{"id":1492,"date":"2013-05-05T16:49:18","date_gmt":"2013-05-05T16:49:18","guid":{"rendered":"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=1492"},"modified":"2017-05-05T17:11:07","modified_gmt":"2017-05-05T17:11:07","slug":"oltre-il-silenzio-di-antonio-di-grado","status":"publish","type":"post","link":"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=1492","title":{"rendered":"Oltre il silenzio di Antonio Di Grado"},"content":{"rendered":"<p>&nbsp;<\/p>\n<p><a href=\"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2017\/05\/18318078_1725668377730603_1246566395_o.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone size-medium wp-image-1493\" src=\"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2017\/05\/18318078_1725668377730603_1246566395_o-300x212.jpg\" alt=\"18318078_1725668377730603_1246566395_o\" width=\"300\" height=\"212\" srcset=\"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2017\/05\/18318078_1725668377730603_1246566395_o-300x212.jpg 300w, http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2017\/05\/18318078_1725668377730603_1246566395_o-768x543.jpg 768w, http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2017\/05\/18318078_1725668377730603_1246566395_o-1024x724.jpg 1024w, http:\/\/vincenzoconsolo.it\/wp-content\/uploads\/2017\/05\/18318078_1725668377730603_1246566395_o.jpg 1112w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong><em>Oltre il silenzio<\/em><\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Non \u00e8 facile parlare di Consolo. Perch\u00e9 a lui giustamente ripugnava il <em>bla-bla <\/em>letterario, e anzi si faceva sempre pi\u00f9 netto, di libro in libro, il suo rifiuto della letteratura e del romanzo tradizionali, orientati a uno scioglimento salvifico e a una fittizia ricomposizione dei conflitti. E altrettanto fastidio esprimeva per certa critica parassitaria e devitalizzata, per le \u00abprose piane\u00bb e le \u00abstorie tonde\u00bb dei \u00abprofessori\u00bb, ironicamente evocate fin dalle prime pagine dello <em>Spasimo di Palermo<\/em>, inutili e dannose almeno quanto gli scrittori-intrattenitori che quella critica blandisce e che di quella critica hanno bisogno per \u00abingrassare\u00bb la loro \u00abmusa acquietante\u00bb, fatta di \u00abtrame\u00bb che sono \u00abpanie catturanti\u00bb, cio\u00e8 colpevoli inganni, e di parole che appartengono a \u00abgerghi scaduti o lingue invase, smemorate\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nell\u2019impervia sfida di Consolo contro quei linguaggi culmina un\u2019altra sfida, una scommessa purtroppo perduta, quella della grande tradizione letteraria siciliana, che da Verga e De Roberto a Pirandello, da Brancati e Vittorini a Sciascia si sforz\u00f2 d\u2019innalzare un argine di stile e di moralit\u00e0, d\u2019intelli\u00adgenza critica, contro l\u2019omologazio\u00adne, contro la perdita delle radici e del senso, e a preservare una <em>diversit\u00e0 <\/em>che, se non \u00e8 pi\u00f9 storica e antropologica, se non \u00e8 pi\u00f9 nei costumi e nella lingua d\u2019una terra frattanto omologata e imbarbarita, resti tale almeno sul piano conoscitivo, intellettuale, della lettura critica del reale, della demistificazione della storia redatta dai vincitori e della lingua mendace del potere.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La scomparsa dello scrittore m\u2019ha portato indietro nel tempo, fino all\u2019ormai lontano 1989, quando proposi al Teatro Stabile di Catania di commissionare ai tre grandi scrittori siciliani allora viventi &#8211; Leonardo Sciascia, Gesualdo Bufalino e Vincenzo Consolo &#8211; tre atti unici da riunire in un <em>Trittico<\/em>, che fu messo in scena nel novembre di quell&#8217;anno. Sciascia ormai stava male, molto male. Accolse l&#8217;invito ma mi preg\u00f2 di provvedere io alla riduzione drammaturgica d&#8217;un suo racconto, <em>Arrivano i nostri<\/em>, un delizioso <em>divertissement<\/em> sul trasformismo d&#8217;un pugno di notabili siciliani, debitamente reazionari, ma raggiunti nel loro circolo dalla falsa notizia dell&#8217;invasione dell&#8217;Italia da parte dell&#8217;Armata Rossa. Una farsa amara, che concludeva il <em>Trittico<\/em> &#8211; dopo la mesta elegia di Bufalino e l&#8217;altisonante tragedia di Consolo &#8211; con un sorriso: lo stesso che strappai a Sciascia raccontandogli, all&#8217;indomani della prima, del successo e delle risate riscossi dal suo (e mio) <em>Quando non arrivarono i nostri<\/em>. L&#8217;ultimo sorriso, forse: si spense pochi giorni dopo, il 20 novembre. All&#8217;alba di quel giorno, fu proprio Consolo a darmi la notizia, per telefono, con voce rotta.