{"id":1489,"date":"2012-01-22T12:43:46","date_gmt":"2012-01-22T12:43:46","guid":{"rendered":"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=1489"},"modified":"2017-04-28T12:51:52","modified_gmt":"2017-04-28T12:51:52","slug":"un-mite-guerriero","status":"publish","type":"post","link":"http:\/\/vincenzoconsolo.it\/?p=1489","title":{"rendered":"Un mite guerriero"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\"><strong><u>Un mite guerriero<\/u><\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<p style=\"text-align: justify;\">Nel mucchio disordinato di carte che in maniera alquanto azzardata chiamo \u2018il mio archivio\u2019, c\u2019\u00e8 una cartelletta gialla su cui sta scritto: Vincenzo Consolo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In questa cartelletta ho raccolto, per anni e con una diligenza che non appartiene al mio carattere, quei suoi interventi che ogni tanto compaiono su quotidiani o riviste e che parlano di sud e di scrittura, di storia e di utopia sociale, di potere, di connivenze, di linguaggio e di responsabilit\u00e0&#8230; Parole fatte di \u201cpietra dura\u201d, perch\u00e9 Vincenzo Consolo \u00e8 un guerriero (mite, e pur tuttavia guerriero), oltre che un incantatore.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Un incanto che nasce, almeno per me, non soltanto dalla sua ricerca formale, cio\u00e8 dalle meraviglie stilistiche delle sue opere, dal suo linguaggio e dalla sua espressivit\u00e0, ma anche dalla forza del suo pensiero. Che \u00e8 pensiero \u2018etico\u2019.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Lo scrittore, ha detto una volta Consolo e lo ha ribadito in diverse occasioni, \u201cquando si rivolge a una societ\u00e0 ha il dovere dell\u2019etica, perch\u00e9 altrimenti diventa asociale, immorale. E lo diventa perch\u00e9 non scrive in difesa dell\u2019uomo ma contro l\u2019uomo\u201d. E\u2019 da questa concezione etica della letteratura che gli deriva l\u2019idea di una \u201csupremazia della scrittura nei confronti della storia\u201d, di una scrittura intesa come \u201ccompenso e costruzione armoniosa contro il disordine della storia\u201d, che pure \u00e8 il territorio privilegiato, il \u2018luogo\u2019 centrale delle sue narrazioni: la sua, si potrebbe dire, \u2018ossessione\u2019 tematica.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Non a caso, credo, lo stesso Consolo ha voluto dare pi\u00f9 volte (e cito per tutte una lunga intervista comparsa nel 2000 sul bimestrale \u2018Tuttestorie\u2019) una scansione temporale a questa sua ricerca storico-politica, e lo ha fatto dividendo il suo percorso letterario in tre grandi tappe, in questo modo ordinando storicamente anche la sua personale storia di scrittore.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La prima tappa muove da una lettura della radicale trasformazione dell\u2019Italia al momento dell\u2019unit\u00e0, quando alla fine trova compimento l\u2019idea risorgimentale dello Stato unitario. Ed \u00e8 segnata, questa tappa, dalla composizione di un testo magico e complesso come \u2018Il sorriso dell\u2019ignoto marinaio\u2019. La seconda, con \u2018Nottetempo casa per casa\u2019, racconta invece quella disgregazione sociale che prelude all\u2019avvento del fascismo e la terza, con \u2018Lo Spasimo di Palermo\u2019, entra nell\u2019oggi per confrontarsi con la speranza fallita di un cambiamento sociale e culturale prima ancora che politico. L\u2019unica speranza che resta, dice Consolo, \u00e8 appunto la speranza nella scrittura, nella sua capacit\u00e0 di mettere ordine nelle coscienze e di portare armonia, cio\u00e8 fiducia, l\u00e0 dove c\u2019\u00e8 soltanto caos e quindi impossibilit\u00e0 di comunicare. Ma questa capacit\u00e0 \u2018armonica\u2019 della scrittura non \u00e8 affatto scontata.