, il famoso semiologo mette in guardia sul \u201c\u00abdovere di difendere la dignit\u00e0 del colpevole, che paga gi\u00e0 in altra moneta\u00bb, non esitando a parlare di \u00abattentato alla Costituzione\u00bb: \u00abNon vediamo la Giustizia in azione, ma la Televisione che interpreta la Giustizia\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p>Forza del diritto, dunque, e irriducibile denuncia di ogni ipocrisia. Nell\u2019ottobre del 1990 su \u201cL\u2019Ora\u201d in risposta ad un articolo di giornale dopo le dimissioni dal Premio Racalmare &#8211; Leonardo Sciascia, Consolo spiega il suo un inevitabile gesto di protesta: \u00abFinch\u00e9 la mafia uccide in Sicilia [\u2026] non possiamo permetterci di &#8220;celebrare cerimonie letterarie sovvenzionate da pubblico denaro&#8221;\u00bb. Ci sono momenti in cui bisogna saper dire \u201cno\u201d, non si pu\u00f2 far finta che tutto prima o poi passi. Nella polemica, poi, mette in guardia su un altro rischio: le \u201ccerimonie\u201d finanziate da denaro pubblico forniscono \u00absoltanto alibi a gravi responsabilit\u00e0 altrui, [danno] una mano a imbellettare ingiuriosamente i cadaveri\u00bb (p. 80). \u00abCi sono momenti\u00bb &#8211; questa la dolorosa consapevolezza dello scrittore &#8211; \u00abin cui bisogna rifiutarsi di suonare e cantare in pubbliche feste o cerimonie [\u2026] perch\u00e9 non s\u2019ingenerino equivoci o fraintendimenti [\u2026] per non allietare i responsabili dei mali\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p>Infine, qualche parola a titolo personale sul rapporto di Consolo con l\u2019esperienza del movimento antiracket a cui sono dedicati alcuni degli articoli di \u201cCosa loro\u201d. Vincenzo nella rivolta dei commercianti di Capo d\u2019Orlando individuava una ragione di speranza che covava proprio in quei Nebrodi in cui era cresciuto e a cui ritornava ogni estate e ad ogni occasione. A partire dal famoso articolo all\u2019indomani dell\u2019omicidio di Libero Grassi \u201cMorti in licenza\u201d e, poi, dopo la sciagurata decisione del governo Berlusconi nei confronti di chi scrive e, ancora, in un saggio del 2005, Enzo \u00e8 sempre stato un appassionato e affettuoso compagno di viaggio che ha saputo apprezzare quella strategia contro la solitudine e l\u2019isolamento che \u00e8 stata alla base dell\u2019ACIO di Capo d\u2019Orlando e continua a essere la ragione di fondo delle associazioni nate ispirandosi a quel modello. E proprio guardando a questo centro di commercianti affacciato sul Tirreno si pu\u00f2 a ragione dire che la mafia \u00e8 Cosa \u201cloro\u201d.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Vincenzo Consolo (a destra) con Leonardo Sciascia nel 1966 di&nbsp;Tano Grasso Vincenzo Consolo, &#8220;Cosa Loro. Mafie tra cronaca e riflessione&#8221;, Bompiani, pp. 320, euro 18. 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