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Pure Bufalino si prest\u00f2 al cimento teatrale, con la sua sovrana sprezzatura da gentiluomo garbato e blas\u00e9. Trascrisse lui stesso in forma teatrale un suo racconto, <em>La panchina<\/em>. In mezzo, tra l&#8217;atto unico di Bufalino e quello di Sciascia e mio, un testo nuovo, scritto per l\u2019occasione da Consolo: <em>Catarsi<\/em>, un testo di alta e impervia poesia, memore addirittura dei tragici greci, di H\u00f6lderlin e di Pasolini; un testo che definirei di non ritorno, perci\u00f2 cruciale nella sua produzione, ch\u00e9 nell&#8217;altezza stessa del suo linguaggio certificava l&#8217;impossibilit\u00e0 del linguaggio stesso di redimere il mondo dalla comunicazione omologata e asservita al Potere. E perci\u00f2 drammaticamente prefigurava le successive difficolt\u00e0 creative di Consolo, dovute non gi\u00e0 a impotenza o inaridimento ma a una lacerante consapevolezza della impossibilit\u00e0 della parola di riscattarci dall&#8217;insensatezza e dalla menzogna.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Consolo fu il pi\u00f9 entusiasta dei tre, il pi\u00f9 vicino e partecipe. Non so quanto il pubblico, che si commosse con Bufalino e si divert\u00ec con Sciascia, riusc\u00ec a capirlo. Ma questa \u00e8 un&#8217;altra storia. Ora conta tornare a quel testo estremo e programmatico, perch\u00e9 rappresent\u00f2 una cesura nella produzione dello scrittore cos\u00ec com\u2019era un testo-fron\u00adtiera tra il teatro e il canto, tra la parola e il silenzio, tra la resistenza e la resa, un testo la cui ardua poesia era tutt\u2019uno con la rinunzia di Empedocle al compromesso col potere e con la sua lingua falsa e strumentale, e perci\u00f2 era tutt\u2019uno col silenzio dell\u2019auto\u00adan\u00ad\u00adnul\u00adla\u00ad\u00admento, della morte.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il silenzio: forse i grandi scrittori siciliani, coi loro sconsolati ritorni e coi loro travagli espressivi talora paralizzanti (ultimo, per l\u2019appunto, Consolo) provengono dal travaglio della parola poetica di Verga e dal suo struggente spegnersi nel silenzio e nell\u2019amarezza. Anche il silenzio pu\u00f2 essere letto come un testo; e tanto pi\u00f9 le forme di comunicazione che lo evocano ma senza inabissarvisi, senza rinunziare cio\u00e8 a quell\u2019estrema mossa della speranza che \u00e8 la parola che si pone e resta sospesa sulla soglia, che nel momento di spegnersi pronuncia l\u2019indicibile. E la rinunzia al romanzo, quella di Consolo pi\u00f9 che quella apparentemente analoga del protagonista del suo ultimo romanzo, che aveva davvero e <em>in toto <\/em>rinunziato alla scrittura, pu\u00f2 dunque essere annoverata e letta all\u2019interno di un\u2019alta tradizione di prosa non romanzesca, che evita cio\u00e8 la falsa conciliazione del romanzo sette-ottocen\u00adtesco, eurocentrico, realistico e borghese senza rinunziare a interpretare e giudicare, anzi incrementando per ci\u00f2 stesso il suo potenziale evocativo e analitico, critico.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Dopo il cimento teatrale di <em>Catarsi<\/em> e le successive prove saggistiche e narrative, e prima della drammatica <em>impasse <\/em>degli ultimi anni, questa poetica trov\u00f2 definitiva e radicale conferma proprio nello <em>Spasimo di Palermo<\/em>, che chiudeva, col <em>Sorriso <\/em>e <em>Nottetempo<\/em>, il trittico nel quale la storia o meglio l\u2019antistoria siciliana delle sconfitte della ragione e della perpetuazione del dominio viene dissezionata e squadernata nelle forme sempre pi\u00f9 ellittiche e problematiche, e coscienziali, cio\u00e8 votate allo scavo interiore, all\u2019interrogazione febbrile, alla vertigine espressiva, di una narrazione polifonica e polisemica, magmatica e metamorfica, insieme ebbra e raziocinante, tramata da brusche cesure e fluidi trapassi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">A me pare che l\u2019ambizione di Consolo sia stata quella di far confluire le due vie maestre, parallele e tuttavia talvolta intersecate, della grande narrativa isolana: quella lirico-evocativa, monodica, e mitizzante, che dalla casa del nespolo portava fino a Vittorini e poi a D\u2019Arrigo, e che lui stesso palesemente proseguiva, e quella, apparentemente a lui pi\u00f9 estranea, di tipo analitico e raziocinante: la linea, cio\u00e8, De Roberto-Borgese-Brancati-Sciascia, della quale egli adottava la vocazione sperimentale alla contaminazione e al saggismo, accentuandone la vocazione al plurilinguismo. E aspirava a combinarle, quelle due vie, in quel\u00ad\u00ad\u00adl\u2019<em>u\u00ad\u00adnicum <\/em>riassuntivo, ma originale e diverso, che \u00e8 la sua prosa poetico-critica, insieme analitica ed evocativa, consacrata alle due muse solo apparentemente antitetiche della nostalgia e dell\u2019indi\u00adgnazione, della me\u00admo\u00ad\u00adria e del furore civile, delle oltranze espressive e concettuali.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Antonio Di Grado<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">nella foto: \u00a0Antonio Di Grado, Vincenzo Consolo e Mariella Lo Giudice<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>&nbsp; Oltre il silenzio Non \u00e8 facile parlare di Consolo. Perch\u00e9 a lui giustamente ripugnava il bla-bla letterario, e anzi si faceva sempre pi\u00f9 netto, di libro in libro, il suo rifiuto della letteratura e del romanzo tradizionali, orientati a uno scioglimento salvifico e a una fittizia ricomposizione dei conflitti. 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