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In una conversazione con Silvio Perrella, pubblicata sulla rivista Mesogea, Consolo si domanda (o meglio torna a domandarsi) perch\u00e9 gli scrittori che hanno vissuto il fascismo e la guerra, in particolare Moravia, Calvino e Sciascia, abbiano poi optato per un codice razionalistico di scrittura e una concezione illuministica del mondo. Perch\u00e9, si risponde, \u201cla loro era, appunto, una scrittura di speranza. Speravano che finalmente in questo paese si formasse, dopo la caduta del fascismo e la fine della guerra, una societ\u00e0 civile con la quale comunicare.\u201d E invece questa societ\u00e0 non \u00e8 ancora nata e la scrittura di tipo comunicativo, cio\u00e8 \u201cfiduciosa nel sociale\u201d, non ha ragione di essere. In questo contesto, in questo fallimento della storia, si pu\u00f2 \u2018scrivere sperando\u2019 solo se si abbandona il codice razionalistico e si opta per un codice di tipo espressivo,\u00a0 se si lascia la Francia, in sintesi, e si va verso la Spagna. Verso la \u201cdolce follia, simbolica e metaforica\u201d di don Quijote.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La scrittura espressiva, dunque. Le narrazioni. Non il romanzo. \u201cHo cercato di non scrivere mai romanzi\u201d, afferma Consolo argomentando, spiegando puntigliosamente la sua insofferenza per questa forma letteraria ottocentesca, di \u201cintrattenimento puro\u201d. La narrazione offre invece a chi scrive una maggiore libert\u00e0, un respiro pi\u00f9 ampio. E\u2019 un genere letterario con una doppia anima, per cos\u00ec dire, perch\u00e9 precede il romanzo ed \u00e8 quindi preborghese pur essendo, nello stesso tempo, postmoderno.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In questa sua dichiarazione di poetica, a me sembra che Consolo si riveli straordinariamente vicino a certe correnti originali e innovative della letteratura mondiale, a quelle voci che vengono da paesi dove scrivere non \u00e8 mai stato un \u2018atto neutro\u2019, perch\u00e9 la lingua stessa &#8211; lingua importata, lingua nemica &#8211; grondava sangue e aveva bisogno di essere reinventata e ricreata per poter diventare strumento di autorappresentazione e di speranza. Il suo mistilinguismo, ad esempio, mi ricorda molto da vicino l\u2019operazione culturale tentata dalla scrittrice algerina Assja Djebar, che soltanto dopo aver studiato a fondo l\u2019arabo, dopo un\u2019immersione totale nella lingua madre, riconquista un francese arricchito dai suoni, dalle cadenze e dalle voci di quel mondo colonizzato e strappato a se stesso che \u00e8 il suo mondo, e cos\u00ec, con questa ricchezza, pu\u00f2 tornare a scrivere, dopo un lungo silenzio di anni.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nel vuoto chiacchiericcio della societ\u00e0 letteraria italiana, fa un effetto davvero straniante questa ricerca ostinata di un \u2018senso\u2019 oltre che di una \u2018forma\u2019, questo desiderio di \u2018speranza\u2019, sempre frustrato ma sempre attuale e mai dismesso, che diventa messaggio letterario.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In un intervento sull\u2019Unit\u00e0 del 1994 Vincenzo Consolo scriveva: \u201coggi il Sud \u00e8 l\u2019azzeramento, \u00e8 il deserto da cui si sta cominciando a ripartire\u201d. Ripartire: che, nel contesto di quell\u2019articolo, non stava a indicare solo il movimento negativo dell\u2019andar via, la necessit\u00e0 dell\u2019abbandono che genera un\u2019incurabile nostalgia.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">E qui voglio aprire un inciso. Perch\u00e9 su questa nostalgia, che \u00e8 il malessere profondo e sensibile di ogni uomo e di ogni donna che ha conosciuto l\u2019emigrazione, Consolo ha scritto alcune righe che non posso non riportare per esteso, perch\u00e9 il loro sapore \u00e8 esattamente il sapore di quel tipo di nostalgia.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u201cIo\u201d, scrive Consolo nel penultimo racconto delle \u201cPietre di pantalica\u201d, \u201cio non so che voglia sia questa, ogni volta che torno in Sicilia, di volerla girare e girare, di percorrere ogni lato, ogni capo della costa, inoltrarmi all\u2019interno, sostare in citt\u00e0 e paesi, in villaggi e luoghi sperduti, rivedere vecchie persone, conoscerne nuove. Una voglia, una smania che non mi lascia star fermo in un posto. Non so. Ma sospetto sia questo una sorta d\u2019addio, un volerla vedere e toccare prima che uno dei due sparisca.\u201d<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il movimento delle parole ha qui la cadenza precisa del sentimento, lo insegue e lo incarna con un\u2019immediatezza morbida e sgomenta. Ma nostalgia, qui, non \u00e8 semplicemente \u2018sofferenza del ritorno\u2019, \u00e8 qualcosa di pi\u00f9 vasto. E\u2019 sofferenza di un desiderio costretto in un limite \u2013 il limite umano, che soltanto il movimento delle parole, forse, pu\u00f2 spostare un poco pi\u00f9 in l\u00e0.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">E allora, tornando all\u2019articolo del 1994, quel \u2018ripartire\u2019 a me sembra che non avesse solo un\u2019accezione negativa, non descrivesse soltanto una realt\u00e0 di fuga dal \u2018deserto\u2019 della Sicilia, ma, sottotraccia, indicasse anche un\u2019altra possibilit\u00e0: quella di ripensare, di tornare a pensare e a dire il Sud, \u201cquesto eterno e sempre vivo scandalo\u201d, cominciando di nuovo a raccontarne la storia e a prendersene cura nelle narrazioni come nella politica. Anche se \u201ci tempi della letteratura sono lunghi, lungo il processo di sedimentazione della memoria e della formazione della lingua\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Sono passati molti anni da quel 1994. La &#8220;sintassi del mondo&#8221; da allora si \u00e8 sfasciata molte e molte volte e, per dirla con Consolo, \u201cnon sappiamo se si potr\u00e0 mai ricomporre\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Cos\u00ec, in questo nostro paese \u201cormai telestupefatto\u201d, io ho bisogno &#8211; s\u00ec, bisogno \u00e8 il termine giusto &#8211; delle parole di \u201cpietra dura\u201d di Vincenzo Consolo. Mi sono necessarie quanto le sue narrazioni, che fanno vibrare la mia anima divisa di \u2018siciliana in esilio\u2019.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ed \u00e8 per questo bisogno che, come ho detto all\u2019inizio, per anni ho ritagliato, raccolto, messo da parte articoli e interventi: i giornali e le riviste, si sa, sono cose fragili, beni effimeri, tendono a sparire ancor pi\u00f9 rapidamente dei libri.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Insomma, ho voluto mettere in salvo le sue parole.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">E poi l\u2019ho incontrato, Vincenzo Consolo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">E nell\u2019uomo, nel suo modo di parlare, schivo e preciso, nella maniera diretta ed essenziale con cui offre agli amici consolazione, affetto e soprattutto ascolto (anche a me, un giorno che non dimenticher\u00f2, mentre stavo andando a trovare mia madre, che giaceva immobile e immemore nel suo letto), ecco, nel modo di essere e di presentarsi di quest\u2019uomo ho riconosciuto la \u201cpasta dura\u201d e luminosa di quelle parole raccolte per anni. Una concordanza fra \u2018l\u2019essere\u2019 e il \u2018dire\u2019 piuttosto rara.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Mi intimidisce, Vincenzo Consolo. Eppure lo sento ancor pi\u00f9 che amico, familiare. Forse per quel suo viso che mi ricorda le sculture di Giuseppe Mazzullo, sculture ricavate dalle pietre del torrente che attraversa il mio paese (un pietroso paese che non per caso si chiama Graniti). Sculture di pietra. Forti. Dolorose e miti. E Vincenzo Consolo, con le sue indignazioni, le sue passioni politiche, la sua scrittura impetuosa e ritmica, questo \u00e8 ai miei occhi: un mite guerriero.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<h1 style=\"text-align: justify;\">Maria Rosa Cutrufelli<br \/>\ndal Manifesto \u00a0Gen 22, 2012<\/h1>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Un mite guerriero Nel mucchio disordinato di carte che in maniera alquanto azzardata chiamo \u2018il mio archivio\u2019, c\u2019\u00e8 una cartelletta gialla su cui sta scritto: Vincenzo Consolo. 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